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Teatro come esperienza pedagogica
Nell'accostare i termini “pedagogia” e “teatro” occorre essere coscienti di stare avvicinando due domini differenti e, per certi versi, indifferenti l'uno all'altro, per origini, storia, progettualità, crisi, risultati. Si sta, nel primo caso, nell'ambito di una scienza, nel secondo nell'ambito di un'arte. Entrambi gli ambiti, per motivi diversi, sono problematici, critici, dai confini indefiniti.\ud
La pedagogia è “scienza” del tutto particolare, ostile alla scientificità, per fondamenti, metodologie e aspettative, eppure refrattaria all’assorbimento nell'alveo dei saperi filosofici e umanistici. Il teatro è “arte” in una sua maniera unica che da sempre la rende fluttuante e la costringe a migrare ora nella letteratura, ora nelle arti sceniche, ora nelle pratiche attoriali, eppure questo suo essere apolide ne fortifica la specificità artistica, quella dimensione dal vivo che la caratterizza e la rende inafferrabile, irripetibile. \ud
Il quesito che in questa tesi si propone, e a cui si tenta di rispondere è il seguente: se e in che maniera una scienza problematica come la pedagogia può incontrare – in una prospettiva interessante e proficua per il suo stesso sviluppo e la sua attualizzazione nella contemporaneità – un'arte, anch'essa di natura problematica come quella del teatro?\ud
Esistono e sono documentate, sebbene non in maniera sistematica, convergenze significative fra la pedagogia e il teatro, per cui l'incontro fra i termini in questione non è particolarmente originale. Negli studi pedagogici capita, a differenti livelli, di imbattersi nel teatro, sia inteso in senso lato come arte, sia inteso come un'attività pratica e “materiale” che può avere effetti positivi se applicata in taluni ambienti educativi, se utilizzata in percorsi didattici o se attivata in ambiti specifici dell'educazione, della ri-educazione e della formazione umana. Il panorama complessivo che scaturisce da quest'incontro appare ricco, ma anche frammentario e caotico. Scorrendo velocemente la letteratura di settore, si possono riconoscere, con un lavoro di semplificazione, cinque macrocategorie in cui si articola, con presupposti, modalità e obiettivi diversi, la relazione fra pedagogia e teatro:\ud
• la “pedagogia teatrale” con cui in linea di massima si intende la disciplina che organizza la trasmissione dei saperi teatrali, in particolare e sopratutto il “mestiere” dell'attore, ma anche del regista e delle principali maestranze che operano nel teatro (scenografi, illuminotecnici, tecnici del suono etc.).\ud
• il “teatro didattico” partecipa di tale convergenza fra pedagogia e teatro mettendo in relazione, più che la pedagogia, quella parte della scienza dell'educazione chiamata appunto didattica. Ci si trova nell'ottica di un teatro che vede pressoché azzerate l'ispirazione e le pretese estetiche a favore dell'istanza educativa. \ud
• Il “teatro-ragazzi” è sostanzialmente un teatro rivolto ad un pubblico di ragazzi (bambini, ragazzi e adolescenti comunemente divisi in fasce d'età). La rigidità dell’indirizzarsi a spettatori ben definiti per età (talora anche per nazionalità e cultura) si smorza nelle diverse finalità a cui può ambire e ispirarsi. Finalità che possono essere di natura estetica come anche dettate dal desiderio più ludico di coinvolgere gli spettatori in attività di evasione e di intrattenimento.\ud
• le esperienze di “animazione teatrale”, termine con cui identifica un movimento culturale sviluppatosi in Italia fra gli anni Sessanta e Settanta, indirizzato a bambini e ragazzi ed articolato in una serie di pratiche e metodologie specifiche. Obiettivo delle tecniche di animazione teatrale non è l'allestimento di uno spettacolo ma la coesione e l'affiatamento del gruppo di bambini o adulti al fine di far emergere le risorse personali di ognuno per appropriarsene e poi condividerle con gli altri. \ud
• Infine c'è il settore ampio, e oggi in notevole espansione sviluppo, delle “artiterapie” a cui il teatro partecipa, e in maniera molto attiva, attraverso la teatro-terapia, la dramma-terapia e tutta una serie di attività che sfruttano giochi, modelli e tecniche del teatro per fini terapeutici per contrastare o comunque alleviare patologie le più diverse, in soggetti con disabilità o anche normodotati.\ud
Quelle appena elencate sono solo le esperienze più note e documentate delle possibili declinazioni di un rapporto che, proprio per questa sua duttilità e apertura al confronto, appare ricco ma anche dai contorni sfuggenti. \ud
Non si possono mettere in relazione pedagogia e teatro senza eleggere fra tutti, le definizioni e i paradigmi di riferimento rispetto all'una scienza e all'altra arte o, per meglio dire, senza riferirci, almeno in una fase iniziale alle questioni ontologiche di pertinenza. In questo caso l'ontologia si fa nume tutelare della ricerca nel suo complesso così come, in un meccanismo stratificato come di scatole cinesi, l'ontologia abita sempre la scatola centrale, più profonda e nascosta. Che la questione ontologica sia basilare nello studio della pedagogia sarà compito della corrente di studi e ricerche denominata “pedagogia critica” rinnovarlo con gli strumenti e i dibattiti che le sono propri [cap. 1], mentre per quel che concerne il teatro, oltre alla ricostruzione storica delle sue origini e del suo percorso in quanto arte, dalla nascita ad oggi, si adotterà prevalentemente la lettura semiotica dell’evento teatrale, lettura che pone al centro la relazione attore-spettatore [cap. 2]. Il capitolo finale, denominato “Pedagogia e teatro: l’incontro possibile”, mette a frutto le convergenze fra i due ambiti disciplinari facendo riferimento al teatro del secondo Novecento.\ud
Il presente studio si inscrive nella prospettiva di interrogarsi su se, quanto e come il teatro, inteso come arte e considerato nelle sue incursioni nel e nelle sue connessioni con il “pedagogico”, possa contribuire alla formazione dell'uomo nella contemporaneità, senza mai perdere di vista le caratteristiche specifiche dell'epoca odierna e quali siano le esigenze formative dell'uomo che ad esse deve rapportarsi nel corso della sua vita.\ud
In conclusione, riconoscendo alla pedagogia la sua specificità di scienza consacrata alla formazione dell'uomo, sia per la sua inesausta attività di pensiero e di produzione di pensiero critico che pone al centro l'uomo nella sua complessità, sia anche in quanto disciplina che raccorda e organizza e facilita l'accesso a tutti gli altri saperi, si ipotizza un rapporto articolato fra la pedagogia e il teatro, usando come linee guida il concetto deweyano di esperienza, l’approccio della cura di sé, e la relazione pedagogica e teatrale. \u
L'anfiteatro di Sabratha.
