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L'Arco di Traiano a Leptis Magna.
Il tetrapilo di Traiano a Leptis Magna è posto all’intersezione della Via Trionfale, sostegno viario del tessuto urbano, e il collegamento che da essa conduce all’edificio teatrale; rimarca l’importanza di un incrocio di certo non secondario, in corrispondenza del quale sorge anche il Calchidicum, e contribuisce alla dissimulazione del cambiamento di direzione che la via diretta in mediterraneum subisce in ragione di aspetti territoriali.\ud
Definito da J.B. Ward Perkins come un’opera che “non poteva essere realizzata altrove che a Leptis”, è costruito in blocchi di calcare grigio delle vicine cave di Ras el-Hammàm.\ud
Di pianta quadrata, i suoi lati misurano 7,099 x 7,116 m (24 piedi), mentre ai vertici si dispongono quattro piloni conformati ad L e completati per mezzo di una colonna posta nell’angolo interno. Su ognuna delle quattro fronti, si protende, ad entrambe le estremità, un avancorpo sormontato da una colonna libera, secondo un’articolazione che, probabilmente introdotta in ambiente nordafricano proprio nel caso in esame, sarà destinata ad avere larga fortuna.\ud
Il monumento, in cui gli archeologi italiani, sotto la guida dell’allora Soprintendente G. Guidi, si imbatterono durante le operazioni di liberazione della strada e dei relativi margini edilizi procedendo in direzione dell’arco dei Severi, fu portato alla luce tra giugno e agosto del 1930 e restaurato entro il gennaio dell’anno successivo; i primi ed unici studi analitici sono rappresentati dai contributi di P. Romanelli e B.M. Apollonj, mentre le indicazioni fornite dai notiziari archeologici dell’epoca risultano sempre rapide e sommarie.\ud
I primi rilievi noti, redatti nel luglio del 1938, a distanza di sette anni dalla conclusione del suo restauro, si devono a D. Vincifori; si tratta di un’anomalia che può essere compresa solo se storicizzata: le operazioni di scavo rispondevano a molteplici finalità, da quella scientifica a quella politica e propagandistica, da quella didascalica a quella di promozione turistica.\ud
Il ripristino fu condotto contestualmente allo scavo, secondo una prassi frequente; le integrazioni, chiaramente riconoscibili, sono realizzate in mattoni rivestiti di malta cementizia. L’intervento è meno intuitivo e ben più controllato di quanto si possa immaginare: la realizzazione di un modello in gesso quale strumento di verifica delle operazioni ed alcune restituzioni grafiche di Virgilio Franceschi ne sono la chiara testimonianza.\ud
Le recenti indagini condotte hanno portato nuovi elementi interpretativi di particolare importanza, che consentono di approfondire la conoscenza del monumento e redigerne una più completa storiografia.\ud
La verifica dimensionale derivante da un nuovo rilievo consente di dimostrare l’adozione di due diverse unità di misura, il piede romano per la pianta e il cubito punico per l’alzato. La compresenza dei due sistemi di misura trova la propria giustificazione nell’importazione locale di prototipi di origine Urbana, declinati in ragione di inerzie costruttive, materiali e maestranze autoctoni. La complessità che ne deriva, cui si associano influenze magno-greche attraverso la mediazione siceliota da un lato, ed alessandrine, mediate dall’esperienza cirenaica, dall’altro, emerge nelle particolarità architettoniche di un monumento che, celebrando la ricezione dello statuto coloniale, rappresenta un importante snodo anche nella storia edilizia della città.\ud
Si considerino i dettagli dell’ordine architettonico e, in particolare, dei capitelli, che rivelano un forte legame con esperienze Urbane di età giulio-claudia. Al contempo, la baccellature dei caulicoli, talora stilizzate tanto da diventare semplici scanalature, pur presenti negli esemplari romani di età flavia, sembrano rimandare al mondo alessandrino, a cui non sono estranei anche i fiori di cantoniera che occupano lo spazio tra elici e volute.\ud
La prima applicazione leptitana del corinzio è quella del tempio flavio. Le innegabili forti analogie dei capitelli del tetrapilo con quelli dell’appena citato tempio presso il porto neroniano e con quelli del restauro domizianeo della tholos N del mercato portano a postulare la sostanziale identità delle maestranze, presumibilmente formatesi proprio nei cantieri del tempio flavio, forse sotto la guida di artigiani romani.\ud
