689 research outputs found

    Analysis of the subcellular localization and function of β-tubulin isotypes in two single-cell model systems:\ud Tetrahymena thermophila and Euplotes focardii

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    To illustrate the results I obtained during my PhD course in a simple and clear way, I decided to organize my PhD thesis in the following way: a general introduction about the main topic of my research work and a brief description of the ciliated protozoa Tetrahymena thermophila and Euplotes focardii, the two cell model systems I used in this study. Subsequently, I reported the two manuscripts one to be submitted, “Tubulin isotypes and cellular function: the EFBT3 tubulin isotype from the Antarctic ciliate Euplotes focardii is involved in the formation of microtubule with low turnover”, and one published in PLoSone journal in 2012, “Distinct functional roles of β-tubulin isotypes in microtubule arrays of Thetrahymena thermophila, a model single-celled organism”, where the majority of my results are described. The last part of my thesis is focused on most recent data obtained from the analysis of β-tubulin mutants in Thetrahymena thermophila and they will be included in a new scientific paper

    Temporalità, fragilità, speranza nel pensiero di Paul Ricœur.\ud

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    Nello studio del pensiero di Paul Ricœur, abbiamo colto una tensione, interna alla sua visione della condizione umana, tra l’accettazione, come un limite, della temporalità accanto all’apertura nella quale, all’inizio, la trascendenza e, in seguito, la trasmissione tra le generazioni, consentono di sperare. In questa linea, può essere interpretata anche la compresenza di una fragilità –che non coincide con la sola temporalità e mortalità, ma che è una vulnerabilità inscritta nella natura umana esposta all’errore e al male– e quella di una volontà e di alcune capacità che essa mette in opera per arginarla. L’attitudine a considerare la condizione umana, proprio perché finita e incompiuta, come aperta, è uno degli elementi cardine dell’interpretazione di Ricœur. Questa visione della condizione umana come limite e apertura, ricerca sempre in corso di un compimento si manifesta anche nella laboriosa definizione dell’identità dell’uomo come se stesso (identità-idem), che si riscopre nel tempo e attraverso il proiettarsi fuori di sé nella narrazione (identità-ipse e identità narrativa) e nella relazione con l’alterità (se stesso come un altro). Attraverso un lungo processo che ricapitola nell’ontogenesi la filogenesi, l’uomo riconosce la presenza di un’alterità ab origine (eredità genetica e culturale) essenziale al suo formarsi. La coscienza di essere immersi nel flusso delle generazioni, in una cultura e civiltà delle quali coloro che ci precedono ci trasmettono anche le chiavi interpretative, consente di fare emergere l’apertura strutturale dell’identità che può formarsi solo rielaborando l’influenza che ereditarietà genetica, cultura d’origine e figure prossime esercitano su di essa. Alla finitezza costitutiva dell’uomo corrisponde la parzialità della conoscenza che egli può conseguire, che egli cerca di oltrepassare, conferendo rigore scientifico alla sua comprensione della realtà ed estendendola sia oltre la percezione individuale e quella di un’epoca storica, di una cultura e civiltà, lasciandola aperta all’interpretazione di altri, intesi sia in relazione ad altre civiltà e culture che in senso diacronico come coloro che verranno. La conoscenza storica riflette in modo speculare la condizione umana come condizione finita (temporale e storica) e che tuttavia si dispiega in un arco di tempo ampio, aperto al futuro: da un lato, i fatti del passato e quanto di essi si conserva nella memoria sono compiuti e dominati dalla loro finitezza, parzialità e irreversibilità, dall’altro, la loro interpretazione è un processo incompiuto, sempre in corso e aperto a nuove interpretazioni. Prima che incompiuta a livello interpretativo, la condizione storica mostra l’incompiutezza di ogni vita, di ogni civiltà e cultura. Anche la tensione sottesa alle due componenti