La ricerca si articola in due parti distinte ma strettamente legate: una prima parte (Tomo I e Tomo III, tavole fuori testo) dedicata allo studio dell’Anfiteatro di Sabratha ed una seconda parte (Tomo II) costituita dal catalogo degli anfiteatri dell’Africa Proconsolare. \ud
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Tomo I. Il grande edificio di Sabratha si erge alla periferia orientale dell’antica città, in un’area dove si segnala la presenza mausolei e latomie. L’edificio riprende probabilmente l’orientamento della vicina ed importante via litoranea che collegava Alessandria con Cartagine.\ud
La storia degli studi (Capitolo I). In gran parte spogliato in antico, il monumento sembra essere stato stranamente ignorato dai viaggiatori e dagli studiosi che nel XVIII e XIX secolo visitano le rovine di Sabratha - “Tripoli Vecchio”. La prima testimonianza certa (breve descrizione e disegno di una veduta d’insieme) si deve al principe di Toscana Luigi Salvatore d’Asburgo Lorena, nel 1873. Le ricerche archeologiche all’Anfiteatro vengono avviate da Renato Bartoccini nel marzo del 1924 e si protraggono sino al 1926. A questo periodo fanno riferimento i Giornali di Scavo dei quali alcuni stralci sono riportati nell’Appendice 1. Nel 1927 vede la luce la Guida di Sabratha dello stesso Bartoccini, nella quale viene fornita oltre alla prima descrizione esaustiva dell’Anfiteatro anche una pianta schematica del monumento. Dopo un lungo periodo di oblio, soltanto nel 1953, sotto la direzione di Ernesto Vergara Caffarelli ed in seguito dal 1966 al 1969, sotto la guida del prof. Antonino Di Vita, vengono intrapresi nuovi lavori di scavo e restauro all’Anfiteatro. Alle indagini dei primi del ‘900 e degli anni ’50 e ’60 fanno riferimento le foto d’archivio raccolte nell’Appendice 2, in gran parte custodite nell’importante archivio del “Centro per la documentazione e lo studio dell’archeologica dell’Africa Settentrionale” dell’Università di Macerata. \ud
Il monumento è inserito da Lachaux, Golvin e Bomgardner nei loro cataloghi: la loro proposta di datazione è quella di un generico II secolo d.C. mentre la capacità è stimata tra 15600 e 20700 spettatori. \ud
Le nuove indagini. Le nuove ricerche all’Anfiteatro di Sabratha, fortemente volute dal prof. Antonino Di Vita, hanno preso l’avvio nel 2010 con diverse campagne di rilievo (Capitolo II), scavo e studio del monumento. Il rilievo strumentale realizzato con il laser scanner 3D dalla ditta “Servizi di ingegneria” di Foligno è stato integrato con il rilievo diretto e la caratterizzazione delle strutture per la realizzazione di piante e sezioni in scala 1:100 e 1:50. I 3 saggi aperti lungo il perimetro esterno del settore SE del monumento hanno permesso di comprendere l’articolazione della facciata e delle sue fondazioni ed inoltre hanno fornito dati interessanti per la datazione della spoliazione del monumento.\ud
Nel Capitolo III, dedicato all’analisi delle strutture esistenti, vengono prese in considerazione le singole parti dell’edificio ancora visibili (l’arena, gli accessi all’arena, il muro del podio e la cavea). Questa parte descrittiva è corredata dal catalogo degli elementi architettonici (Capitolo IV), dall’esame dei Saggi archeologici (Capitolo V) e dal catalogo epigrafico (Capitolo VI). \ud
Una cospicua parte dello studio è dedicata all’analisi, ai confronti e alle ipotesi ricostruttive (Capitolo VII). Il grande edificio sembra essere modulato sulla base del cubito punico (del valore di 51,48 cm). Lo schema costruttivo sotteso al progetto risulta essere un ovale tracciato con una variante del metodo del ‘triangolo pitagorico’. \ud
Le parti non conservate dell’edificio come il podium, i settori superiori della cavea e la facciata, completamente spogliati in antico, sono stati ricostruiti sulla base degli elementi noti, sulla scorta di considerazioni geometrico -dimensionali e grazie ai confronti con gli edifici meglio conservati.\ud
Sulla base dell’ipotesi ricostruttiva ed utilizzando un metodo di stima analitico, tenendo conto di un locus medio pari a 45 cm, per l’Anfiteatro di Sabratha si propone una capienza pari a circa 16000 spettatori. \ud
In mancanza di più precisi dati archeologici ed epigrafici la proposta di datazione dell’edificio può avanzarsi al momento solo su base formale e comparativa: la presenza di marchi di cava che si ritrovano anche nel Teatro, le considerazioni fatte in merito alla iscrizione IRT 117 che cita i munera di G. Flavio Pudente, l’evoluzione urbanistica ed architettonica della città di Sabratha e del suo status giuridico spingono ad avanzare due diverse ed egualmente motivate ipotesi di datazione: la tarda età flavia oppure il regno di Antonino Pio. \ud
La committenza di un edificio grande e dispendioso come l’Anfiteatro di Sabratha non può non essere pubblica. \ud
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Tomo II. Per comprendere come il monumento sabrathense si inserisca nel più ampio panorama degli anfiteatri dell’Africa Proconsolare, si è ritenuto opportuno effettuare un nuovo censimento e redigere un aggiornato catalogo: la ricognizione ha permesso di rintracciare sul terreno anche alcuni monumenti dati ormai per persi o male identificati o addirittura mai prima d’ora individuati, per un totale di 40 anfiteatri. L’analisi degli altri anfiteatri della provincia, ha inoltre consentito di acquisire un gran numero di dati utili per la ricostruzione dell’edificio sabrathense. \ud
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Tomo III. Tavole fuori testo. Le 20 tavole illustrano in modo esaustivo il nuovo rilievo del monumento presentando piante e sezioni a scala adeguata ed inoltre l’ipotesi ricostruttiva dell’Anfiteatro. \ud
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La ricerca mette in luce gli aspetti più significativi del grande edificio sabrathense, che risulta essere il terzo per grandezza tra gli anfiteatri ancora visibili nell’Africa Proconsolare dopo quelli di Cartagine e di Thysdrus. Lo studio rivela le peculiarità del modello progettuale che si distacca da un archetipo consolidato di diretta derivazione italica e nel quale l’uso esclusivo del cubito per il proporzionamento di ogni singola parte e per l’intero progetto spinge a ritenere che non solo la manodopera fosse locale, ma che forse anche il progettista potesse appartenere ad un ambito culturale non estraneo alla peculiare temperie tripolitana. Resta da comprendere perché Sabratha, la cui popolazione Gilbert - Charles Picard pari a 15-20000 persone, abbia voluto dotarsi di un edificio capace di contenere la quasi totalità dei suoi abitanti. La risposta va forse cercata nel ruolo che il centro commerciale tripolitano aveva come ‘capolinea’ delle carovane che, attraversando il Sahara, facevano giungere sulle rive del Mediterraneo i prodotti e gli schiavi dal cuore dell’Africa. Forse in concomitanza dell’arrivo delle carovane, quando la città ospitava un immenso e vivace mercato, il monumento poteva accogliere non solo i cittadini, i ricchi possidenti delle ville nei dintorni e gli abitanti delle campagne, ma anche gli uomini delle carovane, i negoziatori, i mercanti e tutta la variegata umanità che accompagnava questi eventi
