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Forme della comunicazione politica in Italia dal 1994 a oggi. Un approccio sociosemiotico al discorso politico tra mass media e industria culturale.
Nella letteratura scientifica si riscontra l’assenza di uno studio sistematico di lungo corso sull’evoluzione dei nuovi linguaggi della politica e, soprattutto, manca un lavoro che coniughi l’aspetto sociologico con quello semiotico. La ricerca ha l’obiettivo di colmare il gap rappresentato dall’assenza di studi socio-semiotici sistematici sulla testualità politica prodotta dal 1994 ad oggi e, specificamente, dall’assenza di ricerche che istituiscano un rapporto tra la produzione della comunicazione politica e la “fabbrica dell’industria culturale”. Il presente studio vuole, quindi, oltrepassare la rigida distinzione tra letteratura politologica, letteratura socio-mediale e letteratura semiotica, provando a tracciare modelli di interpretazione transdisciplinari. La ricerca vuole correlare l’evoluzione dei sistemi politici ai mutamenti dei codici comunicativi declinati sia a livello istituzionale che a livello mediale, facendo uscire la politologia dalle secche dell’autoreferenzialità. Benché la scienza politica non vi abbia mai dedicato sufficiente attenzione, è incontrovertibile che il fattore comunicazione è rilevante sia nelle dinamiche sistemiche che nei processi decisionali legati al voto. I media non hanno soltanto la capacità di influenzare soggetti, strutture ed eventi politici, ma esiste anche un’interazione tra organizzazione dei media e istituzioni politiche. Se ciò vale a livello mondiale, non può dirsi altrettanto del caso italiano dove, nota Mazzoleni, più che di centralità del potere dei media è giusto parlare di subalternità del potere dei media al potere politico (in grado di sostanziarsi nel noto fenomeno della lottizzazione dell’informazione pubblica). Occorre osservare, però, che, se è vero che il potere politico continua a controllare il potere mediatico, non si può non considerare, secondo la nostra ipotesi, il fenomeno della capacità dei media di esercitare un’influenza indiretta e subdola sui meccanismi di formazione dell’opinione pubblica e sulle dinamiche del consenso elettorale.\ud
Obiettivo del progetto di ricerca è quello di indagare attraverso un approccio sociosemiotico alcuni corpus testuali che hanno segnato determinati fasi cruciali della storia della comunicazione politica italiana dal 1994 a oggi. Dal videomessaggio di Silvio Berlusconi nel 1994 al match televisivo tra Renzi e Bersani nel 2012, la ricerca indaga gli eventi comunicativi più importanti che hanno caratterizzato la vita politica italiana, soffermandosi sul ruolo dei talk show politici che hanno funzionato da mediatori tra l’agenda della politica, l’agenda dei media e l’agenda dell’audience. La scelta di analizzare solo determinati testi afferenti alla comunicazione politica è dettata sia dalla necessità di selezionare solo alcune fasi all’interno di un continuum di eventi per la cui analisi esaustiva si imporrebbe una ricerca ponderosa e pressoché infinita sia dal fatto che, secondo le nostre ipotesi di ricerca, tali testi coincidono con avvenimenti politico-comunicativi altamente significativi. Il grado di significatività del progetto di ricerca è correlato al fatto che si propone un approccio transdisciplinare al problema della comunicazione politica unificando i metodi e gli oggetti della semiotica e della sociologia. L’area della ricerca è costituita, da un lato, dalla testualità politico-programmatica, così come prende forma nei documenti ufficiali dei leader e dei partiti (comizi, videomessaggi, discorsi al parlamento, ecc.) e, dall’altro, dalla testualità televisiva così come prende forma nei format del talk show politici, dei confronti televisivi tra candidati e nelle interviste televisive ai leader politici.\u
Onde di deserto. La quête identitaire nei romanzi di Malika Mokeddem e Maїssa Bey.
L’analisi di un luogo come figura capace di oltrepassare la singola rappresentazione spaziale e di recare in sé ampie connotazioni è un procedimento già accreditato da illustri studiosi, in particolare da Gaston Bachelard e da Gilbert Durand. Rinforzato da sì validi sostegni, il nostro lavoro di ricerca ha avuto come obiettivo il superamento delle astrazioni e delle divisioni tra i singoli topoi, esemplificato dallo studio del connubio deserto-mare nei romanzi delle due autrici scelte. L’erranza di Malika Mokeddem e di Maïssa Bey spinge ogni individuo a mettersi totalmente in gioco, superando tutte le prove che costellano la quête identitaire grazie al mélange di mare e deserto per giungere infine a scoprire la propria identità multipla, ad accettarla interamente e a gridare agli altri tramite la scrittura il cammino da intraprendere.\ud
L’erranza delle due autrici ha avuto come punto di partenza obbligato il superamento di quell’identità precostituita che la loro società d’origine esigeva. È per questo motivo che la nostra analisi si è innanzitutto confrontata con lo studio della figura della donna nella società e nella cultura dell’Algeria, essenziale per capire le basi sulle quali le due scrittrici hanno costruito la propria creazione artistica e per individuare il primo fondamentale passo della loro quête identitaire. \ud
Contrariamente all’opinione comune, nel Maghreb la donna riveste un ruolo fondamentale, andando al di là dei soli stereotipi dell’individuo sottomesso e velato che invadono anche la cultura occidentale. Partendo dunque dalla cosiddetta “condizione della donna” si sono analizzate in particolare due figure antitetiche e complementari al centro della storia e della società algerina: la donna tradizionale e la ribelle. La prima è rappresentata soprattutto dalle madri - le quali spingono le figlie al matrimonio e perpetuano quella dominazione maschile descritta da Pierre Bourdieu - ma anche dalle nonne, sempre presenti nella letteratura algerina come incarnazioni della tradizione orale e di una parte dunque importante dell’identità del paese e del singolo. La ribelle si incarna invece in primis nelle intellettuali, ma anche in tutte quelle donne che da sempre si sono impegnate nella difesa dei loro diritti e del loro paese, nelle donne diverse che sfidano la tradizione spingendosi oltre i ruoli concessi dalla società algerina. In tale confronto-scontro tra donne tradizionali e ribelli si vede in filigrana lo stesso dissidio che separa in ogni cultura la popolazione più chiusa e intransigente dalle novità portate dagli intellettuali; ecco perché è stato possibile instaurare proprio tale parallelo, confrontando le difficili condizioni di vita degli uomini di cultura con quelle delle donne ribelli, per mostrare i primi ostacoli con i quali le due autrici hanno dovuto confrontarsi sulla via della propria erranza. Per arrivare infatti a cogliere appieno e liberamente la propria identità Malika Mokeddem e Maïssa Bey hanno dovuto fare i conti con le due figure diametralmente opposte della donna nella loro società d’origine; costeggiando nella propria esperienza autobiografica e nei loro romanzi i cammini delle donne tradizionali e delle ribelli le due autrici sono divenute più consapevoli di se stesse, hanno superato la visione imposta dagli altri per poter infine cercare di dare volto alle loro vere e libere identità.\ud
