689 research outputs found

    Visual thinking: il testo prende forma: il metodo per rappresentare la conoscenza.

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    PREMESSA\ud Il linguaggio testuale è da sempre protagonista del trasferimento della conoscenza. Il testo elettronico è oggi il veicolo principale della trasmissione e dello scambio del sapere sul web e su altri ambienti formativi. Se gestito consapevolmente, il testo può arrivare alla stessa autorità e forza che ha l’immagine per l’uomo. La massa enorme di informazioni che ci investe ogni giorno fa sì che i dati debbano poter essere selezionati, secondo le esigenze di ognuno. È necessario definire un metodo per la rappresentazione delle informazioni affinché queste divengano facilmente conoscenza. Uno degli strumenti per rendere questo possibile è il Visual Thinking (VT). \ud DOMANDA DI RICERCA: VISUAL THINKING: CHE COS’È? IL METODO PER COSTRUIRLO\ud Che cos’è? - Il VT rispecchia il bisogno naturale dell’uomo di pensare per immagini. La ritenzione dell’informazione visiva richiede soli 250 millesimi di secondo. “In fact – as we all know – Visual Thinking isn’t “new” at all. It’s the oldest problem-solving toolkit of all, predating verbal communications in the evolutionary chain by eons, and leaving us as Kindergartners the ability to explore and explain our ideas long before we could read and write.” \ud Il concetto di VT nasce all’interno di una prospettiva percettivo-cognitiva. Il “pensare per immagini” è un meccanismo attraverso cui l’uomo registra ed elabora attivamente le informazioni appartenenti al mondo reale. Tuttavia attualmente si parla di VT anche secondo un’altra prospettiva, quella che riguarda la sua applicazione pratica: il VT diventa uno strumento di apprendimento e di trasmissione della conoscenza. In quest’ottica, è possibile definire VT come “Strumento di rappresentazione della conoscenza che traduce un concetto, un’informazione, un’idea attraverso immagini, parole e/o loro connessioni con lo scopo di comunicarli semplificando e migliorando la comprensione e la memorizzazione dei contenuti.” Perché utilizzare il VT nell’ambito della formazione (aziendale)? 1.Perché è facile! Da codificare e decodificare: è una capacità umana naturale, antecedente in termini evolutivi alla capacità linguistica. 2. Perché è universale. L’immagine va al di là delle differenze linguistiche 3. Perché è a basso costo. Per codificare un VT bastano pochi strumenti, dal semplice carta e penna a software oggi ampiamente diffusi 5. Perché è veloce. Basta un’occhiata per “inquadrare” l’argomento, tutto è portata di … vista. 6. Perché è versatile. Può essere codificato e fruito sia in formato sia analogico che digitale. \ud Quando utilizzarlo? Il VT ha innumerevoli campi di applicazione, che vanno dall’ambito formativo a quello comunicativo: metodi di studio, procedure aziendali, manuali di istruzioni, presentazioni in aula, risorse multimediali pensate per la formazione e-learning, manuali e guide cartacee, comunicati pubblicitari, comunicazioni aziendali ed istituzionali, campagne informative, etc. \ud Il metodo per costruirlo. Partendo da teorie e casi di applicazione, è possibile trasformare un concetto in VT attraverso queste semplici operazioni: 1. Un’idea. Definire il messaggio che si vuole comunicare. 2. Casting. Raccogliere tutta la documentazione relativa all’idea (libri, documenti, video, immagini, foto, testimonianze). 3. Organizzazione. Individuare categorie di argomenti e definire una gerarchia, un ordine di lettura. 4. Scrematura. Selezionare gli argomenti. 5. Ruoli. Assegnare il ruolo di protagonisti a parole e immagini determinate. La parola descrive, l’immagine rappresenta. 6. Bozza. Affidare alla carta le intuizioni, lasciarsi trascinare dalla creatività. 7. Capture. Scegliere tra VT statico o VT animato, assegnare spazi, concedere rilievi. Dare emozione, catturare e mantenere l’attenzione dei destinatari con le regole base del graphic design, della fotografia, del cinema. 8. Comprensione. Verificare che il VT non abbia bisogno di spiegazioni, altrimenti ricominciare dal punto 5.\ud LA TESI DI RICERCA: CAPITOLI E APPLICAZIONE \ud Per rispondere alla domanda di ricerca di cui sopra, si è organizzata la tesi nei seguenti capitoli. \ud Capitolo 1 – Il Visual Thinking: che cos’è? (prospettiva percettivo-cognitiva; prospettiva applicativo-strumentale; definizione di VT; vantaggi e ambiti di applicazione). \ud Capitolo 2 – Lezioni di Visual Thinking. (panoramica sulle teorie della percezione visiva e della efficacia comunicativa dell’immagine per capire come il testo dovrebbe prendere forma. Un confronto tra più teorie che spesso si sovrappongo e attingono l’una dall’altra).\ud Capitolo 3 – Alcune esperienze (esempi ed esperienze concrete di vari autori. Attualmente vi è confusione su una definizione condivisa di Visual Thinking, non tutti utilizzano (o hanno utilizzato) questo termine, ma molti lo utilizzano come strumento per i più svariati scopi, e in vari campi di applicazione.) \ud Capitolo 4 – La formula del VT (il metodo per l’applicazione pratica)\ud Capitolo 5 – La costruzione del VT (Applicazione del metodo. Grazie alla metodologia, si è trasformato il corso multimediale sulla Privacy , facente parte dell’offerta formativa dell’azienda Amicucci Formazione s.a.s di Amicucci F. & C., in un corso multimediale improntato sul Visual Thinking