Luigi Amoroso: una visione macrodinamica del corporativismo e l'influenza esercitata\ud sul pensiero economico spagnolo
Luigi Amoroso (1886-1965) è uno dei più importanti economisti italiani vissuti tra le due guerre mondiali. Egli è oggi in larga parte trascurato dalla letteratura economica. L'analisi critica della letteratura secondaria esistente dimostra che l'economista partenopeo ha rivestito un ruolo di primaria importanza nell'evoluzione del pensiero economico italiano e nel dibattito internazionale, anche ai livelli più alti da esso raggiunto negli anni Trenta. Il contributo di Amoroso è radicato nello sviluppo dinamico della teoria paretiana, nello studio sulla concorrenza imperfetta, sul ciclo economico e sul corporativismo. \ud
Gli studi sul corporativismo e sulla teoria economica italiana che si è sviluppata tra le due guerre mondiali, hanno dimostrato solo parzialmente il valore delle teorie economiche amorosiane e la sua influenza sul pensiero economico. Attraverso lo studio dello sviluppo della teoria dinamica e parallelamente dell'economia corporativa di Luigi Amoroso è stata offerta un'interpretazione autentica. È stata sottolineata la precoce adesione al corporativismo fondata su tre punti chiave: la repulsione nei confronti di qualsiasi tesi socialista, la profonda fede religiosa, l'opposizione nei confronti della plutocrazia industriale e finanziaria che Amoroso individua nell'economia capitalista a lui contemporanea e che ha reso sterile le forze auto-regolatrici postulate dal sistema economico liberale e le capacità esplicative della teoria economica classica.\ud
Il Corporativismo è necessario, in ottica amorosiana, dalla progressiva erosione socialista della proprietà privata e dell'iniziativa individuale, dalla lotta di classe tra capitale e lavoro che rischia di far venir meno quella coesione sociale fondamentale per lo sviluppo economico. Si è dimostrato che le difficoltà insiste nell'analogia meccanica, utilizzata da Amoroso per superare la concezione statica dell'economia paretiana, per giungere a una costruzione dinamica coerente con essa, hanno portato l'economista napoletano alla costruzione di una teoria macro-dinamica del ciclo economico. Questa teoria ciclica chiamata disciplina corporativa della circolazione (monetaria) è punto di arrivo della costruzione corporativa amorosiana. In essa è contenuta la difesa della proprietà privata e dell'iniziativa individuale e il controllo e la moderazione imposti dallo stato corporativo, attuati attraverso la regolazione della politica monetaria. La giustificazione di tale sede, quale via preferibile per l'intervento dello stato nell'economia, è dovuta all'efficacia, e alla semplicità, che il controllo della moneta, particolarmente attraverso il saggio d'interesse, esercita nella regolazione di tutte le altre variabili economiche interconnesse tra loro. In particolare nel regolare la produzione e contrastare le onde alternate del ciclo economico. Ciclo che trova nell'eccessivo investimento in fase di crescita e nell'eccessivo disinvestimento in fase di depressione la principale ragion d'essere. La disciplina corporativa della circolazione è capace di offrire una chiara visione delle interdipendenze dei fenomeni economici e non viene mai abbandonata da Amoroso, ma anzi costantemente riaffermata, nonostante una inversione di paradigma all'interno delle sue ricerche in campo dinamico. È stata dimostrata la radice epistemologica dell'economia corporativa amorosiana. Essa oltre a fornire una necessaria e ulteriore chiave interpretativa chiarisce i motivi dell'adesione all'economia corporativa di Luigi Amoroso. Attraverso tale studio risulta evidente come i pochi riferimenti al corporativismo, siano dovuti alla visione di un'economia pura (o fisica economica) fortemente avulsa da giudizi morali che sono rintracciabili solo nell'economia applicata (o metafisica economica). L'analisi epistemologica permette altresì di declinare il corporativismo nelle tre branche della scienza economica individuate da Amoroso. Cioè l'economia corporativa amorosiana è necessaria: nella fisica economica per passare dalla visione statica a quella dinamica, nella metafisica economica per individuare l'obiettivo che la collettività vuole prefissarsi, nella politica economica per definire la regolazione e il controllo del sistema economico.\ud
Oltre a quest'interpretazione autentica articolata nel modo sopra descritto si è voluto dimostrare la profonda influenza esercitata dall'economia amorosiana all'interno del pensiero economico spagnolo. In questa sede viene offerto un contributo alla vasta ricerca concernente la circolazione delle idee in campo economico. L'influenza di Amoroso nel paese iberico è direttamente collegata all'introduzione dell'analisi marginalista. Primi è fondamentali veicoli d'introduzione in Spagna dell'economia amorosiana e conseguentemente del marginalismo sono gli scritti di Olegario Fernández Baños, anch'egli economista troppo presto dimenticato nel suo paese. Fernández Baños dopo una pedissequa ripetizione delle tesi amorosiane, sviluppa teorie economiche proprie che costituiscono un corposo contributo all'economia matematica, con importanti ricadute per: il pensiero economico, gli studi empirici e statistici e la storia economica in Spagna. In questa evoluzione che lo conduce a scritti dal chiaro sapore corporativista vicini alle argomentazioni della destra sociale cattolica, il punto di riferimento resta Luigi Amoroso. Altro fondamentale canale d'introduzione del pensiero amorosiano in Spagna è l'influenza esercitata direttamente su von Stackelberg. Quest'ultimo durante gli anni spagnoli riveste un importante ruolo di coordinamento e accelerazione nello sviluppo della teoria economica, all'interno del paese iberico. Molti importanti economisti spagnoli ne seguono la strada e attraverso l'economista tedesco conoscono e migliorano la conoscenza dell'economia amorosiana, diffondendola poi ai giovani economisti spagnoli all'interno della prima facoltà di economia costituita a Madrid. Tra questi economisti un ruolo importante è rivestito da José Castañeda, noto professore della suddetta facoltà che con il suo fondamentale manuale diffonde molte delle teorie economiche sviluppate da Amoroso. Si è infine dimostrato che questi tre economisti sono stati solo il principale volano per l'introduzione del pensiero economico amorosiano in Spagna, dato che accanto a essi vi sono altri noti economisti iberici che hanno fatto ampio uso delle teorie di Luigi Amoroso. \u
Regulated short selling after the global financial crisis: a comparative law perspective.
