689 research outputs found

    L’uso dei sussidi didattici per insegnare matematica nella scuola primaria.

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    Il presente lavoro di ricerca considera il pensiero degli insegnanti circa l’uso dei sussidi didattici (artefatti) nella scuola primaria, cercando di evidenziare le loro preferenze personali, focalizzando l’attenzione sulle classi prima e seconda, sulla scorta della recente letteratura in merito a tale questione. Il lavoro è stato suddiviso in tre parti principali.\ud La prima parte è dedicata all’esplicitazione dei presupposti teorici che reggono la ricerca e alla costruzione del quadro teorico. Dopo una preliminare analisi della letteratura più recente, viene mostrato al lettore il gap esistente ad una ricerca sulle convinzioni degli insegnanti circa l’utilizzo degli artefatti didattici per insegnare la matematica, evidenziando che le principali ricerche sull’uso dei sussidi didattici hanno ad oggetto l’apprendimento dello studente.\ud La seconda parte presenta un breve excursus storico sui materiali ideati dall’uomo per agevolare le operazioni di numerazione e conteggio. Vengono ripercorse le principali tappe che la storia ci ha consegnato rispetto alla progettazione di materiali concreti per contare e far di conto.\ud La terza parte consiste nella descrizione della metodologia di ricerca e delle varie fasi di lavoro.\ud l riferimenti teorici principali di questo lavoro possono essere così brevemente riepilogati:\ud • gli studi di Brousseau (in didattica della matematica) i quali hanno condotto i ricercatori internazionali a spostare l’oggetto della ricerca in didattica della matematica: si è passati dallo studio dell’insegnamento come Ars docendi (anni ’60-’80) all’epistemologia dell’apprendimento (anni ’80-2000), e più recentemente all’epistemologia dell’insegnante (anni 2000-…);\ud • lo studio del problema speciale relativo all’insegnamento elementare della matematica che in questi ultimi anni si è concentrato nella prospettiva di analisi dell’ “epistemologia dell’insegnante” (D’Amore, 2009) secondo le ricerche del gruppo N.R.D. di Bologna. \ud • la nozione di mediazione semiotica del Gruppo di Ricerca di Modena-Reggio Emilia che segue l’approccio vygostkijano alle problematiche connesse all’uso dei segni in classe come strumenti di mediazione didattica.\ud Dopo aver preso in considerazione gli strumenti più utilizzati nelle scuole per insegnare matematica, cioè l’abaco, i regoli, la pascalina, il contafacile, i B.A.M., la linea del 20, il presente contributo sperimentale ha avuto come obiettivo quello di indagare, tramite una indagine di tipo esplorativo, le preferenze degli insegnanti circa il loro utilizzo. \ud Il disegno della ricerca è di tipo osservativo-correlazionale poiché si propone di mettere in luce eventuali co-occorrenze tra variabili d’interesse senza ipotizzare la direzione di una eventuale relazione causa-effetto fra tali variabili. A tal ragione è stato elaborato un questionario con 27 domande (item) che è stato somministrato a 204 insegnanti di 10 Istituti Comprensivi e 4 Circoli Didattici delle province di Macerata, Ascoli Piceno e Ancona della Regione Marche.\ud L’analisi dei dati ha fatto emergere significative differenze tra l’uso degli strumenti secondo la comunità scientifica e l’uso degli strumenti secondo il pensiero degli insegnanti, evidenziando la necessità di ripensare i corsi di formazione per i docenti che dovrebbero essere più incentrati e sull’analisi dei mediatori didattici e sulle loro potenzialità e sul sapere matematico in essi condensato, soprattutto focalizzando l’attenzione su quale sia stato il percorso storico che ha condotto l’uomo a ideare e progettare i diversi strumenti di calcolo al fine di rendere più fruibile all’alunno un sapere spesso astratto quale è quello matematico.\u

    Principio di precauzione e diritto penale.

