689 research outputs found

    Accordi internazionali degli stati membri e diritto dell'Unione europea.

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    L'esigenza di scrivere una tesi di dottorato sul tema del rapporto tra il diritto dell'Unione europea e gli accordi internazionali conclusi dagli Stati membri con Stati terzi nasce dalla considerazione dell'importanza sempre maggiore della dimensione internazionale dell'Unione europea. Quest'ultima, com'è noto, è spesso (e probabilmente a ragione) considerata un soggetto giuridico internazionale di tipo ibrido, in quanto caratterizzata da elementi tipici delle organizzazioni internazionali e tuttavia dotata allo stesso tempo di connotati para-statali che la differenziano da quel modello, avvicinandola, per l'appunto, ad un'entità di tipo federale.\ud Il piano dell'indagine della presente tesi è articolato nel modo seguente. Lla prima parte ha ad oggetto lo studio delle regole del diritto internazionale dei trattati relative ai conflitti tra norme pattizie, al fine di inquadrare il problema degli obblighi confliggenti dal punto di vista del diritto internazionale. In questa sede, particolare attenzione è riservata alle c.d. conflict clause, ossia a quelle norme pattizie che, ai sensi dell'art. 30 par. 2 della Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati del 1969, stabiliscono a priori meccanismi di coordinamento tra regimi convenzionali diversi. A questo proposito, l'indagine condotta ha rivelato come il diritto internazionale pattizio finisca in qualche modo per ammettere e quindi tollerare l'esistenza di antinomie (principio di validità relativa dei trattati).\ud In secondo luogo, l'indagine prende in esame le norme dell'ordinamento dell'UE, così come interpretate dalla dalla giurisprudenza della Corte di giustizia dell'Unione europea nel corso degli anni. In questa sede è emerso che, al contrario del diritto internazionale, il diritto dell'Unione non soltanto non ammette l'esistenza di antinomie, ma prospetta una soluzione pressoché univoca: infatti, al termine del presente studio, si è potuto concludere che, almeno in teoria, il diritto dell'UE stabilisce la propria prevalenza nei confronti degli obblighi internazionali degli Stati membri, anche (ma non necessariamente) a prescindere da eventuali responsabilità internazionali cui questi potrebbero trovarsi esposti. A tale conclusione si è giunti in particolare attraverso lo studio di una norma formulata esattamente al fine di regolare i rapporti tra il diritto dell'UE e gli accordi internazionali conclusi dagli Stati membri, ossia l'art. 351 TFUE.\ud Tale norma può a pieno titolo essere considerata una conflict clause ai sensi dell'art. 30 della citata Convenzione di Vienna. Tuttavia, l'ambigua formulazione della stessa ha permesso alla Commissione europea ed alla Corte di giustizia di utilizzarla come un sorta di cartina al tornasole delle ambizioni espansive dell'Unione. In altre parole, atteso che nella maggior parte dei casi in cui un conflitto (attuale o potenziale) tra il diritto dell'UE e gli obblighi internazionali degli Stati Membri effettivamente si verifica la ragione ultima dello stesso è quasi sempre riconducibile ad una disconnessione tra normativa interna e dimensione esterna dell'Unione, l'art. 351 TFUE è spesso servito a favorire una soluzione del conflitto nel senso della prevalenza del diritto dell'Unione, attraverso la ricostruzione di un obbligo di rimozione delle incompatibilità tra gli accordi internazionali in questione ed il diritto dell'UE in capo agli Stati membri, ai sensi del par. 2 di detta norma. A tale processo è spesso corrisposto, come nel caso dei c.d. BITs, un parallelo tentativo di espansione dell'UE sul piano internazionale, in sostituzione degli (come nel caso, appunto, dei BITs) o in affiancamento agli Stati membri (come nel caso dell'ONU e del WTO).\ud Si può quindi forse affermare che il modo in cui il diritto dell'UE affronta il problema del coordinamento tra gli obblighi internazionali degli Stati membri e il diritto interno dell'organizzazione rispecchia almeno in parte le ambizioni para-statali (e in ultima istanza federali) dell'Unione, nella misura in cui l'attività internazionale degli enti costituenti, ossia gli Stati membri, risulti compatibile con la costituzione fondativa.\u

    La figura scientifica e l'attività archeologica a Cirene di Luigi Pernier tramite i contributi d'archivio.