The regulation of short selling is one of the most debated topics of the immediate post-crisis financial regulatory landscape. Notwithstanding, nothing – or at least very little – has been written about it moving the analysis of such controversial issue from a legal perspective. \ud
Against this background, the main purpose of this work is to complement the ongoing international policy discussion enriching the existent debate with new considerations which are deemed to be essential for a deeper understanding of such investment technique. In particular, it presents a comprehensive analysis of short selling regimes as currently in place in the United States and at the European Union level, in the wider context of transatlantic dialogues.\ud
In doing so, the study of short selling regulations is proposed along to two main descriptive lines of research, which are clearly reflected in two distinct, although interconnected, parts.\ud
Common thread of Part I (Short Selling Regulation from a Comparative Perspective) can be identified in the need to provide solid methodological justification to the research. \ud
Chapter 1 investigates first of all the reasons behind the adoption of a comparative law perspective in the analysis of short selling regulation, moving from the scrutiny of short selling as described until now by economic studies. In particular, it moves from commenting on the status quo of research – with reference both to the identification of the different ‘mechanisms’ of short sales and to their impact on financial markets – evidencing economists’ difficulties in providing an uncontroversial response on whether regulatory intervention in this field is need. A legal perspective becomes thus critical in order to fill the gaps left by economic analysis, bringing to the debate considerations on the role of regulation in the direction of financial markets and on the necessity to provide market operators with a safe environment relying on legal certainty of financial operations. In this sense, the research further investigate the added value of a comparative approach in addressing risks posed by potential divergences in the regulation of short selling, in particular with reference to risks of ‘regulatory arbitrage’, upholding the key role of comparative law in the as transitional step towards international regulatory harmonization. \ud
Chapter 2 faces instead the absence of comparative law research in the field of financial regulation, questioning the appropriateness of the comparative law traditional methodology once applied to the topic in hand. In this respect, criticisms move from evidencing that financial regulation has been traditionally disregarded as object of comparison, tracing back this lack of interest in the difficulties in ascribing it within classical comparative law categories. In this sense, this work support the abandonment of a rigid compartmentalization – addressing in particular, the private/public law distinction, legal families, and the impact of globalization on comparative studies – in order to show that comparative studies on financial regulation are possible, but require a flexible methodology.\ud
Lastly, Chapter 3 will deal with the rationale behind a comparison of short selling regulations enacted by two different ‘forms of government’: the United States, as main point of reference and pioneer in the regulation of financial markets since the Great Crush of 1929, and the European Union, as its emerging new counter-party in international regulatory dialogues. In this context, it held that despite institutionally different – the former being a federal State and the latter a supranational organization – regulatory choices recently undertaken by the European Union show strong signs of convergence towards the traditional approach which characterizes financial regulation in the United States, at least from the perspective of the interaction between the Union and its Member States. This position is supported by the analysis of the U.S. ´dual system’ of financial regulation against strong harmonization trends in the EU Framework, observed from the adoption of the EU Financial Services Action Plan to the project for a EU Single European Rulebook. As a consequence, comparison of these two sets of rules represents, at the current stage, the most appropriate choice for a comparative analysis of short selling regulations, also in light of the increasing importance of transatlantic regulatory dialogues.\ud
Part II of the research (Short Selling Regulatory Choices – European Union and United States Compared) is then dedicated to the in depth comparative analysis of the current regulatory framework of short selling in the in the United States and in the European Union, in order to support the methodological assumption on the convergence of the two normative frameworks. \ud
Chapter 4, after addressing the main evolutionary steps in the regulation of short selling from an historical perspective, provides an overview of the regulations which are in force, at the current juncture, in the two systems. In particular, space is given to the regulatory debates which led to the enactment of Regulation SHO for United States and of Regulation 236/2012 for the European Union, offering a preliminary outline of the main legislative measures governing short selling. \ud
Chapter 5 thus enters into the detail of the analysis of the content of the two regulatory regimes. In particular, it describes the scope of application of Regulation 236/2012 and Regulation SHO, moving the analysis from emphasising the importance of legal definitions in the context of short selling. Against a widespread common understanding on the mechanics of short sales, the absence of clear legal definitions represented a misleading element in the study of short selling regulations, since generic reference to this practice has often led researchers to take for granted that measures adopted in different legislations were referring to the exact same phenomenon. Consistently, short selling is described focusing on the definitions provided under the two regulatory frameworks, with specific reference to the impact of the concept of ‘ownership’, of the calculation of ‘positions’ and of the privileged treatment of professional investors embodied in the U.S. regime. Scope of the two frameworks is then completed by the identification of the instruments covered and of their geographical applicability, with specific reference to the controversial issue of extraterritoriality.\ud
Chapter 6 presents the core provisions of the two regulatory frameworks, namely the way in which EU and U.S. legislators addressed short selling with reference to transparency of transactions and to the particular risks posed by ‘naked’ short selling. With respect to the first, it provides on overview on pro and cons of two divergent approaches: a notification and disclosure regime, as adopted in the EU, and a ‘marking’ system, as in force in the U.S. As for the second, it addressed the instruments adopted by the EU and U.S. regulators in order to curb the risks connected to ‘naked’ short selling. Main focus is posed on the functioning of ‘locate rules’ and on the application of ‘buy-in’ or ‘close-out’ requirements, with references to the measures implemented in order to address short selling when used as instrument for market abuses. In addition, attention is paid to the exceptions provided for the applicability of those rules, with emphasis on the different approaches adopted in the treatment of ‘market marking’ activities.\ud