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    L’esordio giuridico del principio di precauzione si fa, generalmente, risalire alla legislazione tedesca degli anni trenta in materia di tutela ambientale. La normativa si inspirava, fra gli altri, al Vorsorgeprinzip.\ud Il tedesco, come noto, è un linguaggio agglutinante, che, nella possibilità di coniare nuovi vocaboli per mezzo dell’unione di più morfemi, nasconde un’insospettabile capacità di adeguarsi alla modernità e di reggere il confronto con l’evolversi degli usi e dei costumi sociali. \ud Nella struttura composta del termine Vorsorgeprinzip convivono, dunque, ragione storica e funzione dell’approccio cautelativo che esso propone. Il prefisso Vor- richiama, in senso temporale, l’opportunità di un’azione preventiva di gestione del rischio; il sostantivo Sorge evoca, invece, l’apprensione e l’angoscia generate dalla possibilità che il pericolo si concretizzi in un evento lesivo.\ud Il principio di precauzione rappresenta, allora, l’estremo tentativo, da parte della società post-moderna, iper-tecnologica e specializzata, giunta a maturità sulla propria condizione, di evitare la verificazione di eventi di danno gravi ed irreversibili, adeguando la strategia di tutela della salute umana, animale ed ambientale al continuo e preoccupante proliferare di una nuova tipologia di rischi, i quali, nell’ambito di un sistema ciclico, si manifestano e riproducono parallelamente all’avanzare del progresso tecnico.\ud I c.d. “rischi della seconda modernità” si distinguono nettamente da quelli propri della prima industrializzazione: essi “non pungono gli occhi” e “non arrossano la pelle”, ma si sviluppano attraverso meccanismi causali “silenti” ed eziologicamente indecifrabili, che sfociano, spesso, dopo lunghi periodi di latenza, in eventi di danno megalici o patologie incurabili. Di fronte a simili eventi, la scienza si mostra incapace di mediarne argomentativamente origine, natura e frequenza di verificazione, elaborando leggi di copertura che spieghino modalità di innesco e di perfezionamento causale. Il mondo accademico, del resto, è interessato da un diffuso processo di professionalizzazione, che pone gli studiosi al servizio di multinazionali e grandi imprese e condiziona gli obbiettivi dell’attività di sperimentazione al punto che si finisce per indagare, soltanto, sui benefici connessi ad un’innovazione tecnologica, tralasciando, completamente, di valutarne i possibili effetti collaterali.\ud La mutata natura dell’agire umano e delle conseguenze indesiderate che ne derivano impone, anche sotto il profilo etico, un rinnovamento dei tradizionali imperativi morali. \ud L’etica della sincronicità, pensata per fungere da guida ad azioni umane dal limitato orizzonte spaziale e temporale, palesa la propria inadeguatezza di fronte ad un potenziale tecnico quasi escatologico, i cui effetti si propagano oltre i confini statali e perdurano per decenni, fino ad interessare la conservazione di un ambiente favorevole alla vita umana e lo sviluppo delle generazioni future.\ud Nel solco del principio responsabilità, ideato dal filosofo tedesco Hans Jonas alla fine degli anni settanta, si rintracciano le radici sociologiche e filosofiche del principio di precauzione, il quale propone una strategia di gestione del rischio che anticipi i tempi della ricerca scientifica, legittimando l’adozione di misure cautelative anche in assenza di evidenze scientifiche, che provino, in via definitiva e completa, la nocività della sospetta minaccia. \ud La logica anticipatoria che caratterizza l’approccio precauzionale sottende, però, la possibilità di errori predittivi, che, tuttavia, si giustificano alla luce dell’alto grado d’indesiderabilità degli effetti negativi legati ai rischi della seconda modernità.\ud In ambito giuridico, il principio di precauzione comincia ad affermarsi, a partire dalla metà degli anni settanta, nel diritto internazionale ambientale e commerciale. Successivamente, trova ampio riconoscimento nell’ordinamento comunitario e, poi, specie in esecuzione di atti di diritto comunitario c.d. derivato, nell’apparato normativo interno.\ud Parallelamente all’emersione di versioni “forti”, che, ispirandosi ad una strategia maxmin propongono l’inazione come unica opzione regolativa possibile, si assiste alla diffusione di logiche “meno intransigenti”, che muovono dall’esigenza di conciliare la tutela della salute umana, animale e dell’ambiente con la salvaguardia degli interessi economici, che verrebbero sacrificati da attività di regolamentazione a contenuto eccessivamente invasivo.\ud Un contributo decisivo nella conformazione di una versione “moderata” ed “attuale” del principio di precauzione è offerto dalla giurisprudenza delle Corti Europee, le quali, gradualmente, attraverso l’introduzione di più rigidi presupposti di rischio e rigorosi parametri interpretativi, hanno elaborato un approccio precauzionale strutturato per fasi successive. Per questa via, si garantisce, da un lato, la fondatezza epistemologica della congettura di rischio, che deve riguardare ipotesi di danno dotate di sufficiente credibilità scientifica e relative ad effetti gravi ed irreversibili; dall’altro lato, che la scelta delle misure cautelative sia proporzionale all’importanza degli interessi in gioco e calibrata in funzione della natura e dell’entità del potenziale pericolo. A tal proposito, si invoca, con frequenza sempre maggiore, il correttivo dell’analisi costi/benefici, che, in aderenza ad una science based policy, tipica degli ordinamenti giuridici di common law, assicura la partecipazione di tutti i soggetti interessati alla procedura di gestione del rischio ed un equo contemperamento fra i contrapposti interessi, anche di natura economica, coinvolti dall’attività di regolamentazione.\u

