689 research outputs found

    Sanguinarine anti-tumor activity on a model of basal-like breast cancer

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    The aim of this work is to study the potential anti-proliferative effects of sanguinarine on mesenchymal cancer basal-like A17 cells isolated from FVB/neuT mammary carcinomas. Studies that have reviewed the histological presentation of basal-like breast cancer demonstrate that >90% of these tumors arise from the breast ducts and are often associated with higher nuclear and histological grade, high mitotic index and more aggressive phenotypic features. This clinical subset represents one of the most important treatment challenges today because these tumors are not likely to respond to hormonal maneuvers (tamoxifen or aromatase inhibitors) nor to drugs targeting HER2 over expression (trastuzumab) [6-17]. Marchini et al compared crucial molecular pathways of A17 derived-carcinoma with that of both carcinomas and other mesenchymal phenotypes, such as mesenchymal stem cells (MSCs), breast stroma, and various types of sarcomas. They identified three mesenchymal/stromal-signatures which A17 cells share with MSCs and breast stroma, showing that these signatures significantly relates to basal-like breast cancer subtypes and significantly relates to bone metastasis [19, 20]. Sanguinarine, a natural benzophenanthridine alkaloid derived from the root of Sanguinaria canadensis and other poppy species, could truly be an excellent candidate as a possible anticancer drug, since many different animals and human cancer cell lines have demonstrated to be highly sensitive to this alkaloid. In this work, sanguinarine shows its efficacy on A17 cell line model, both in in vitro and in in vivo experiments.\ud Mtt, Wound-healing, motility assay and Annexin-V staining revealed that sanguinarine is able to reduce A17 viability, motility, and causes apoptotic and necrotic cell death.\ud Most important, this alkaloid reduces Dihydrofolate Reductase (DHFR) activity, an enzyme implicated in the synthesis of Dna bases.\ud Encouraged by these results, we managed an in vivo experiment by injecting A17 cells in FVB syngenic mice and treating them with sanguinarine: obtained results encouraged us to considered sanguinarine as a promising anticancer drug candidate in the treatment of basal-like breast cancer

    Riti e materiali nel santuario extraurbano di Demetra a Cirene in epoca ellenistica e romana.

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    I risultati delle indagini archeologiche che si sono susseguite durante il secolo scorso e il primo decennio del Ventunesimo hanno consentito di individuare due santuari demetriaci nella città di Cirene. Il santuario urbano situato nell’agorà, è costituito da una tholos ipetrale provvista internamente di due bothroi. Il santuario extraurbano della dea, invece, si estende per circa cinque ettari comprendendo al suo interno un imponente complesso caratterizzato dalla presenza delle sacred houses disposte su tre terrazzamenti, un tempio dorico, con i relativi altare e propileo, un piccolo teatro scavato nella roccia e una serie di sacelli in parte costruiti in parte ricavati nelle pareti rocciose che si estendono ad est e ad ovest del teatro. \ud La colonia dorica, stando a quanto tramandato dalle fonti antiche, ospita fin dalla sua fondazione un culto di tipo tesmoforico. Come noto dare una definizione univoca del culto e del rito tesmoforico è un’impresa ardua dal momento che tale pratica religiosa è tra le più diffuse nelle regioni del Mediterraneo di cultura greca, e si caratterizza per una notevole quantità di varianti condizionate dall’influsso delle singole culture locali, sebbene esistano dei denominatori comuni rappresentati tanto da alcuni aspetti rituali quanto da caratteristiche architettoniche ricorrenti nei tesmoforia. La situazione dei luoghi di culto dedicati a Demetra Tesmofora a Cirene rientra in molti degli schemi individuati, tuttavia, il culto tesmoforico della colonia dorica non è certamente esente dal particolarismo locale a cui va soggetto altrove. Dunque, l’intento di questo lavoro è quello di cercare di individuare gli elementi originali del culto a Cirene al fine di ricostruire nella maniera più completa possibile il suo fenomeno tesmoforico. Il metodo usato per conseguire questo ambizioso obbiettivo si avvale di una approccio “composito” nel senso che intende integrare, in una visione sinottica, i dati desunti dall’analisi storico-letteraria ed epigrafica del fenomeno demetriaco del santuario extraurbano, con quelli derivati dall’analisi di alcuni elementi topografici ed archeologici. \ud La topografia dei santuari demetriaci di Cirene suggerisce un primo elemento di particolarità: la strumentalizzazione ideologica del culto. Tanto il santuario urbano quanto quello extraurbano vengono realizzati in delle aree originariamente deputate al contatto con le popolazioni autoctone. Il culto tesmoforico è, infatti, intimamente connesso con l’istituzione matrimoniale e, probabilmente non a caso, i matrimoni misti tra donne libye e coloni greci sono considerati il principale veicolo sia dell’integrazione tra le due culture che di diffusione del culto demetriaco nella regione. Questa funzione politica continuerà ad essere sfruttata fino in epoca ellenistica quando la regina Berenice II, attraverso l’evocativa immagine del “rilievo di Afrodite”, collocherà programmaticamente la sua unione con Tolomeo III sotto la protezione delle due dee. Il legame con il potere è intuibile anche attraverso alcune tracce rimaste nel santuario extraurbano. Infatti, la presenza associata di statue di atleti vincitori provenienti dal tempio della dea, altari rupestri per la deposizione di skyphoi votivi miniaturistici rinvenuti nei pressi del tempio e corredati di epigrafi probabilmente legate al culto eroico, rilievi votivi per cavalieri eroicizzati e particolari tipi coroplastici, suggerisce certamente una frequentazione maschile e aristocratica del santuario tesmoforico. Il confronto con la strumentalizzazione politica dell’attività atletica e del culto demetriaco, per esempio, presso la corte dei Dinomenidi induce a riflettere sull’esistenza di una situazione potenzialmente simile a Cirene. Quanto all’apparente contraddizione tra il culto tesmoforico, per tradizione esclusivamente femminile, e la presenza di uomini nel santuario, questa si risolve nell’osservazione di una nutrita casistica analoga, attestata in altre località del Mediterraneo sia a livello letterario che archeologico.\ud Un grande contributo alla ricostruzione storica della vita religiosa del santuario extraurbano è senza dubbio offerto dall’analisi del materiale epigrafico. Le epigrafi votive confermano l’identità del culto principale inoltre, una di queste ricorda per il periodo romano la devozione nei confronti di Cerere Augusta probabile identificazione latina della Demetra greca. Il culto demetriaco, pur essendo senza dubbio il principale del santuario, risulta affiancato tanto in epoca ellenistica quanto durante il periodo romano da forme di devozione tributate nei confronti di altre divinità, collegate alle due dee nel mito quali le Ninfe, Dioniso, ed una misteriosa Parthenos. Le epigrafi onorarie, invece, offrono testimonianze molto interessanti circa l’identità e l’estrazione sociale dei frequentatori del santuario nel corso dei secoli, ma anche relative ad alcune pratiche religiose come quella di onorare personaggi (spesso donne) importanti per il luogo di culto (sacerdotesse e devote) attraverso il dono di statue che le ritraevano. Ancora, le iscrizioni onorarie attestano, attraverso le formule nominali, la pratica dei matrimoni misti considerata importante per la diffusione del culto demetriaco a Cirene e l’ingresso, a partire da una certa epoca, di forme di celebrazione rivolte a membri della dinastia imperiale Giulio-Claudia e, come precedentemente accennato, attraverso le epigrafi sui rilievi con i cavalieri testimoniano la presenza di un possibile culto eroico collegato forse a devoti di sesso maschile.\ud La coroplastica nelle sue caratteristiche generali si allinea all’identificazione del culto principale del santuario rispecchiando una situazione tipologica affine a quella di altri tesmoforia. Dallo sfondo emergono comunque degli elementi particolari. Il primo è la presenza delle Silfioforoi e la loro collocazione topografica concentrata sul retro del muro di fondo della scena del teatro. L’attestazione di Silfioforoi nel settore orientale del santuario si rivela di particolare interesse, da un lato per la differenza con il settore occidentale dove questo tipo è praticamente assente, dall’altro per la presenza di una fontana di proprietà delle Ninfe sulla parete rocciosa ad oriente del teatro, topograficamente vicina all’area di provenienza delle statuine. Queste, quindi, potrebbero relazionarsi con una forma di culto, parallelo a quello principale di Demetra e Kore, dedicato forse alle stesse Ninfe venerate sull’altra sponda del fiume che, dunque, avevano un loro piccolo sacrario anche all’interno del vasto santuario extraurbano. I personaggi maschili, infine, sono davvero rari all’interno del corpus coroplastico del santuario orientale, e si concentrano tutti lungo il lato occidentale dell’altare, in direzione delle file di altari rupestri precedentemente ricordati. Dunque, sembrano costituire anch’essi un indizio della frequentazione maschile del santuario.\u