fondamentali della conoscenza storica, spiegare e comprendere, può essere letta alla luce della polarità del finito e dell’incompiuto (inachevé) e pertanto aperto all’interpretazione. Vi è, da un lato, la conoscenza storica che si appunta sull’analisi dei dati, quali depositato dei fatti, e che è possibile solo perché si è operata una distanza nel tempo che consente un giudizio obiettivo. Dall’altro, una volta scritta, la storia si offre alla comprensione, che si articola nel tempo (secoli e generazioni) e nel confronto con altre culture e storie, che cerca di interpretarne cause, motivazioni e effetti, riaprendo la ricerca sul loro senso. La conoscenza storica esercita un’influenza sulla comprensione delle questioni umane, si apre a un orizzonte d’attesa, nel quale volontà e libertà devono mettersi in gioco: ciò che non si è realizzato deve essere considerato come ciò che si deve fare. Studio e trasmissione della conoscenza storica preludono a una riflessione sull’azione, e sulla relazione tra la storia e la dimensione politica ed etica. A questo crocevia tra riflessione sul passato, analisi delle dinamiche politiche nella storia e incidenza del diritto e delle istituzioni, si apre l’agone nel quale si fronteggiano le istanze della giustizia con quelle, profonde ma difficili da inquadrare nel contesto sociale, dell’amore e dell’amicizia, in una tensione perenne tra realtà e utopia. Si deve ricordare che, almeno in parte, il nostro destino come popolo, cultura e civiltà è nelle nostre mani e che occorre responsabilmente esercitare i diritti politici. In questo alveo, non sarebbe giusto estromettere la riflessione morale come se essa non avesse nulla da aggiungere all’analisi di realtà complesse che andrebbero puramente comprese, nei loro elementi costitutivi, senza aggiungervi alcun elemento di ponderata valutazione. Presente e futuro si presentano con alcune incognite imponderabili che non possono essere repertoriate nella memoria di ciò che si è verificato nel passato: occorre che consapevolezza e libertà siano messe in gioco per pervenire all’azione. Ricœur pone l’accento sull’iniziativa, includendo anche il pensiero, in linea con un’intuizione della Arendt, nell’orizzonte dell’azione. Egli sottolinea il ruolo della coscienza e dell’azione individuali pur riconoscendo il carattere sociale e politico dell’immersione dell’individuo nella comunità. Nei Parcours de la reconnaisance, la riflessione sulla mutualità articola la simmetria con la dissimmetria, aperta al riconoscimento del fatto che gli uomini si confermano reciprocamente di essere uomini e non cose, quindi capaci in quel momento di un gesto libero, creativo, e fondamentalmente aperti alla gratuità. Questa gratuità, che si può leggere come manifestazione del simbolico o di un’interpretazione mitica (profezia e utopia) che evoca una forse mai esistita originaria integrità, per rinnovare l’immagine dell’uomo e della storia, si rivela essere sottesa alla nostra esistenza fin dalla nascita. La mutualità fa rientrare nella riflessione la gratuità come risposta del riconoscimento del gratuito che è, innanzi tutto nell’individuo e di conseguenza in ogni relazione umana (come rivelano amicizia e amore) e che fa emergere la liberta, volontà e identità individuale degli uomini in essa coinvolti. La saggezza pratica è espressione di un’etica creativa perché nasce, come risposta, contingente, della sollecitudine di fronte all’uomo concreto. Anche la riflessione sull’articolazione del lavoro del lutto con la libertà che si esprime nell’oblio, ma soprattutto nella coscienza interiore nella maturazione del perdono implica il passaggio dalla memoria storica dei crimini al loro superamento nell’azione costruttiva del presente e del futuro. La gratuità, che è rivelata dalla nascita e dalla morte, e che è al centro della speranza del racconto religioso con il mito della rigenerazione, è dimensione costitutiva dell’esistenza umana. Nel momento in cui si condivide e si dona, la vita si illumina nella sua essenza di esistenza che è ricevuta e che deve essere lasciata. La trasmissione della testimonianza si opera attraverso l’atto di lasciare la vita e una testimonianza