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    Nell’ambito degli studi di Storiografia, la storia dell’Archeologia rappresenta ancora un settore d’indagine piuttosto marginale.\ud Questo progetto di ricerca, per quanto possibile, ha cercato di colmarne una lacuna tessendo la vita, la formazione e l’attività cirenea di Luigi Pernier, uno dei protagonisti dell’Archeologia italiana ed internazionale a cavallo tra il XIX ed il XX secolo, tra i più validi ma anche tra i meno conosciuti.\ud Soprattutto si è tentato di illustrare il suo modus agendi, dagli approcci teorici alla prassi sul campo, in un periodo, questo preso in esame, denso di avvenimenti per l’evoluzione della disciplina archeologica: è naturale, pertanto, che, in una fase così di passaggio, ogni archeologo avesse una modalità di studio e di lavoro comprensibile solo se calata nel contesto di riferimento.\ud Inoltre, trattandosi di un Dottorato di Ricerca in Archeologia romana in Cirenaica e Maghreb, dal titolo della tesi si evince la scelta di limitare il campo d’indagine alla sola attività archeologica del Pernier a Cirene tra il 1925 ed il 1936, periodo che coincide anche con gli ultimi anni di attività dello studioso.\ud Questo dunque l’obiettivo prioritario del progetto: ripercorrere l’esperienza a Cirene di Luigi Pernier alla luce sia della sua preparazione accademica e formazione scientifica sia del contesto storico, politico, sociale, economico e culturale in cui era nata ed operava la Missione archeologica italiana in Libia.\ud Nel primo capitolo, il quadro storico-sociale descritto nel primo paragrafo fa da sfondo alla biografia dell’archeologo, tracciata per lo più con informazioni tratte dalle carte del Fondo Pernier dell’Università degli Studi di Macerata.\ud Il secondo capitolo è dedicato alla formazione scientifica del Pernier ed al suo approccio metodologico ad ogni momento dell’attività di un archeologo, dall’indagine sul terreno allo scavo, dall’insegnamento della Storia dell’Arte antica alla prassi del restauro: per comprendere e motivare le sue tendenze ideologiche e procedure professionali, ogni paragrafo inerente l’indirizzo filosofico e dottrinario cui l’archeologo romano aderì è stato preceduto da una panoramica degli orientamenti culturali più in uso in Italia ed all’estero nel periodo antecedente o coevo all’attività del Pernier stesso.\ud In primis, essendo un archeologico militante, è stato analizzato il suo metodo di scavo: le numerosi citazioni tratte dalle sue pubblicazioni o dai suoi appunti hanno dimostrato che l’archeologo romano aveva acquisito e fatto sue le pratiche di scavo più avanzate ed accreditate agli inizi del XX secolo, applicandole fin dalle prime ricerche in ambito etrusco a Firenze, poi a Creta, e, ove possibile, a Cirene.\ud Meno pregnante sembra l’orientamento circa l’insegnamento della Storia dell’Arte antica: lo studioso non era propriamente uno storico dell’arte e non si inserì nel dibattito culturale nazionale ed internazionale di fine Ottocento ed inizio Novecento sulle tematiche relative alla Kunstarchaeologie con una sua scuola di pensiero; certamente gli argomenti proposti nei suoi corsi e la bibliografia cui faceva riferimento provano che, pur aderendo al Positivismo, accettava e faceva proprie anche altre teorie sviluppatesi in quegli anni, soprattutto dello Storicismo e della Scuola Viennese, e che invece era alieno dalle nuove interpretazioni storico-artistiche dell’Idealismo.\ud Più interessante è stato analizzare la sua concezione riguardo al restauro dei monumenti antichi e la posizione assunta tra i vari indirizzi metodologici diffusi in quegli anni: in generale il Pernier adottò per lo più un approccio filologico, diversificato a seconda dello stato di conservazione e dei materiali impiegati, dimostrando di ben conoscere le differenze fra restauro conservativo, ricostruttivo ed interpretativo e comunque preferendo sempre - quando era possibile - il restauro conservativo in loco.\ud Infine ho voluto rispondere, almeno in parte, alle critiche mosse all’Archeologia italiana in Libia nei primi decenni del ‘900: certo il governo italiano aveva investito molto nella riscoperta delle vestigia antiche, soprattutto romane, in terra d’Africa e questo anche per legittimare la presenza italiana nella colonia in nome della grandezza del passato dominio romano, ma molti archeologi operarono a prescindere da questo intendimento.\ud Così il terzo capitolo è stato interamente rivolto all’esperienza italiana nella colonia libica dai primi del Novecento agli anni Trenta e presenta un affresco della metodologia utilizzata nell’organizzazione dei siti archeologici di Cirene.\ud Dopo il paragrafo generale sui primi approcci dell’Italia e del Pernier alla Libia, il secondo illustra nel dettaglio le missioni italiane a Cirene dal 1925 al 1936 e di ogni campagna sono stati presi in considerazione: la durata, i componenti dell’équipe, le eventuali presenze di ospiti di governo o colleghi, le uscite sul territorio, i programmi di lavoro e l’assegnazione dei compiti, i resoconti editi o inediti, il modus agendi vero e proprio.\ud In questa parte ho cercato di mostrare come, pur nei condizionamenti operati dal regime, nell’intento propagandistico di valorizzare la colonia, nell’ostilità dell’ambiente e del clima, nelle difficoltà di vario genere, il Pernier operò il più possibile in maniera ortodossa.\ud Nell’ultimo paragrafo, infine, si è tentata una revisione de Il Tempio e l’Altare di Apollo a Cirene che il Pernier pubblicò nel 1935, prima operando un confronto fra il testo edito e la bozza preliminare o altri appunti, poi presentando alcune interpretazioni dell’archeologo rimaste poco chiare o messe in dubbio da altri studiosi e suggerendo ulteriori osservazioni in merito.\ud Al termine del lavoro è emersa la figura di un archeologo completo, a tutto tondo, consapevole delle problematiche insite nella pratica dello scavo e del restauro di monumenti antichi, al cui dibattito partecipò attivamente con interventi pratici e relazioni teoriche nelle più rappresentative sedi scientifiche. \ud Tra tutto stupisce, perché non consueta a quei tempi, l’attenzione che egli riservò al problema della tutela e musealizzazione dei reperti, soprattutto scultorei, scoperti negli scavi e della valorizzazione del sito archeologico, con soluzioni sorprendentemente innovative.\ud Riguardo al materiale utilizzato, principale fonte d’archivio, rilevantissima per qualità e quantità, è stata, come accennato, il Fondo Pernier acquisito dall’Università degli Studi di Macerata nel 1997 ed oggi ivi conservato.\ud Oltre alle carte del Fondo Pernier, le pubblicazioni dell’archeologo hanno costituito lo strumento privilegiato per la ricostruzione sia della sua personalità intellettuale ed umana sia del suo modus operandi.\ud Nel corso della ricerca, poi, vi è stata anche la scoperta di altri archivi, pubblici o privati, il cui “scavo” ha dato talvolta risultati interessanti.\ud Infine, ma non per ultimo, sono stati contattati gli eredi di Luigi Pernier, che, avvalendosi di ricordi personali o tramandati in famiglia, hanno proposto ulteriori elementi per dipingere il ritratto umano dell’archeologo.\ud In appendice sono stati forniti sia la trascrizione di alcuni documenti, ai quali si fa costante rinvio, per accompagnare la ricostruzione storica della figura e dell’opera dell’archeologo e dell’Archeologia italiana tra il XIX ed il XX secolo, sia un apparato fotografico e grafico che agevola la lettura e la comprensione del testo.\ud La presente ricerca, da una parte, spera di essere esaustiva per quanto riguarda la parte biografica e formativa di Luigi Pernier, aggiungendo una tessera al mosaico della storia degli studi archeologici ed offrendo spunti a chi intende occuparsi di altre figure di spicco del vasto panorama culturale italiano, soprattutto se venute a contatto diretto o indiretto con l’archeologo romano.\ud D’altra parte, la ricerca non può essere e non è completa circa la sua attività archeologica e lo stesso materiale documentario può aprire ulteriori possibilità di approfondimento per chi, in generale, si occupa di archeologia cirenaica ed, in particolare, si accinge a riaprire vecchi scavi del Pernier o affrontare lo studio dei monumenti cirenei già da lui presi in esame.\ud Di certo questa personalità si è svelata di grande poliedricità e versatilità, pur con le luci e le ombre addebitabili anche ai tempi, e di tale “passione” nei confronti di un mondo, quello dell’Archeologia, affascinante e complesso, da far appassionare anche chi ad essa è estraneo.\u

    Self regulated learning degli insegnanti in un corso di apprendimento online: un case study.