Ultimately, Chapter 7 completes the analysis of short selling regulatory frameworks addressing powers of intervention granted to national competent authorities in order to face risks posed by short under specific circumstances. In particular, it describes the treatment of short selling in declining markets, under discretional and automatic ‘circuit breakers’, as well as extra-ordinary powers triggered by ‘exceptional’ or ‘emergency’ circumstances. In this context, particular attention is paid to the European regime, setting forth rules for the interaction among Member States competent authorities and the European Securities and Markets Authority. Cooperation arrangements are also taken into consideration under an international dimension, identifying the main instruments which foster the establishment of effective information sharing systems and collaboration in the enforcement of short selling regulatory regimes.\u
Autour d’un cas de bilinguisme scolaire italo-français: discours, contextes et idéologies au miroir des voix d’adolescents-apprenants.\ud Un parcours de chercheure pour une réflexion approfondie e
Les dispositifs éducatifs faisant une place significative à l’enseignement des langues étrangères par le biais de l’enseignement en langues étrangères ont connu ces dernières décennies un essor considérable en Europe, un des effets notables de l’action combinée des politiques linguistiques européennes visant à promouvoir le plurilinguisme et des évolutions d’un champ de recherches et de pratiques en didactique des langues et des cultures se définissant de plus en plus comme didactique du plurilinguisme. Les dispositifs bi-plurilingues se développent et font l’objet d’un intérêt croissant. Le foisonnement terminologique concernant les dispositifs (section bilingue, immersion, CLIL, EMILE etc.) reflète la diversité des politiques, des pratiques et des modalités de mise en place de ce type d’enseignement, dont nous proposons dans cette recherche de présenter un cas spécifique. Notre analyse se pose comme objectif de proposer un cas d’étude et de réflexion par le biais de son inscription dans un système global politique et didactique. \ud
L’analyse construite au fil de ces pages est l’œuvre de la chercheure-enseignante, elle prend comme point de départ la pratique quotidienne didactique en Français Langue Etrangère d’une locutrice native expatriée. L’inscription dans le système et l’étude des discours et des pratiques -en particulier celui des adolescents-apprenants- à partir de l’intrication des rôles et des statuts (doctorante-chercheure, enseignante, acteur social/locutrice bilingue, expatriée) si elle doit être clarifiée et explicitée, permet de développer une approche réflexive de la recherche et de l’enseignement. \ud
L’intérêt pour la parole adolescente nait de la pratique quotidienne auprès de ces adolescents-apprenants, et de la relation qui se forme entre des acteurs plurilingues, définis en premier lieu par leurs rôles didactiques, auxquels vient s’ajouter un enjeu culturel et identitaire dans l’espace-classe, espace de rencontre entre les élèves italiens/italophones et la professeure française. Désirant approfondir cette appréciation subjective de la relation enseignant-apprenants, nous avons interrogé notre action didactique elle-même, celle qui en amont ancre son sens dans les finalités et les objectifs qu’une société se fixe pour la formation des jeunes générations. À partir du questionnement des représentations et de la signification que les acteurs de la classe investissent dans leurs actions quotidiennes s’impose ainsi la réflexion politique. Quelles politiques linguistiques et éducatives se trouvent en amont de nos salles de classe ? Quelles significations et orientations donnent-elles aux pratiques d’enseignants et aux pratiques d’apprenants ? Comment lire les politiques et intervenir dans la didactique à partir des savoirs produits par les apprenants, du sens qu’ils investissent dans leur formation ?\ud
La présente recherche se compose de trois parties. Dans un premier temps, nous nous attacherons à circonscrire notre cas d’étude dans le contexte de la coopération linguistique éducative franco-italienne déterminée par un agenda européen et mondialisée. Il sera proposé une analyse systémique du terrain de recherche, afin d’en présenter une compréhension en tant que système complexe de réseaux d’interactions entre acteurs, pratiques et discours. Il sera important de replacer la coopération linguistique éducative binationale en contexte européen, qui constitue le cadre spatio-temporel au sein duquel s’inscrivent et se légitiment les partenariats gouvernementaux. L’appréhension d’une réalité didactique spécifique au niveau micro- (les discours adolescents, l’expérience didactique en classe), et méso- (une institution éducative spécifique, un système de gestion linguistique et éducatif local) nécessite l’examen des politiques linguistiques éducatives qui définissent le cadre d’orientation et de décision à des degrés multiples, dans une époque marquée à la fois par l’interdépendance globale des acteurs et les mouvements d’autonomisations des institutions éducatives locales. Enfin, nous proposerons une définition du terrain de recherche à la fois en tant que dispositif spécifique d’enseignement bi-plurilingue et espace d’étude propice à la recherche en didactique et didactologie. Un terrain de recherche en évolution, dont les mutations traversent la recherche et s’y intègrent, en grande partie dues à l’introduction à grande échelle en Italie du diplôme franco-italien de fin d’études secondaires ESABAC.\ud
Un tel dispositif puise ses raisons d’être et de pérenniser dans un maillage complexe d’actions individuelles et politiques, de relations interpersonnelles, qui trouvent dans notre cas un ancrage fort dans les politiques européennes de promotion du plurilinguisme et d’éducation à la citoyenneté, associées à l’évolution déjà évoquée d’un champ de recherche en didactique des langues et des cultures qui tend à se définir aujourd’hui par une nouvelle approche, la didactique du plurilinguisme. L’objet de la deuxième partie de notre exposé consistera donc à explorer les aspects didactiques, mais aussi politiques et idéologiques de la diversité linguistique et culturelle telle qu’elle est appréhendée aujourd’hui par la recherche en didactique et par les institutions politiques en Europe. \ud
Le recueil et l’analyse du corpus, ainsi que les conclusions de la recherche seront exposés dans une troisième et dernière partie. Le travail d’enquête s’est développé autour d’une série d’entretiens approfondis réalisés auprès d’apprenants de la section bilingue du lycée où nous enseignons. Nous considérons ces discours d’apprenants-adolescents en tant qu’ils agissent, au niveau micro-, comme des révélateurs sur les politiques linguistiques éducatives. Celles-ci sont le fruit de mécanismes complexes à tous les degrés de décision, au sein desquels les apprenants sont souvent des paramètres décisionnels désincarnés. Nous expliciterons les fondements épistémologiques et méthodologiques sur lesquels se base notre recherche qualitative, en interrogeant et en intégrant la place et la voix du chercheur dans le système analysé, selon les principes d’objectivation participante (Bourdieu, 2000 : 43), de réflexivité et d’intersubjectivité dans une perspective herméneutique de création du sens en relation avec les discours d’apprenants. Nous tenterons ainsi de proposer une analyse de ces discours d’adolescents, producteurs de savoirs sur une expérience individuelle contextualisée, construite à partir de la prise en compte aussi bien des cadres sociaux, culturels et historiques déterminants dans leur formation, et que de l’expression d’une voix personnelle, qui donne sens au choix et pratiques de l’adolescent-acteur social. \ud