    "L'esame della religione" di Elia del Medigo: una fonte averroista di Spinoza.

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    La tesi ha voluto indagare il ruolo che ha rivestito la multiforme tradizione averroista all’interno della formazione di Baruch Spinoza. Si è quindi deciso di analizzare e tradurre un’opera dell’averroista cretese Elia del Medigo (c. 1455-1492/3), intitolata Esame della religione. Questo breve trattato era infatti presente nella biblioteca del filosofo olandese nell’editio princeps (1629) curata dal pro-pronipote di Elia, Joseph Shlomo del Medigo. Grazie ad una certosina disamina dell’opera, si è potuto dimostrare che l’Esame della religione è sostanzialmente un compendio del Trattato decisivo di Averroè e di altre sue opere filosofico-teologiche; e, infine, che l’Esame ha “consegnato” al Trattato teologico-politico alcune cruciali tesi averroistiche. \ud Il presente lavoro – interamente rivisto, corretto e migliorato – sarà pubblicato a breve in un volume a stampa

    La legislazione albanese in materia religiosa: fra passato e presente.

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    La legislazione albanese in materia religiosa, costituisce oggetto del presente studio, a partire dal 1912, anno in cui l’Albania si è costituita come Stato indipendente e sovrano.\ud Vista l’ampiezza della legislazione in materia religiosa, il lavoro si dividerà in tre capitoli.\ud Il primo capitolo comprende la storia dell’Albania dall’Indipendenza fino alla fine della Seconda Guerra Mondiale, soffermandosi su vicende importanti e indispensabili per una più corretta informazione e comprensione del fenomeno religioso albanese. Ricorderemo come l’Albania è riuscita ad acquistare la sua indipendenza nel 1912. E parleremo delle quattro correnti religiose presenti nel territorio albanese, del principato d’Albania, della Repubblica d’Albania e del Regno di Zogu. Concluderemo il capitolo parlando dell’unione dell’Albania al Regno d’Italia (1939-1943). \ud Il secondo capitolo si occupa della legislazione comunista albanese in materia religiosa, tenendo presente il fatto che mi riferirò a testi normativi da me tradotti, in quanto non ho trovato quasi nessun autore albanese o straniero che abbia scritto sulla suddetta legislazione, se non in linea generale. Vedremo come Hoxha attraverso la sua politica antireligiosa riuscirà a dichiarare e a fare della Repubblica Popolare Socialista d’Albania, l’unico Stato ateo al mondo. Vedremo come nonostante ciò, egli non riuscisse a sradicare del tutto le religioni dagli albanesi ed altresì avremo modo di richiamare la crisi e il declino del regime comunista in Albania e la lenta riapertura dell’Albania ai diritti e alle libertà fondamentali, quali la libertà di pensiero, il diritto di associazione, la libertà religiosa ecc.\ud Nel terzo capitolo ci occuperemo della lenta costituzione dello Stato democratico albanese, con il riaffermarsi di principi quali la divisione dei poteri, il multipartitismo, la libera iniziativa economica e la riammissione della proprietà privata. \ud Vedremo come lo Stato albanese in questi vent’anni di transizione democratica si è del tutto distaccato dalla precedente politica comunista in materia religiosa. Sin da subito, infatti, fu affermata costituzionalmente la libertà di coscienza e di religione e furono ripristinati gli edifici di culto. La riapertura di questi edifici fu accolta con entusiasmo dalla popolazione e le chiese e le moschee furono da subito affollate dai fedeli. \ud L’Albania fu inoltre invasa da missionari religiosi che avevano lo scopo di svolgere attività di proselitismo.\ud Vedremo inoltre, come il legislatore albanese abbia provveduto in questi ultimi anni a colmare le lacune della legislazione in materia religiosa, con particolare attenzione alla stipula degli Accordi con la Santa Sede e con le altre tre maggiori confessioni religiose del Paese.\ud Da ultimo il lavoro si propone di considerare se ed in quale modo il principio della libertà di coscienza e di religione, oramai costituzionalmente garantito, trovi applicazione nella attuale legislazione albanese, con riferimento anche alle minoranze religiose, entrate nella realtà albanese in seguito al riconoscimento del diritto della libertà religiosa.