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    Il termine “autoregolazione” si usa per descrivere le attività, i meccanismi, le strategie mediante le quali una persona dirige la propria condotta, controllando gli aspetti cognitivi, emotivi e motivazionali del proprio processo di apprendimento. Il self regulated learning (SRL) è inteso come quella competenza trasversale di “imparare a imparare” (Schunk e Zimmerman, 1998) che permette di attivare e mantenere cognizioni e comportamenti orientati in modo costante verso gli obiettivi dell’apprendimento. L’autoregolazione diventa per Zimmerman (2001) quindi, un processo diretto dallo studente per trasformare un’abilità mentale in una capacità operativa, relativamente a un compito specifico, che si esplica in tre fasi cicliche (Fase di Previsione, Fase di Prestazione, Fase Auto-riflessiva). Nella letteratura, i ricercatori hanno collegato queste caratteristiche con il successo nell’apprendimento (Pintrich, 2000). Recenti metodi di apprendimento (Randi e Corno, 2000; Hakkarainen, Lipponen e Järvelä, 2002) offrono opportunità agli studenti di impegnarsi in percorsi di SRL, incoraggiando gli studenti a impostare i propri obiettivi, sottolineando la collaborazione e la negoziazione e nuove forme di scaffolding durante l'apprendimento, creando situazioni di apprendimento più stimolanti per gli studenti. Promuovere con le tecnologie competenze di SRL permette di essere in linea con le esigenze di una società in continua trasformazione, dove la capacità di agire e intervenire creativamente nella realtà diventa dominante. Maggiori sinergie dovrebbero essere stabilite tra la progettazione di esperienze di e-learning e l'analisi delle interazioni dagli studenti negli ambienti online, in particolare sostenendo gli aspetti che facilitano e sostengono il self regulated learning. \ud L’obiettivo della ricerca proposta di seguito è quello di descrivere lo sviluppo della visione della professionalità in un corso specialistico post laurea per insegnanti, ovvero vedere come i dispositivi presenti nel corso hanno influenzato il cambiamento nella professionalità degli insegnanti in formazione. La domanda di ricerca è: Come si evolve la visione della professionalità insegnante durante un corso di apprendimento online? In particolare, la domanda di ricerca verrà analizzata in tre aree di esplorazione: Come vengono affrontate le tematiche di un corso professionale online da parte degli insegnanti in formazione? Come gli insegnanti coinvolti in un corso di formazione online riescono ad autoregolare il proprio processo di apprendimento? Come i dispositivi e gli artefatti del corso di apprendimento online influenzano il cambiamento della visione professionale degli insegnanti?\ud Il contesto in cui è stata effettuata la ricerca è il corso post laurea “Master in Progettazione didattica e Ricerca Educativa” tenuto presso l’Università di Macerata, svolto negli A. A 2010/2011 e frequentato da 43 docenti (40 femmine e 3 maschi). La piattaforma utilizzata è la piattaforma OLAT versione 6.3.3 (http://www.olat.org/). Le aree prese in considerazioni per l’analisi sono: le note dei web- forum; il teacher portfolio dell’esperienza compilato durante tutto il corso, la Rubrica utilizzata come proiezione. Ciascun corsista ha un differente numero di note postate durante il corso e in alcuni casi le sezioni sono curate con attenzione mentre in altre sono compilate in modo più sommario. \ud La prima fase è stata l’individuazione dei topic nelle note del forum e nell’e-portfolio attraverso la costruzione di un Codebook. Lo scopo di questa prima analisi è quella di rintracciare i topic che emergono delle note dei forum e dell’e-portfolio dei partecipanti. Per attuare tale processo, si è proceduto con l’utilizzo della metodologia della Grounded Theory (Glaser e Strauss, 1967) e dell’Analisi del contenuto (Berelson, 1952). In questa prospettiva, il Codebook si è sviluppato attraverso un processo interattivo dei dati, definendo, modificando e ridefinendo le categorie di analisi emerse dai dati empirici. Sono state ottenute quattro categorie principali: Pratica didattica; Professione; Self; Artefatti e dispositivi. Il Codebook è stato poi applicato su di un primo e-portfolio (198 segmenti) e successivamente anche sugli altri due profili selezionati. Questa comparazione con gli altri due profili ha permesso di generalizzare e sondare la estendibilità delle categorie anche agli altri profili. In tutti è tre i casi è possibile notare come il Forum si presta ad essere un contenitore dove discutere di tematiche che necessitano di essere condivise socialmente, come la definizione e la scelta delle caratteristiche legate al “buon insegnante”. L’e-portfolio, invece, appare essere in tutti e tre i casi uno spazio più privato, dove prevale l’elaborazione personale sulle tematiche legate al Sé o alla propria personale pratica didattica. Questo primo dato ci indica come la progettazione di spazi diversi, socialmente condivisi o più legati ad una elaborazione personale, attivano riflessioni diverse e facilitano alcuni processi specifici. In sintesi, il Codebook permette di rilevare l’evoluzione dei contenuti presenti nelle note del forum e dell’e-Portfolio e sondare il processo di autovalutazione messo in atto dai corsisti. Tale Codebook è utile per sostenere il monitoraggio e per effettuare un eventuale profiliazione dei vari partecipanti o supportare la discussione. \ud La seconda esplorazione è stata volta a rintracciare indicatori del SRL nella discussione online. La ricerca sul SRL è generalmente effettuata attraverso l’osservazione delle azioni dirette, oppure attraverso raccolte a posteriori di interviste e questionari. All’interno degli ambienti di apprendimento online diversi sono gli studi che cercando di indagare i processi di SRL (Delfino, Dettoni, Persico, 2011). L’idea di base è quella di rintracciare in ciascuna nota gli indicatori del SRL proposti dal modello di Zimmerman: Fasi (pianificazione; l’esecuzione monitorata; la valutazione); Componenti dell’SRL (cognitiva e metacognitiva; motivazionale ed emotiva); Modalità di lavoro (individuale e collaborativa).\ud Nell’ultima esplorazione si è proceduto con l’osservare e monitorare l’evoluzione e l’uso degli artefatti durante il corso. Infatti, una delle caratteristiche dei corsi online è la possibilità di ripercorrere l’evoluzione e i cambiamenti emersi grazie alla rilettura delle note lasciate dai corsisti nell’arco temporale del corso. In questo corso, il flusso di tempo è caratterizzato dalla struttura modulare del corso (tre macro moduli della durata di due mesi ciascuno). \ud Dal punto di vista applicativo, tali analisi supportano il tutor e il docente in una progettazione educativa più personalizzata nei dispositivi da utilizzare e nel monitoraggio delle tematiche e dei cambiamenti concettuali durante il percorso didattico. \u