    Tra umano e postumano: dalla questione della tecnica alla tecnica come questione.

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    Il ruolo sempre più pervasivo della tecnica nei processi di costruzione dell’umano obbliga la filosofia ad una importante riflessione ontologica, epistemologica ed etica sui suoi fondamenti e sul suo destino. La crescente pressione dello sviluppo tecnologico sulla definizione dei predicati umani, di fatto, sembra essere giunta ad una particolare soglia che ne potrebbe determinare il punto di non ritorno. Da più parti, infatti, si registra una mutazione determinata proprio dall’ibridazione sempre più radicale tra l’Homo sapiens e la macchina. In questo senso, la tecnologia e l’utilizzo massiccio compiutone dalla nostra epoca rilanciano con forza la questione della tecnica cioè il problema di una completa ed irreversibile alienazione dell’identità umana nei confronti della Natura ad opera del “sistema tecnico”.\ud L’introduzione di tecnologie sempre più invasive rispetto agli intimi processi ontogenetici e filogenetici della vita ridanno attualità ed amplificano il dibattito etico e politico sulla liceità delle trasformazioni che vorrebbero essere tentate sull’umano, trasformazioni così compromettenti che potrebbero mettere a repentaglio il futuro stesso dell’Homo sapiens e della vita sulla terra. Per questo, nella nostra epoca la tecnica sembra sempre più concretizzarsi quale rischio. Ma nella nostra contemporaneità, c’è anche chi non guarda alla tecnica come minaccia ma come inevitabile partner per un nuovo modello di esistenza. La tecnologia, di conseguenza, non è una istanza potenzialmente distruttiva ma, anzi, diviene l’inevitabile alterità con la quale costruire la propria identità. Tale orizzonte antropologico va sotto il nome di postumanesimo. \ud Il postumanesimo considera l’essere umano quale risultato di un campo di forze molteplici, a cavallo di istanze organiche, inorganiche, animali, macchiniche e sociali. Superata la soglia umana impostaci dalla filogenesi delle macchine, invece, potremo abitare autenticamente la nostra identità senza sacrificare il mondo non-umano, riconoscendolo nella sua specifica ed insopprimibile dignità. Per questo motivo, la tesi si muoverà tra Umano e Postumano alla ricerca di come si congiungano la naturalità dell’animale uomo e l’ambito tecnoscientifico del suo agire. \ud La Prima Parte della nostra ricerca, intitolata Tecnica e Postumano, tenterà in primo luogo di offrire una analisi preliminare del dibattito contemporaneo sulla possibilità stessa di una scienza: faremo, allora, una rapida incursione nei territori della epistemologia relativistica che, qualora fosse pienamente assunta, renderebbe molto difficoltosa l’idea stessa di progresso tecnoscientifico. All’interno di questo passaggio iniziale, cercheremo di cogliere la radice esistenziale che permette la prassi dello scienziato la quale, una volta svolta fino in fondo la nostra tesi, assumerà una sua importanza fondamentale quale carattere più-proprio del progetto umano. Da qui, ci muoveremo per scandagliare in profondità l’orizzonte postumano e la sua analisi dell’uomo quale animale ontologicamente eteroriferito: dovrà situarsi nella meccanica che abbiamo deciso di ribattezzare ibridazione mutazionale il motore interno della sua identità, costitutivamente con-fusa con la macchina e con l’animale. \ud L’iniziale critica mossa al concetto di ibridazione mutazionale però ci obbligherà ad una approfondita immersione nei meccanismi biologici dell’evoluzione affinché sia possibile decostruire, dall’“interno”, le pretese identitarie del postumanesimo. La Seconda Parte della tesi, intitolata Evoluzione ed Antropogenesi, avrà come obiettivo proprio la chiarificazione dei rapporti che intercorrono tra gene, ambiente ed organismo mettendoci nella condizione di interpretare l’orizzonte postumano alla luce di un determinismo mai sopito all’interno della riflessione biologica. \ud Per questo, saremo poi in grado di indagare il “divenire postumano” dell’Homo sapiens, cioè svolgere fino alle estreme conseguenze le problematicità insite nel concetto di ibridazione mutazionale che trasformeranno l’evoluzione dell’uomo in una rigidità storicità destinale di cui l’Homo sapiens è solo un ingranaggio inevitabile e necessario. Proprio in questa critica, però, si aprirà la possibilità di spiegare altrimenti le condizioni che hanno permesso l’emergere dell’Homo sapiens: analizzare il determinismo biologico che forma ed informa il paradigma postumano, infatti, darà una indicazione su come comprendere il fenomeno della vita al di fuori del rigido imperativo dell’adattamento cui spesso è ridotto l’intero meccanismo evolutivo. \ud La Terza parte, intitolata Tra costruzione e progetto, cercherà di leggere il fenomeno della vita alla luce della costruzione operata da ogni organismo nei confronti dei propri dintorni naturali. Per questo, intrecceremo la nostra analisi con la ricerca etologica compiuta da Jacob Von Uexküll e con l’evoluzionismo costruzionista di Richard Lewontin tentando di offrire un quadro significativo dei meccanismi attraverso cui gli organismi adattano l’ambiente alle proprie esigenze biologiche. A partire dal concetto di costruzione, affronteremo, infine, la questione della tecnica ed il suo rapporto con l’antropogenesi dell’Homo sapiens. \ud Ciò mostrerà come, a partire da una biologia non-determinista, sia legittimo parlare della apertura essenziale che accade con la concreta esistenza dell’umano e che determina la sua costruzione ambientale già sempre come una progettazione responsabile. Pur nell’intreccio e nella sovrapposizione dei territori biologici ed epistemologici, si potrà rintracciare la venatura prettamente filosofica del percorso compiuto – anche mediante il ricorso alle tesi di Hans Jonas - e che ci metterà nelle condizioni di affrontare la questione della tecnica da un punto di vista “inedito”: la questione della tecnica, allora, si rovescerà nella tecnica come questione.\ud Il sentiero che congiunge Homo sapiens ed uomo ci descrive un mondo complesso e variegato, intimamente interconnesso, nel quale ogni specie ha rapporti coevolutivi e codipendenti con tutte le altre e nel quale l’evoluzione risiede nella capacità degli organismi di costruirsi la Umwelt; ma la costruzione di Umwelt umana è una progettazione di mondo, la quale deriva dalla differenza essenziale della sua peculiare apertura, una frattura nella continuità della Natura. In questa origine naturale emergerà una inattesa indicazione sul compito connesso alla progettazione: in quanto libera dall’ambiente, sarà la struttura stessa della nostra apertura al mondo a implicare già sempre la presenza di un “noi”. Solo al termine del percorso, insomma, potremo deciderci sul ruolo giocato dalla tecnologia nell’evoluzione della condiziona umana, forse senza risolversi a considerarla alternativamente rischio del secolo o nuovo modello di esistenza. \u

    La formazione nei contesti di lavoro. Una riflessione su un percorso formativo in azienda.