    Non-fiction: forme e modelli

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    Questo lavoro vuole essere il tentativo di dare una definizione a quella che viene detta non-fiction italiana contemporanea. Il termine delinea un genere che si pone a metà strada tra letteratura e giornalismo e che prende in prestito dal romanzo alcune delle sue tecniche per ampliare le potenzialità stilistiche e pragmatiche delle scritture referenziali. La non-fiction si occupa degli oggetti del mondo reale: fatti, situazioni, problematiche della vita concreta del paese, ma la sua forma è letteraria, in particolare narrativa. \ud L’ipotesi di partenza è che la non-fiction sia una dunque tendenza dotata di caratteri specifici, strettamente legati alle particolari condizioni sociali in cui essa si trova a svilupparsi e influenzata dagli agenti sociali (i media, la politica, le istituzioni letterarie) con cui interagisce. Non ci può dunque limitare a definire il genere in negativo, come il nome suggerirebbe: nel senso comune, si pensa che se qualcosa non è fiction, è allora saggismo, giornalismo o qualche altro genere di scrittura che non attinga all’immaginazione e alla creatività. La questione è invece più complessa: la non-fiction non riguarda una generica ‘modalità di racconto’, bensì un ‘genere storicamente determinato’, frutto della contaminazione tra giornalismo e letteratura, dai quali coglie e attualizza le tradizioni storiche, gli stili, i contenuti, e con i quali si trova ad interagire all’interno dell’ampio ambiente dei prodotti culturali.\ud Il primo capitolo si occupa del giornalismo, focalizzandosi in particolare sulle esperienze storiche che possono essere considerate come antesignane della non-fiction contemporanea. Nel secolo scorso si ritrovano quelle tendenze di scrittura che più si avvicinano all’oggetto del presente lavoro: il New Journalism e il non-fiction novel, che si sviluppano parallelamente in America a partire dagli anni Sessanta. Scopo di entrambe era provocare un mutamento profondo nell’assetto tradizionale del giornalismo e del romanzo, i quali non riuscivano più a rappresentare efficacemente una società immersa nel cambiamento, al centro della rivoluzione delle ideologie e dei consumi. Gli antenati della non-fiction non sono però solo d’oltreoceano: negli stessi anni in Italia compare il reportage come forma di informazione di stampo soggettivo e narrativo, che si avvicina per stili, contenuti e scopi alla non-fiction contemporanea. Anche in campo letterario si può notare come la nostra tradizione sia ricca di scritture referenziali: seppur in assenza di un vero e proprio romanzo realista, è possibile citare il filone storico di Manzoni e Nievo, il verismo di Verga, e, per il secolo scorso, l’opera di Primo Levi, Leonardo Sciascia, Pasolini. È forse questo il passaggio cruciale tra il romanzo ottocentesco italiano e le narrazioni del Novecento: dal realismo si passa ad inseguire la verità, il principio che lega giornalismo e letteratura, ma che si declina in modi diversi: dove il giornalismo è parola quotidiana, dell’istante, la letteratura è la parola sempiterna. Il secondo capitolo raccoglie teorie e interventi critici riconducibili alla non-fiction italiana contemporanea. Essi si dividono sostanzialmente in due tipologie: quelli che affrontano il genere partendo dalla sua natura ibrida, ossia dal suo identificarsi in una sorta di ‘terza via’ tra giornalismo e letteratura e che, prolungandone i campi, definisce una nuova forma di narrazione e quelli che inseriscono la questione nel dibattito più ampio e complesso riguardo al sopracitato ‘ritorno della realtà’ e ne analizzano le manifestazioni in una prospettiva narratologica e in relazione alle mutazioni di cui è oggetto la cultura contemporanea. In particolare il ritorno di scritture referenziali viene identificato come una reazione alla poetica postmoderna: la realtà ha bisogno di tornare ad essere rappresentata soprattutto nell’epoca contemporanea, dove il potenziamento vertiginoso delle tecnologie digitali rende sempre più difficoltosa l’esperienza diretta degli oggetti del mondo. D’altro canto il prodotto culturale non aiuta la persona ad orientarsi in questo contesto: esso rimane sempre più a livello di intrattenimento, mescolando le esigenze informative, conoscitive e formative con gli imperativi di mercato e rinunciando così al compito di osservare la realtà, interpretarla, criticarla e assegnarle valori e significati. La non-fiction può essere dunque considerata come il tentativo di riproporre il reale ad un pubblico non avvezzo ad esso, e lo fa senza tralasciare aspetti scomodi o osceni.\ud L’ultimo capitolo si concentra sulle strategie specifiche che caratterizzano la non-fiction. Il suo definirsi per via negativa è innanzitutto indice della sua natura ibrida: in essa la fiction convive con la sua negazione, nello sforzo costante di coinvolgere il lettore ad orientarsi nel confine tra di esse. Esiste una componente finzionale e letteraria accanto ad un contenuto autentico e spesso vissuto direttamente dall’autore: ma dove inizia l’una e finisce l’altro? Che cosa è davvero reale e cosa ricostruito? Le tecniche che la non-fiction frequentemente usa, le fratture che alternativamente stabilisce e annulla tra realtà e finzione, il suo costante chiamare in causa la capacità del pubblico ad orientarsi e distinguere tra i due opposti statuti di scrittura, attiva nel lettore un atteggiamento ricettivo particolare: non si può parlare solamente di lettura di intrattenimento, né di sospensione dell’incredulità. Egli al contrario sa che il testo con cui si relaziona contiene una componente di verità che deve essere colta e di cui si deve riappropriare. Attraverso l’analisi di due esempi recenti di questa scrittura (Servi. Il paese sommerso dei clandestini al lavoro, di Marco Rovelli, edito nel 2009, e Le risorse umane di Angelo Ferracuti, del 2006) emergono delle caratteristiche ricorrenti della non-fiction. Sono tratti che, ad un primo esame, sembrano voler aggiungere una marca di autenticità al testo, ma ad un’analisi ulteriore, essi confermano quella mobilità del confine tra fittività e fattualità, tra finzione e realtà, che nei testi trova compimento nella mescolanza tra strumenti oggettivanti e la loro adiacente messa in discussione, nella giustapposizione di stili documentali e letterari. Infine si prenderà in considerazione come, nel particolare contesto contemporaneo, una simile tipologia di narrazione – sempre al confine, mai definitiva ma sempre tesa alla riflessione, interrogativa – rappresenti una forma di ritorno delle sfumature civili e morali della letteratura, in cui l’estetica si pone al servizio dell’etica.\u