    Istituzioni sociali ed educative a Camerino nell'ottocento.

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    A Camerino una tradizione assistenziale di tipo moderno risaliva già al XV secolo, dato che esistevano nella città alcuni piccoli ospedali gestiti da varie confraternite; si deve al duca Giulio Cesare da Varano la riunione di questi ospedali in un istituto che prese il nome di Santa Maria della Misericordia o della Pietà, o anche Ospedale Maggiore. \ud Agli inizi del XVIII secolo l’opera ospedaliera aveva un’unica amministrazione che si occupava dei malati e degli esposti. Gli infermi, soprattutto poveri, erano riuniti in un unico edificio. Il pagamento della retta si richiedeva solo a quei malati che erano nelle possibilità di sostenerlo, mentre i meno abbienti venivano curati gratuitamente. Nel periodo considerato le entrate dell’Ospedale derivavano, oltre che dagli antichi possedimento di terre, anche da varie prestazioni perpetue di eredità, tra cui le principali erano quelle Urbani e Mora che fruttavano una cospicua entrata annua. \ud A Camerino, nel secolo XVIII e nella prima metà del secolo XIX, si verificò, in significativa continuità con tali precedenti, la costituzione di altri organismi assistenziali ed elemosinieri. Fra tutte la più importante era l’Opera pia Ferretti, fondata nel 1774, la quale aveva una notevole capacità assistenziale: il suo patrimonio era destinato a opere di culto e di beneficenza, oltre che alla creazione di un apposito istituto caritativo per il ricovero temporaneo di poveri e mendicanti, nonché di una scuola. \ud Il numero progressivamente crescente di coloro che ricorrevano alle prestazioni dell’Ospedale e la scarsità delle entrate a disposizione determinarono quasi un dissesto finanziario dell’ente, che nei primi anni dell’Ottocento si trovò nuovamente in difficoltà nel far fronte alle crescenti spese a causa soprattutto degli sconvolgimenti del periodo francese e al tempo stesso dell’abolizione delle esenzioni di cui godeva (decretata dal Governo della Repubblica Romana e del Regno Italico, ma poi mantenuta dal restaurato Governo pontificio), alla quale si aggiunsero le difficoltà provocate dalla carestia del 1816.\ud Si avviò dunque, sia pure fra incertezze e contraddizioni, il passaggio a una realtà assistenziale di tipo moderno, ormai di “pubblica beneficenza”, sotto la direzione della Congregazione di carità e delle amministrazioni pontificie che ne avrebbero ereditato la struttura. Da ciò la necessità di estendere a questo “ramo essenziale” della pubblica amministrazione una mentalità tendente a burocratizzare i sistemi di gestione e renderli uniformi, come in tutto il territorio del Regno d’Italia napoleonico. Occorreva stabilire quindi regolamenti che avessero la caratteristica di occuparsi analiticamente di ogni singolo momento dell’agire amministrativo: dall’elezione dei funzionari alle loro prerogative, dalla contabilità alle procedure, dai concorsi per il personale ai bandi di asta, superando l’eccessivo frazionamento delle funzioni in diversi istituti.\ud Con l’unione delle Marche al Regno d’Italia nel 1808, di notevole importanza appare ovviamente la tendenza a sostituire alla preponderanza delle figure religiose una maggiore e quasi esclusiva partecipazione delle forze laiche, sia per affermare i diritti di controllo dello Stato sia per allargare la base del consenso al nuovo Governo appena instaurato. Di fronte però alla problematicità dei controlli e a un campo di applicazione eccessivamente ristretto, il decreto del 21 dicembre 1807 segna una svolta perché, trasferendo le competenze dal Ministero per il Culto al Ministero dell’Interno, affidò un ruolo di particolare importanza ai prefetti che diventarono l’elemento di raccordo tra il Governo e le strutture periferiche, tenendo anche presente che le Congregazioni di Carità vennero istituite in tutti i Comuni dove esistevano istituti di pubblica beneficenza (e con l’ulteriore provvedimento del 25 novembre 1808 ai restanti Comuni).\ud Le difficoltà finanziarie delle amministrazioni e soprattutto di quelle ospedaliere – particolarmente evidenti nel caso dell’Ospedale della Pietà di Camerino – rendevano ancor più necessario un coinvolgimento locale accompagnato da un effettivo e incisivo controllo centrale. Il quadro normativo fissò conseguentemente la composizione delle Congregazioni di Carità – espressione di quelle élite locali, nelle Marche di estrazione nobiliare ed ecclesiastica, da cui provenivano gli amministratori delle opere pie – e nei capoluoghi di Dipartimento, come Macerata, e di Distretto, come Camerino, la presidenza fu affidata al prefetto e al viceprefetto. Se dunque si avviò, sia pure fra incertezze e contraddizioni, il passaggio a una realtà assistenziale di tipo nuovo – in un quadro giuridico comunque diverso dal passato, sotto la direzione prima delle Congregazioni di Carità e poi delle amministrazioni pontificie che ne avrebbero ereditato la struttura – tale processo può essere visto come il risultato sia della lunga evoluzione precedente sia del necessario processo di modernizzazione dello Stato. Rimasero – in un contesto che lo rendeva appunto possibile e auspicabile – molti elementi di continuità con il passato per quanto riguardava i criteri di intervento e il costante impegno del gruppo dirigente cittadino, che garantiva in ultima analisi la tenuta delle istituzioni in un momento di crisi economica e sociale, aggravata dalla carestia ed epidemia del 1815-1817. \ud La struttura dell’assistenza, nello Stato pontificio come nelle altre realtà della penisola, rimaneva in ogni caso incentrata sulla carità tradizionale delle opere pie, il sostegno municipale e la filantropia privata, con una sostanziale continuità fra Rivoluzione e Restaurazione, senza impossibili ritorni all’antico regime, pur nella successiva ricostituzione di autonome amministrazioni e nel favore ovviamente accordato agli istituti religiosi. Appare dunque con chiarezza come le singole amministrazioni di Camerino – nella fase di continuità istituzionale seguente al 1816 – ereditassero sia la tradizionale rete di rapporti e di sostegni della società camerte sia le innovazioni amministrative del periodo del Regno Italico. L’obiettivo era però destinato, almeno in parte, a mutare, poiché occorreva rispondere a bisogni emergenti che colpivano gli strati più deboli della popolazione, come nel caso emblematico degli esposti assistiti dall’Ospedale della Pietà e in quello dell’istruzione popolare, in assenza però di nuove risorse e di strumenti d’intervento che si sarebbero precisati molto più tardi. I profili degli amministratori, l’iter decisionale dei diversi provvedimenti, la mappatura dei progetti e delle realizzazioni permettono di comprendere più a fondo le dinamiche sociali della “piccola patria” di Camerino. \u