Non bisogna inoltre dimenticare che il problema dell’identità - legato all’idea dell’erranza in sé e nel mondo per arrivare a conoscersi, ad accettarsi e a rinascere - occupa un ruolo di primo piano nel pensiero degli intellettuali di ogni tempo e paese. Tuttavia questo dissidio identitario, spesso rappresentato nelle tematiche del doppio e dell’innesto, è ancora più profondo negli autori francofoni, soprattutto nel caso dell’Algeria di Malika Mokeddem e di Maïssa Bey, presa negli anni della lotta per l’Indipendenza tra passato coloniale/cultura francese e desiderio di costruirsi un’identità totalmente altra. L’identità multipla degli scrittori francofoni e il loro dissidio interiore trovano per di più un importante riflesso nel problema linguistico, il quale obbliga gli algerini e le due autrici scelte a fare i conti con quel mélange univoco e cangiante rintracciabile nel plurilinguismo del paese.\ud
Seguendo il cammino di Malika Mokeddem e di Maïssa Bey risulta evidente come tale problema identitario abbia trovato un suo sbocco naturale nell’erranza, vista come scelta per arrivare a conoscere interamente se stessi. Sia essa una migrazione fisica come nel caso di Malika Mokeddem o interiore come per Maïssa Bey, entrambe hanno visto nel deserto e nel mare i luoghi ideali per porla in atto. Per questa ragione deserto e mare sono stati indagati in tutte le loro connotazioni - sia positive che negative - per arrivare poi ad instaurare un ultimo parallelo tra essi e creazione artistica, poiché per affrontare le immensità dei primi come anche quelle di qualsiasi arte serve lo stesso coraggio, la forza necessaria per mettersi in cammino nelle loro libertà, la volontà di cercare se stessi pur nelle tante difficoltà da superare, la consapevolezza che ci si può smarrire tra le onde sabbiose della loro infinitezza.\ud
Nello specifico, esaminando i testi di Malika Mokeddem e di Maïssa Bey è evidente il lungo percorso intrapreso per poter dare il giusto significato al deserto e per riappropriarsi dell’infanzia, alfa e omega della loro prosa, sempre attraverso il ruolo salvifico-liberatorio del mare. Ogni romanzo esemplifica una tappa della quête che ha condotto le autrici e le loro protagoniste a riunire i molteplici brandelli alla base della propria identità, cammino favorito dai due luoghi chiave dell’erranza – deserto e mare – ma anche da un altro infinito, la scrittura.\ud
Dopo aver analizzato i diversi percorsi delle due autrici si è potuto finalmente dimostrare come l’erranza identitaria vada a legarsi sempre e comunque alla libertà del mare-deserto e della creazione artistica. Nel cammino che ha condotto Malika Mokeddem e Maïssa Bey a capire e ad accettare la loro piena identità, quei due infiniti che sono mare e deserto non possono che aver svolto un ruolo di primo piano, permettendo quell’erranza nella sabbia e nelle parole che diviene metafora per eccellenza delle infinite possibilità della vita.\ud
L’analisi proposta vuole essere soltanto un punto di partenza per ulteriori ricerche volte ad ampliare la visione del paesaggio e a trovarvi in particolare soluzioni innovative per la questione identitaria. In una società sempre più scissa e caotica riscoprire l’importanza dell’erranza nel deserto fisico e interiore per ritrovare se stessi e il contatto con gli altri potrebbe rappresentare infatti un importante spunto di riflessione per la ricerca futura.\u
I contadini a scuola. La scuola rurale in Italia dall’età giolittiana alla caduta del fascismo
L’obiettivo della ricerca è quello di ricostruire la storia dell’istruzione elementare nelle campagne italiane, nelle forme in cui essa è stata teoricamente concepita e materialmente organizzata in Italia tra Otto e Novecento, con una particolare curvatura sull’età giolittiana e sul periodo fascista, cercando tra le altre cose di colmare un vuoto storiografico: se infatti nell’arco dell’ultimo ventennio l’istruzione agraria è stata oggetto di una seria rivalutazione da parte degli storici dell’economia e dell’agricoltura – che ne hanno ricostruito le istituzioni, le forme di insegnamento e le figure di coloro che si adoperarono per la sua promozione al fine di individuare le relazioni tra la diffusione del sapere agronomico ed i processi di sviluppo economico – un’analoga attenzione all’istruzione rurale (istruzione primaria ed elementare) non è stata invece riservata dagli storici dell’educazione. \ud
Adottando una prospettiva di lungo periodo, il fenomeno dell’istruzione primaria dei giovani contadini è inquadrato nei suoi aspetti legislativi, politici e pedagogici. Attingendo ad un disparato numero di fonti archivistiche e bibliografiche è stato possibile ricostruire l’evoluzione storica della scuola rurale, dalla Legge Casati (1859) alla «Carta della Scuola» del ministro Bottai e seguire l’articolato dibattito culturale e pedagogico che viene svolto in quel periodo. In particolare è stato possibile rilevare le varie prese di posizione sul tipo di istruzione da conferire ai giovani contadini e dunque sull’idea stessa di scuola rurale, la cui definizione è soggetta a mutare nel passaggio dall’Unità all’età liberale, fino al fascismo. Intimamente legato a ciò si poneva il problema della formazione del maestro rurale, che è stato parimenti oggetto di analisi nella tesi: esso a periodi intermittenti è visto come una figura non assimilabile al maestro di città e per questo bisognoso di essere adeguatamente preparato con strumenti appositi come i numerosi corsi per l’istruzione agraria tenuti ai maestri elementari o addirittura con scuole speciali. Altro aspetto su cui la ricerca ha focalizzato in modo diffuso la sua attenzione è stata l’attività svolta dagli enti culturali nei primi anni Venti quando vennero delegati dallo Stato a gestire le scuole rurali e l’opera svolta da taluni proprietari terrieri e filantropi che autonomamente fondarono scuole nei primi anni del secolo soccombendo alle gravi lacune dello Stato e creando delle esperienze modello destinate al successo.\ud
La seconda parte della ricerca è dedicata all’illustrazione di quattro esperienze di istruzione rurale che, in virtù degli originali metodi didattici seguiti, si distinsero nel quadro della pedagogia italiana della prima metà del secolo, tanto da assumere i contorni di vere e proprie scuole modello o di “miti pedagogici”. In particolare dopo un capitolo introduttivo, singoli capitoli sono dedicati alla scuola della Montesca fondata dai baroni Franchetti, alle Colonie dei Giovani Lavoratori create da David Levi Morenos, alla scuola di Mezzaselva del maestro Felice Socciarelli e alla scuola di San Gersolè della maestra Maria Maltoni: tutte scuole rurali che riuscirono ad attirare l’attenzione di importanti pedagogisti italiani e stranieri e a far parlare di sé per i metodi attivistici che vi si insegnavano.\ud
La ricerca è stata condotta in circa venti archivi, pubblici e privati, di varie città italiane (Roma, Firenze, Venezia, Milano) e in numerose biblioteche. Sono stati consultati carteggi di uomini politici e di pedagogisti nonché relazioni ministeriali, relazioni dell’attività svolta dalle associazioni delegate dallo Stato a gestire scuole rurali nelle zone più arretrate del paese. È stato realizzato un lungo ed articolato spoglio della produzione normativa dello Stato (“Bollettino Ufficiale del Ministero della Pubblica Istruzione”) e delle principali riviste magistrali e pedagogiche del tempo (“La nuova scuola italiana”, “I diritti della scuola”, “Scuola italiana moderna”, “La pedagogia italiana”, “Annali dell’istruzione elementare”).\u
L’organizzazione scolastica come luogo di narrazione del Sé.