    Gramsci e Vygotskij: una politica per l'uomo, una psicologia per la politica.

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    La ricerca mostra gli elementi di affinità e contrasto fra la produzione scientifica di Lev Semenovič Vygotskij e le riflessioni politiche di Antonio Gramsci. \ud Partendo dal dibattito attuale delle scienze sociali sul valore ermeneutico e i limiti epistemologici della nozione di cultura, lo studio si struttura attraverso una ricostruzione delle relazioni del pensiero di Gramsci con la psicologia sociale, per passare quindi al valore intrinsecamente politico degli studi di Vygotskij e procedere infine a un confronto fra gli scritti dell’uno e dell’altro in merito ai concetti di coscienza, di cultura e di realizzazione dell’uomo nuovo socialista. Fa da sfondo allo studio l’attenzione sulla possibile funzione manipolatoria (emancipativa o assoggettante) del genere umano operato da alcune declinazioni specifiche delle scienze umane, riconducibile non solo ad un clima culturale che scandisce le radici disciplinari della psicologia, ma anche ad aspetti mai completamente sopiti, presenti nelle scienze dell’uomo in generale.\ud Per quanto riguarda i rapporti di Gramsci con la psicologia, si è mostrata la conoscenza da parte di questi degli scritti psicologici di William James e della apertura al pragmatismo anglofono avvenuta durante la sua formazione universitaria. Tale influenza si riverbera negli scritti gramsciani sia come presupposto di conoscenza psicologica in chiave sociale, sia come visione antideterministica del comportamento umano. La stessa influenza pragmatista, in particolare quella del pensiero di James, è riscontrato anche in Vygotskij: ne emerge come primo risultato della ricerca una relazione fra i due pensatori che non sia di stretta derivazione marxista. Altri psicologi di cui si segnala rapidamente l’influenza negli scritti gramsciani sono Sigmund Freud e Charlotte Malachowski Bühler\ud Il profilo di Vygotskij è invece tracciato mettendone in risalto la relazione con le vicende politiche della Rivoluzione d’Ottobre e della costruzione del primo stato socialista della storia. In questo ambito gli elementi biografici vengono intrecciati sia con la ricostruzione delle domande di fondo che sorreggono l’apparato teorico delle opere vygotskijane, sia con la delineazione dei problemi politici cui le sue ricerche tentano di dare risposte su basi scientifiche.\ud Da un punto di vista storico la ricerca ha individuato nella primavera del 1925 l’unico momento storico in cui sia stato possibile un incontro dal vivo, a Mosca, dei due intellettuali. La scarsa conoscenza della vita di Gramsci a Mosca e la limitazione alle fonti anglofone e italiane della biografia di Vygotskij non permettono infatti di risolvere fino in fondo il dubbio di natura storica sul possibile contatto di persona fra i due. Resta da verificare, attraverso studi in archivi russi, l’eventuale conoscenza di Vygotskij da parte di Eugenia e Giulia Schucht, cognata e moglie di Gramsci, che, rispettivamente negli anni ’20 e ‘30 vengono ricoverate nello stesso sanatorio di Vygotskij. Data l’insufficienza della documentazione storica a disposizione, le affinità presenti nel pensiero dei due autori sono state giustificate attraverso un confronto fra gli scritti, svolto su tre concetti chiave nel pensiero di entrambi: la coscienza, la cultura, l’uomo nuovo. \ud Il problema della coscienza è stato studiato sia come dispositivo fondamentale per l’azione politica in Gramsci, sia come vera questione da risolvere da parte della psicologia secondo Vygotskij, con particolare riferimento allo scritto La coscienza come problema della psicologica del comportamento del 1925. Tale testo, presente all’interno della raccolta di saggi curata dal direttore dell’Istituto di psicologia di Mosca Konstantin N. Kornilov Psichologija i marksizm, pubblicata proprio nell’anno in cui Gramsci torna a Mosca per alcuni mesi, potrebbe costituire il testo di Vygorskij che più di ogni altro soddisfi i requisiti di compatibilità storica con la possibile lettura da parte di Gramsci. In entrambi gli autori, comunque, emerge una concezione dinamica e sociale della coscienza che mantiene, anche nella dimensione collettiva, il compito di portare ad unità e coerenza le molteplici e a volte frammentate visioni del mondo.\ud Nello studio del concetto di cultura si è evidenziata la mancanza di chiara definizione dello stesso da parte di Vygotskij, aspetto questo che, tra l’altro, conduce agli scontri interni alla scuola storico-culturale. Sia in Gramsci che in Vygotskij, comunque, è riscontrabile una illuministica concezione della cultura di tipo cumulativo, che non sfocia mai però in una sua visione lineare di sviluppo o in aperto conferimento di maggiore valore ad alcune culture rispetto ad altre. In entrambi gli autori tuttavia si pone il problema della congruenza fra la cultura e il sistema politico e sociale in cambiamento, in particolare nella modernizzazione industriale e nell’instaurazione del socialismo. Il confronto dei testi, basato sulla comune declinazione degli autori della natura umana in chiave storico-culturale, ha fatto emergere alcuni significativi elementi di similitudine testuale (compatibili anche da un punto di vista storico) che mantengono aperta l’ipotesi della conoscenza di alcuni scritti di Vygotskij da parte di Gramsci. La comune lettura di Darwin, Marx, Engels e Lenin può tuttavia essere una spiegazione plausibile, anche se non pienamente appagante, per tali convergenze e affinità.\ud Da ultimo, il progetto della realizzazione dell’uomo nuovo socialista, presente in entrambi gli intellettuali, apre un proficuo confronto fra due esperienze storiche solo in parte convergenti. In Russia, dopo la Rivoluzione, si lavora nel concreto per la realizzazione delle condizioni che avrebbero dovuto portare al dischiudersi dell’uomo nuovo. Mentre Vygotskij è impegnato in prima persona in questo progetto, Gramsci può assaporarne solo parzialmente il clima innovativo nell’anno della sua permanenza a Mosca. L’uomo nuovo però è lo sfondo prospettico di ogni sua riflessione sul ripensamento globale della società e sull’individuazione delle catene culturali che impediscono l’emancipazione dei lavoratori.\u