    Il laboratorio didattico tra storia, teoria e applicazione.

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    The mosquito microbiota: a new way to look at mosquito vectors and to investigate other insect pests

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    I. Ricci, C. Damiani, P. Rossi, A. Capone, P. Scuppa, A. Cappelli, U. Ulissi, M. Mosca, M. Valzano, S. Epis, E. Crotti, D. Daffonchio, A. Alma, L. Sacchi, M. Mandrioli, C. Bandi & G. Favia, Mosquito symbioses: from basic research to the paratransgenic control of mosquito-borne diseases, J. Appl. Entomol. 135 (2011) 487–493\ud \ud Guido Favia, Irene Ricci, Patrizia Scuppa, Claudia Damiani, Paolo Rossi, Aida Capone, Chenoa De Freece, Matteo Valzano, Alessia Cappelli, Michela Mosca and Ulisse Ulissi, Facing\ud Malaria Parasite with Mosquito Symbionts\ud \ud Irene Ricci, Matteo Valzano, Ulisse Ulissi, Sara Epis, Alessia Cappelli, Guido Favia, Symbiotic control of mosquito borne disease\ud \ud M. Valzano, G. Achille, F. Burzacca, I. Ricci, C. Damiani, P. Scuppa, G. Favia, Deciphering microbiota associated to Rhynchophorus ferrugineus in Italian samples: a preliminary study, Journal of Entomological and Acarological Research 2012; volume 44:e16\u

    Structural and Functional Studies on Group A Streptococcus

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    The main aim of this project was to conduct a study of some functional and structural aspects characterizing group A Streptococcus.\ud Part of this work addressed the important issue of horizontal gene transfer among GAS. The study sought to demonstrate the lysogenic transfer of genetically linked\ud erythromycin and tetracycline resistance genes carried by the chimeric element ϕm46.1 and to analyze the susceptibility of different strains to both lysogenic\ud conversion and bacteriophage-mediated lysis.\ud Conjugation and transduction have always been indicated as mechanisms of intraspecific horizontal gene transfer. Genomic data have also revealed that S. pyogenes genome is extremely polylysogenic, indicating that temperate\ud bacteriophages play a fundamental role in the evolution and plasticity of the chromosome. Hence, lysogenic conversion has recently attracted interest in the bacteriophage research field. However, lately published works focused just on toxigenic conversion, while those regarding transduction itself date back to the 1960s and 1970s. This lack of information is mainly due to the well-known difficulty in handling the GAS bacteriophage-host system. The present work represents a novelty in the topic of antimicrobial resistance in S. pyogenes and, more specifically, in dissemination of genetic elements carrying and mobilizing antimicrobial resistance genes.\ud The second part of the project focused on a set of clinical group A streptococci belonging to the emm type 89 (M serotype 89). Some strains had been isolated in Italy\ud from sore throats of patients in the course of a single seasonal outbreak of pharyngitis.\ud These isolates had been already characterized for their SmaI macrorestriction profile by pulsed field gel electrophoresis and for the content in phage-associated virulence and resistance genes [...]. They showed a very low content in antibiotic resistance and prophage-associated virulence genes with a mean value of about one per genome. A great fraction of these strains did not possess any phage at all. In this context, the ability of certain GAS phages to lysogenize isolates with different emm types had also been studied. Interestingly, in the experimental conditions used, the emm89 recipients were not lysogenized [...]. The availability of several emm89 strains coming from Italy and other different world locations presenting a variable content in known prophage-associated virulence and resistance genes represented a unique starting material and an opportunity to study functional and structural aspects in GAS genome

    Interazioni e identità nella classe di italiano lingua seconda all'università.