\ud La legislazione albanese in materia religiosa si presenta vasta e differenziata da un periodo storico all’altro.\ud Dal momento in cui l’Albania si costituisce come Stato indipendente e sovrano, la sua politica in materia religiosa si caratterizza in quanto distaccata e neutrale rispetto al fenomeno religioso.\ud Come abbiamo osservato nel corso del nostro studio, l’Albania storicamente ha visto il radicarsi nel suo territorio di varie confessioni religiose (cristiana cattolica, greco ortodossa, musulmani sunniti e bektashi, protestanti ecc). \ud I musulmani risultavano essere la religione di maggioranza alla fine del dominio ottomano plurisecolare. Nonostante ciò lo Stato albanese non si è mai schierato con una religione in particolare e si è sempre mostrato laico, distante e neutrale dinanzi al fenomeno religioso.\ud La diversa appartenenza religiosa degli albanesi creava profonde divisioni tra essi, tanto che per secoli, questi non riuscivano ad unirsi come popolo per creare un unica nazione. Da qui il richiamo da parte degli rinascimentali albanesi allo slogan di Vaso Pasha “la religione degli albanesi è l’albanesità”, che invitava gli albanesi di riconoscersi anzitutto come membri della stessa nazione, ognuno libero di professare la propria religione. \ud Infatti il suddetto slogan non significa che gli albanesi dovevano abbandonare la propria religione d’appartenenza, ma semplicemente dovevano unirsi come popolo per creare un proprio Stato indipendente e sovrano.\ud Durante il periodo comunista questo slogan è stato mal interpretato dal regime, che lo ripeteva in continuazione per giustificare la sua aspra politica antireligiosa. \ud Inizialmente Hoxha aveva garantito costituzionalmente (1946) il diritto alla libertà religiosa, per giungere poi alla soluzione estrema del 1967, cioè alla sua totale abolizione. Hoxha aveva dichiarato l’Albania atea e, aveva dato luogo ad una serie di dure persecuzioni nei confronti delle confessioni religiose.\ud La riaffermazione della libertà religiosa in seguito al crollo del regime comunista, nel 1991, vedrà lo Stato albanese attivo nella tutela e garanzia di tale diritto, costituendo addirittura un apposito Comitato Statale per i Culti con il compito di dialogare e prendere in considerazione le esigenze delle confessioni religiose presenti in Albania. In questo modo si è giunti a degli accordi di collaborazione prima con la Chiesa Romana Cattolica nel 2002 e 2007, nel 2008, invece, con tutti gli altri tre gruppi religiosi di maggioranza, ossia i musulmani sunniti, i bektashi e i greco ortodossi. Recenti sono invece gli accordi con la Fratellanza Evangelica dell’Albania (VUSH), stipulati e recepiti dall’ordinamento statale nel 2011.\ud Vediamo che, anche se la letteratura albanese riguardante la legislazione in materia religiosa risulta povera, lo Stato albanese ha continuamente legiferato in questa materia. \ud Lo Stato albanese non è mai stato indifferente al fenomeno religioso, sia durante il regime comunista dove il suo atteggiamento lo possiamo considerare negativo-proibitivo, in quanto volto alla totale eliminazione di ogni presenza religiosa, sia recentemente dove il suo interessamento si può considerare al contrario permissivo - positivo, in quanto teso alla garanzia e tutela del diritto alla libertà religiosa.\ud Le cosiddette “nuove religioni” introdotte nel Paese in seguito alla caduta del regime comunista, non hanno ancora raggiunto accordi con lo Stato. Vista comunque l’attuale apertura dell’Albania al fenomeno religioso, rimaniamo fiduciosi nel pensare che anche gli accordi di collaborazione con queste confessioni di minoranza siano imminenti. In questo modo non solo si potrà garantire in pieno la libertà religiosa costituzionalmente prevista, ma anche la parità di trattamento tra le varie religioni

    Per una storia dell'Università di Macerata tra Otto e Novecento: dalla ricostituzione dopo le soppressioni napoleoniche alla Seconda Guerra Mondiale.