Le présent texte retrace un parcours de recherche et de formation, où l’objet de recherche est appréhendé à partir de la prise en compte de la relation d’intersubjectivité qui associe chercheure et apprenants-adolescents dans la démarche de création du sens, au sein d’un système de discours politiques et didactiques complexe. L’exploration en profondeur des discours d’apprenants et la nécessité de les intégrer au contexte politique éducatif, culturel et social, nous permet d’avancer des pistes pour une meilleure connaissance et compréhension de l’ensemble du système, et pour une réflexion approfondie concernant les orientations en politiques linguistiques éducatives et leurs implications didactiques sur le terrain. Des dispositifs de coopération binationale à la relation approfondie qui s’instaure à la langue-culture proche dans l’espace-classe, la question de l’altérité linguistique et culturelle est constitutive, à tous les niveaux, du projet commun de formation italo-français dont nous rendons compte. Notre démarche interroge cette altérité à la fois au sein du projet de recherche et pour les objectifs de formation de l’éducation bi-plurilingue.\u
Importance of metals in organic synthesis: development of new methodologies for bond formation mediated by Lewis acid
Chemical catalysis affects our lives in innumerable ways. Catalysis provides a means of changing the rates at which chemical bonds are formed and broken and of controlling the yields of chemical reactions to increase the amounts of desirable products from these reactions and reduce the amounts of undesirable ones. Thus, it lies at the heart of our quality of life: the reduced emissions of cars, the abundance of fresh food at our stores, and the new pharmaceuticals that improve our health are made possible by chemical reactions controlled by catalysts.\ud
The petrochemical, chemical, and pharmaceutical industries depend on catalysts to produce everything from fuels to drugs, to paints and cosmetics.\ud
Today, we, as humans and chemists, face a variety of challenges in developing alternative energy sources, reducing dangerous by-products in manufacturing, cleaning up the environment and preventing future pollution, protecting citizens from the release of toxic substances and infectious agents, and creating safe pharmaceuticals. Catalysts are needed to meet these challenges, but their complexity and diversity demand a revolution in the way catalysts are designed and used.\ud
This revolution can become reality through the application of new methods for synthesizing and characterizing molecular and material systems.\ud
Organic chemistry can make a significant contribution in this change. In fact, in the last years green chemical processes started playing a crucial role in sustainable development, and efficient environmental catalysts, that can be conveniently applied in various chemical reactions, are the key elements for the improvement of sustainable synthetic processes.\ud
Many organic transformations rely on Lewis acid catalysts, and such compounds were widely studied in organic synthesis.\ud
The rare earth metal compounds come to play a significant role in these studies, because the majority of rare earth metal catalyst show characteristic properties of sustainable catalysts, such as low cost, aqueous/air/thermal stability, recyclability, and last but not the least high catalytic efficiency.\ud
With this idea in mind we studied new bond forming reactions using cerium trichloride in combination with sodium iodide. As reported in the first chapters of this work, we described new synthetic methods promoted by cerium(III) such as hydroiodination reaction of alkynes, synthesis of polysubstituted furans and oxazole derivatives. Furthermore we showed an example of the excellent catalytic activity of cerium trichloride in synergistic catalysis with other metal cocatalyst such as copper iodide, in the synthesis of 2-substituted benzimidazoles.\ud
We also demonstrated that these procedures are useful tools for the construction of more complex molecules having biological activity.\ud
In addition, we should recall that during the second half of the 20th century, transition metals began playing an important role in organic chemistry and this led to the development of a large number of transition metal-catalyzed reactions for creating organic molecules. In fact, transition metals have a unique ability to activate various organic compounds and through this activation they can catalyze the formation of new bonds.\ud
Recent years have witnessed tremendous growth in the number of gold-catalyzed highly selective chemical reactions. Gold was considered as an inert metal for a long time, and its ability to behave as Lewis-acid was recently recognized as a source of inspiration for organic chemists.\ud
Gold catalysts can activate unsaturated functionalities and therefore allow the creation of carbon-carbon and carbon-heteroatom bonds by addition of various nucleophiles, under mild conditions.\ud
As part of our ongoing studies on metal use in organic chemistry, in the last chapter we reported progress made on Cu-Au cocatalyzed one-pot synthesis of 2,5-dihydrofurans derivates from terminal alkynes, which could be very attractive and sustainable method, due to the reduction of work-up and purification steps and reduction of costs, materials and time
Peroxisome proliferator-activated receptors gamma (PPARγ) modulates opioid addiction and analgesia\ud
Pioglitazone is a selective peroxisome proliferator-activated receptor-gamma (PPARγ) agonist approved for the clinical treatment of insulin resistance and Type 2 diabetes. We recently found that activation of PPARγ by pioglitazone reduced the addictive potential of alcohol in rats. Considering the similarities between some CNS effects of alcohol and opioids we investigated the role of PPARγ on morphine and heroin pharmacology focusing on the development of analgesic tolerance and addiction. Results showed that activation of PPARγ receptors by pioglitazone selectively reduced acquisition, fixed ratio 1 and progressive ratio heroin self-administration. This effect was completely abolished by the pretreatment with the PPARγ selective antagonist GW9662.\ud
Microdialysis experiments revealed that heroin elicits a significant increase of extracellular DA levels in the NAc shell that was reduced by pioglitazone. In a rat\ud
horizontal brain slice preparation whole-cell current-clamp recordings were performed from medial posterior VTA DA neurons to further investigate the effect of pioglitazone\ud
on opioids. Acute bath application of morphine significantly increased the spontaneous activity of VTA DA neurons in a dose-dependent manner. Pre-incubation with\ud
pioglitazone dose-dependently prevented morphine-induced excitation of DA neurons.\ud
The effect of pioglitazone was blocked by bath co-application of the selective PPARγ antagonist GW9662. In the reinstatement studies pioglitazone showed anti-relapse\ud
properties by reducing yohimbine-induced and priming-induced relapse to heroin seeking and by attenuating the incubation of heroin craving. Pioglitazone also reduced\ud
the development of tolerance to the analgesic effect of morphine and the selective PPARγ antagonist GW 9662 blocked this effect. Furthermore, chronic treatment with GW 9662 alone accelerated the development of tolerance to morphine analgesia. In conditional neuronal PPARγ knockout (KO) mice we observed a faster development of tolerance to morphine analgesia compared to the wild type (WT) control mice.\ud
Moreover, in KO mice pioglitazone lost its ability to prevent the development of morphine tolerance, confirming that this effect is mediated by PPARγ. Overall, our\ud
results highlight the role of PPARγ in opioid addiction and analgesia and prompt to the possibility that pioglitazone may be useful in the treatment of opioid addiction
Pratiche commerciali sleali e diligenza professionale: profili comparatistici e diritto europeo.