    Il contributo di Henri Desroche all’educazione degli adulti. Dalla ricerca della “comunità” alla ricerca nel “compagnonnage”: un modello di apprendimento permanente.

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    L’educazione permanente appare sempre più come un elemento cruciale. Benché se ne parlasse già negli anni Settanta, oggi questo concetto conosce una fioritura e un’espansione nuove, anche in paesi che prima ne sembravano estranei. \ud Uno dei principali esperti in questo campo è stato il sociologo francese Henri Desroche (1914-1994). Oggetto della tesi è l’analisi dell’originalità del suo pensiero e delle sue pratiche educative. In modo particolare, la tesi analizza il contesto che ha permesso la creazione del Collège Coopératif di Parigi e del DHEPS (Diplôme des Hautes Etudes des Pratiques Sociales), nonché le modalità del loro sviluppo. \ud L’elemento centrale dell’analisi verte su alcune domande capitali. Il pensiero e l’opera dell’autore sull’apprendimento e l’educazione permanenti possono essere collegate (e come) ai suoi lavori precedenti? È rintracciabile un’unità di pensiero tra ricerche e testi tra loro apparentemente molto diversi? E quali sono le fonti di una tale possibile unità di fondo? Il DHEPS e il modello rappresentato dal Collège Coopératif sono trasferibili in altri contesti, come ad esempio quello italiano?\ud Nella ricerca si pone l’ipotesi che il pensiero educativo di Desroche sia strettamente legato ai concetti di comunità e di compagnonnage, fatti propri in successione temporale, e che persegua in un modo nuovo i suoi studi sulle utopie, i messianesimi, i millenarismi e i percorsi cooperativi nella storia. Si suppone anche che l’opera che ne è conseguita occupi uno spazio peculiare e che, a partire dalla definizione di Guy Avanzini, il DHEPS e le sue varianti costituiscano dei “modelli mutazionali” validi anche per lo scenario italiano. \ud \ud Questa tesi rientra in un ambito di ricerca che potremmo per comodità descrittiva delimitare con tre capisaldi: la storia dei processi educativi, la teoria dell’educazione degli adulti e la ricostruzione biografica relativa a un autore un po’ dimenticato.\ud La metodologia seguita consiste nell’utilizzo di fonti scritte e di fonti orali. Per quanto riguarda le prime, si è cercato innanzitutto di condurre un’“analisi a priori” sui testi di Desroche per coglierne la portata in termini educativi. Si sono poi utilizzate altre pubblicazioni per ricostruire il clima culturale dell’epoca in cui ha operato, compito che è stato agevolato poi da un ampio ricorso a documenti d’archivio. Le fonti orali sono invece costituite dalle testimonianze di alcune persone, raccolte per mezzo di interviste. Alcune di queste persone hanno vissuto nella medesima epoca e hanno collaborato con Desroche; altre hanno imparato a fare ricerca grazie a lui; altre, infine, si impegnano tutt’oggi a mantenere viva la sua eredità. Queste testimonianze giocano un ruolo importante, giacché consentono da un lato di ricostruire le rappresentazioni nutrite nei confronti di Desroche e della sua azione, dall’altra di far emergere procedure e metodi legati a una “prasseologia” che lo stesso autore non ha sempre esplicitato.\ud \ud La tesi si compone di due volumi (718 p.) più un’appendice (XX p.).\ud Il primo volume (pp. 1-361) è suddiviso in due parti. Nella prima, intitolata La communauté comme horizon, si analizza la parola-chiave “comunità”, molto potente in Desroche, soprattutto negli anni giovanili. In ciascuno dei tre capitoli che la compongono, viene analizzata una particolare declinazione della comunità. Nel primo, ci si concentra sulla declinazione dell’“agape”, vissuta e sperimentata in maniera totalizzante nella sua comunità natale e poi in uno studium domenicano (che tanto ha segnato i suoi riferimenti alla formazione per mezzo dell’iniziazione). Nel secondo capitolo viene proposta la declinazione dell’“azione”, strettamente legata alla ricerca. Il riferimento qui è al periodo fecondo dell’appartenenza al movimento Economie et humanisme a fianco di Padre Louis-Joseph Lebret, fino alla pubblicazione di Signification du marxisme e agli sconvolgimenti conseguenti. Nel terzo, riguardante l’incontro con la comunità di lavoro Boimondau, gli studi di sociologia delle religioni e l’attività di docenza nella 6a Sezione dell’École pratique des hautes études (divenuta in seguito EHESS, École des hautes études des sciences sociales) nel campo della cooperazione e dello sviluppo, la comunità è declinata nella sua accezione di “utopia praticata”.\ud Nella seconda parte, Le compagnonnage comme parcours, la parola-chiave “compagnonnage” appare nella sua accezione operativa. Il quarto capitolo cerca di dimostrare come il modo di essere formatore di Henri Desroche si è concretizzato in un percorso di compagnonnage maieutico di iniziazione alla ricerca centrato sul soggetto che apprende. È qui che si incontra la ricerca-azione nella modalità in cui è stata praticata e teorizzata dall’autore. Nel quinto, il compagnonnage porta con sé il termine “cayenne”, che sottolinea l’importanza della dimensione del gruppo in un percorso di formazione per adulti. Il mutuo aiuto e le possibilità aperte da una ricerca collettiva sono altrettanti aspetti che hanno permesso la creazione del Collège Coopératif di Parigi e, su scala maggiore del RHEPS (Réseau des hautes études des pratiques sociales). Il sesto capitolo, infine, mostra come il compagnonnage abbia contribuito a dar vita a vere e proprie utopie concrete, diventate il contributo che il metodo cooperativo nella ricerca ha saputo offrire al concetto di sviluppo inteso come promozione individuale e sociale. Quello che emerge, in quest’ultimo capitolo, è l’aspetto innovativo di Desroche in quanto iniziatore di adulti all’apprendimento permanente.\ud Il secondo volume della tesi contiene innanzitutto un gran numero di documenti che ricostruiscono le tappe salienti della traiettoria di Henri Desroche (Annexes, pp. 362-718). Particolarmente importanti sono i documenti d’archivio dell’EHESS di Parigi. La loro consultazione ha permesso di ricostruire più fedelmente i tentativi di Desroche di mantenere le sue innovazioni all’interno dell’EHESS, affinché il DHEPS potesse contare su un riconoscimento nazionale. L’indice dei nomi contenuti nei tre volumi denominati Apprentissage 1, 2 e 3 (i tre testi più esplicitamente dedicati all’apprendimento permanente) vuole poi rendere visibili i molteplici riferimenti di Desroche in quest’ambito. Segue poi la Bibliographie, che si apre con un lungo elenco ragionato di quanto scritto da Desroche. Il volume si chiude con l’elenco delle sigle utilizzate e con l’indice generale (Table de matières).\ud Infine, un’appendice intitolata La transmission d’un héritage : les possibles retombées italiennes (pp. I-XX) intende individuare gli “elementi di trasferibilità” di queste pratiche di formazione sul versante italiano. A partire dall’eredità di Desroche, già rimaneggiata e reinterpretata in Francia, si sono volute cogliere le primizie italiane di un approccio all’educazione permanente centrato sul soggetto adulto e intravedere le vie che si aprono grazie all’impegno dell’Unione Europea sul fronte dell’apprendimento permanente

    Istituzioni politiche e corso forzoso nell’Italia di Vittorio Emanuele II. La Commissione parlamentare d’inchiesta del 1868.