Ulteriori peculiarità contengono le cornici: l’accentuata decorazione e la ricca rappresentazione vegetale, che trova confronti in area africana e che risale in prima istanza al contesto italico e, in particolare, campano, si unisce a dentelli tenuti insieme a coppie a dalla funzione puramente decorativa, tanto da poter essere convincentemente interpretati come la stilizzazione di mensole di cornici a travicello di tradizione alessandrina.\ud
Allo stesso tempo, l’appartenenza al contesto specifico e la normalizzazione delle acquisizioni esterne verso una completa assimilazione appaiono evidenti nell’applicazione delle sequenze modanate di base e di coronamento dei piedistalli degli avancorpi.\ud
Il motivo architettonico delle colonne in avancorpo, comune ad altri archi della metà del II secolo e così diffuso in ambito nordafricano soprattutto in età severiana, è da mettere forse in relazione con l’Arco di Nerone a Roma. Le analogie appaiono ancora più stringenti se si considera che gli avancorpi erano coronati da statue di bronzo e trofei, con ogni probabilità gli ornamenta citati nell’iscrizione. \ud
Romanelli riteneva che il prospetto principale dovesse essere identificato con quello rivolto verso l’ingresso in città, su cui riportava le iscrizioni del fregio e dell’architrave con i nomi di Traiano e del proconsole che lo aveva dedicato. Tuttavia, particolarità architettoniche presenti sulla sola fronte N lasciano ipotizzare una diversa gerarchia, a vantaggio del prospetto in questione.\ud
La presenza delle statue pone fine ad un altro aspetto dibattuto, quello riguardante la presenza e l’articolazione dell’attico.\ud
Un’ultima considerazione riguarda la volta di copertura del vano interno, una crociera. La diversa profondità dei conci d’arco indica un loro ammorsamento ad elementi omologhi destinati a costituire l’intradosso della volta; un riempimento in opus caementicium doveva completarne la struttura. È verosimile che i conci usati per la superficie dell’intradosso fossero realizzati in arenaria, tali da giustificare la presenza di un intonaco di rivestimento.\ud
Esemplificazione, dunque, dei diversi registri interpretativi dell’architettura onoraria, in particolare nordafricana, da quello urbanistico a quello politico e propagandistico, l’Arco di Traiano a Leptis Magna rappresenta, nella storia edilizia della città, uno snodo fondamentale: trasmette un fermento costruttivo riflesso di quello sociale, politico ed economico e segna la transizione di una comunità che traspone nella propria produzione edilizia la nuova identità di una città prodroma ad un’intensa monumentalizzazione.\u
L’esperienza procreativa in Italia dopo la Legge 40/2004. Uno studio antropologico fra bioetica e biopolitica.
Questa ricerca si propone il fine di indagare le forme assunte dall’esperienza procreativa nella contemporaneità, in relazione al forte legame che le vincola al più ampio contesto biopolitico all’interno del quale esse si realizzano. Attraverso un approccio multidisciplinare, capace di riunire insieme i saperi della disciplina bioetica e la metodologia di analisi antropologica delle prassi incorporate della realtà, proveremo quindi a delineare i modi attraverso cui si strutturano i processi procreativi alla luce del grande sviluppo delle tecnologie biomediche ad essi dedicati. Mediante l’uso di un metodo qualitativo di ricerca, proveremo ad elaborare delle cartografie del presente (Braidotti, 2008), per poter abbozzare una storia dei “futuri possibili”: essi sono racchiusi nelle trasformazioni sociali e politiche, prodotte dalle prassi incorporate, in un mondo tecnologicamente mediato (Rose, 2007). \ud
Lo studio si compone di due parti: la prima, prettamente teorica; la seconda, di stampo empirico. \ud
Cominceremo col prendere in esame i modi attraverso i quali, nel corso degli ultimi cinquant’anni, si sia realizzata una vera e propria “rivoluzione procreativa”: come cioè il raggiungimento di nuove conoscenze e di nuovi saperi in ambito medico abbia influito non solo sullo sviluppo di nuove competenze tecniche ma, soprattutto, sul processo di ridefinizione delle “forme del venire al mondo”. L’ingresso delle tecnologie della riproduzione in un ambito che, sino ad allora, era sempre ricaduto nel dominio dei “fatti di natura” ha riconfigurato, in maniera sostanziale, in primo luogo, l’epistemologia più profonda della prassi medica e, cosa di non secondaria importanza, ha avuto un più ampio impatto – costrittivo e costruttivo – sui soggetti che in tali pratiche erano coinvolti e sulla realtà socio-politica