    La responsabilità professionale nelle professioni sanitarie.

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    Negli ultimi 20 anni si è assistito ad un forte cambiamento normativo che ha interessato l’esercizio delle professioni sanitarie iniziato con il riordino della disciplina nel 1992 (DLG 502/92) e che ha condotto a cambiamenti sia nella formazione universitaria che nell’attività professionale, dando vita ad un nuovo sistema di professionisti sanitari infermieri, tecnici e della riabilitazione.\ud La nuova formazione e la ridefinizione delle competenze e della autonomia, formulate secondo la logica dei profili e non più per compiti esecutivi, hanno tracciato questo nuovo sistema di professioni sanitarie disciplinate dal D.Lgs. 502 e norme collegate che formano l’oggetto della presente tesi. Il lavoro è finalizzato a valutare se sia nata una responsabilità che prima non esisteva e se ora vi sia una diversa connotazione della responsabilità rispetto al sistema precedente.\ud Fare chiarezza sul significato, sulle regole di funzionamento, sui contenuti e sugli obiettivi nella diversa applicazione pratica di etica, deontologia e diritto è fondamentale per impostare una discussione rigorosa, non inquinata da fattori di confusione per la contaminazione con contenuti provenienti, insieme ed in modo indifferenziato, da fonti diverse, pertanto, nei lavoro sono presentate le norme specificamente attinenti l’esercizio delle professioni sanitarie, con particolare riferimento a quelle che più recentemente hanno introdotto il concetto di responsabilità; le norme di carattere generale, contenute nel codice penale, che delineano una parte del sistema di tutela sociale del cittadino a fronte di condotte incongrue da parte del professionista; si è proceduto ad esaminare una casistica giurisprudenziale, per analizzare il recepimento della normativa disciplinante l’esercizio professionale discussa nei precedenti capitoli e la sua applicazione nel concreto, con particolare riguardo ad alcuni professionisti maggiormente coinvolti, infermiere, ostetrica e fisioterapista. Infine, come evoluzione culturale, dell’imparare dall’errore, in una logica di miglioramento della qualità e delle prestazioni erogate a tutela del cittadino, saranno illustrati i principi ispiratori del sistema del clinical risk management con le eventuali ripercussioni sulle competenze dei professionisti sanitari e le ricadute nelle specifiche responsabilità.\u

    L'essenza del corpo. Scienza e filosofia al tempo di Spinoza.