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    Nel corso degli ultimi quindici anni la storia dell’istruzione superiore e delle istituzioni universitarie nell’Italia dell’Otto e del Novecento ha conosciuto un intenso e significativo sviluppo, frutto indubbiamente del lavoro avviato da una nuova generazione di storici della cultura, delle istituzioni e dei processi formativi in età contemporanea, come anche dello straordinario impegno esercitato su tale versante dal Centro interuniversitario per la storia delle università italiane (CISUI), il sodalizio sorto nel 1996 attorno a Gian Paolo Brizzi e ad un gruppo di studiosi appartenenti alle Università di Bologna, Padova, Messina, Sassari e Torino, con il proposito, appunto, di incrementare le attività di ricerca nel settore della storiografia universitaria attraverso la riorganizzazione degli archivi storici dei singoli atenei, la pubblicazione di fonti inedite, l’approfondimento delle questioni metodologiche e, soprattutto, la promozione di seminari specialistici e di convegni di studio nazionali e internazionali. Il presente lavoro, che si propone di ripercorrere le vicende storiche e la complessa evoluzione sul piano accademico-istituzionale, culturale e politico dell’Università di Macerata dal suo ristabilimento, dopo le soppressioni operate in età napoleonica, all’indomani della Restaurazione, fino alla seconda guerra mondiale, si colloca nel quadro di questo rinnovato fervore di studi e di ricerche e, nella sua impostazione e articolazione, ha cercato di tenere presenti quelli che appaiono sotto molteplici aspetti gli indirizzi maggiormente qualificanti la recente storiografia sull’istruzione superiore e sulla storia delle università italiane in età contemporanea. Intendiamo riferirci, in primo luogo, alla valorizzazione e al più ampio utilizzo delle fonti archivistiche e a stampa, in larga parte poco o nulla valorizzate nelle ricostruzioni precedenti; e, su un diverso piano, all’attenzione tributata, in sede di analisi e di ricostruzione storica, non solamente alla vita interna e alle dinamiche didattiche, scientifiche e istituzionali in senso stretto, ma anche al ruolo esercitato dall’Università di Macerata nel contesto locale, alle vicende relative al rapporto tra l’Ateneo e le altre istituzioni presenti e operanti sul territorio maceratese e marchigiano, all’influsso esercitato sulla vita e sull’attività dell’Università dai profondi mutamenti politici, sociali e culturali (si pensi, per fare solo un esempio, alle profonde trasformazioni intervenute all’indomani del compimento dell’unificazione nazionale o, su un diverso piano, ai peculiari sviluppi registrati a seguito della riforma Gentile del 1923 e della legislazione universitaria introdotta nel corso del ventennio fascista) che hanno caratterizzato la penisola nel corso dell’Ottocento e della prima metà del Novecento.\ud Nel primo capitolo si ricostruisce così in maniera approfondita e coerente la travagliata storia dell’Università di Macerata nella prima metà dell’Ottocento. Nell’arco di circa cinquant'anni, l'Ateneo maceratese visse, infatti, esperienze tra loro molto diverse, ma capaci ugualmente di scuoterlo sin dalle fondamenta. Prima la rivoluzionaria riforma napoleonica, destinata a cancellarne sia pure provvisoriamente l’esistenza (l’Università fu trasformata nel «Liceo del Musone»); poi la provvidenziale restaurazione pontificia che ne consentì il ripristino e garantì all’Ateneo la sopravvivenza, seppur difficoltosa, fino alla svolta unitaria. Di sicuro, all’indomani della restaurazione pontificia e del ritorno a Roma di papa Pio VII, il ripristino dello Studium Maceratese «ad formam universitatum», avvenuto in forza del decreto della Sacra Congregazione degli Studi del 23 agosto 1816 e sulla base del regolamento di attuazione emanato dal vescovo di Macerata mons. Vincenzo Maria Strambi, aprì un periodo di crescenti difficoltà per un ateneo già molto debole sul finire del diciottesimo secolo. \ud Le estreme ristrettezze economiche in cui versava allora il Comune di Macerata, ente deputato al mantenimento dell’Ateneo, avevano infatti condotto ad una situazione di forte disagio che si protrasse almeno fino al 1824, allorché, con la Bolla Quod divina sapientia, emanata il 28 agosto 1824 da Leone XII, si procedette a riordinare l’istruzione superiore e le università dello Stato pontificio. L’Università di Macerata fu annoverata tra le università “secondarie”, insieme a quelle di Camerino, Fermo, Ferrara e Perugia, mentre furono considerate primari solo gli atenei di Roma e Bologna. L’Ateneo maceratese, dunque, dopo essere stato per secoli un’istituzione di carattere comunale, diveniva pontificio, vale a dire statale. \ud La prima inaugurazione del nuovo corso vi fu nell’anno accademico 1825-1826 ed i corsi di studio poterono finalmente riprendere il regolare svolgimento. L’Ateneo comprendeva venti cattedre distribuite su quattro distinte facoltà: Teologia, Giurisprudenza, Medicina e Chirurgia e Filosofia. Già allora, però, riecheggiavano anche all’interno dell’Università di Macerata i moti risorgimentali con i quali il potere pontificio dovette fare i conti per quasi quarant’anni, arrivando in più di un’occasione