all’interno della quale tutti questi elementi sono implicati e trovano la loro realizzazione. L’esperienza procreativa della contemporaneità viene così a delinearsi come la risultante dell’intersezione di tre aspetti diversi ma complementari: i campi di sapere, le forme di soggettività e i tipi di normatività. Proveremo quindi ad analizzare queste tre dimensioni proponendo una sorta di “genealogia” dell’esperienza procreativa al tempo delle biotecnologie, considerando qui l’ “esperienza” nell’accezione foucaultiana del termine, come, cioè, la correlazione dei tre aspetti sopra citati: soggettività, normatività e sapere (Foucault, 1984). Cercheremo inoltre di comprendere come, quando, perché ed in quale forma l’attività procreativa si sia costituita come campo morale e come la vita intrauterina sia diventata, nel corso degli ultimi anni, il luogo di riproduzione e di esercizio del biopotere. Queste indagini ci permetteranno di formulare delle più ampie teorizzazioni sulle forme di autorità che esercitano il loro sapere/potere sulle prassi procreative: da quando esse si sono andate costituendo come «sostanza etica» (Foucault, 1984, p.31), vi si sono concentrate tutta una serie di attenzioni non solo, come si potrebbe ben pensare, da parte della classe medica, ma anche da parte di discipline come la bioetica e il biodiritto, volte rispettivamente all’analisi e alla normazione dei nuovi interrogativi posti in essere dallo sviluppo delle tecnologie della vita. Tali discipline hanno assunto, con pesi diversi, un ruolo di primo piano nel presiedere e orientare la sfera delle prassi etiche dei soggetti coinvolti nei processi procreativi postmoderni, prassi che chiamano in causa concetti come libertà, scelta ed autonomia. Ci avvarremo dell’impianto teorico sviluppato dalla bioetica per indagare l’intreccio delle questioni poste in essere dalle nuove forme del venire al mondo e, più nello specifico, della legittimità del riconoscimento del diritto, che viene a configurarsi come prima facie: il diritto alla libertà procreativa, la sua estensione, gli eventuali limiti da porre e i modi della sua codificazione giuridica. Adottando e adattando le ultime elaborazioni del filosofo francese Michel Foucault sulle “pratiche di libertà” e sulle “tecnologie del sé” proporremo una diversa “teleologia dei soggetti etici” della contemporaneità; questi riferimenti teorici saranno le basi su cui argomenteremo la tesi principale di questo lavoro: la possibilità di pensare la libertà procreativa come un diritto morale positivo. Concluderemo questa prima parte dello studio con delle considerazioni in merito alla possibile regolamentazione giuridica delle prassi procreative che, pur rivestendo sempre più un carattere pubblico e socialmente negoziato, possono essere ancora riconosciute come azioni cariche di un significato simbolico per ciascun individuo che decide di porle in essere.\ud
Nella seconda parte del nostro lavoro cercheremo di comprendere come si costituisce l’esperienza procreativa nello specifico contesto italiano dopo l’entrata in vigore della legge 40/2004, volta a disciplinare le tecniche di procreazione medicalmente assistita. Daremo voce alle narrazioni – raccolte presso il centro HERA di Catania, il più grande del Sud Italia, per numero di pazienti e cicli effettuatati – di coloro che vivono l’esperienza di convivere con una malattia geneticamente trasmissibile e di coloro che invece vivono la condizione di infertilità. Queste persone sono coloro che hanno pagato di più – e non solo da un punto di vista simbolico – i dettami restrittivi della legge italiana che, de facto, proibiva una tecnica come la Diagnosi Genetica Preimpianto (che permette di conoscere il corredo cromosomico dell’embrione prima del suo trasferimento in utero) e a tutt’oggi proibisce la fecondazione con donazione di gameti. Racconteremo la loro esperienza di ricerca di un figlio – le scelte, i dubbi, le difficoltà – ed il loro impegno affinché, attraverso lo strumento giurisprudenziale, la legge venisse cambiata; parleremo con loro del significato che ha assunto la medicalizzazione dell’evento procreativo, cosa abbia implicato e come si siano confrontati con le incertezze – morali ed etiche – che l’ingresso delle tecniche in una sfera così privata ha scatenato.\ud
A nostro sentire, solo guardando da vicino le esperienze del presente è possibile pensare a come orientare quelle del futuro.\u
La tutela dei terzi nelle soluzioni negoziate della crisi d'impresa.