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    My dissertation considers Spinoza as a representative of the New Natural Philosophy and, in such a role, as a key figure for understanding the non-restrictive meaning of this cultural movement. Indeed, even if Spinoza did not provide any new scientific result, it would be misleading to consider his philosophy as irrelevant for the reshaping of scientia in the Early Modern Era.\ud In my research I make use of two different – thought connected – methodological criteria. The first is chronological and requires taking into account the evolution of a problem across the whole time-frame considered. In the case at stake, I devote the first part of my dissertation to investigating how and why issues linked to the concept of body and, more generally, to physics, become real problems for Spinoza. This leads to the important result of reevaluating the first steps of Spinoza’s philosophical career, putting the stress on the theological context in which, in the Short Treatise (1661 c.a.), the concept of body appeared for the first time as a challenge: how is it possible to demonstrate that the extension is an attribute of God and thus that finite bodies are modifications of God’s infinite substance? In order to answer this question in a feasible way, Spinoza will be forced to work out different further conceptual tools, most notably the mereological part/whole distinction, the status of natural law and the conatus doctrine. My chronological approach shows that the achievements we find in the Ethics (1675) are only the last and most consistent version of Spinoza’s philosophy, which underwrite several major changes through his development. This final stage is particularly marked by the centrality of the concept of power as something essential to finite things. I call this conception an “ontology of activity”.\ud This methodological approach allows us to appreciate several key shifts in Spinoza’s position and thus to frame in a more determinate way the problem of his sources. The second methodological criteria I use consists, indeed, in considering a “source” not only some “family resemblance” with other authors. Rather, concepts, theories, or issues have to be taken into account insofar as they constitute open questions, about which the authors under examination changed their minds at different point in their works. In the second part of my dissertation, thus, I work out this inquiry following three main lines. Firstly, I address the highly debated question of the dependence of Spinoza’s physics on Descartes’ own project. I show in particular that in rewriting the second part of Descartes’ Principles, Spinoza was committed to a general reinterpretation of several main concepts, and I particularly emphasize the importance that the concept of determinatio assumes in this context. In order to make coherent what in Descartes was indeed deeply ambiguous, Spinoza starts to develop a peculiar conception about physical interactions. From this work, comes a quite interesting account of how physical causality should be interpreted. This conception – I show – will remain at the core of the late conatus doctrine presented in the Ethics.\ud As a second step, I explore Spinoza’s relationship with two key figures of the English Modern culture in the pre-Newtonian period: Thomas Hobbes and Robert Boyle. I argue that Hobbes could have provided Spinoza with an important framework in which he developed important aspects of his thought, such as the concept of determination and a pure kinematical account of extension. However, I underline also that Hobbes’ account of causality turns out to be insufficient to explain Spinoza’s mature ontology of activity. Then, I consider Spinoza’s relationship with Robert Boyle and I show that it was actually fairly more complicated than what scholars had traditionally admitted. I argue that in his mature stage, Spinoza was not only aware of Boyle’s fundamental publications, such as The Origin of Forms and Qualities, but that he ended up by finding in them important elements to conceive of the physical nature of bodies as endowed with active powers to operate in the world. Therefore, I consider Hobbes and Boyle as two reciprocal opposite but not necessarily exclusive boundaries between which Spinoza would have worked out his mature philosophy.\ud As a third and final step, I compare Spinoza’s own evolution with the rise of Occasionalism, which was at the same time a chronologically parallel, but philosophically opposite development of Descartes’ project. I reconstruct the main physical and epistemological arguments worked out between 1663 and 1666 by Geulincx, Cordemoy and La Forge, before the publication of Malebranche’s masterpiece La Recherche de la Verité (1675). I argue that, on the one hand, these self-styled disciples of Descartes actually provide a quite subversive development of the Cartesian philosophy which often goes explicitly against what Descartes’ himself had argued and what his editors – like Florent Schuyl and Claude Clerselier – never envisaged. On the other hand, I suggest that Spinoza’s ontology of activity is the reversal of Occasionalism. Probably, this is not by chance. On the contrary, I put forward that, in his mature stage, Spinoza would have aimed to stress his distance from those so-called “good Cartesians”, who actually only misinterpreted the issues that Descartes had raised, without being able to provide adequate solutions

    L'idea di stato democratico nel pensiero politico del movimento di resistenza palestinese.