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    Il presente progetto di ricerca rappresenta uno studio sulla formazione condotto attraverso le dimensioni del formare, dell’apprendere e del lavorare. È stato assunto un approccio di tipo deduttivo, partendo nel primo capitolo dall’analisi del concetto di formazione. Dopo aver preso atto della vastissima letteratura in materia, della varietà degli approcci di studio e di contributi di ricerca, onde evitare di proporre un impianto teorico che rappresentasse l’attuale “clima” di disorientamento, si è avvertita la necessità di dare un taglio storico-culturale alla nostra analisi. Pertanto dalla profilazione di cos’è la formazione per coloro che se ne occupano e per coloro che se ne vorrebbero occupare, abbiamo scelto di procedere ad una ricostruzione storica del tema, evidenziando l’inestricabilità del fare formazione con il mondo delle organizzazioni e del lavoro. A sostegno degli aspetti socio-economici che hanno contribuito a connotare culturalmente e storicamente il termine “formazione”, ci siamo avvalsi dei tre paradigmi-chiave “modernista”, “neo-modernista” e “post-modernista”.\ud L’analisi di contesto e quella storico-culturale attorno al tema della formazione hanno favorito la ricostruzione di un’immagine della formazione particolarmente variegata, a tratti variabile, sicuramente complessa. La complessità, intesa come status, accanto alla propensione al cambiamento costituiscono due peculiarità del formare declinato nel suo essere “attività” e “apprendimento”. Per questa ragione, allineandoci con i fautori dell’epistemologia della complessità, prendiamo atto che ciò che risulta complesso non può in alcun modo essere ridimensionato o semplificato, piuttosto deve essere rispettato e valorizzato, e sulla base di ciò una teoria generale della formazione ad oggi non risulta realizzabile, come sottolineato da Quaglino (Fare formazione, 2005) nei suoi ultimi contributi, e forse non rappresenta più una prerogativa. Il mondo della formazione, se intende cogliere le sfide del presente, in termini di complessità e cambiamento, deve tornare a focalizzare la propria attenzione sul soggetto e in modo particolare sulle questioni dell’apprendere. Dal nostro punto di vista, l’approccio psicosociale di cui ci siamo occupati nel secondo capitolo ha in sé gli strumenti utili a fronteggiare questo tipo di sfide, valorizzando con l’intreccio di tre possibili livelli di analisi, l’individuo, la comunità e l’organizzazione. L’approccio psicosociale e psicosociologico ai fini del nostro lavoro ci permettono di delineare un contesto di analisi dei fenomeni del formare all’interno delle organizzazioni e al tempo stesso ci offrono chiavi di lettura dei contesti di lavoro, comunicazione e formazione in chiave situata ovvero rappresentazionale e conversazionale. La narrazione, di cui parliamo nell’ultimo paragrafo, riveste nella prospettiva un ruolo preponderante nella dinamica formativa, un strumento di mediazione sociale e culturale: attraverso di essa si creano relazioni, si negoziano significati ovvero si costruiscono conoscenza e identità individuali ed organizzative.\ud Il soggetto al centro dell’esperienza del fare formazione e dell’organizzazione di lavoro è il tema portante del terzo capitolo. Se facciamo nostro l’invito di alcuni importanti autori di riferimento per il nostro lavoro a ripristinare la centralità del soggetto in formazione, non possiamo fare a meno di sostenere le questioni dell’apprendere entro quelle del formare. La prospettiva del “Self” che apprende è multidimensionale: l’apprendimento coinvolge l’individuo sotto molteplici aspetti, non solo cognitivi, ma anche psico-emotivi, sociali e culturali. È dal connubio di tutti questi aspetti che è possibile ricostruire per il suo valore reale l’esperienza della formazione e dell’apprendimento inteso come dinamica evolutiva ed essenza del cambiamento. A partire dai contribuiti significativi della psicologia cognitiva, soprattutto in materia di meta-cognizione, abbiamo fatto nostra una prospettiva di analisi costruttivista, soprattutto sociale e situata. Ripercorrendo la teoria dell’attività storico-culturale e la teoria dell’apprendimento sociale vygostkiana, l’apprendimento di cui parliamo si apre necessariamente alla pratica e in particolare alla pratica di comunità, definendosi come una questione di partecipazione e condivisione, oltre che di riflessione.\ud Dopo un excursus sul contesto della formazione tra presente e passato e dopo aver attivato dei legami concettuali tra il fare formazione, in una declinazione psicosociale, e l’apprendere, nel quarto capitolo torniamo, con un grado di specificazione maggiore, alla dimensione del contesto, ovvero alle organizzazioni intese come culture, luoghi di pratica e di apprendimento individuale e organizzativo e possibile cambiamento. Tutta la seconda parte del nostro elaborato è dedicata ad un progetto di ricerca condotto in ambito aziendale. Lo studio delle organizzazioni in senso psico-culturale e il riferimento ai fondamenti dei così detti workplace-studies costituiscono in apertura del capitolo una presentazione delle caratteristiche del mondo a cui ci affacciamo e degli strumenti scelti per condurre la nostra indagine. Nel secondo paragrafo faremo riferimento alla ricerca qualitativa e in particolare all’etnografia che, permettendo di approcciare alle organizzazioni attraverso l’osservazione diretta sul campo sul campo e le analisi conversazionali, costituiscono a nostro avviso la scelta di metodo più funzionale a “tracciare” e “trattare” i dati organizzativi emergenti. L’ultima parte del capitolo è dedicata alla presentazione del lavoro di ricerca condotto in azienda e alla ricostruzione di tutte le fasi percorse. Lo studio effettuato s’incentra sul monitoraggio di un corso di formazione P.A.S. (Programma di Arricchimento Strumentale) incentrato sul metodo di R. Feuerstein.\ud Nell’ultimo capitolo ci siamo occupati di relazionare i risultati della nostra ricerca, ottenuti attraverso le osservazioni collezionate durante lo svolgimento del corso di formazione P.A.S., le attività di gruppo realizzate dopo la fine del corso e le interviste finali con tutti partecipanti. L’analisi si basa su dati etnografici e conversazionali volti alla validazione delle ipotesi di partenza e di quelle emerse in corso d’opera, ovvero al riconoscimento degli aspetti formali e informali della vita organizzativa, al rilevamento del patrimonio di conoscenze, non solo didattiche, apprese e trasferite nell’attività di lavoro. Centrale resta il tema del cambiamento che rappresenta il cuore dell’analisi e della valutazione della formazione: infatti, facendo leva sugli aspetti significazionali e sui riferimenti di meta-cognizione intra-conversazionali, è nostro interesse verificare se e con quali prerogative il training osservato abbia prodotto dei cambiamenti individuali e, attraverso di essi, un cambiamento e un apprendimento di tipo organizzativo.\u