Con il decreto legge 35 del 2005 convertito con modificazioni dalla legge 80 del 2005, ha preso avvio la tormentata stagione di riforme della legge fallimentare. Nel corso del tempo, infatti, si sono succeduti diversi interventi legislativi, segnatamente e nell’ordine, il d.lgs. 5 del 2006 recante la c.d. riforma organica delle procedure concorsuali; il d. lgs. 169 del 2007, c.d. «decreto-correttivo della riforma organica»; il d.l. 78 del 2010 convertito con modificazioni nella legge 122 del 2010 che ha apportato modifiche in prevalenza alla disciplina degli accordi di ristrutturazione dei debiti ex art. 182 – bis l. fall. e alla c.d. «nuova finanza»; infine, il recente intervento ad opera del d.l. n. 83 del 2012 convertito con modificazioni nella legge 7 agosto 2012 n. 134 con cui è stata ulteriormente modificata la disciplina del concordato preventivo.\ud
Tali interventi hanno ridisegnato profondamente la fisionomia del tradizionale sistema fallimentare - tradizionalmente connotato della c.d. eterotutela degli interessi dei creditori - attribuendo allo stesso una spiccata vocazione alla risoluzione negoziale della crisi d’impresa.\ud
Si è inteso fondare la ricerca della migliore soddisfazione dei creditori non più sulla logica del procedimento giurisdizional-pubblicistico, bensì sulla logica dell’accordo di matrice contrattual-privatistica, conservando, però, la tradizionale efficacia autoritativa erga omnes ricollegata provvedimento conclusivo del procedimento, il quale sancisce ora anche la nascita del c.d. «negozio sulla crisi d’impresa».\ud
In questa sede verrà pertanto affrontato il problema della tutela dei creditori non aderenti alla proposta di concordato preventivo o a quella di accordo di ristrutturazione ex art. 182-bis l.fall. (ove poi omologati).\ud
Ciò verrà compiuto innanzitutto nella consapevolezza della dialettica degli interessi in gioco e della portata degli effetti sui creditori delle predette soluzioni negoziate della crisi d’impresa. E ciò sia nei profili comuni che in quelli, più specifici, che si differenziano in relazione al concordato preventivo (obbligatorietà della proposta per i creditori dissenzienti, con i noti limiti all’invocabilità del giudizio di convenienza, c.d. best interest test) o agli accordi di ristrutturazione (effetti “riflessi” sui cd “creditori-terzi”, pur destinatari – ma solo in principio – di un pagamento integrale).\ud
L’approccio complessivo alla problematica e alla conseguente ricerca di soluzioni sarà affrontato con una particolare sensibilità dettata dall’esigenza di prevenire l’abuso degli strumenti concordatari previsti dalla legge fallimentare. \ud
In questa prospettiva mediante l’uso di metodologie che si avvalgono dell’integrazione sistematica, tendenti a valorizzare taluni profili della disciplina concorsuale, ricorrendo anche ad istituti tratti dal diritto generale dei contratti o del processo civile, si cercherà di superare le risultanze dei dati puramente letterali della legge fallimentare. \ud
Così, ad esempio, è la proposta di una ridefinizione dell’ampiezza del sindacato giurisdizionale, volto ad eccertare, al di là dei più noti ed indiscussi profili di ammissibilità della proposta e della sua successiva omologabilità, anche quello (invero non testualmente previsto dalla legge) di una sua intrinseca vantaggiosità per i creditori. \ud
Un sindacato che – senza polarizzarsi sui livelli estremi del controllo di mera regolarità o, sul versante opposto, del controllo di convenienza – dovrebbe piuttosto incaricarsi di valutare anche una complessiva vantaggiosità della ristrutturazione dei debiti proposta ai creditori: tale almeno dovendo ritenersi la funzione intriseca degli istituti esaminati, anche poi, in una prospettiva negozialistica, anche approssimandosi la proposta approvata da una parte soltanto dei creditori a quella del contratto a favore di terzi (o, quantomeno, “nell’interesse dei terzi”).\ud
Similmente, ma con riferimento alla fase esecutiva del piano (concordatario o ex art. 182 – bis l. fall.) omologato, si avrà invece cura di portare in evidenza il problema nascente dal rischio di atti (pagamenti, impegni o costituzione di garanzie) preferenziali da parte del debitore che possano eventualmente godere, in un fallimento consecutivo, di un’ingiusta esenzione dalla revocatoria fallimentare (art. 67, comma 2, lett. e) l. fall.).\ud
Sempre nella ricerca di una tutela dei “creditori terzi” nell’ambito della fase esecutiva del piano omologato, infine, si cercherà di avanzare una soluzione interpretativa attingendo alla revoca dei provvedimenti di volontaria giurisdizione, nel senso di considerare revocabile anche il provvedimento di omologazione di concordato preventivo o di accordo ex art. 182 – bis l.fall. qualora emergesse – sulla base di circostanze non solo sopravvenute ma anche preesistenti e però note o apprezzate ex post – che il piano omologato non potesse ritenersi, ab origine, ammissibile. E ciò, allora, con efficacia ex tunc, precludendo gli effetti protettivi (soprattutto in punto di esenzione da azione revocatoria fallimentare) altrimenti connessi al piano omologato seppure annullato o risolto. \ud
Lo scopo ultimo dell’indagine sarà comunque quello risaltare la costante commistione fra i profili sostanziali e processuali del tradizionale diritto fallimentare che, a seguito delle recenti riforme, possono riscontrarsi nell’ambito delle nuove soluzioni negoziate della crisi d’impresa. Più precisamente, come da tale commistione sia possibile ricavare un autonomo e moderno «diritto della crisi d’impresa»
On economics and philosophy: G. E. Moore’s imprint on the Cambridge Apostles from Principia Ethica to My Early Beliefs.