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    Non di rado, le vicende del movimento nazionale palestinese sono state rappresentate attraverso le lenti della pubblicistica israeliana o di quella storiografia occidentale ancora legata a una percezione orientalista degli arabi. La presente ricerca trae motivazione dalla scarsità di studi sull’evoluzione del pensiero politico palestinese e sul ruolo che i palestinesi stessi hanno giocato nella formazione del Medio Oriente contemporaneo. L'analisi si concentra sul periodo storico nel quale si sviluppa il dibattito sull'idea di Stato democratico, che diventa l’obiettivo strategico del Movimento di resistenza palestinese (MRP): dalla guerra del giugno 1967 al dodicesimo Consiglio Nazionale Palestinese (CNP), svoltosi al Cairo nel giugno 1974. \ud Il periodo successivo alla guerra del 1967 sancisce il consolidamento delle principali organizzazioni di resistenza - il Movimento Palestinese di Liberazione Nazionale Fatah, il Fronte Popolare di Liberazione della Palestina (FPLP), e il Fronte Democratico Popolare di Liberazione della Palestina (FDPLP) - affrancate della tutela degli stati arabi, in grado di prendere l'iniziativa nella lotta di liberazione e punto di riferimento per i movimenti popolari e rivoluzionari arabi. La grande euforia per la rinascita nazionale e per il nuovo protagonismo politico dei palestinesi è affiancata da un periodo di effervescenza culturale e di elaborazione ideologica stimolata dal clima di forte competizione per la guida del MRP. La proposta di Stato democratico, vivacemente dibattuta e ufficialmente adottata nel 1971 durante l’ottavo CNP, rappresenta una svolta storica nel pensiero politico palestinese di resistenza: per la prima volta dalla Nakba si chiarisce la differenza tra sionismo e giudaismo, si accetta la presenza di milioni di ebrei sul suolo della Palestina, si propone l’idea di una società progressista e non settaria dove i coloni ebraici avrebbero avuto gli stessi diritti di cittadinanza degli arabi palestinesi indigeni. \ud Qual'è il contribuito del pensiero palestinese di resistenza nel pensiero arabo contemporaneo? Quali sono le idee, le motivazioni, la visione del mondo delle principali organizzazioni del MRP? Quali sono le caratteristiche principali della proposta di Stato democratico, considerato dall'OLP obiettivo strategico della lotta di liberazione? Qual è la sua rilevanza storica? Nel tentativo di rispondere a questi interrogativi, la presente ricerca analizza l’evoluzione del pensiero politico del MRP e, nello specifico, il dibattito sullo Stato democratico portato avanti dalle principali organizzazioni di resistenza tra il 1967 e il 1974. La ricerca si propone di valutare il ruolo dell'idea di Stato democratico nella riconsiderazione della natura e dei fini della lotta di liberazione, nel cambiamento di identità del MRP e nella creazione di una nuova percezione del nemico.\ud Per comprendere il significato che ogni organizzazione attribuisce all'idea di Stato democratico bisogna prima di tutto esaminare i testi politici fondamentali elaborati dai vari gruppi combattenti tra la guerra del 1967 e l'espulsione dalla Giordania nel 1971. In questo modo si cercherà di capire chi sono gli autori dei testi politici, quale è la loro formazione culturale, i valori di riferimento, gli obiettivi politici. Questo è in sostanza l'obiettivo del primo capitolo. Dopo aver delineato le caratteristiche fondamentali del pensiero palestinese di resistenza, il secondo e il terzo capitolo ricostruiscono il dibattito sullo Stato democratico dall'elaborazione iniziale, nella seconda metà del 1968, fino alla svolta programmatica del dodicesimo CNP, nel giugno 1974, durante il quale l'OLP adotta un programma di liberazione per fasi che prevede, come obiettivo intermedio della lotta, la creazione di un'autorità nazionale palestinese indipendente su ogni parte di territorio liberata. Mentre il secondo capitolo si concentra maggiormente sull'analisi concettuale e lessicale dei testi e delle dichiarazioni sullo Stato democratico e sull'evoluzione del dibattito strettamente interno a Fatah, al FPLP e al FDPLP, il terzo capitolo prende in considerazione le radicali trasformazioni intervenute sulla scena mediorientale tra il "Settembre nero" in Giordania e la guerra dell'ottobre 1973, che inducono l'OLP ad intraprendere dei cambiamenti strutturali e programmatici tali da alterare la natura e i fini della lotta di liberazione.\ud Il corpus principale di fonti primarie è costituito dai testi politici dell’OLP (i documenti e le dichiarazioni delle sue istituzioni e dei suoi rappresentanti) e delle principali organizzazioni di resistenza (i congressi e i rapporti politici, gli opuscoli per la circolazione interna e quelli per la diffusione all’estero, i periodici, le dichiarazioni dei dirigenti). Oltre alle pubblicazioni ufficiali, un'altra categoria di fonti primarie comprende i libri, gli articoli e gli interventi sullo Stato democratico di personalità palestinesi o membri di organizzazioni del MRP fatti a titolo personale, e le interviste agli esponenti politici, agli intellettuali e alle personalità coinvolte nel dibattito