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    Questa ricerca documenta i legami tra le istituzioni politiche italiane e il corso forzoso, attraverso il Regio decreto del 1° maggio 1866, che fa seguito alla Legge Scialoja del 30 aprile 1866, la nomina della Commissione parlamentare d’inchiesta sul corso forzoso e la Relazione finale del 28 novembre 1868. Soffermandosi in particolare sulla lenta e contraddittoria evoluzione rappresentativa delle istituzioni politiche (Cammarano, 2011; Candeloro, 1968; Mill, 1861, ed. 1946; Ragionieri, 1967; Villari, 1854-1903) e sulle cause e le conseguenze del corso forzoso (Bonghi, 1868; De Cesare, 1867; Ferrara, 1866; Ferraris, 1879; Scialoja, 1867).\ud Per riflettere in chiave critica su una dinamica che ho ricostruito, considerando:\ud 1) il conflitto tra lo Stato italiano e la Chiesa cattolica romana;\ud 2) i legami del «Governo del Re», con l’«Empire libéral»;\ud 3) l’unificazione monetaria;\ud 4) la guerra civile tra l’esercito italiano e i briganti meridionali;\ud 5) l’esperienza delle Commissioni parlamentari d’inchiesta nel Regno Unito;\ud 6) la centralizzazione amministrativa italiana;\ud 7) il gravissimo disavanzo finanziario;\ud 8) l’instabilità dei governi della Destra e del partito di Corte;\ud 9) la «guerra per Venezia»;\ud 10) l’orientamento ministeriale dei nuovi deputati eletti in Veneto dopo l’annessione;\ud 11) il «trasformismo istituzionale» della Camera dei deputati;\ud 12) l'inadeguatezza della Sinistra;\ud 13) la liquidazione dell’asse ecclesiastico;\ud 14) la tassa sul macinato;\ud 15) il monopolio sui tabacchi;\ud 16) la centralizzazione bancaria e il formarsi del sistema creditizio.\ud Da qui, l’esame delle ragioni e degli effetti del corso forzoso: dall'unificazione monetaria, amministrativa e tributaria, al passivo del bilancio dello Stato e dalla vittoria della monarchia, alla costituzionalizzazione della «Sinistra militare» e democratico radicale. Attraverso le presidenze del Consiglio di Ricasoli, Minghetti e Farini, per la Destra, e di Rattazzi, La Marmora e Menabrea, per il partito di Corte (Astuto, 2009; Colombo, 1999; Id., 2001 b; Id. 2003; Martucci, 1999; Id., 2002).\ud Il contestuale ridimensionamento della presidenza del Consiglio, che Cavour aveva rafforzato sin dal Connubio con Rattazzi, andando oltre la lettera dello Statuto, è così scandito dalla Convenzione di settembre, dalla scissione della Permanente piemontese e dalla crescente importanza dei ministri delle Finanze: Pietro Bastogi, Quintino Sella, Antonio Scialoja e Francesco Ferrara, con il breve intermezzo di Agostino Depretis. Mentre la nascente opinione pubblica nazionale esercita la sua funzione critica, anche attraverso un nuovo giornale economico, Il Sole, tra i cui finanziatori c’è Ercole Lualdi, uno dei componenti della Commissione parlamentare d'inchiesta sul corso forzoso. Il Sole propone tra l'altro di concedere l’emissione delle banconote in corso forzoso a una pluralità di banche, di farle controllare e di garantirle con il deposito consolidato presso lo Stato, di liberalizzare le coltivazioni e le manifatture di tabacco, con l’immediata cessazione del monopolio del governo, di abolire le dogane e il dazio delle città e di costruire dock e magazzini generali. Senza tuttavia riuscire a modificare la politica della Destra che, alla fine della «guerra per Venezia», amministra con Sella, Lampertico e Messedaglia, le province di Belluno, Vicenza e Verona, assicurando la transizione dalla sovranità austriaca, a quella italiana, ma è penalizzata dall’inefficienza della burocrazia e dalle anomalie e illegalità del corso forzoso.\ud Prima di esaminare gli Atti della Commissione parlamentare d’inchiesta sul corso forzoso, la ricerca ripercorre poi in breve i lavori della precedente Commissione parlamentare d’inchiesta sul brigantaggio (Camera dei deputati, Atti parlamentari, leg. VIII, sessione II, doc. n. 58; Massari e Castagnola, 1863; Il Dovere, I, nn. 19, 20, 21 e 22 e 23, agosto 1863; Villari 1861-1875, ed. 1979; Molfese, 1983). Traendo conferma del fatto che nell’Italia di Vittorio Emanuele II, la semplice attivazione di una Commissione parlamentare inquirente crea serie difficoltà al potere legislativo, già limitato dal vincolo di subordinazione alla Corona, previsto dallo Statuto. Nominando la Commissione parlamentare d’inchiesta sul brigantaggio, la Camera dei deputati dà infatti all’opposizione di Sinistra l’opportunità di far valere le sue capacità di controllo e di denuncia, ma permette per converso al «Governo del Re» di accentuare gli aspetti autoritari e repressivi del suo intervento nel meridione (Martucci, 1999).