    Sviluppo professionale degli insegnanti attraverso la formazione online: il caso del master in Valutazione e didattica.

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    L’ambito della ricerca è quello della formazione degli insegnanti in ambienti di apprendimento online.\ud Molte sono le ricerche, soprattutto in ambito francofono, che indagano lo sviluppo professionale e la costruzione di competenze degli insegnanti in formazione in presenza; molteplici studi vengono condotti sull’apprendimento degli studenti attraverso percorsi di e-learning; ma ancora piuttosto inesplorata dalla ricerca empirica risulta essere l’area relativa alla formazione professionale online degli insegnanti.\ud Inoltre gli studi esistenti sono prevalentemente orientati ad analizzare i dispositivi dal punto di vista della progettazione didattica e tecnologica, mentre abbiamo ritenuto di accogliere l’esigenza di un lavoro di ricerca empirica su cosa accada nello spazio-tempo del dispositivo, cioè quali situazioni di apprendimento si creino a partire da dispositivi online progettati con l’intento di promuovere competenze professionali degli insegnanti. Abbiamo quindi scelto di analizzare il master online in Valutazione e didattica organizzato dall’Università di Macerata nell’anno accademico 2010/11, che 22 corsisti (tutti insegnanti) hanno frequentato “a distanza” in parallelo con l’esperienza lavorativa vissuta a scuola.\ud Per affrontare la domanda di ricerca abbiamo esplorato le prospettive teoriche ed epistemologiche relativamente a due settori: la professionalizzazione degli insegnanti e la formazione online.\ud Il primo capitolo del presente elaborato è infatti dedicato alla presentazione del quadro concettuale relativamente alla professionalizzazione degli insegnanti e allo stato della ricerca sul rapporto tra formazione e sviluppo professionale. Il secondo capitolo è centrato sui dispositivi di formazione, sull’apprendimento online e su modelli di analisi dei dispositivi stessi. Il terzo capitolo mette in luce le scelte metodologiche operate per indagare le domande di ricerca, la raccolta dei dati, il loro trattamento, l’opzione dello studio di caso (il master online in Valutazione e didattica).\ud Per osservare le situazioni in modo rigoroso, abbiamo ravvisato l’esigenza di utilizzare uno strumento che permettesse un distanziamento dall’esperienza che ci aveva coinvolto in prima persona, e abbiamo fatto ricorso al modello DIPRO (Dispositifs Professionnalisants), elaborato da un gruppo di ricerca di Louvain-La-Neuve diretto dal Léopold Paquay. Si tratta di uno strumento che fornisce la categorie per definire se un dispositivo progettato per la formazione sia potenzialmente professionalizzante; noi lo abbiamo utilizzato per osservare e descrivere ogni situazione del master in senso diacronico. Il quarto capitolo descrive, quindi, il master attraverso le situazioni reali che si sono create durante il percorso e di cui l’ambiente online ha tracciato e conservato ciò che è avvenuto in termini di interazione e di riflessione: scritture individuali e collettive, messaggi lasciati tramite i dispositivi tecnologici, materiali di lavoro.\ud Tale procedure ci ha permesso di riconoscere nel master online in Valutazione e didattica le caratteristiche del dispositivo professionalizzante. Tuttavia era necessario analizzare anche le situazioni di coemergenza create dal dispositivo stesso quando le soggettività dei corsisti, della docente e della tutor entravano in gioco. Abbiamo tentato di capire che cosa i corsisti costruivano, che cosa si trasformava a livello di rappresentazione del Sé professionale.\ud Per questo sono stati intervistati i corsisti e la docente del master e, attraverso l’analisi longitudinale di un caso, abbiamo cercato di rintracciare gli eventuali cambiamenti che fossero indicatori di uno sviluppo professionale e della percezione della propria professionalità (componenti affettive, procedurali e rappresentazioni).\ud Il quinto capitolo presenta, così, l’analisi longitudinale del percorso di C., che è stata scelta casualmente tra i partecipanti al corso che nelle interviste avevano affermato di aver compiuto dei progressi dal punto di vista dello sviluppo professionale. L’intento è quello di descrivere il caso nella sua singolarità, come un esempio illustrativo di sviluppo professionale, senza pretese di generalizzazione. A partire dal framework teorico presentato nel primo capitolo, sono stati selezionati gli indicatori di cambiamento nella percezione del Sé professionale, che sono stati poi individuati nei discorsi della corsista attraverso una triangolazione di ricercatori, con il metodo dell’analisi tematica e utilizzando il software Nvivo.\ud Due sono gli auspici con cui affidiamo questo lavoro ai potenziali lettori.\ud Il primo è che i formatori e i progettisti di percorsi di formazione online vi rintraccino qualche indicazione e riflessione sul proprio lavoro a partire dalle situazioni, createsi a partire dai dispositivi formativi progettati, favorevoli al cambiamento e allo sviluppo professionale degli insegnanti.\ud Il secondo auspicio è che, in contesti simili, altri percorsi e altre dimensioni dello sviluppo professionale vengano studiati da gruppi multidisciplinari di ricercatori attraverso indagini empiriche, affiancate da analisi quantitative, che tengano conto (perché no?) anche degli apprendimenti degli alunni, per tentare qualche forma di generalizzazione dei risultati sull’impatto dei dispositivi online nei confronti della professionalizzazione degli insegnanti

    Il concorso anomalo nel diritto internazionale penale.

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    Plant functional traits and environmental variations

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    Since the original Darwin’s definition of “functional traits” as predictors (proxies) of organism performance, a growing scientific community, mainly over the last three decades, used the “traitbased” approach to address fundamental ecological and multi-scale questions.\ud The strong link between plant functional traits (PFTs), vegetation processes and ecosystem services, makes this approach particularly promising in the study of vegetation responses to environmental changes (i.e. land use change, climate change, management pressures, etc.).\ud Despite the high amount of papers available, there are many questions still open.\ud In this PhD thesis I describe several applications of the trait-based approach in forest and grassland mountain ecosystems, to explore: (i) the patterns and functional clonal groups and (ii) of community-level PFTs of the herb layer along a coppice forest succession; (iii) the intraspecific variability of PFTs in contrasting grasslands habitats; (iiii) the effects of simulated extreme climatic events on grassland ecosystems

    I mosaici di Cirene (Libia). Dall’epoca ellenistica a quella tardoantica.