    Carmen ad Flavium Felicem de resurrectione mortuorum et de iudicio Domini. Introduzione con saggio di commento e traduzione.

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    La tesi della dott.ssa M. De Gaetano ha per oggetto il Carmen ad Flavium Felicem de resur-rectione mortuorum et de iudicio Domini, poemetto pseudociprianeo tutt’oggi al centro di un acceso dibattito. Intendimento del lavoro è quello di rivisitare i problemi fondamentali dell’opera, relativi alla paternità, alla cronologia e alla collocazione geografica. \ud Su tali questioni la critica ha espresso varie e spesso contraddittorie opinioni. La maggior parte degli studiosi (cfr. M. Manitius, W. Meyer, J.H. Waszink) ritiene che il carme sia da attribuire a un cartaginese vissuto all’inizio del VI secolo. Ciò soprattutto a motivo della dedica a Flavio Felice, identificato con il poeta che frequentò la corte del re vandalico Trasamondo (496-523). Non è mancato, tuttavia, chi si è pronunciato diversamente in proposito: S. Isetta, ad esempio, sulla base di argomenti lessicali e tematici, ha sostenuto l’identificazione dell’anonimo con Verecondo di Iunca, morto a Calcedonia nel 552; altri hanno rilevato somiglianze linguistiche e stilistiche con i poeti pa-rafrasti della Gallia di V-VI secolo, come l’autore dell’Heptateuchos (A. Stuckeberger) o Avito di Vienne (M. Dando). \ud Riguardo alla collocazione geografica, l’a. propende per una provenienza gallica del compo-nimento. Gli argomenti addotti a sostegno di tale ipotesi sono non solo di tipo tematico e lessicale, ma soprattutto di tipo teologico e strutturale. M. De Gaetano rintraccia infatti nel carme alcune affi-nità con la teologia dei maestri provenzali e con l’impostazione della poesia parenetica e didascalica gallica di V secolo, in particolare con il Commonitorium di Orienzio e con il Carmen de providentia Dei dello Pseudo-Prospero di Aquitania. Tali affinità possono essere così elencate: sviluppo dei temi della risurrezione e del giudizio finali come esortazione alla conversione dei pagani; esistenza di una legge di natura, inscritta nel cuore dell’uomo da Dio al momento della creazione, che anticipa e compendia la legge scritta (mosaica ed evangelica), e che discende dal fatto che l’uomo è stato crea-to a immagine e somiglianza di Dio; possibilità per tutti gli uomini, in forza di questa legge, di co-noscere Dio e di accedere alla salvezza, in base alla ragione naturale e all’adesione della volontà ai dettami della coscienza; elaborazione di una cristologia basata sulla dottrina paolina della ‘ricapito-lazione’; affermazione di un’antropologia positiva, in cui l’uomo è chiamato alla salvezza nella sua unità inscindibile di corpo e anima. Le specificità teologiche appena enunciate non sono del tutto evidenti nel carme e per questo finora non rilevate da alcuno. La dimostrazione dell’a. si basa su un confronto serrato, sul piano terminologico e concettuale, tra il testo del carme, i testi degli autori gallici di V secolo e il testo della Scrittura soggiacente sia al primo che ai secondi. \ud Per quanto concerne la cronologia, il discorso rimane aperto. La lingua e la prosodia trabal-lanti del carme e il gusto del poeta per la rima, insieme alle consistenti giustapposizioni con autori tardi come Draconzio, Avito, Verecondo, hanno spinto molti a proporre come data di composizione l’inizio o addirittura la fine del VI secolo. Tuttavia, l’a. rileva che anomalie del genere sono ben at-testate già nel Psalmus abecedarius contra partem Donati di Agostino e compaiono anche in carmi dell’inizio del V secolo di buona fattura stilistica e di comprovato retaggio scolastico. Argomenti del genere non sono pertanto sufficienti per abbassare la cronologia del Carmen de resurrectione, il quale sembra inserirsi pienamente nel filone della poesia parenetico-didascalica della Gallia di V secolo, con il suo peculiare connubio di sapere profano e sapere biblico, cultura secolare e ideale ascetico, in un periodo in cui la cultura scolastica pagana, ancora ben presente in Gallia, cominciava lentamente a declinare, lasciando il posto a una nuova cultura esclusivamente cristiana. Il declino delle conoscenze grammaticali giustificherebbe le numerose irregolarità linguistiche, stilistiche e metrico-prosodiche del carme, mentre le note persistenze pagane in una regione come quella gallica potrebbero spiegare la scelta dei destinatari. Senza contare che le tinte fosche con cui l’anonimo tratteggia il quadro apocalittico del giudizio universale, come in Orienzio, sembrano discendere dall’esperienza di un evento storico traumatico, il cui ricordo è ancora vivo e causa di turbamento per le coscienze. Se non all’invasione della Gallia da parte di Vandali, Alani e Svevi nel 406, che stimolò per prima la produzione del così detto ‘circolo aquitanico’, si potrebbe pensare ad altre in-cursioni barbariche (Visigoti, Burgundi, Franchi) che nel corso del V secolo funestarono il territorio gallico. Non è escluso pertanto che il carme possa essere datato all’interno di questo stesso secolo, forse a ridosso dell’elaborazione della teologia dei maestri provenzali. Mancano tuttavia al momento elementi cogenti per proporre un riferimento cronologico preciso. \ud I contenuti della tesi sono sviluppati in un’introduzione di inquadramento generale delle questioni relative al carme e in un saggio di commento e traduzione dello stesso (vv. 1-101), in cui M. De Gaetano fornisce alcuni puntuali riscontri delle ipotesi formulate