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    Le tappe fondamentali di questo percorso all'interno del campo della didattica dell'italiano lingua seconda nell'Università si articolano in due momenti: uno di riflessione teorica e metodologica frutto della ricerca bibliografica e l'altro di analisi dei dati e interpretazione dei risultati della ricerca sul campo.\ud Con l'intento fondamentale di descrivere il campo d'indagine, ci siamo addentrate in vari ambiti disciplinari alla ricerca dei supporti teorici e metodologici al fine di analizzare le interazioni e le identità che si co-costruiscono nella classe di italiano lingua seconda nell'Università. Abbiamo visto che le discipline chiamate in campo per descrivere come avviene la costruzione identitaria nell'interazione di classe sono varie: la sociologia, la linguistica, la semiotica, la filosofia, la scienza dell'educazione linguistica (SEL), la psicologia e l'elenco non è completo. Da ognuna di queste abbiamo attinto strumenti e metodi analitici e descrittivi, per avere nuove prospettive didattologiche descrittive della realtà di classe. In un certo senso, ci è sembrato di cogliere lo Zeitgeist delle ricerche accademiche e questo è stato di sostegno per l'ipotesi centrale di questo studio: l'interazione e la co-costruzione delle identità nel campo della didattica della lingua-cultura seconda sono fondamentali per vari motivi.\ud Innanzitutto, attraverso le interazioni si negozia un universo simbolico condiviso. Esso passa attraverso le rappresentazioni identitarie che scorrono fluide all'interno degli scambi comunicativi; nella trasmissione identitaria socio-culturale vi è la possibilità di una ridefinizione della relazione in senso interculturale; tale ridefinizione implica anche la costruzione di un legame e di una relazione sociale, che nell'aula ha un carattere simbolico, quindi culturale, rappresentativo del legame sociale interculturale dell'ambiente sociale esterno alla situazione dell'aula. Queste ridefinizioni, negoziazioni e legami racchiusi nello spazio d'intervento didattico in aula possono avviare un processo di apertura verso l'altro fuori dall'aula, in un'ottica interculturale che rientrerebbe nella vita esperienziale della probabile classe dirigente del futuro.\ud Abbiamo illustrato come il concetto di lingua è inscindibile dal concetto di cultura al fine della comprensione degli effettivi contenuti della didattica in aula, infatti sia le interazioni che le identità sono marcate da contenuti culturali che ci permettono di comprendere l'azione locale e situata degli attori sociali sul campo d'indagine. Queste caratteristiche culturali dell'interazione e dell'azione sono di carattere strutturale, ma permettono delle variazioni e riposizionamenti che si concepiscono e attualizzano all'interno dell'interazione interculturale di classe. Abbiamo identificato negli aspetti emozionali e valoriali le variabili che regolano le modalità d'interazione e la conseguente co-costruzione identitaria.\ud Nella prima sezione, sono stati identificati gli oggetti di ricerca: le interazioni che co-costruiscono le identità degli attori sociali – istituzione, docente, discenti – nel campo d'indagine – due università che si differenziano per dimensioni. La riflessione procede sul metodo più appropriato per una ricerca di tipo esplorativo, identificando l'abduzione come metodo più consono per i nostri scopi, l'analisi del discorso come metodologia che ci permette di addentrarci nella complessità delle interazioni sociali e infine il problema della ricerca di una possibile modellizzazione delle interazioni e co-costruzioni identitarie nel nostro campo d'indagine.\ud Nella fase di analisi dei dati, nella seconda sezione, si identificano due strategie: la ripetizione – nei dati rilevati nell'università di piccole dimensioni - e la narrativa orale in classe - nei dati rilevati nell'università di grandi dimensioni. Anziché in Capitoli, le analisi vengono presentate in due Focus per permettere di mantenere la relatività della visione sui dati. Se questa disomogeneità terminologica può provocare incertezza e disorientamento da un lato, dall'altro aiuta la comprensione dell'intera ricerca sul campo, perché rispecchia la posizione assunta da chi ricerca. A questa si è data la priorità.\ud Il Capitolo 4 risponde alle domande di ricerca ed è l'anello di congiunzione delle riflessioni riportate in entrambe le sezioni. Riprendendo il modello iniziale presentato nel Capitolo 2 della Sezione I, vi si riporta come l'analisi dei dati raccolti sul campo abbia modificato e completato la descrizione del fenomeno rappresentato inizialmente, presentando gli stili che caratterizzano l'interazione nella didattica d'aula definiti informali e burocratici nelle interazioni con l'istituzione e teatrali e interculturali nelle interazioni di classe.\ud Nelle conclusioni, si evidenzia l'apporto personale alla ricerca, - l'interazione come elemento caratteristico della didattica di lingua seconda e l'identificazione delle quattro categorie di interazione - e si riportano indicazioni per ricerche future lungo linee di studio nella didattica linguistico-culturale analoghe a quelle di questa ricerca.\u