addirittura alla sospensione forzata delle attività didattiche. L’Ateneo maceratese pontificio, comunque, continuò a vivacchiare, fra mille difficoltà, sino alla fine degli anni Cinquanta, allorché, a seguito dell’annessione delle Marche al costituendo Regno d’Italia, esso vide aprirsi un nuovo capitolo della sua storia. \ud Nel secondo capitolo della tesi il focus della ricerca è centrato innanzitutto sul periodo immediatamente successivo all’Unità, quando l’Università di Macerata visse i primi passi nel nuovo Stato con un assetto assai diverso rispetto a quello che l’aveva caratterizzato nell’ultima fase dello Stato pontificio. Scelto lo status di ateneo statale e rifiutato quello di università “libera”, per volere del Regio commissario straordinario per le Marche Lorenzo Valerio si arrivò alla soppressione della Facoltà di Teologia (1860-1861). Di lì a poco, poi, in forza dei provvedimenti emanati dal ministro della Pubblica Istruzione Carlo Matteucci (1862), l’Ateneo maceratese fu collocato tra le università “secondarie” o “minori” ma, rispetto ad altri atenei della stessa categoria, totalmente abbandonato al proprio destino e, soprattutto, trascurato sotto il profilo finanziario. \ud Così, soppresse anche le facoltà di Medicina e chirurgia e quella di Filosofia nel novembre del 1862, lo storico Ateneo marchigiano si ritrovò ad essere costituito dalla sola facoltà giuridica e da alcuni corsi speciali di Farmacia, Ostetricia e Chirurgia minore (dal 1868 fu attivato anche un corso preparatorio di Veterinaria), con l’inevitabile conseguenza di una crescente riduzione del numero degli studenti, di un corpo docente esiguo e di mezzi finanziari del tutto inadeguati. Al fine di scongiurare la chiusura di un ateneo ridotto allo stremo, il Comune e la Provincia di Macerata decisero dunque di farsi carico di una serie di interventi volti a sostenere economicamente l’Ateneo, sorretti, in questo, dall’opinione pubblica locale, persuasa della necessità di salvaguardare la principale istituzione culturale cittadina. \ud Proprio per questo motivo i due enti locali costituirono nel 1880 un Consorzio con l’Università, il cui obiettivo era quello di conservare l’unica facoltà rimasta e cioè quella giuridica. Seppur tra mille difficoltà, l’Ateneo maceratese rinacque gradualmente a nuova vita, tanto che, sul finire del secolo si prospettò la possibilità di ottenere il pareggiamento agli altri atenei primari della penisola, sulla scia di un processo già realizzato da parte di altre università minori della penisola.\ud Il terzo capitolo del lavoro prende le mosse proprio dalla dura “battaglia” sostenuta dall’Ateneo maceratese sul finire del secolo diciannovesimo al fine di ottenere lo status di ateneo primario. In forza della legge 22 dicembre 1901, n. 541, al riguardo, si ebbe il sospirato pareggiamento dell’Università di Macerata a quelle di primo grado. Uno dei primi effetti del pareggiamento avrebbe dovuto essere quello della stabilizzazione del corpo docente maceratese, la cui composizione, per troppo tempo, era stata condizionata dalla migrazione degli elementi migliori verso gli atenei più prestigiosi. \ud In realtà, per tutto il primo ventennio del Novecento, come si è cercato di ricostruire nell’ambito del quarto capitolo del lavoro, il risultato raggiunto con la legge n. 541 fu soltanto teorico perché nella pratica l’Ateneo maceratese dovette continuare a confrontarsi con le tradizionali e tutt’altro che superate problematiche che lo avevano collocato in una posizione di inferiorità rispetto alle altre sedi universitarie del territorio nazionale. Superate le inevitabile difficoltà connesse al primo conflitto mondiale, il 6 ottobre 1919, il R.D. n. 2048 approvava comunque la nuova convenzione fra Governo, Comune, Provincia e Consorzio universitario di Macerata, da adottarsi in sostituzione di quella precedente approvata nel 1901. L’Università di Macerata era così pareggiata a tutti gli effetti di legge alle altre università indicate dall’articolo 12 del Testo unico emanato con il R.D. 9 agosto 1910, n. 795. Le difficoltà, tuttavia, non erano affatto superate. \ud Come si evince dalla ricostruzione proposta nel quinto e ultimo capitolo del lavoro, con il R.D. 30 settembre 1923, n. 2102, il ministro della Pubblica Istruzione Giovanni Gentile introdusse profonde modifiche all’ordinamento dell’istruzione superiore e delle università, ripristinando fra l’altro la distinzione fra università maggiori e minori e classificando l’Ateneo maceratese tra queste ultime, il cui mantenimento, com’è noto, era stabilito solo parzialmente a carico dello Stato. \ud Nel corso del ventennio fascista, comunque, l’Università di Macerata riuscì ad ottenere la parificazione finanziaria con gli atenei maggiori (1936) e a svolgere con regolarità la sua attività didattica e scientifica, sviluppando solidi rapporti con il territorio di pertinenza e con le realtà economiche e produttive marchigiane. Lo scoppio della seconda guerra mondiale e le gravi vicissitudini che accompagnarono le vicende belliche erano destinati, tuttavia, a segnare profondamente l’attività del piccolo Ateneo maceratese, il quale sarebbe stato ricostituito su nuove basi negli anni del secondo dopoguerra