    Italian civil society against the Mafia: From perceptions to expectations

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    This study presents the results of a survey of 72 civil society organisations in Italy that work against the Mafia. The study investigated their perceptions of the anti-Mafia movement in four main areas: (1) government performance, (2) civil society performance, (3) the government-civil society relationship, and (4) the Mafia phenomenon and anti-Mafia policies. The study first revealed that civil society is not satisfied with the government's performance on anti-Mafia policies. Second, civil society finds its own performance relatively better than the government's, although it needs improvement. Third, civil society perceives a conflict between the government and civil society concerning anti-Mafia policies. Fourth, the Mafia-politician network is seen by civil society as the most important factor in the Mafia's power. Finally, creating a culture of lawfulness is perceived as the most influential anti-Mafia measure attainable

    Synthesis of ligands for receptors involved in neurodegeneration

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    My PhD research period focuses on the synthesis of ligands for receptors implicated in neurodegeneration, developed in three main scenarios.\ud In the first case, we aim at producing new selective and potent ligands for well-characterized receptors implicated in neuroprotection, for example the adenosine receptor family. The biochemical rationale through which these receptors mediate neuroprotection has been widely studied in various animal models. Besides, the fact that various ligands for these receptors are promising candidates in clinical trials for the treatment of neurodegenerative disease encourages research proposals in this direction.\ud The second scenario involves a newly deorphanized receptor, GPR17, which has notable functions in the brain. It works as a “sensor” of brain damage and its modulation activates cells responsible for remyelination. The design and synthesis of GPR17 ligands will definitely help uncover the therapeutic potential of this receptor in brain injury and demyelinating disorders.\ud The last case involves the design and synthesis of molecules for orphan or not fully characterized receptors. This is the case of the guanosine putative receptor described in Chapter 2. These ligands could be helpful in delineating the physiopathological roles of these receptors, thereby creating new possibilities of pharmacological intervention in various diseases

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