Lo studio e il lavoro di ricerca svolti nel corso del triennio di Dottorato hanno avuto come oggetto di analisi l’organizzazione intesa come ambiente e contesto di lavoro. Una sorta di rappresentazione socialmente diffusa paragona l’organizzazione ad una macchina complessa, dotata di specifici ingranaggi che per il raggiungimento complessivo degli scopi si muovono all’unisono rispondendo a precise regole di funzionamento interno. La rappresentazione appare consona soprattutto se lo scopo che sorregge la metafora è il trovare risposte esaustive al desiderio di funzionalità. Da una qualsiasi organizzazione infatti ci si aspetta di ricevere un risultato finale soddisfacente, in termini di prodotto o di servizi. Quando, però, gli ingranaggi sono soggetti sociali, persone portatrici di valori personali e modi di pensare differenti, allora il desiderio di funzionalità è passibile di interpretazioni diverse. Ci si chiede funzionale per chi o per cosa. Se poi il processo attraverso il quale prende forma l’organizzazione include una molteplicità diversificata di stakeholder, allora la funzionalità diventa ancora più complessa nel tenere insieme le esigenze degli uni o degli altri, dovendo a monte trovare uno scopo comune che dia senso all’agire complessivo. Se si prova ad assecondare l’immagine della macchina l’idea ricade sul fatto che l’organizzazione può senza dubbio essere ritenuta uno strumento efficace, che riesce a coordinare razionalmente gli sforzi di più persone in vista di un risultato finale. Fermarsi, però, in modo generico su questa considerazione può avere come conseguenza immediata il dar seguito ad una serie di problematiche, tra le quali emergono almeno due questioni fondamentali.\ud
La prima dà voce al presupposto secondo il quale le organizzazioni possono essere funzionanti in modo similare le une con le altre, suscettibili delle stesse criticità e governabili secondo meccanismi di controllo implementabili dall’esterno. Il rischio è quello di pensare che lo strumento sia a tutti gli effetti una entità in grado di durare nel tempo, attraverso norme reiterabili. In questo modo l’attenzione e l’interesse cadono sul funzionamento dei meccanismi in ragione di regole, come l’efficacia e l’efficienza, e non si considerano in primo luogo le reti comunicative, affettive e relazionali che muovono le persone che svolgono azioni e operano individualmente e in gruppo all’interno delle organizzazioni. Sono le persone che spesso compiono uno sforzo per garantire solidità e che talvolta assumono atteggiamenti che non rispondono alle regole desiderabili o prescritte per il funzionamento. \ud
La seconda questione induce a pensare che accentrare l’idea sull’entità può contribuire a creare una profonda scissione tra gli individui e l’organizzazione stessa. Sarebbe come credere che le persone possano essere separate o ritenute secondarie agli stessi meccanismi di funzionamento. \ud
Nella vita quotidiana di ognuno di noi è costante il rapportarsi con le organizzazioni, soprattutto quando sono lo specifico ambiente di lavoro, e in questo caso può essere davvero difficile descrivere e spiegare il comportamento quotidiano delle singole persone e dei gruppi prescindendo dalle modalità di rapporto che si hanno. Nel percorso di ricerca, ho ritenuto essenziale per una definizione di organizzazione il portare in primo piano i processi relazionali di tipo cognitivo, sociale e politico, osservando i comportamenti degli individui e dei gruppi che operano nell’organizzazione. Uscendo dagli schemi interpretativi generalmente diffusi e tesi a porre su uno stesso piano di osservazione le scuole e le aziende, ci si è avvalsi del costrutto paradigmatico della psicologia culturale nello studio delle organizzazioni, richiamando con l’aggettivo “culturale” il legame storico e teorico con la psicologia di derivazione vygotskijana. Una psicologia che con le sue contaminazioni con la teoria dell’attività e con le correnti etnometodologiche rappresenta un punto di vista sulle cose e mostra come le attività cognitive degli esseri umani sono sempre mediate dagli strumenti della cultura alla quale appartengono, tra questi il linguaggio inteso come azione sociale. Il discorso dunque che intercorre tra gli attori sociali diventa uno strumento indispensabile per comprendere e realizzare i processi di costruzione della realtà, per condividere aspettative e risolvere problemi nei contesti organizzativi. Motivo per il quale l’organizzare diventa una costruzione sociale di significati (Weick, 1969, 1995) che innescano processi di cambiamento (Kaneklin, Scaratti, 1998), di apprendimento trasformativo (Mezirow, 1991) e di consapevolezza di Sé (Quaglino, 2005).\ud
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La ricerca qualitativa: una coerente scelta di senso\ud
Lo studio delle relazioni tra gli individui, tra le persone e la propria comunità impegnata in processi di cambiamento e, ancora, lo studio delle interazioni che avvengono a livello organizzativo pone un’attenta considerazione sulle metodologie di ricerca a carattere qualitativo. \ud
Gli strumenti adoperati sono riconducibili al paradigma interpretativo-costruzionista nella convinzione che non esiste una realtà, ma molte, anche diverse tra loro e qualche volta in situazioni di conflitto, ma che in ogni caso sono socialmente costruite dalle persone che prendono parte attiva al processo di ricerca. Un punto focale della metodologia applicata è il ruolo che il ricercatore svolge. Della realtà che osserva egli ne è parte, deve essere riflessivamente consapevole che il proprio lavoro scientifico e di ricerca, al pari di quello delle comunità studiate, è situato e regolato culturalmente da convenzioni. I resoconti di ricerca sono sempre “nostre costruzioni delle costruzioni di altre persone su cosa loro stiano facendo” (Geertz, 1973, pg. 9) e, quindi, sono resoconti provvisori, parziali e multivocali (Mantovani, 2003; Zucchermaglio, Alby, 2005; Zucchermaglio, 2006). Quello che diventa rilevante nell’atteggiamento che assume è il ricorso alla riflessività come elemento di monitoraggio di un percorso che deve necessariamente richiamare a sé l’etica, perché non vi sia una mancanza di assunzione di responsabilità (Kaneklin 2010). Responsabilità verso l’oggetto della ricerca, verso i partecipanti, i contesti, i risultati e i rischi. \ud
I soggetti sociali, coloro che vivono in relazione con l’oggetto della ricerca, sono i partecipanti, e lo sono per il fatto stesso di generare i significati che consentono di comprendere il mondo in cui vivono. La conoscenza che quindi ne deriva è un processo interattivo, conversazionale, negoziale e situato in contesti socio-culturali dati. Su queste premesse si rivela essere un’ottima procedura sperimentale la Ricerca-Azione che si distingue per lo sforzo di riuscire a favorire equilibrio e simmetria nelle relazioni tra tutti i soggetti presenti nel campo. La R-A tenta di chiarire processualmente ruoli e responsabilità, si sforza di ripensare in termini di reciprocità il rapporto tra conoscenza e azione, cerca di sviluppare una riflessione sui processi di produzione della conoscenza, di produrre cambiamenti e acquisire conoscenze in rapporto all’oggetto di indagine. La R-A si sviluppa in modo ciclico e ricorsivo su conoscenze generate nella relazione e, quindi, assume come centrale per la conoscenza la relazione con l’altro, attingendo dai valori della democrazia e della partecipazione tradotti in prassi metodologica.\ud
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La Ricerca-Azione\ud
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Il lavoro di osservazione e analisi è stato svolto in una Scuola Secondaria del territorio di Macerata. Lo scopo è stato quello di analizzare le pratiche situate di lavoro, di osservare, studiare e comprendere le pratiche di costruzione sociale delle decisioni e il modo in cui gli attori sociali coordinano reciprocamente le loro attività. Grande attenzione è stata posta sulle implicazioni e sui cambiamenti riscontrati sul modo in cui l’organizzazione ha riscoperto il ruolo della formazione, della distribuzione delle informazioni al proprio interno e della comunicazione, portando in primo piano la natura sociale, il ruolo centrale dei discorsi in interazione. La ricerca è stata ideata e condotta attraverso la scansione delle seguenti fasi: ingresso, osservazione, sviluppo dell’intervento e conclusione. Portando l’attenzione sul riconoscimento della cultura dell’organizzazione osservata si è puntato a capire: il sistema di valori; le decisioni assunte dalla comunità tenendo conto delle esigenze interne e di quelle esterne; i nuovi valori derivati dalle decisioni assunte; le pratiche e i modi di gestire le relazioni; gli artefatti attraverso i quali si incorporano e si dà sostanza ai valori nei quali le persone si riconoscono.\ud
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Ingresso\ud
Gli atti che hanno sancito l’ingresso sono stati: la richiesta formale registrata al protocollo della Scuola e la sottoscrizione della liberatoria per l’uso dei dati prodotti per i soli fini scientifici, per il rispetto della legge sulla privacy e per tutte le norme del codice etico della ricerca e dell’insegnamento in Psicologia dettate dall’AIP. \ud
Entrare in un’organizzazione porta sempre con sé l’ingresso in un mondo di norme. Se alcune sono state esposte in modo chiaro e trasparente, molte altre sono risultate non esplicitate in forma ufficiale. Rilevarne la portata è stato d’ausilio per identificare la linea di demarcazione tra il consentito e il non ammesso, o il non gradito.\ud
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Osservazione\ud