\ud Da qui, la mia riflessione sulle inchieste parlamentari inglesi, incentrate sui temi finanziari, sin dal Restriction Act del 3 maggio 1797, e sulla ricezione italiana del Trattato parlamentare di Erskine May (Arcoleo, 1881; Bonghi, 1869; Devincenzi, 1866; Erskine May, 1888; Todd, 1886).\ud L'analisi delle politiche monetarie e finanziarie nei primi anni dell’Italia unita introduce quindi l’esame degli Atti dell’inchiesta sul corso forzoso, raccolti dalle presidenze di Filippo Cordova e di Fedele Lampertico (Arbib, 1902, p. 299; Camera dei deputati, 1868, I, II e III; Cilibrizzi, 1925 Lampertico, 1884; Rossi, A., 1868). Traendo un'altra conferma. In questo caso del fatto che il direttore Carlo Bombrini finalizza il monopolio sul corso forzoso, ad affermare la supremazia della Banca Nazionale sugli altri Istituti bancari italiani, in particolare sul Banco di Napoli e sul Banco di Sicilia, per favorire i capitali immobiliari e le infrastrutture ferroviarie (Luzzatto, 19682; Scialoja, 1867; Supino, 1895).\ud La ricerca fa tuttavia emergere soprattutto alcune significative novità. Gli Atti documentano infatti che la Banca Nazionale nel Regno d’Italia agisce in continuità con la Banca Nazionale negli Stati sardi, nata a sua volta dall’unione tra la Banca di Genova e la Banca di Torino e diretta dallo stesso Bombrini, durante il governo Cavour, prima dell’unificazione nazionale (Romeo, 1999). Quando il Banco di Napoli e la Banca Toscana adeguavano i loro rispettivi giri d’affari al programma di accentramento politico-amministrativo perseguito dalla Destra.\ud In secondo luogo, gli Atti documentano che la Relazione del presidente Cordova, presentata il 25 luglio 1868, propone di limitare per la prima volta la circolazione forzosa a settecento milioni e di incentivare il piccolo commercio, disponendo la stampa di sei milioni di banconote da una lira. Per comporre le divergenze con il ministro delle Finanze Luigi G. Cambray Digny, poi sanate proprio dalla Legge Cordova.\ud Infine, gli Atti documentano che la Relazione finale, presentata dal nuovo presidente Lampertico, eletto in sostituzione di Cordova, deceduto dopo un infarto, esprime soltanto gli orientamenti della maggioranza della Commissione parlamentare d’inchiesta, formata per la Destra, dal presidente Cordova, e da Alessandro Rossi, che presenta anche l’allegato progetto di legge per l’abolizione del corso forzoso, e per la Sinistra, da Lualdi e da Federico Seismit-Doda, favorevoli all'immediato ripristino del corso legale. Registrando l'opposizione della Destra di Angelo Messedaglia e di Quintino Sella, con un voto «cui poscia accedette» il nuovo presidente Lampertico, «che nella votazione era assente» (Camera dei deputati, 1868, I, Conclusioni, p. 403, n. 1).\ud La Commissione parlamentare d’inchiesta sul corso forzoso semplifica dunque, insieme al contrasto tra la Destra e la Sinistra, il dualismo interno alla Destra, tra il rigorismo di Sella e Messedaglia e il liberismo caritatevole di Lampertico e dei cattolici liberali vicini a Marco Minghetti. Nell'ambito di un «trasformismo istituzionale» che, durante i governi Menabrea-Cambray Digny, accomuna la Destra e il partito di Corte ed è scandito dagli ingenti e ripetuti prestiti bancari, dal dibattito sulla vendita delle ferrovie e dalle imposte indirette (Allegrezza, 2007; Carocci, 2002; Jemolo, 1974; Marongiu, 1995; Romanelli, 1974; Sabbatucci, 2003; Supino, 1929, I edizione 1895).\ud A questa politica monetaria e finanziaria, fondata sulla difesa del valore legale della lira, che tuttavia si allontana sempre più dal suo reale potere d'acquisto, e sulla compressione dei consumi dei ceti meno abbienti, la Sinistra inizia a contrapporre, in forma ancora incompiuta, la proposta di tassare i patrimoni.\u

    L'evoluzione della forma di governo in Albania dopo la caduta del regime totalitario (1991-2012).