La disciplina europea delle pratiche commerciali sleali contenuta nella direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio dell’11 maggio 2005 2005/29/Ce rappresenta, al momento, la più significativa tappa volta al progressivo ravvicinamento delle politiche della concorrenza e della protezione dei consumatori, per tendere poi necessariamente verso la definizione di uno statuto della correttezza professionale, ovvero di fair trading, come modello delle relazioni tra gli operatori del mercato, intesi come professionisti e consumatori.\ud
Tale evoluzione è coerente con l’obiettivo, prefissato a livello europeo, di un corretto funzionamento del mercato interno in cui i consumatori-cittadini europei sono stimolati ad acquistare beni e/o servizi offerti loro da professionisti con sede in altri Stati membri, i quali, a loro volta, sono incentivati a proporre i propri prodotti anche al di fuori dei propri confini nazionali. \ud
Per questo, la disciplina delle pratiche commerciali sleali, oltre a risultare per il linguaggio e le definizioni utilizzate decisamente evocativa della disciplina della concorrenza sleale, di quest’ultima costituisce il primo autentico nucleo a livello europeo, in particolare nell’improntare i rapporti allo standard di correttezza (diligenza) professionale.\ud
Il principio della correttezza professionale è diventato, così, il punto di collegamento delle discipline della tutela del consumatore, della tutela della concorrenza e della repressione della concorrenza sleale, seppur ciascun nucleo normativo mantiene la sua autonomia. Da qui, l’adozione di una nozione aperta, come quella di diligenza professionale nella formulazione del divieto generale di pratiche commerciali sleali, ha avuto un rilievo determinante per l’inquadramento dell’intera disciplina.\ud
Dall’analisi svolta, il criterio della diligenza professionale di cui alla disciplina delle pratiche commerciali sleali è risultato essere, tuttavia, del tutto autonomo e non riconducibile ai concetti noti nella tradizione giuridica continentale e sviluppati nell’ambito della responsabilità contrattuale e civile. Dalla diligentia propria del diritto romano e dal duty of care dell’esperienza di common law, la diligenza professionale richiesta dal legislatore europeo prende, però, la sostanza per svilupparsi poi come concetto nuovo e atto a far fronte alle nuove esigenze di tutela del mercato, in quello spazio giuridico senza frontiere che è il mercato interno europeo.\ud
Quale debba essere, poi, in concreto il livello che possa e debba considerarsi dovuto per far sì che una pratica commerciale possa essere considerata sleale è una questione che va risolta, caso per caso, tenendo conto delle specifiche peculiarità della singola fattispecie e, in particolare, della natura dell’attività esercitata dal professionista. Nel relazionarsi con il consumatore, il professionista dovrà, infatti, in ogni caso, essere sempre preparato e aggiornato rispetto alla prestazione che deve compiere e applicare tecniche appropriate e non superate nello svolgimento della propria attività. Il professionista non potrà, in alcun modo, ostacolare l’esercizio dei diritti riconosciuti dalla legge al consumatore, né limitarne in alcun modo l’efficacia e la portata.\ud
La clausola generale di cui all’art. 5 della Direttiva 29/2005/Ce, in cui è contenuto il divieto per i professionisti di porre in essere pratiche commerciali sleali, rappresenta così la norma fondamentale dell’intera disciplina delle pratiche commerciali, la quale è su di essa interamente plasmata. Da tale conclusione, deriva che le norme in cui vengono disciplinate le pratiche commerciali ingannevoli e aggressive debbano essere ritenute delle norme di dettaglio, ovvero applicazioni particolari della disposizione di principio, secondo lo schema “norma fondamentale/norme applicative”. \ud
In molti ordinamenti nazionali - vuoi perché storicamente già poco proliferi in generale di provvedimenti, a differenza di Paesi come l’Italia, vuoi perché già conformati ai principi di fairness come i Paesi Scandinavi – manca, tuttavia, attualmente un’effettiva concretizzazione del principio della diligenza professionale.\ud
Considerato lo spirito della Direttiva di realizzare una legislazione uniforme in materia di pratiche commerciali sleali e il fatto che, seppur per certi aspetti le nozioni di diligenza professionale proposte in sede di attuazione dai legislatori nazionali sono, in alcuni casi, formalmente differenti, ma comunque conformi da un punto di vista sostanziale a quanto disposto a livello europeo, pare logico poter sostenere comunque che la concretizzazione del principio della diligenza professionale avvenuta in uno Stato membro possa valere anche per le altre esperienza nazionali, in ragione della comunanza di principi. Del resto, ad oggi, non si riscontrano contrasti applicativi della normativa sulle pratiche commerciali sleali con riferimento alla concretizzazione del principio della diligenza professionale.\ud
Gli interpreti non potranno, quindi, che provvedere ad integrare in via interpretativa la formulazione testuale della rispettiva legislazione nazionale, facendo riferimento ai principi individuati dal legislatore europeo, anche se non espressamente contemplati dalla normativa nazionale di recepimento e di quanto statuito nella stessa materia negli altri Stati membri, nell’ottica di un ordinamento, quello europeo, ormai da dover (ritornare a) considerare, oltre che multi-livello, anche comunicante.\ud
La storia del diritto europeo è caratterizzata, infatti, tra il XVI e il XVIII secolo, da una reale ed effettiva apertura giuridico-istituzionale, dal lato delle fonti, e culturale, dal lato della mentalità dei giuristi, nei quali era doveroso ricorrere a auctoritates di dottori e tribunali stranieri, costituenti la communis opinio, oppure alla lex alius loci, ovvero a regole e principi comuni ad altri ordinamenti.\ud
Negare oggi l’applicazione di tali principi all’interno dell’Unione europea significherebbe - cosa ormai non più possibile, nonostante le note criticità riscontrate nel processo di integrazione europeo - abbattere i grandi sforzi fatti in questi anni per l’effettiva realizzazione di uno spazio di libertà, sicurezza e giustizia senza frontiere interne, regolato da un diritto comune europeo.\ud
Gli ordinamenti dei singoli Stati membri non possono, quindi, che essere considerati aperti, dove ciò concretamente significa che il singolo interprete nazionale potrà e dovrà ricorrere a quanto eventualmente già statuito a livello europeo o comunque a casi già risolti negli altri ordinamenti nazionali nel concretizzare principi come quello della diligenza professionale, garantendo così un’effettiva e reale armonizzazione della materia.\ud
L’armonizzazione completa delle legislazioni nazionali in materia di pratiche commerciali sleali voluta dal legislatore ha, infatti, inevitabilmente portato a una possibile circolazione delle declinazioni concrete occorse in un ordinamento anche negli ordinamenti di altri Stati membri, ad una comunanza dei principi, che può essere letta proprio come una sorta di reale ritorno a quegli ordinamenti aperti del XVI-XVIII secolo.\ud
Il passaggio successivo che il legislatore europeo dovrà compiere, si ritiene debba necessariamente essere quello di estendere le regole di condotta di cui alla disciplina delle pratiche commerciali sleali non solo ai rapporti tra professionista e consumatori, ma anche ai reciproci rapporti tra professionisti. \u
Il fenomeno migratorio in Molise e il processo di criminalizzazione dello straniero: analisi e riflessioni pedagogiche sulle trasformazioni della società contemporanea.