Il tentativo di attuare una ricerca-intervento in assenza di una domanda iniziale e di una committenza ha richiesto un lungo tempo per l’osservazione. La presenza è stata discreta e costante per familiarizzare con il contesto (persone/linguaggio/luoghi/tempi/ruoli/strumenti/prassi). E’ stato necessario conoscere la normativa, il linguaggio e i processi interni. Valori, significati e attributi sono stati cercati anche attraverso un’ampia lettura dei documenti prodotti dal Liceo , che rendono chiaro come la Scuola definisce la propria identità. Il percorso di osservazione ha avuto come orientamento di fondo l’approccio costruttivista. I punti assunti come linea guida (Reason, 1997) sono stati: il coinvolgimento diretto, il rilevare cioè quali attività fossero praticate come interazione con il sistema e tra queste quali lasciassero spazio a decisioni con effetto immediato sul sistema; i fattori di criticità, nello specifico attività connesse al rischio di turbamento del clima e del benessere del sistema; la frequenza, ossia quante volte tali fattori potessero presentarsi durante la pratica quotidiana. Ci si è posti il problema di capire in che modo le persone costruiscono le loro interazioni con il contesto e in che modo sarebbe stato possibile operare con la comunità per il riconoscimento della dimensione partecipativa, sociale e situata. Non sono mancate manifestazioni di dissenso. Lavorare in situazione impone una costante ricerca di equilibrio tra sfumature emotive e interpretazioni, avvicinando interlocutori con i quali si intrecciano relazioni, che alimentano proprie aspettative e orientano le scelte operative. \ud
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Strumenti utilizzati\ud
a) Il questionario\ud
La comunità all’esordio della propria fase partecipativa ha palesato un orientamento deciso per l’uso di strumenti di ricerca di tipo quantitativo. Il questionario è stato costruito con domande socio-anagrafiche e scale self report finalizzate a misurare vari costrutti relativi agli atteggiamenti verso l’identificazione con la comunità di lavoro (la propria Scuola), l’identificazione con il gruppo di lavoro, l’impegno affettivo organizzativo, l’impegno affettivo per il gruppo di lavoro, il conflitto famiglia-lavoro, la soddisfazione lavorativa, il benessere sociale . I valori sono stati tratti da P.O.F. Ne sono stati scelti dieci e a ciascuno sono state abbinate due possibili risposte, una per rilevarne l’importanza che ciascuno attribuisce pensando a se stesso e l’altra pensando ai colleghi. Per mantenere una valenza multimetodo è stata inserita una domanda aperte, per descrivere situazioni interne all’organizzazione ritenute problematiche, ed è stato chiesto di fornire, pensando in modo libero, cinque parole o brevi frasi associate a: identità professionale, gruppo di lavoro, comunità scolastica.\ud
Il questionario è stato distribuito a tutta la comunità degli operatori composta da circa 80 persone, ma solo 25 sono stati analizzati per la completezza delle risposte rese. Le risposte ottenute dalle scale sono state inseriti nel programma statistico SPSS (Statistical Package for Social Sciente, versione 11.5), ma considerata l’esiguità del numero dei questionari ritenuti validi da poter essere utilizzati e quindi del campione da considerare, si è ritenuto di non svolgere analisi fattoriali, né correlazionali. I risultati delle scale sono stati accorpati in percentuale per offrire una descrizione del campione e i problemi sono stati suddivisi in categorie di significato, assumendo come criterio l’affinità dei contenuti. Le libere associazioni hanno invece consentito non solo l’accesso a componenti di tipo informativo, ma anche a veri e propri universi semantici, motivo per il quale il tipo di analisi condotta è stata sia esplorativa, sia descrittiva. Il riscontro della comunità è stato espresso in un generale consenso per la condivisione pubblica della lettura dei dati. \ud
b) Focus group \ud
Percepito l’ambiente emozionalmente carico (Krueger, 1994)
si è deciso di procedere con focus group per stimolare l’interazione tra i partecipanti. E’ stato stabilito il seguente grado di strutturazione: gruppi eterogenei e gestiti dal moderatore. Gli obiettivi condivisi sono stati il motivare la partecipazione di tutti nella formulazione di idee; il focalizzare l’attenzione sull’oggetto di discussione; il ragionare sui fatti; lo sviluppare la logica della negoziazione; l’evidenziare le differenza e lo stimolare la ricerca di punti di contatto tra le proposte espresse. Infatti, in relazione al modo in cui si vive il contesto ciascuno comunica il proprio grado di identificazione, il senso di appartenenza e di condivisione della cultura di quella porzione di mondo. I dialoghi intercorsi intorno alle tre componenti concettuali (gruppo, comunità, organizzazione) hanno reso al termine la possibilità di ricomporre collegialmente l’idea emergente sul clima dell’organizzazione attraverso una descrizione delle caratteristiche. Il senso di insoddisfazione e il desiderio di cambiare sono ricaduti su tre versanti identificati con: la comunicazione, le modalità di diffusione delle informazioni, la partecipazione. \ud
c) La formazione\ud
Alternare momenti di conoscenza, di informazione e di azione è una prerogativa della Ricerca-Intervento che fa della formazione uno spazio progettato e realizzato per recuperare il senso dell’agire all’interno dell’organizzazione. E’ uno spazio ritenuto necessario per equilibrare le posizioni tra il ricercatore e i partecipanti, motivare la partecipazione attraverso processi di scoperta e di riflessione rispetto ad un corredo conoscitivo presistente. Sono stati svolti con i partecipanti momenti di formazione sul gruppo, sul sapersi riconoscere come gruppo di lavoro e sul lavoro di gruppo. Gli scopi sono stati: aumentare in ciascuno il livello di consapevolezza; rendere più sottile la discrasia tra le persone e l’organizzazione; ancorare la ricerca empirica a pratiche di cambiamento organizzativo; riflettere sulla committenza organizzativa. Il gruppo si è rivelato essere uno strumento di formazione complessa (Pojaghi, 2005) e il cambiamento una zona di sviluppo prossimale dell’attività collettiva. Gli incontri hanno avuto un riscontro positivo per le sollecitazioni recepite anche nel modo di progettare interventi da gestire nelle classi, considerando le difficoltà degli studenti nello svolgere lavori di gruppo improntati secondo criteri di improvvisazione, di sopravvivenza alla situazione, di emergenza nel dover fare. \ud
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d) Le narrazioni\ud
Riconosciuta la Scuola essere una comunità di pratiche, luogo in cui le persone interpretano se stesse come attori sulla scena del mondo (Minnini, 2008) e intervengono con progetti all’interno degli eventi, si porta in evidenza come essa sia un luogo di produzione di narrazioni. Osservando dall’interno la realtà organizzativa e dialogando con le persone è successo di imbattersi in racconti personali, storie di vita lavorativa, storie sul gruppo di lavoro, in metafore. La narrazione è un efficace strumento che consente di accedere a spazi invisibili assimilati dall’esperienza, filtrati e modificati dalla cultura tanto da diventare corredo naturale e quindi non esplicabile attraverso norme. Attraverso i dialoghi è stato possibile identificare molti fattori critici, mettere in evidenza le connessioni e le distinzioni tra storie organizzative singolari e private. Le biografie raccolte hanno dato la possibilità di costruire un repertorio delle pratiche in uso, dando significato ad aree critiche. \ud
Al termine la Comunità ha proceduto ad una verifica interna del lavoro svolto e alla costituzione di un gruppo di progetto, manifestando l’intenzione di voler cercare nuove soluzioni organizzative su come migliorare il rendimento scolastico degli allievi della Scuola. Avvertendo la responsabilità del processo avviato all’interno dell’organizzazione, sentendo di non poter venir meno ma, al tempo stesso, volendo garantire ai docenti ampi margini di azione autonoma si è dialogato con il gruppo di progetto per trovare un’intesa tra richieste espresse e quanto invece ritenuto opportuno. \ud
Al termine dell’incontro si è comunemente deciso di scindere i piani d’intervento: la Comunità avrebbe costruito il suo percorso intorno all’obiettivo prefigurato nella necessità di trovare strategie nuove nella didattica, la ricerca-intervento sarebbe proseguita nell’analisi dei processi, riconoscendo il percorso intrapreso dalla Comunità già come un elemento concreto di cambiamento organizzativo. \ud
La ricerca - intervento si è rivelata essere uno strumento di mediazione dalla quale il gruppo di progetto ha saputo tirar fuori nuove prospettive di azione, di programmazione, di ricerca situata, trasformandosi, per la Comunità di cui fa parte, in mediatore di sviluppo organizzativo. \ud
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Esiti: il cambiamento\ud
L’intervento realizzato all’interno dell’organizzazione ha prodotto una serie di cambiamenti sia a livello formale, sia a livelli più profondi di tipo cognitivo. L’esito più importante è avvenuto nel modo in cui sono stati interpretati il lavoro, i ruoli e i rapporti tra i colleghi. Le soluzioni prospettate dalla Comunità per i problemi organizzativi, la sperimentazione di diverse forme di gestione hanno difatti offerto la possibilità di vedere la propria organizzazione attraverso una realtà diversa. \ud