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    I mutamenti di regime registrati nei paesi dell’Europa centro-orientale alla fine degli anni ‘80, e l’avvio verso la transizione democratica, è stato trattato successivamente da autorevole dottrina, spesso avendo in mente democrazie ormai sovrane e tese a rimanere tali. Eppure, la scommessa sugli esiti dei nuovi progetti costituzionali e sulla loro capacità di restaurare e far funzionare effettivamente i rispettivi ordinamenti, secondo il modello di riferimento scelto, il modello del costituzionalismo occidentale, rappresenta ancora oggi una scommessa aperta. Più volte è stata sottolineata, in considerazione delle diverse realtà socio-politiche di riferimento, la difficile forma che la democrazia ha assunto in alcuni paesi di recente democratizzazione. E’ stato rilevato infatti che il successo delle nuove costituzioni adottate negli ordinamenti in trasformazione, più che da una lettura dei testi, tesa a capire il disegno costituzionale dei nuovi regimi, dipende dall’effettiva realizzazione e istituzionalizzazione degli equilibri fra gli organi costituzionali di vertice. Si sono registrati casi ove la rispettiva scelta del parlamentarismo, in virtù della forza politica dei partiti ma soprattutto grazie alla dottrina della sovranità del Parlamento, ha oscurato il significato del principio di separazione e bilanciamento dei poteri, consentendo il travestimento del ruolo prevalente assunto dal partito dominante, penetrato nell’esecutivo e controllandolo a sua volta. Si è posto quindi il problema del ruolo del Parlamento quale organo centrale dell’ordinamento e sovraordinato agli altri organi costituzionali. Così come non sono mancate voci preoccupate già nei primi anni della transizione alla democrazia, restii a raccomandare l’adozione della regola di maggioranza, in considerazione delle sue possibili derive nel dispotismo maggioritario, soprattutto in ordinamenti dove il consolidamento della democrazia è ancora in corso, dovendo percorrere una lunga strada, come si è storicamente dimostrato. \ud L’accenno ai suddetti rilievi di studi e opinioni, sembra dunque più che attuale, in considerazione dei recenti sviluppi segnalati nei paesi dell’area dell’Europa centro-orientale, fra i quali interessa in via primaria l’Albania e i relativi sviluppi, che costituiscono anche l’oggetto del presente lavoro di ricerca. L’Albania è uno di quei ordinamenti che nel processo intrapreso di cambiamento del regime, non poteva contare su esperienze precedenti importanti e continuative di democrazia . Di cui anche l’interrogativo sull’effettività dei nuovi principi e regole introdotte inizialmente nel nuovo sistema. Nemmeno ha potuto contare della piattaforma normativa internazionale iniziata nel 1975 con gli Accordi di Helsinki che poneva le basi per un miglioramento delle relazioni tra il blocco comunista e quello occidentale, soprattutto in tema di tutela dei diritti umani e delle minoranze, in quanto non firmataria. Nonostante ciò i primi cambiamenti rinvenibili in Albania, all’inizio degli anni ’90, e successivamente tradotti in una vera e propria transizione verso la democrazia, hanno risentito dell’innegabile influenza di diversi organismi internazionali interessati alle sue sorti, quali la Comunità europea, il Consiglio d’Europa, la Commissione per la Democrazia attraverso il Diritto del Consiglio d’Europa, l’Ufficio per le istituzioni democratiche dell’OSCE, in tema di Stato di diritto, democrazia, tutela dei diritti e delle libertà; e il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale, su questioni che riguardavano i nuovi indirizzi politici economici e finanziari che avrebbero ispirato i nuovi testi costituzionali. Si trattava quindi di un influenza che si presentava come assistenza e guida nella fase transizionale da un regime all’altro, e tramite inviti ad aderire ai diversi atti normativi e organismi internazionali. \ud In questo senso rileva verificare il quadro giuridico nel quale si è realizzato il processo costituente in Albania, le sue fasi, l’eventuale efficacia dei nuovi principi recepiti nell’ordinamento, così come le modalità in cui è stato esercitato il potere costituente in Albania, quale potere originario fondante la nuova convivenza civile, o quale fedele trascrizione e ricezione di principi e regole esperimentati con successo altrove. L’intento è quello di percorrere l’iter dei mutamenti realizzati sul piano istituzionale nell’ordinamento albanese dagli anni ’90, fino ad oggi, anche alla luce di alcuni importanti emendamenti costituzionali adottati nel 2008, che hanno travolto il fragile equilibrio fra i poteri, e la visione di un passato ventennale in cui si è tentato di ricostruire un ordinamento all’insegna del costituzionalismo, del periodo pre-costituzionale (1991-1998) e post-costituzionale (dall’avvento della Costituzione del 1998 in poi). La Costituzione del 1998 si apre con la frase “Qui comincia il futuro”, riferendosi appunto alle sfide affrontate nei primi 7 anni della transizione, in nome di un futuro realmente democratico (almeno nelle intenzioni), anche se la realtà odierna pone una serie di domande sulla strada che ancora deve essere percorsa mentre si ripropongono ancora una volta fenomeni di marginalizzazione estrema dell’opposizione, di violazione delle norme costituzionali, e del reale potere di chi sostiene i numeri giusti per dettare legge. \ud Dal punto di vista temporale l’analisi parte da un periodo caratterizzato dalla volontà di riformare il paese, a partire dalla ristrutturazione del sistema istituzionale, e che include entrambe le fasi pre-costituzionale e post-costituzionale. In questo senso si propone di analizzare il grado di realizzazione delle prescrizioni costituzionali in riferimento ai principi del costituzionalismo, allo Stato di diritto, alla separazione ed equilibrio tra i poteri, al pluralismo politico, in un ottica almeno apparentemente parlamentare e ricostruire l’evoluzione della forma di governo. La premessa a questo lavoro è costituita dalla ricostruzione degli eventi storici del periodo della transizione, periodo in cui si è realizzata la caduta del sistema totalitario e l’avvio verso un sistema istituzionale ispirata al costituzionalismo, per poi analizzare i rapporti e l’interazione tra i principali organi costituzionali ossia l’Assemblea, il Governo, il Presidente della Repubblica e la Corte costituzionale, quali principali protagonisti in termini di determinazione, realizzazione e mantenimento della forma di governo predisposta dall’ordinamento. \ud Il lavoro verrà condotto attraverso lo studio della dottrina albanese ed estera in merito, ma soprattutto attraverso l’elaborazione, l’analisi e l’interpretazione sistematica dei relativi testi normativi in riferimento ai rapporti intercorsi tra i suddetti soggetti costituzionali