    Probiotics and prebiotics for human health: Innovations and new trends

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    The intestinal microflora can be considered as a postnatally aquired organ composed of a large diversity of bacterial cells that can perform different functions for the host. This organ is highly exposed to environmental influences and thus modulated in its composition and functions by external factors, such as nutrition. Specific bacterial components of the intestinal microflora, including lactobacilli and bifidobacteria, have been associated with beneficial effects on the host, such as promotion of gut maturation and integrity, antagonisms against pathogens and immune modulation. These two genera are mainly considered to include probiotic bacteria. Probiotics are live microorganisms which when administered in adequate amounts confer a health benefit on the host. This study has been done on probiotic strains investigating their different properties and activities. The antimicrobial and antifungal activities of two probiotic strains, Lactobacillus rhamnosus IMC 501® and Lactobacillus paracasei IMC 502®, and their 1:1 combination, named SYNBIO® were studied using four different methods. Using two modified streak methods and a well diffusion method, the inhibitory activity of the probiotics and their metabolites towards six Gram+, nine Gram- pathogenic bacterial strains and eight Candida strains, was tested. Antagonistic effect of probiotic Lactobacillus strains was also investigated by co-culturing assay highlighting a significant inhibition of most of the pathogens tested in this study. The combination SYNBIO® showed a microbicidal activity against most of the strains tested in the study. Compared to the control, most of the pathogenic bacteria and yeast were inhibited by all probiotic strains tested to various degrees. Screening Lactobacillus strains according to their activity in various environmental conditions could precede the clinical efficacy studies for adjunct treatment with probiotics in cure of different gastrointestinal and vaginal tract infections. \ud There is also evidence suggesting that the consumption of fermented products containing lactobacilli and bifidobacteria may play a role in preventing cancer of the colon and rectum but the mechanisms responsible for this effect are not fully understood and may be linked to different factors. Colon cancer is a major cause of cancer death in affluent countries and diet plays an important role in its development. One of the essential components of the colonic cancer genesis is represented by DNA damage. Gut microbial products and food components are thought to be principally responsible for the damage that initiates disease progression. The two probiotic strains, L. rhamnosus IMC 501® and L. paracasei IMC 502®, and their combination, SYNBIO® were incubated at three different bacterial concentrations with a genotoxic human faecal water. HT29 cells were used to investigate the protective effects of the probiotic bacteria on DNA damage faecal water-induced by single cell gel electrophoresis (Comet) assay. The probiotic strains tested were not genotoxic and significantly decreased DNA damage induced by faecal water, indicating the potential to inhibit initiation. Incubation of faecal water with different concentrations of probiotics revealed that the decrease in genotoxicity was not dose dependent in some cases. In this study it was also investigated the influence of both probiotic strains on protein expression and MAPKs signalling pathways in HT29 cells, showing an improvement of the intestinal epithelium permeability. \ud Consumers are more aware and concerned about their lifestyle than ever before. This has increased demand for foods that promote health and wellness, such as functional products containing probiotics and prebiotics, which have a beneficial effect on the balance of intestinal microbiota. Fermented dairy products are generally good food matrices to be enriched with probiotics, but the consumption of these products is limited due to growing vegetarianism and the large number of individuals who are lactose intolerant or on cholesterol-restricted diets. Thus, the development of non-dairy probiotic products, including food matrices based on fruit, vegetables and cereals, has been widely studied. This study reviews the main applications of probiotics in dairy and non-dairy food products and also in products of vegetable origin and the characteristics that enable the use of these food matrices as potential carriers of probiotic bacteria. However, in order to be beneficial, the bacterial cultures have to remain live and active at the time of consumption. One of the aim of this study was to develop new probiotic food products, such as seasoned cheeses, salami, chocolate and ice-cream with a final probiotic concentration of approximately 109 CFU/daily dose of L. rhamnosus IMC 501® and L. paracasei IMC 502® mixed 1:1 (SYNBIO®). The survival and viability of probiotics were determined during the foods shelf-life. The values of viable probiotic bacteria of all dairy and non-dairy foods were between 107 and 109 CFU/g of food at the end of the shelf-life and for some of them the values were maintained even after the expiry date. Based on the results of the current study, all the dairy (―Caciotta‖ cheese, ―Pecorino‖ cheese, ―Büscion‖ Swiss cheese and ―Fiordilatte‖ ice-cream) and non-dairy (―Ciauscolo‖ salami, Larded salami, Swiss small salami, milk chocolate, dark chocolate, organic jam and chocolate mousse) food products studied would be excellent vehicles to deliver the probiotic health effects because of the high viability of probiotics during the shelf-life of foods and in some cases even after their expiry date. \ud The most well known food-based strategies to modulate the composition of the intestinal microbiota are the dietary use of prebiotics, probiotics and their combination, synbiotics. \ud Since fermented foods have a great significance because they provide and preserve large quantities of nutritious foods in a wide diversity of flavours, aromas and texture, which enrich the human diet, a further aim of the study was to screen the effect of buckwheat flour and oat bran as prebiotics on the production of probiotic fibre-enriched fermented milks, by investigating the kinetics of acidification of buckwheat flour- and oat bran-supplemented milk fermented by L. rhamnosus IMC 501®, L. paracasei IMC 502® and their 1:1 combination, SYNBIO®. The probiotic strains viability, pH and sensory characteristics of the fermented fibre-enriched milk products, stored at 4°C for 28 days were also monitored. The results showed that supplementation of whole milk with the tested probiotic strains and the two vegetable substrates results in a significant faster lowering of the pH. Also, the stability of L. rhamnosus IMC 501®, L. paracasei IMC 502® and SYNBIO® during storage at 4°C for 28 days in buckwheat flour- and oat bran-supplemented samples was remarkable enhanced. The aim of this preliminary fermentation was to develop a new synbiotic product using the best combination of probiotics and prebiotics by promoting better growth and survival and be acceptable to the consumers with high concentration of probiotic strain. This new product was used to conduct a human feeding trial to validate the fermented milk as a carrier for transporting bacterial cells into the human gastrointestinal tract. The probiotic strains were recovered from faecal samples in 40 out of 40 volunteers fed for 4 weeks one portion per day of synbiotic fermented milk carrying about 10 9 viable cells. \ud Probiotics have the potential to prevent and treat gastrointestinal and vaginal infections and diseases. This is an important field of further researches. Further well-conducted clinical studies using validated outcome measures are recommended. Among others, issues to be addressed are to further identify populations that would benefit most from probiotics/prebiotics administration, to determine the most effective dosing schedules, and to address the cost effectiveness of using probiotics and/or prebiotics for preventing and treating gastrointestinal and urovaginal infections. Undoubtedly, probiotic bacteria are most effective when safely and adequately integrated into one‘s diet. However, if used for therapeutic purposes, they should be ingested via capsules or tablets. It is important to remember that when used in pediatrics, as a preventive approach (e.g. in the case of acute diarrhea, antibiotic-induced diarrhea and allergy) their long-term use is more practical if the chosen bacteria are incorporated in the diet through yogurt, fermented milk, dairy and non-daity products or other beverages or foods consumed during the weaning process. Relative to daily supplement use, this approach helps with compliance and it reduces costs. The probiotic strains L. rhamnosus IMC 501® and L. paracasei IMC 502® are also used as deliverers in capsules or powders rather than in food form. Probiotic dietary supplements maintain for a long period of refrigerated and/or room temperature storage a high bacterial concentration, and can be sprinkled directly onto food; stirred into beverages, or taken as capsules. \ud As the intestinal microbiota, also vaginal microbiota can change composition rapidly, for reasons that are not fully clear. This can lead to infection or to a state in which organisms with pathogenic potential coexist with other commensals. The most common urogenital infection in women is bacterial and fungal vaginosis. The majority of cases are caused by Candida albicans, but also C. glabrata, C. krusei and C. tropicalis can be problematic. In vitro studies have shown that Lactobacillus strains can distrupt bacterial vaginosis and yeast biofilms and inhibit the growth of urogenital pathogens. The use of probiotics to populate the vagina and prevent or treat infection has been considered for some time, but only quite recently have data emerged to show efficacy, including supplementation of antimicrobial treatment to improve cure rates and prevent recurrences. Therefore, we investigated the blockage of Candida pathogens adherence by Lactobacilli, under three possible mechanisms: exclusion by adhered Lactobacillus strains, displacement of adhered pathogens and competition for receptor sites (inhibition test). The inhibition results highlight a significant (P<0.05) competition of Lactobacillus plantarum 319, L. rhamnosus IMC 501®, L. paracasei IMC 502® and SYNBIO® against all the Candida strains. Since the SYNBIO® is a combination 1:1 of L. rhamnosus IMC 501® and L. paracasei IMC 502®, that are characterized as probiotics, it was used for the formulation of two new probiotic medical devices. Vaginal ovules and douches were produced using SYNBIO® as preliminary evaluation of different matrix and cell viability during 6 months. During the storage at room temperature for 6 months, Witepsol® was the matrix that showed the highest suitability to preserve viable microorganism thus increasing the shelf-life of the product respect to PEG formulation. The results suggest that the probiotic strains used in the present study could prevent colonization of the urogenital tract by relevant pathogens such as Candida strains through barrier and interference mechanisms (mainly exclusion and competition). An advantage for women is that they can self-administer the probiotics. Many more studies are needed to optimize the defensive properties of the vaginal microbiota, but the potential remains that the health of many women can be improved by probiotic intervention.\u