Nella valutazione dello sviluppo dell’intervento la Comunità ha ritenuto importante aver riflettuto sui seguenti aspetti: sapere che le azioni che si compiono hanno una logica che attinge dalla cultura e dall’esperienza di ciascuno; capire che azioni diverse o contrastanti possono essere riflettute e mediate attraverso un’analisi orientata sul problema; lavorare cercando di assicurare un clima nel quale ciascuno si senta libero di segnalare problemi o criticità; affrontare le criticità e le sue possibili conseguenze attraverso le risorse della comunità. Rispetto alle tre questioni problematiche (informazione, partecipazione, comunicazione) il percorso della ricerca si è rilevato un mediatore indispensabile. Sul versante informazioni il cambiamento più evidente si è registrato nel prendere atto del dover formalizzare le pratiche in uso e nell’introdurre le nuove, considerando entrambe le forme di pari dignità. Una discussione interna tra il personale e la Dirigente circa la necessità di utilizzare strumenti utili non solo ad ampliare il raggio di diffusione, ma a calibrare le ricadute in termini di funzionalità, ha prodotto una sorta di revisione delle routines: quelle dei docenti supportate da aspettative e quelle del personale amministrativo dettate da necessità. Una opportuna diversificazione è stata operata tra informazione interna e quella esterna, tra quelle di natura ordinaria e quelle urgenti, e per ciascuna sono state abbinate responsabilità soggette a revisione disciplinare, sia per l’emittente, sia per il ricevente. \ud
Sul problema “partecipazione” il processo è stato più complesso. Far dono delle narrazioni, dialogare mettendo a fuoco il modo in cui la Comunità si riconosce come tale è stato un lento procedere in un campo semantico nel quale l’esperienza e i molteplici significati ad essa connessi hanno nel tempo sedimentato le relazioni. Insieme alla Comunità si è riflettuto su due punti: scopi e ruoli. Un passo decisivo è stato quello di soppesare la partecipazione alla vita organizzativa interpretandola in modo indipendente dalla didattica. E’ stato come entrare in un mondo separato dal quotidiano della classe, dalle relazioni con i propri alunni, spostando l’osservazione su una porzione più ampia di mondo. I dialoghi intercorsi nei focus group hanno posto le persone nell’ottica di considerare in modo diverso le relazioni e la partecipazione alla Comunità attraverso le pratiche quotidiane di incontro, di ascolto, di dialogo. Riflettendo a lungo sui ruoli e sulle regole la Comunità ha colto che il primo cambiamento doveva investire i criteri e, solo al termine del percorso, ha scoperto di averlo fatto attraverso un lungo processo di negoziazione. \ud
Osservare, scrutare, dubitare, scontrarsi, divergere e condividere, negoziare, proporre, confrontare, discutere, scegliere sono state azioni che hanno saputo creare uno spazio per il dialogo all’interno dell’organizzazione. La Comunità si è espressa modificando di volta in vo
Riflessioni sulla autopoiesi, possibili implicazioni del pensiero sociologico giuridico di Gunther Teubner.
La presente tesi propone un excursus dell'analisi teubneria dei sistemi giuridici transnazionali. Partendo dal sistema giuridico inteso come sistema autopoietico nell'iperciclo e valutate le prospettive si procede valutando le problematiche relative agli aspetti della risoluzione della conflittualità nei sistemi giuridici autopoietici. L'analisi si sposta dunque alle difficoltà che il sistema autopoieticamente inteso incontra nel panorama della realtà globalizzata. Si pone quindi l'accento sui nuovi attori della giuridificazione internazionale, il pluralismo giuridico e la necessità di regole di collisione. Prendendo spunto dalle più recenti analisi di Teubner viene analizzato dunque il nuovo costituzionalismo dei sistemi giuridici transnazionali e la verifica se tali ordinamenti extrastatuali possano essere paragonati o identificati come nuovi attori della giuridificazione internazionale. In particolare poi si pone l'accento sulla giuridificazione di quegli ambiti sociali che tradizionalmente non trovano un diretto interlocutore nel sistema giuridico autopoieticamente inteso. Dopo un breve excursus sul costituzionalismo tradizionalmente inteso si procede alla ricerca di quegli elementi e connotati che potrebbero essere definiti la nuova configurazione dei sistemi costituzionali in un'ottica transnazionale. Una valutazione sociologica delle dinamiche di costituzionalizzazione delle organizzazioni fungono da trampolino di lancio per la verifica della bontà delle tesi teubneriane. Nell'ultimo capitolo viene quindi analizzato il sistema della comunicazione intesa quale medium del senso che possa dare sostenibilità alla giuridificazione dei sistemi giuridici nazionali e transnazionali
Giuseppe Lucatelli Architetto (1751-1828): un segno europeo nella Marca dei Teatri
Vari i motivi che hanno indotto a scegliere il tema: la passione profonda per la musica, presto estesa agli spazi che ne favoriscono la produzione e l’ascolto, e - insieme -\ud
l’incoraggiamento dei docenti del dottorato verso temi volti a valorizzare il territorio, e la Marca batte molte regioni per la diffusione e la qualita' architettonica dei teatri. La predilezione particolare per Giuseppe Lucatelli (Mogliano 1751- Tolentino 1828), affermatosi come pittore ma felicemente approdato all’architettura e all’architettura teatrale, e' sopraggiunta con la ricognizione di tanti suoi edifici e la scoperta di intuizioni e sintesi compositive proprie d’un progettista rivelatosi, a sorpresa, non convenzionale e d’orizzonte europeo. Il merito che i grandi dell’arte, della cultura e della politica del suo tempo riconobbero a quella produzione e, per converso, gli scritti modesti e d’occasione ad essa in seguito dedicati hanno rafforzato la scelta; la recente parziale distruzione del primo e forse piu' convincente edificio da lui realizzato l’ha resa, infine, ineludibile.\ud
Un violento incendio, divampato nel Teatro Nicola Vaccai di Tolentino il 29 luglio 2008, alle ore 18 circa, dopo l’allontanamento degli operai che nel cantiere li' aperto\ud
avevano atteso ad impermeabilizzare il tetto, determinava il crollo di parte del singolare edificio, realizzato appunto da Giuseppe Lucatelli sul finire del ‘700 ed inaugurato in eta' napoleonica. Ancora una volta un’antica sala da spettacolo all’italiana, edificata per produrre azioni sceniche, evocare illusioni, eseguire ed ascoltare al meglio composizioni musicali, per riunire, ricreare e - possibilmente - assimilare tra loro cittadini nella percezione del bello e del dilettevole, ha rivelato la sua estrema vulnerabilita', condizione forse non estranea all’incanto che sale così concepite continuano a diffondere. Le pagine che seguono tenteranno di restituire vita almeno ideale ai poveri resti del “Vaccai” risparmiati dal fuoco.\ud
Ringrazio tutti coloro che, con cortesia e competenza, hanno facilitato lo svolgimento della ricerca, in particolare l’arch. Pierluigi Salvati, responsabile della Soprintendenza per i Beni Ambientali e Architettonici delle Marche per le province di Ancona e Macerata, nonche' curatore del restauro del Teatro Vaccai di Tolentino, mons. dott. Sandro Corradini, conoscitore degli archivi romani laici ed ecclesiastici, la dott.ssa Laura Mocchegiani\ud
dell’Archivio comunale di Tolentino e la dott.ssa Cecilia Guarino dell’Archivio comunale di Mogliano.\ud
Ringrazio i professori Maria Luisa Neri e Francesco Maria Quinterio per aver orientato, durante i corsi universitari, il mio interesse verso la Storia dell’Architettura.\ud
Ringrazio soprattutto il professor Federico Bellini per aver accettato e svolto con generosita' la funzione di Tutor.\ud
* Per il cantiere attualmente aperto nell’edificio cfr. P. SALVATI - A. MAZZONI - D. BATTISTELLI, Tolentino (MC) - Teatro Vaccaj. Lavori di restauro, recupero funzionale, riparazione danni, ricostruzione, ammodernamento, miglioramento e adeguamento alla normativa di sicurezza.\ud
Prima parte: dall’emergenza alla consegna dei lavori, in “Rimarcando”, 6 (2011), pp. 26-39
Synthesis and Characterization of Zn-doped LiFePO4 for Li-Ion Battery Cathode Material
Fast developing portable electronics technology and environmental impact of fossil fuels are driving huge interest in cheap, efficient, “green” energy storage devices that can store energies from renewable energy sources and power portable electronic devices and electric or hybrid plug-in cars. Rechargeable li-ion batteries are definitely the most efficient power tools with their outstanding energy density, high capacity, and good cycle life, and they are by far the most commercialized energy tools with vast applications. However, due to toxicity, safety issues and higher materials cost of currently commercialized LiCoO2 based li-ion batteries, finding alternative battery cathode materials with improved cathode properties has been a pressing issue in battery technology researches.\ud
Since the identification as Lithium intercalation cathode, olivine phosphate materials, especially LiFePO4 has attracted great attention as promising cathode materials for next generation Li-ion batteries. Properties of LiFePO4, such as cheap material cost, environmental friendly, being safe in wide range of conditions, flat voltage profile at about 3.5V of the Fe2+/Fe3+ redox couple, high theoretical capacity of 170mAhg-1, make this material theoretically a superior cathode materials than most cathode materials being studied today. However, this type of materials has serious shortcuts, e.g. low electron conductivity and lithium ion diffusivity problem. These problems limit the rate capability of LiFePO4 which is crucial for commercial application. Therefore, improving the conductivity and high rate performance of LiFePO4 has been a subject of intense studies in the last decade and several approaches have been proposed, such as reducing particle size to Nano scale, surface coating with conductive carbon and metals, and doping Li or Fe with other elements to increase lattice conductivity.\ud