    Il grado di scolarizzazione dei cittadini extracomunitari in provincia di Pesaro e Urbino.

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    Nel primo capitolo viene evidenziato il fenomeno dell’immigrazione, definendone gli aspetti generali, l’aspetto storico, giuridico. Infine si analizzano i flussi migratori nel nostro paese. Nel secondo capitolo, viene data una nozione di straniero, come quest’ultimo è inquadrato nella Costituzione, si evidenzia la figura dello straniero – immigrato. Nell’ultima parte del capitolo vengono trattate le trasformazioni del mercato del lavoro e il mancato adeguamento della rete di protezione sociale alla nuova realtà dello straniero. Il terzo capitolo si occupa degli stranieri residenti in Italia, nelle Marche e nella provincia di Pesaro e Urbino, tenendo conto del numero di immigrati iscritti a scuola in ambito nazionale, per poi analizzare la popolazione scolastica nelle scuole superiori degli immigrati nella Provincia di Pesaro e Urbino. Nel quarto capitolo si fa un’analisi della dispersione scolastica degli immigrati, tenendo conto anche di una recente indagine del CNEL, si dà la definizione di dispersione scolastica; in tale ambito si valutano le differenze regionali analizzate con un metodo comparativo, prendendo come parametro l’indicatore di dispersione scolastica. Infine si analizzano i volti della dispersione, come combattere questo fenomeno in Italia, citando anche un esempio

    Contingenza e libertà: teorie francescane del primo Trecento

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    Il panorama delineato dagli studi qui raccolti descrive la profonda diversità della ricezione della teoria della volontà di Giovanni Duns Scoto fra i teologi francescani dei primi decenni del XIV secolo. I dubbi sull’attribuzione delle Collationes scotiane; l’imprevista vicinanza di Pietro Aureolo a Duns Scoto; la fedeltà di Francesco di Meyronnes al pensiero del maestro; l’influenza di Enrico di Gand su Guglielmo di Alnwick e poi, indirettamente, su Pietro d’Aquila; il particolare atteggiamento di Enrico del Carretto sul rapporto fra volontarismo e proprietà; gli elementi fortemente innovativi introdotti da Francesco della Marchia e poi ripresi da Giovanni di Ripa: queste sono le tessere che contribuiscono alla ricomposizione del complesso mosaico della speculazione minorita sul tema della libertà negli anni successivi alla morte del filosofo scozzese

    L'obbligo giuridico di impedire l'evento.

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