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    L’opera è così strutturata:\ud \ud I analisi e studio\ud II Catalogo\ud III Repertorio dei motivi ornamentali\ud IV Tavole e Piante\ud \ud La prima parte, quattro capitoli: “Epoca Ellenistica(IV a.C.- I a.C.)”; “Prima Epoca imperiale(I a.C.- I d.C.”; “Piena Epoca Imperiale(II d.C.- III d.C.”; “Epoca Tardoantica(IV d.C.- V d.C.)”\ud Nella seconda parte i pavimenti sono stati numerati progressivamente e raggruppati secondo un concetto topografico:“Area dell’Agorà”; “Area del Cesareo”; “Strada di fondovalle, verso il santuario di Apollo”; “Santuario di Apollo”; “Santuario di Zeus”; “Quartiere centrale”; “Area del santuario di Demetra”; “Necropoli Nord”; “Museo”; “Frammenti”. Ciò consente di individuare più chiaramente le relazioni stratigrafiche eventualmente esistenti fra un mosaico e un altro.\ud Il repertorio è stato realizzato con costante riferimento a: Le décor gèometrique de la mosaïque romaine, I, II, Paris 2002, così che le definizioni siano quelle accettate dalla comunità scientifica internazionale, quindi immediatamente comprensibili.\ud Nella quarta parte (Tavole e Piante) ci sono le foto dei mosaici, particolari e generali, ma anche le ricostruzioni e i rilievi dei medesimi; nonché una serie di piante per rederne più chiara la collocazione.\ud La produzione musiva cirenea si sviluppa per un arco di otto secoli, conoscendo un unico momento di soluzione di continuità: I a.C.-I d.C. \ud Sin dall’epoca ellenistica la produzione musiva cirenea è tutt’altro « artigianale, modesta, ma immediata e genuina», ma denota un alto livello di padronanza delle tecniche più raffinate. La città era tutt’altro che in «posizione marginale nel mondo ellenistico», ma al centro di una complessa e variegata serie di influssi e contatti, provenienti da tutto il Mediterraneo: dall’ambito greco, orientale e alessandrino, certamente, ma anche da quello greco siceliota e da quello punico, a questi ultimi due vanno ricollegati quegli aspetti ritenuti un tempo frutto di un inventiva locale, autonoma, ancora una volta conseguenza di marginalità ed isolamento, cioè: i pavimenti in figlinum e quelli in scaglie bianche. Si aggiunga la presenza, attestata già dal III-II secolo, di pavimenti in signinum, diretta derivazione dall’ambito greco- siceliota e punico. \ud In epoca romana, mediando fra impostazione tradizionale della superficie pavimentale e acquisizione di elementi ornamentali dal mondo italico e nord africano, la produzione musiva Cirenaica giunge ad avere tratti di indiscutibile originalità. \ud Il considerevole numero di templi con pavimenti musivi trova riscontro, sin da epoca ellenistica, in ambito greco, ma anche e soprattutto in ambito occidentale: italico, greco-siceliota, ma anche punico (Sicilia, Sardegna, Nord Africa). \ud Per quanto riguarda i mosaici figurati, non si supera mai l’emblema di tradizione ellenistica, fruibile da un unico punto di vista, che persiste ancora nel V secolo. Sono completamente assenti scene tratte dalla vita quotidiana: lavoro dei campi, ludii gladiatorii o venationes, che possono caratterizzare i mosaici nordafricani, ma vengono prediletti i temi mitologici. Questo è un aspetto che avvicina la produzione cirenea a quella greca e orientale, tuttavia il mosaico di Teseo che abbatte il Minotauro, al centro di un labirinto, trova i