Although the effect of reducing particle size and carbon coating has been confirmed by a number of studies, there have been debates and controversies over the effect of doping on the electrochemical properties of LiFePO4. Regarding this problem, joint research between Geology, Chemistry and Physics Departments of the University of Camerino has been carried out to study the effect of selected doping such as Zn, V and Ni on the structure and electrochemical properties of LiFePO4. This thesis is a part of this project and concentrated on the structural, morphological and electrochemical studies on Zn-doped LiFePO4 materials.\ud
In this study, we have successfully produced synthetic LiFe(1-x)ZnxPO4 (0≤x≤ 0.26) samples using solution deposition method and subsequent calcination in the tube furnace with reducing atmosphere. About 18 wt.% of glucose was added to precursors as reducing agent and for coating the particle surface.\ud
FESEM analysis has been carried out to study the morphology of the samples. Studies show that except 5mol. % Zn-doped sample, all samples have uniform morphology consist of fine hexagonal plate-like particles as it is shown in Figure 1. Also, carbon coating was homogenous in these samples. ICP mass spectrometry analysis shows Zn/(Fe+Zn) molar ratio are in good agreement with aimed stoichiometry.\ud
Powder-XRD analysis through Rietveld structure refinement has allowed us to quantify the amount of impurities and refine the crystal structure. Impurities such as Li3PO4 and Fe2P, which are common in the samples calcined at high temperature under reducing atmosphere, have been detected. Refinement results show 1.46 wt.% and 1.3 wt.% of Li3PO4 is present in the 1mol. % and 3mol. % Zn-doped samples respectively, whereas 1.5 wt.% Fe2P is found in the 5mol. % doped sample. No Zn-related impurity has been detected up to 15mol. % Zn-doped samples. However, increasing LiZnPO4 was observed in the samples with x≥0.2. Ritveld refinement results revealed that the stoichiometry of 20 and 30mol. % Zn-doped samples are actually LiFe0.81 Zn0.19 PO4 and LiFe0.74 Zn0.26 PO4.\ud
Powder diffraction and Rietveld refinement also allowed us to refine crystal structure and study the variation of cell parameters upon Zn content. Results show that the unit cell volume decreases anisotropically with increasing Zn content (-0.7% of initial volume), as it is shown in the Figure 3 and Figure 4. Cell parameter (orthorhombic Pbnm space group, #62) b0 and c0 decrease with increasing Zn content, whereas a0 parameter is almost constant. This is due to distortion of M2 site induced by Zn substitution and structural influence on neighboring polyhedral. This is in consistent with the variation of average interatomic distances. The average Li-O and Fe-O interatomic distances in M1 and M2 site are almost constant, whereas the P-O distance in PO43- tetrahedral decreases by the Zn-substitution in M2 site as a result of geometric distortion. Results also show that O2-O1-O2 bond angle along the [001] direction decreases with increasing Zn-content, thus results in decreasing c0 axis. Considering the fact that lithium diffusion during charge/discharge in the LiFePO4 mainly takes place in a one dimensional tunnel along the c axis, this shortening of diffusion path could be in favor of faster rate performance of LiFePO4,\ud
Average particle sizes of all samples have been obtained from the Reitveld refinement. As shown in Figure 4, except 5mol. % Zn-doped sample, diffraction peaks from all other samples have similar full width at half maximum (FWHM), which means they have similar average crystallite size. The calculated average crystallite sizes for all samples are in the order of few tens of nanometer, where 5mol. % doped sample has the smallest average crystallite size of 23nm. This result is in consistent with FESEM study of these samples, which shows fine particles with the size of <100nm.\ud
Mössbauer analyses were carried out to study the Fe oxidation state and local coordinates. Results show the majority of Fe ion is divalent and located in octahedral site that is typical for LiFePO4 structure. However, 10 to17 wt. % of trivalent Fe is detected from all samples, where highest oxidation is observed in LiFe0.9Zn0.1PO4 sample. Results show the oxidation level of the samples seems to be independent of Zn content. The reasons of the presence of this significant amount of Fe3+ and its nature are shortly discussed.\ud
Preliminary electrochemical analysis of the low Zn content samples has been characterized using cycling voltammetry (CV) and chronopotentiometry (galvanostatic cycling). Among them, 1mol. % Zn-doped sample (LiFe0.99Zn0.01PO4) showed improved electrochemical performance compared to pristine LiFePO4. It delivers a capacity that is 5mAhg-1 higher than the pristine LiFePO4. This may be related with the reduced electrode polarization of LiFePO4 by Zn-doping
Cities as complex systems: notes on the dynamics of urban evolution
Pondering on cities as complex systems in general; the way their morphological and functional aspects are in continuous change, we see cities come up with new and\ud
unexpected spatial and functional patterns. Urban planning in its contemporary form can organize and attenuate the results or the tendencies of urban processes which arise\ud
from social metamorphoses. Yet, often, procedures inflected by planning to move the events in a certain direction often fails to accomplish that for more than short periods of\ud
time after which it may lead to undesired or even opposite results.\ud
This is because our knowledge of the complex nature of the urban system is still insufficient to formulate a new approach to planning that is truly effective and efficient\ud
as a tool to “negotiate” spontaneous processes. So, what we need is a deep understanding of what is going on in our cities which are being transformed so fast and whose transformations are but a surface change hiding a much bigger number of changes and processes touching virtually everything from (among others) social networks to movement patterns to land prices to many small physical and functional changes which go unnoticed.\ud
The sophistication we discern in the city is similar to that in many natural and man-made systems which we might call complex, and any attempt to imagine it would fail if it is not based on an explanation which is valid for all these systems; from here rises the core of this research which relies on a thorough investigation of complexity\ud
theory in an attempt to understand cities as complex systems.\ud
Thus the main objectives of this research are to try answering these questions: How do the diverse “components” of the city come together to make up urban evolution? What are the dynamics of the incessant urban change in all its forms? In such a complex system, is it possible to identify the real processes acting at the local scale but causing transformations at the global scale?\ud
Yet, identifying real processes at work at many levels of complexity and at different scales is inseparable from studying resulting geometric patterns, therefore, another\ud
fundamental objective of this research is to gain insight into how form and process are intertwined.\ud
The apparent complexity and the reality defying planning and outweighing it, all mean that the problem of urban complexity should be confronted in an interchangeable\ud
method which has its roots in various other fields, such as: complexity theory, dynamical systems and topology. The research methodology is about exploring those fields and highlighting their interconnections with the concept of complexity in general and later arguing deep similarity with the urban case.\ud
Constructing abstract representative models is at the heart of the research in complexity; cellular automata (CA) and multi-agents simulations (MA) are the main simulations used for exploring complexity. It is argued that the computer-aided simulation is a kind of representation which has the ability to reflect a non-linear process, this research introduces a different method than pure representation, which is to approach complexity from all possible directions while benefiting from the conclusions reached by simulations.\ud
We proceed by giving an in-depth investigation of complex systems in general, by discussing their universal phenomena such as: catastrophic events, fractals, “oneover-f ” noise, power laws, punctuated equilibrium, and self-organized criticality. Along with a focus on their abilities of self-organization and of reaching a sophisticated kind of order through their own internal logic even if their initial conditions were no more full homogeneity or extreme randomness; this order is usually achieved and maintained\ud
by forming large-scale patterns. Therefore, complexity theory shifts the emphasis of research from studying independent variables into to interdependent variables; a\ud
dynamic rather than a static conception. It also concentrates on extracting the fundamental mechanisms of all complex systems, such mechanisms are themselves\ud
intricate and not easily discerned.\ud
Reading present “mutations” in cities in general, we attempt to discern a prevailing pattern. Cities, nowadays, continue to loose their historic cores as they continue to spread making the physical form of the future city will take unclear.\ud
Therefore the currently prevailing mutation pattern is one that is at the global level, but the real changes take place at the local level. Urban change in general occurs through relocation of activities which usually causes chain-reaction effects which range from small into catastrophic urban changes. As suggested by the self-organized criticality's proponents, the duration and size of activities involved in such chain reactions follow\ud
power laws. We also study the dynamic relation between rates of change of the physical reality of the city on one hand and its body of functions on the other, in addition the\ud