Il presente lavoro costituisce il risultato conclusivo della ricerca svolta con l’obiettivo di compiere una disamina sull’attuale fenomeno immigratorio in Molise, all’interno del più ampio scenario italiano.\ud
In proposito, sembra opportuno considerare, alla luce dei recenti studi statistici condotti a livello nazionale, che l’immigrazione nella regione Molise rappresenta un fattore ancora nuovo e numericamente contenuto rispetto al resto d’Italia, ma è in costante crescita, per cui siamo persuasi, che uno studio approfondito sull’attuale situazione dell’immigrazione nella nostra regione – nel quale siano messi in luce anche gli aspetti peculiari che contraddistinguono la presenza degli stranieri sul territorio molisano – possa giovare alla costruzione di politiche sociali ed educative, efficaci ed accorte, in merito alle trasformazioni sociali in atto.\ud
A partire da tali convincimenti è stata condotta un’indagine empirica presso i principali enti e istituzioni locali, nel tentativo di reperire il maggior numero di dati statistici e informazioni utili a comporre un quadro dettagliato sull’inserimento, negli ultimi anni, degli stranieri all’interno dei diversi ambiti socio-economici della regione: nel primo capitolo di questo elaborato, pertanto, sono state descritte le caratteristiche socio-demografiche della popolazione straniera residente nella nostra regione, inoltre, sono stati rilevati i flussi, regolari e irregolari, di immigrati nel territorio locale e sono state prese in considerazione le opportunità di inserimento lavorativo degli stranieri nel contesto molisano e l’utilizzo, da parte di costoro, del servizio sanitario regionale; è stato, infine, indagato il mondo dei minori stranieri, principalmente attraverso l’analisi della loro presenza nelle scuole molisane.\ud
In sostanza, sono stati delineati i punti cardine di uno studio sull’immigrazione molisana che ci auguriamo di riuscire, in altra sede, a portare a compimento, seguendo un livello di approfondimento che si è scelto, invece, di adottare – negli altri capitoli di questo elaborato – soltanto per un tema specifico, vale a dire, il fenomeno della criminalità degli stranieri in Molise, all’interno del più generale contesto nazionale. \ud
A questo proposito, nel capitolo secondo, è stato compiuto uno studio sul processo di criminalizzazione dello straniero nel nostro Paese: attraverso una ricostruzione storica – sulle origini della paura del crimine e dello straniero – e l’analisi dei recenti dati statistici – riguardanti la delittuosità e la criminalità degli italiani e degli stranieri –, si è arrivati a dimostrare che è da ritenersi infondata la convinzione, largamente diffusa, secondo la quale l’immigrazione determina sempre e comunque un aumento sproporzionato della criminalità in Italia. \ud
Proprio in virtù dei dati nazionali è stato, quindi, svolto un approfondimento su alcuni fenomeni delinquenziali eventualmente riscontrabili in Molise, negli ultimi anni. Più esattamente, nel capitolo terzo, sono stati analizzati i dati, forniti dalle tre Procure della Repubblica della regione, riguardanti alcune fattispecie di reati (quali l’associazione mafiosa internazionale, l’immigrazione clandestina e il favoreggiamento, la tratta di esseri umani e simili) che potrebbero essere sintomatici di quel genere di illegalità che gravita intorno ai movimenti migratori; nel capitolo quarto, invece, è stata compiuta una disamina sui reati, registrati dai tre Tribunali molisani, che sono connessi alla violazione delle norme in materia di immigrazione ed alla microcriminalità. Ebbene, alla luce di tutti i dati sulla delittuosità e sulla criminalità degli stranieri rilevati, è stato possibile attestare che in regione non esiste un’‘emergenza straniero’, imputabile all’aumento complessivo e sproporzionato degli atteggiamenti delinquenziali da parte degli stranieri, ma che sono piuttosto gli italiani ad essere i più denunciati per la maggior parte di questi reati; inoltre, si è riflettuto su come i comportamenti devianti degli stranieri debbano essere letti anche in relazione alle condizioni di disagio e di emarginazione sociale in cui, molto spesso, costoro si trovano a vivere. \ud
L’immigrazione e la criminalità rappresentano, dunque, gli argomenti nodali della Parte Prima del presente elaborato. Un altro ambito di indagine che, a nostro avviso, si inserisce appieno e completa la riflessione sull’‘etichettamento’ negativo e sul disagio degli stranieri, riguarda la condizione degli immigrati nel sistema penitenziario italiano e molisano; questo tema costituisce l’oggetto precipuo della Parte Seconda di questo lavoro. \ud
Dopo un primo capitolo, nel quale, sulla base delle ricerche nazionali e delle statistiche presentate dal Ministero della Giustizia, sono messe in luce le caratteristiche e le criticità del sistema penitenziario italiano e la situazione degli stranieri detenuti o in esecuzione penale esterna nel nostro Paese, il capitolo secondo pone l’attenzione sulla realtà penitenziaria molisana che è stata rielaborata attraverso un’indagine svolta nei tre istituti di detenzione della regione ed anche presso l’Ufficio di Esecuzione Penale Esterna di Campobasso-Isernia, al fine di comprendere ancora più da vicino la condizione degli stranieri detenuti o in misure alternative, negli ultimi anni, in Molise. Da ciò è emerso un quadro drammatico: il nostro sistema penitenziario risulta pericolosamente fragile con le sue variabili e complesse dinamiche entro le quali lo straniero rappresenta un elemento ulteriormente svantaggiato ed ancor più destabilizzante per i labili equilibri sistemici. \ud
In conclusione, nell’affrontare il fenomeno immigratorio in Molise, è stato posto, al centro dell’indagine, il cosiddetto straniero ‘delinquente’ ed emarginato – ossia, l’immigrato denunciato penalmente e processato (Parte Prima), ma anche il recluso in carcere o in esecuzione penale esterna (Parte Seconda) – per capire se sia fondata l’idea che gli stranieri rappresentano una minaccia per la nostra società. A tal fine, si è cercato di conoscere, con obiettività e spirito critico, la realtà fattuale – partendo dall’analisi dei dati ed entrando nel merito delle elaborazioni statistiche –, soprattutto, si è provato a comprendere – grazie all’osservazione diretta ed ai colloqui con il personale che opera in questi contesti sociali – le problematiche e le difficili condizioni di integrazione di questi stranieri in Molise; in tal modo è stato possibile riflettere su alcune proposte concrete – come la depenalizzazione, la decarcerizzazione e l’applicazione più diffusa delle misure alternative alla detenzione, ma anche l’educazione alla legalità, ai diritti umani e così via – per migliorare il sistema della giustizia nel nostro Paese ed anche le condizioni di vita degli immigrati che sono e – come ci informano i dati statistici – saranno, sempre di più, parte integrante della nostra società