    Orientalismo e alterità. Percorso attraverso i resoconti di viaggio e la memorialistica coloniale italiana.

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    Il presente lavoro si inserisce all’interno del PRIN Colonialismo italiano: letteratura e giornalismo portato avanti dall’Unità di ricerca dell’Università di Macerata in collaborazione con altri atenei italiani negli anni 2006-2011. Il mio interesse si è rivolto nello specifico ai resoconti di viaggio redatti da italiani che si trovarono a visitare, durante tutto l’arco dell’avventura coloniale nazionale, le zone del continente africano su cui si andavano progressivamente consolidando gli interessi espansionistici della giovane nazione. Si tratta di un corpus di testi ben nutrito, per la cui individuazione mi ha fornito un prezioso punto di partenza l’archivio digitale “Italia coloniale” − approntato grazie alle indagini catalografiche e documentarie svolte dallo stesso gruppo di lavoro maceratese − nel quale sono poi confluiti, in forma di dati bibliografici essenziali, i risultati delle mie stesse ricerche. Data l’ampiezza del materiale disponibile, la mia selezione delle opere si è avvalsa di un criterio “a campione”, che fosse in grado di dare conto dell’evoluzione ideologica e culturale parallela allo sviluppo politico-militare del movimento coloniale.\ud L’introduzione al lavoro prende le mosse dalla constatazione di una forma incerta e frammentata di memoria storica coloniale italiana. Una tendenza estrema all’oblio è bilanciata dall’immagine mistificante e rassicurante degli “italiani brava gente”, ossia di un colonialismo non solo “straccione”, ma soprattutto benevolo e più umano se paragonato a quello di tutte le altre potenze. Di una simile distorsione memoriale, che può almeno in parte essere ricondotta a effettive peculiarità del fenomeno coloniale nella sua specifica declinazione italiana (brevità e tardiva realizzazione dell’impero, mancato processo di decolonizzazione, semplicistico assorbimento nell’alveo del fascismo) ma che l’evidenza storica ha da tempo dimostrato priva di un fondamento reale, si trovano spie eloquenti nelle elaborazioni letterarie del recente passato offerte negli anni Cinquanta da Flaiano, Berto e Tobino: Tempo di uccidere, Guerra in camicia nera e Il deserto della Libia si muovono, con accenti in parte differenti, alla ricerca di un equilibrio tra desiderio di espiazione e volontà di deresponsabilizzazione personale e collettiva, tra nostalgia per gli ideali di gioventù ormai perduti e tragica consapevolezza del loro drammatico crollo. \ud Le premesse di un siffatto atteggiamento sono peraltro sapientemente gettate e consolidate in un decennale percorso di elaborazione ideologica di cui possiamo seguire le tracce, come ho inteso fare nel mio lavoro, proprio attraverso l’analisi della memorialistica di viaggio, genere di ampia fortuna e vasta circolazione all’epoca. Rispetto alla produzione romanzesca di argomento coloniale, fatta oggetto peraltro di maggiore attenzione da parte della critica, la scrittura di viaggio si distingue per la ricerca, destinata a perenne insoddisfazione, di un equilibrio tra le forti istanze autobiografiche, insite nella riproposizione di un’esperienza personale, e la concomitante volontà di fornire al lettore un ritratto esemplare in cui identificarsi, da cui deriva spesso un atteggiamento didattico e pedagogico. \ud I resoconti degli esploratori e dei viaggiatori della seconda metà dell’Ottocento (cui è dedicato il II capitolo), non riconducibili alla fase propriamente coloniale ma essenziali figure di “pionieri” sulla via delle imprese future, volendo dare una parvenza di giustificazione morale a una missione “civilizzatrice” di sfruttamento e di conquista − peraltro ancora di là da venire, ma già prevedibile almeno per i più accorti − abbondano di ipocriti pretesti dal vago sapore umanitario. \ud Con il volgere del nuovo secolo, e soprattutto in seguito alla nuova stagione coloniale inaugurata dalla guerra italo-turca del 1911 e dalla conquista, effimera, della quarta sponda libica, esploratori ma anche i sempre più numerosi giornalisti che visitano le colonie (i cui resoconti sono oggetto del III capitolo) non si fanno scrupoli di avanzare più decise pretese di legittimazione dell’operato italiano, basate sull’autorità materiale e spirituale ereditata da Roma. \ud Infine, con l’avvento al potere del regime fascista, parallelamente a quella escalation della violenza destinata a culminare nell’aggressione all’Etiopia del 1935, i viaggiatori che attraversano con sempre meno difficoltà i territori eritrei, libici ed etiopi si fanno non solo testimoni, ma anche spesso enunciatori e sostenitori in prima persona di un’orgogliosa ideologia di supremazia razziale, soffocando ogni rigurgito di tolleranza e di vera umanità. \ud Così, da un testo all’altro, sorvolando su contraddizioni e spesso misconoscendo la realtà dei fatti cui si è direttamente assisito, gli autori mascherano se stessi e la Patria di cui sono rappresentanti dietro un alone di “bontà”, tutta specificamente italiana appunto, che sembra qualificare la condotta dei connazionali in colonia, distanziandola in maniera sempre più profonda, quanto immaginaria, da quella delle altre nazioni europee. Ecco dunque poste le basi ideologiche di quella retorica degli “italiani brava gente” destinata a protrarsi per lungo tempo, e di cui ancora oggi, almeno a livello di percezione comune e diffusa, permangono tracce sul suolo nazionale. \u

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