relation between the rate of change of the city as a whole and its elements taken individually. This detailed study acts as an adaptation of the theory of self-organized\ud
criticality to the urban case. Which is further enriched by incorporating the influence of the movement networks in cities on its dynamics, that is, the tendency of the structure of the grid itself to be the main influence on the pattern of movement.\ud
The Core of the study and its most lengthy chapter is an elaboration of all previously discussed concepts and ideas along with conclusions derived while carrying out the discussions. We take off, in this part, first by focusing on some individual urban evolutionary processes by drawing insights from computer-aided simulations, thus, a bunch of example models (which are based on discovering very simple local rules) by various researchers are discussed, this includes Edge city model, Urban potentialdevelopment\ud
model, Active walker model, sugar-scape model and urban growth pattern according to critical thresholds model. The conclusions from those models creators are then further analyzed.\ud
Thereafter, this research reaches its kernel when it becomes possible to identify the individual “concepts” which are the correct keys to the problem – the basic of the\ud
basic and thoroughly explore them. The attempt is to frame the elusive notions of structure, order, network, hierarchic organization and morphogenesis especially from a\ud
topological point of view. And deriving conclusions about the issue of process and form through defining the kinds of “shape changing processes” which have complex spatial\ud
consequences.\ud
An attempt to frame the important concepts of structure, order and structural stability in complex systems especially those with specific spatial manifestations; thus,\ud
a discussion about the difference between the notion of a “network” to that of a “structure” is outlined, and an investigation of the detailed interdependence between order and structure is carried out, pointing out that it is the structure which takes precedence rather than order in determining the existence of the other. Structure as a\ud
concept is compared to the notion's of rules and sequences in computer systems since a relationship gives a fundamental to the following step or relationship and since the order in which the rules appear can drastically change the overall outcome so this directly implies a global kind of process; finding a global solution to fit in the relations in question so that they keep existing and in the process also support each other, an example is the deformed wheel pattern of roads found in self-organized cities. And it is argued that structural stability is determined by the way the structure has been created, that it is inherent in the structure itself rather than – as it may seem – dependent on external factors.\ud
The understanding of structural qualities in cities is linked to morphogenesis and the recognition of the dynamics created by space itself, and here morphogenesis is used\ud
as the basis to distinguish true generative processes working in reality to create form.\ud
In order to evolve the previous discussion, two particularly interesting characteristics which cities often exhibit are investigated, namely: the rank-size rule of\ud
cities (zipf's law), and fractal structure. The reason behind the appearance of Fractality in urban spaces is a key in understanding their complexity, therefore it is studied under its connection to:1. morphogenesis because in all cases, the notion of scaling is directly connected to that of fractality, and 2. the notions of density and chain reactions arguing that not only that fractality reflected in density and its capacity limits is connected to the location with respect to the center, but, more importantly, the nature of fractality is connected to, or rather, is influential on the extent of the chain reactions in cities.\ud
One of the most important issues in understanding the form-process problem is that related to energy, it is natural for things in general to seek the situation with the least potential energy, therefore, finding the best “shape” that is the shape which will result in the least potential energy is crucial for the systems functioning. In selforganized cities there is a quality of “optimization” that is always sought and preserved through the city's evolution, this quality provides us with a clue relating self-organized urban structure, its stability and the principle of minimization of energy. We argue that\ud
alongside feedback mechanisms the network is also experimenting new solutions (that includes new or modified focuses, and new or modified forms). We argue that the\ud
fundamental mechanism by which this happens in cities is very similar to that which creates a natural river network.\ud
The optimization principle is also considered from a topological point of view, realizing that mere saving in distances and better connectivity throughout the system\ud
are not of the utmost importance. We point out that topology tells us a relevant lot about shapes and energy through the various embedding domain of existence types of forms.\ud
Thorough considerations are presented about the relatedness of the prevailing pattern of diffusion in present-day cities in most parts of the world on one hand and\ud
self-organized criticality on he other, through presenting the concept of fluctuations in the complex system which generates the system's stability. Some considerations are\ud
made about the patterns of cluster formation in cities by summarizing some of the cluster-growth issues as: Expansion at the global level such as expansion of the urban\ud
fringe or many expansions of component clusters.\ud
The study then explores the important similarities between the urban phenomena and general phenomena studied by physics centering on the morphological transition in urban form. And links that to transitions in fractal dimensions in cities over time, together with the key notion of the shifting from direct growth to indirect growth in cities. And to strengthen the suggestions of this line of thought a further investigation of the aggregation as mechanism for organization in complex systems is presented supported by concepts about the dynamics accompanying such mechanisms namely, the anticipation mechanisms in a complex systems while explaining the concept of genetic algorithms as a useful tool in our study.\ud
A point in our study is reached where an exploration of “form” is needed, thus, a discussion about form and morphogenesis from a dynamic point of view is presented as\ud
a key concept in an effort to sum up threads from all the concepts and theories previously presented. Keeping in mind that what is meant by form is not the mere physical appearance, architectural styles or geometric details, what is more relevant is the quality of the interlock between solid and void (built and open space), the general\ud
configuration, arrangement and succession of open spaces and the “dynamic” quality of form types.\ud
The reasoning starts by some exploration and criticism of the rules of the Bottomup models under the guidance of an understanding of the notion of form. Arguing that state of the art cellular automata models, and multi-agent models and the like seem to accurately represent important mechanisms, the mechanisms themselves, nevertheless,\ud
seem to be linear and give an impression of lacking the more intricate complexity we deal with in the city. Based on this argument, the study suggests a modification to such\ud
models in order to incorporate those effects, by making use of some topological concepts; such as topological manifolds and vector fields.\ud
The study then proceeds to the central argument in understanding “form” which is the “problem of succession of form”; as addressed by René Thom studying morphogenesis from the point of view of topology, tracing not shapes but processes which occur in infinite-dimensional spaces. The key point is that it is a method which puts emphasis above all on the morphogenesis of the process, that is, on the\ud
discontinuities of the phenomenon.\ud
The study thoroughly investigates the general topological model proposed by Thom in order to parametrize the local states of a system and deriving an interesting\ud
“definition” of an object and how every object is characterized by its domain of existence; an idea which is important in our quest to understand embedding of local in\ud
the global in a dynamic way. And from there the mathematical notions of form, nonform, structural stability, maps and topological equivalence are reached. key idea here, is that the stability of a form is directly determined by its position in relation to the basins of attraction of the dynamic, so a first step in considering the stability of forms is composing the general attraction mechanisms of the dynamic system.\ud
An attempt is presented as to how to see urban forms in the light of these definitions and discussions, and an analysis is argued to be based on characteristics of its global, local and intermediate scales.\ud
The study concludes by highlighting the necessity of a multi-disciplinary and non-linear approach, because, as the flow of the study shows, each of the conclusions reached at each section is derived from either concepts from various disciplines or from a purely logical argument or from both, that's why though such conclusions might not look connected, they are threads which do not aim to a single point, but rather aim at knitting a whole intact foundation for a new form of urban sciences, a form that relates\ud
their current form with the ambitious science (and philosophy) of complexity theory
Il sistema contabile come base per l’adozione dei principi di bilancio: l’esperienza italiana, croata e bulgara.