confronti più pertinenti in ambito iberico e anche la tematica è più che altro diffusa in occidente, nonostante si tratti di un mito greco, ma carico di fortissime valenze civili e politiche romane. Il mosaico 25(trionfo di Afrodite) presenta un soggetto, certamente mitologico, ma anche questo più diffuso in occidente e soprattutto in Nord Africa. \ud La produzione di mosaici figurati cirenea si mostra coerente anche con quella di Tolemaide e Berenice, esiste quindi uno stile regionale. Le uniche due note eccentriche rispetto al resto sono i mosaici 25(atrio monumentale dell’Insula di Giasone Magno) e 8(così detto “Tempio di Atena”), entrambi caratterizzati da maggiore plasticismo, derivante anche da un sapiente uso di contrasti cromatici, entrambi sono strettamente legati alla fase di ristrutturazione Severiana. Si potrebbe quindi pensare che, in occasione dell’imponente ristrutturazione urbana avvenuta all’epoca di Settimio Severo, a Cirene fossero arrivati cartoni, con motivi nuovi e verosimilmente anche maestranze straniere in grado di realizzarli. Questo spiegherebbe la differenza fra i mosaici 25 e 8 e gli altri, che sono invece caratterizzati, da una chiara tendenza ad appiattire le figure sul fondo neutro della superficie musiva e privarle di risalto plastico. Questo gusto si può riscontrare anche in pittura, nella “Tomba dei Ludi”: «il campo figurativo è ridotto a una fascia neutra, sulla quale le figure….affiorano per bloccarsi, però, in superficie»; così anche, in alcuni casi, in scultura si può riscontrare un « peculiare gusto…per una forma appiattita e fissata in una visione unica». Nel IV secolo le attestazioni sono meno che nell’epoca precedente, ma si nota una produzione che mantiene un discreto livello qualitativo, anche se caratterizzata da motivi piuttosto semplici. Il bassissimo livello estetico dei mosaici dell’ultima fase della Casa d’Esichio, ascrivibile all’inizio del V, farebbe pensare ad un drastico tracollo, quasi a un ripartire da zero, fatto che potrebbe essere imputabile ad un evento molto traumatico, forse quello stesso che ha lasciato segni tanto evidenti nel pavimento in sectile del corridoio nord dello stesso edificio: probabilmente il terremoto, che colpì la città alla fine del IV. Tuttavia dovette continuare l’attività di uno o più atelier locali, come attestano i mosaici 58-60 e protrarsi nel tempo, se è vero che nei pavimenti giustinianei delle basiliche, imputabili per lo più a maestranze straniere, di provenienza orientale, è stata individuata anche la mano di artigiani locali. Sia i mosaici di Tolemaide che quelli di Esichio rivelano il persistere di tematiche pagane, fatto attestato per questa epoca, anche in pittura, come nella tomba di Ulisse e le Sirene a Asgafa El-Abiar e anche al di fuori della Cirenaica. Va tuttavia notato che nella Casa di Esichio si fa grande attenzione a tenere separate simbologie e tematiche cristiane da quelle pagane, alle prime spettano i temi religiosi, alle seconde quelli civili.\ud La scarsa conoscenza dell’edilizia privata a Cirene costituisce senz’altro una zona d’ombra, nella quale è possibile fare un po’ di luce, rifacendosi alla produzione musiva di Tolemaide e Berenice: la prima fornisce un prezioso spaccato per residenze di massimo prestigio, la seconda per quelle di un ceto benestante, ma di più modeste capacità economiche.\u