    Phytochemical investigation of secondary metabolites from three Camerounian medicinal plants: Terminalia ivorensis A.\ud Chev., Cussonia bancoensis Aurev. & Pellegr. and Cordyline fructicosa

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    For decades, plants have been used in traditional medicine to treat many diseases. This could be explained by microorganism pharmaceutical drug resistance. Beside this, the poverty limits also access to modern treatment. That is why the work presented in this thesis deals with the phytochemical investigation of bioactive secondary metabolites from three Cameroonian medicinal plants: Terminalia ivorensis A. Chev. (Combretaceae), Cussonia\ud bancoensis (Araliaceae) and Cordyline fructicosa (Agavaceae).\ud Column chromatography of the n-BuOH and EtOAc extracts from these plants followed by purification of fractions obtained led to the isolation of twenty five pure compounds. The analysis of these compounds using current spectroscopic techniques such as mass spectrometry (especially tandem MS-MS spectrometry), 1D- and 2D-NMR (1H-1HCOSY, HSQC, HMBC, NOESY), and by comparison with published data led to their\ud identification to:\ud -seventeen triterpenoids: 2α,3β,19α,24-tetrahydroxyolean-12-en-28-oic acid 28-O-β-D-glucopyranosyl ester (Sericoside), dimer of β-D-glucopyranosyl-18,19-seco-2α,3β,19,19,24-pentahydroxyolean-12-en-28-oate and β-D-glucopyranosyl-2α,3β,19α,24-tetrahydroxyolean-12-en-28-oate, betulinic acid, 2α,3β,19α,24-tetrahydroxyolean-12-en-28-oic acid, 2α,3β,19α,23-tetrahydroxyolean-12-en-28-oic acid (Ajungenin), arjunic acid, 3-oxo-2α,19α,24-trihydroxyolean-12-en-28-ioic acid, dimer of β-D-glucopyranosyl-18,19-\ud seco-24-carboxyl-2α,3β,19,19-tetrahydroxyolean-12-en-28-oate and β-D-glucopyranosyl-2α,3β,19α,24-tetrahydroxyolean-12-en-28-oate, 4-oxo-19α-hydroxy-3,24-dinor-2,4-secoolean-\ud 12-en-2,28-dioic acid, 2α,3β,19β,24-tetrahydroxy-11-oxo-olean-12-en-28-oic acid 28-β-D-glucopyranosylester, oleanolic acid, 3-O- β-D-galactopyranosyl-(1→2)- β-Dglucuronopyranosyloleanolic acid, 3-O- β-D-glucopyranosyl-(1→4)-[ β-Dgalactopyranosyl-(1→2)]- β-D-glucuronopyranosyloleanolic acid 28-O- β-Dglucopyranosyl\ud ester, 28-O-α-L-rhamnopyranosyl-(1→4)-O-β-D-glucopyranosyl-(1→6)-O-β-D-glucopyranoside of 23-hydroxyursolic acid, 3-O-α-L-arabinopyranoside of 23-hydrxyursolic acid, 3-O-β-D-glucopyranoside of 23-hydroxyursolic acid, 23-hydroxyursolic\ud acid.\ud -six steroids: 1β-hydroxycrabbogenin-1,3-disulphate, 3-sulfo-spirostan-25(27)-ene-1β,3β-diol-1-O-[α-L-rhamnopyranosyl-(1→2)-β-D-fucopyranoside], 3-sulfo-spirostan-25(27)-ene-1β,3β,6α-triol-1-O-[α-L-rhamnopyranosyl-(1→2)-β-D-fucopyranoside],\ud spirostan-25(27)-ene-1β,3α-diol-1-O-[α-L-rhamnopyranosyl-(1→2)-α-Lrhamnopyranoside],β-sitosterol-3-O-β-D-glucopyranoside, β-sitosterol.\ud - two phenolic compounds: (+)-catechin and chlorogenic acid.\ud Ten of which (ivorenoside A, ivorenoside B, ivorenoside C, ivorengenin A and ivorengenin B, 3-O- β-D-glucopyranosyl-(1→4)-[ β-D-galactopyranosyl-(1→2)]- β Dglucuronopyranosyloleanolic acid 28-O- β-D-glucopyranosyl ester, 1β-hydroxycrabbogenin-1,3-disulphate, 3-sulfo-spirostan-25(27)-ene-1β,3β-diol-1-O-[α-Lrhamnopyranosyl-(\ud 1→2)-β-D-fucopyranoside], 3-sulfo-spirostan-25(27)-ene-1β,3β,6α-triol-1-O-[α-L-rhamnopyranosyl-(1→2)-β-D-fucopyranoside] and spirostan-25(27)-ene-1β,3α-\ud diol-1-O-[α-L-rhamnopyranosyl-(1→2)-α-L-rhamnopyranoside]) were described here for the first time. Chemical transformations have been undertaken in order to confirm some of the structures and obtain deepness informations in structure-activity relationships. The antioxidant and cytotoxic activities observed for the extracts and compounds obtained from Terminalia ivorensis may justify the traditional uses of that plant in the treatment of various diseases

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