Le prassi contabili di un paese rispecchiano il contesto in cui sono inserite, poiché connesse con l’ambiente socio-economico attraverso numerosi rapporti di causa-effetto. Ogni paese dunque tratteggia il proprio sistema di regole e procedure secondo le necessità e le caratteristiche che lo contraddistinguono. Le dinamiche storico-politiche, la tradizione, l’ambiente economico e la cultura fanno sì che un paese sviluppi uno specifico sistema contabile, che si differenzia da quello presente in un'altra nazione. Ciò posto, se si vogliono conoscere le motivazioni alla base di certi comportamenti contabili, è necessario studiare in profondità il sistema contabile di uno specifico paese, come connubio di molteplici aspetti interconnessi tra loro, che a volte esulano dalla disciplina strettamente contabile.\ud
Il presente lavoro, proponendosi di confrontare le pratiche contabili esistenti in Italia e in due dei paesi di recente passaggio all’economia di mercato –l’uno già parte dell’Unione europea, l’altro di prossima adesione- ha perciò come oggetto principale l’analisi dei sistemi contabili di tali paesi.\ud
L’approccio utilizzato nel lavoro è prevalentemente comparativo, in altre parole, il confronto tra i diversi paesi segue sia una logica descrittiva, volta a mettere in risalto analogie e differenze, che di tipo causale, per cogliere le ragioni e le cause delle differenze riscontrate. \ud
Il metodo accolto nella descrizione e nell’analisi dei sistemi è sostanzialmente la chiave storica (C. Nobes, R. Parker, 2004) cioè, esaminando l’evoluzione contabile di tali paesi, si cerca di dimostrare come questa sia collegata ai mutamenti del contesto socio economico e alla tradizione culturale diffusasi.\ud
Lo studio, pertanto, si sviluppa tramite la ripresa e la reinterpretazione, rispetto ai sistemi in oggetto, della modellistica teorica proposta dalla dottrina aziendale; l’osservazione del quadro normativo dei vari paesi esaminati in tema di bilancio e l’analisi dei fattori che influenzano le scelte operate in tema di principi contabili.\ud
Il termine “sistema contabile”, codificato per la prima volta da Fabio Besta, assume il significato di ordinato insieme di scritture riguardanti un oggetto complesso. Quando se ne vuole fare una traduzione inglese il significato proprio sfuma. Infatti, come da più parti osservato, la pura e semplice traduzione letterale a volte non rende merito al concetto che nella lingua originaria si vuole esprimere. I termini con i quali viene tradotto il suddetto concetto sono principalmente due: “bookkeping system” e “accounting system”. Il primo indica la pura tecnica contabile di tenuta dei conti, il secondo invece esprime un significato più complesso, includendo, di fatto, l’elaborazione e l’analisi dei dati derivanti dalle operazioni, in accordo con quanto previsto dalla normativa riguardante la contabilità, l’imposizione fiscale, la composizione del bilancio d’esercizio e consolidato e gli aspetti legati alla misurazione e alla disclosure.\ud
Siccome si ritiene che il concetto italiano di “sistema contabile” non possa essere relegato ad una mera tecnica contabile, nel presente lavoro si utilizza esclusivamente il termine “accounting system”, per riferirsi sia all’insieme ordinato di scritture riferite ad un oggetto, che alle pratiche contabili seguite da un paese nella compilazione dei report di bilancio.\ud
Il lavoro, per quanto detto, si articola in quattro step.\ud
Nel primo, si analizzano i sistemi contabili come strumento attraverso il quale rappresentare ed interpretare il fenomeno complesso oggetto di indagine (Besta, 1920). In questo modo si possono distinguere essenzialmente due tipi di sistemi contabili: il sistema patrimoniale e il sistema del reddito. Non tutti i sistemi contabili adottati nei vari paesi, tuttavia, possono ricondursi all’una o all’altra tipologia, poiché condizione necessaria per l’esistenza di un siste-ma contabile è la presenza di una logica di fondo a cui rapportare tutti i ragionamenti contabili. Accanto a queste due impostazioni vi sono, infatti, “sistemi” che non possono essere definiti come tali, mancando una chiave di lettura unitaria. \ud
Il secondo capitolo, pertanto, si occupa di comprendere a quale tipologia di sistema contabile possono essere ricondotti quelli presenti in Croazia, Bulgaria ed Italia e le origini storiche degli stessi. Viene così ripercorsa l'evoluzione del sistema contabile, la logica di fondo dal quale scaturiscono le diversi scelte adottate dai paesi e di conseguenza il funzionamento dei conti che ne deriva.\ud
Secondo una parte della letteratura, il concetto di sistema contabile non è necessariamente legato ad una logica unitaria di base, ma ad una serie riscontrabile e riscontrata di prassi amministrative. Affrontando il tema in tale ottica i diversi sistemi contabili vengono analizzati come serie di prassi adottate dai singoli paesi. L’obiettivo di simile analisi consiste nel capire quali siano i fattori (environmental factors) che influenzano la scelta di certe pratiche contabili piuttosto che altre.\ud
Il terzo capitolo, dunque, sulla scia di questa seconda linea d'indagine, cerca di analizzare la letteratura riguardante le classificazioni dei sistemi contabili dei differenti paesi (Hatfield, 1966; Mueller, 1968; Seidler, 1967; Nair and Frank, 1980; Nobes 1992, 1998; Salter and Doupnik, 1992, etc.), focalizzandosi sui lavori che studiano le cause delle differenze o similarità (Belkaoui, 1985; Gray, 1988; Muller and Choi, 1992; Jaggi and Low, 2000; Nobes and Parkers, 2002, etc.) e, successivamente, sui fattori ambientali che influenzano lo sviluppo di un particolare sistema contabile. \ud
Una volta analizzati tali fattori, nel quarto capitolo si ripercorrono i processi contabili dei tre paesi cercando di isolare quegli elementi che più di altri hanno influito sulle dinamiche di Croazia, Bulgaria e Italia. A questo punto l’analisi si rivolge all’approfondimento delle relazioni esistenti tra le caratteristiche socio economiche, storiche e culturali dei paesi interessati e le scelte operate in merito all’adozione degli standard contabili (Vigano, 1991; Alexander and Nobes, 1994; Onesti, 1996; Archer, Delvaille, Mcleay, 1996; Di Pietra, 2002, 2005; Capodaglio, Baldarelli, 2003; Quagli, 2006; Baldarelli, De Martini, Mošnja Škare , 2007; Mošnja Škare , 2010; Jonkova, 2010; Mihaylova, 2010; etc.). Decisiva a tale scopo è la verifica dell’influenza della tradizione culturale sulle scelte perseguite dai paesi e, nello specifico, sulle decisioni di continuare ad utilizzare certe pratiche anche dopo le riforme contabili. In particolare i processi seguiti riguarderanno soprattutto il set di principi contabili adottati nei diversi paesi, come conseguenza delle decisioni effettuate e dell’influenza dei fattori ambientali