    I conflitti di giurisdizione tra tribunali ICSID e fori giudiziali nazionali.

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    Il Centro di risoluzione delle controversie internazionali in materia di investimenti (ICSID) è stato istituito dalla Convenzione di Washington del 1965 con l’obiettivo di garantire un meccanismo neutrale per la risoluzione delle controversie tra Stati ed investitori privati. Dopo un inizio piuttosto difficoltoso, a partire dalla seconda metà degli anni Novanta il sistema creato dalla Convenzione di Washington ha conosciuto un’improvvisa fortuna. Tuttavia, in tempi recenti si assiste ad una nuova inversione di tendenza, nel segno di una crescente diffidenza nei confronti dell’arbitrato internazionale in materia di investimenti. Sembra che contestualmente a cause di natura politica sussistano cause connesse ad un disequilibrio tra la sovranità statale e la tutela degli investimenti affidata al Centro, che vede la prima eccessivamente compressa. Tale equilibrio sussiste, evidentemente, allorché i tribunali ICSID esercitino la propria giurisdizione nel rispetto della competenza agli stessi attribuita dagli Stati. Ove al contrario si assista ad una assunzione di competenze non attribuite, o quantomeno non esplicitamente attribuite al Centro, è chiaro che si generino atteggiamenti “difensivi” da parte degli Stati e il sistema rischi di subire una de-legittimazione.\ud Il presente lavoro di ricerca ha quindi analizzato le cause giuridiche e le modalità con le quali si sviluppa il conflitto di giurisdizione tra tribunali ICSID e fori giudiziali nazionali. Ad un’analisi iniziale della giurisdizione ICSID alla luce dell’interpretazione datane dalla giurisprudenza dei tribunali arbitrali, fa seguito la verifica di come sono stati interpretati alcuni istituti la cui funzione consiste nel disciplinare il conflitto tra giurisdizione ICSID e giurisdizione dei fori nazionali, spesso invocati dagli Stati per cercare di sottrarsi alla competenza del Centro e nazionalizzare le controversie.\ud Tali istituti possono essere tendenzialmente identificati in clausole inserite nei contratti o nei trattati di investimento, in regole di diritto internazionale generale o in regole di natura processuale. Sono state quindi dapprima esaminate le clausole contenute nei contratti e nei trattati di investimento per evitare la duplicazione dei procedimenti in materia di investimenti. Si è verificato poi se una soluzione al conflitto possa essere ricavata dai principi di diritto internazionale generale della litispendenza e della res judicata, frequentemente invocati dagli Stati per sostenere che identica causa sia pendente o sia stata già decisa dinanzi alle corti nazionali e, infine, è stato analizzato il ruolo delle misure cautelari nei conflitti di giurisdizione tra tribunali ICSID e corti nazionali e, in particolar modo, di quella categoria atipica rappresentata dalle anti-suit injunctions al fine di comprendere come le stesse siano state utilizzate dai tribunali ICSID per garantire l’esclusività del sistema rispetto ad altri fori. Sulla base dei risultati delle prime due parti, la parte conclusiva mira ad analizzare gli effetti concreti e le possibili derive dell’approccio espansivo adottato dai tribunali ICSID, alla luce anche del recente atteggiamento di diffidenza nei confronti del sistema da parte di alcuni Paesi.\u

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