The present work investigates the economic thought of the Cambridge Apostles, the famous élite intellectual group which counted J.M. Keynes among its members. In the first decades of the XX century the Apostles’ Society worked as a first-class think-tank where a cross-fertilization of feelings and ideas among some of the most brilliant minds of the time occurred in a peculiarly interdisciplinary context. G. E. Moore (1873-1958), one of the most influential British philosophers in the fields of metaphysics, epistemology, and ethics, was the leader of the Apostles’ Society at the beginning of the century. His great book, Principia Ethica (1903), through a radical criticism of idealism, hedonistic utilitarianism, and empiricism, undermined the philosophical basis of Victorian conventional morality, and was enthusiastically greeted by the young Apostles. Moore indicated the states of consciousness consisting in the pleasure of human intercourse and the enjoyment of beauty as the greatest intrinsic goods; for them only he endorsed the performing any public or private duty. \ud
From the perspective of the historian of economic thought, there are three problems related to Moore’s impact on the Apostles. The first is the difference between the young and the mature Keynes’s adhesion to Moore’s teachings, as reported in My Early Beliefs (1938); the second relates to the divergent interpretations that the Apostles gave of Moore’s influence on them; the third contrasts Moore’s ‘unwordliness’ with the Apostles-economists’ intellectual and professional concerns. The first problem has been tackled by most authors who have studied Moore’s influence on Keynes, but the other two have been largely neglected. In particular, the paradox referred to in the third question has not been convincingly explained. Moreover, while in the last thirty years the philosophical foundations of Keynes’s economics have been the subject of a very extensive literature, and Moore’s influence has been duly acknowledged, the same cannot be said for Keynes’s fellow Apostles. The present research aims to assess the impact of such similar philosophical background on their views: it emphasizes, first, the simultaneous recurrence of ethical, social and political elements in the works of the Apostles-economists in the first decades of the XX century. Second, it points to some neglected features in Moore’s philosophy that shaped the Apostles’ concerns as well as their intellectual approach. \ud
By tracing the Moorean elements in the economic thinking of the Apostles-economists a richer picture of Cambridge economics comes to light. Their works display numerous and significant common features. One of these is the interweaving of positive and normative economic arguments; a characteristic which is in line with the Marshallian tradition, and is reinforced by both Moore’s emphasis on ethical ends in terms of good states of consciousness and his rejection of hedonism. Moreover, is evident that Keynes was not the only philosopher-economist of the group. Authors commonly considered as economic theorists strictu sensu, like Gerald Shove and Ralph Hawtrey, if read in this context reveal fascinating philosophical proclivities and display original approaches to economics. However, Moore’s teaching bore fruit beyond the relationship between economics and philosophy, as some Apostles applied the philosopher’s categories and methodology in the field of political science, and others tackled the international policy issues of their time with similar tools.\ud
This leads to a reconsideration of the meaning and impact of Moore’s Principia Ethica. Far from being the manifesto of ‘a life of retirement among fine shadows and nice feelings’ (Russell 1967: 71), the book was regarded as a blueprint for correct reasoning, both in moral reflection and other disciplines. The young Apostles were fascinated with the values of Principia Ethica but also with Moore’s method, a style in argumentation that suited their leanings. As for these values, it will be shown that Moore’s ideal utilitarianism supplied ethical justification not only to aesthetes and artists, as is commonly maintained, but to social reformers as well, as Moore valued states of consciousness deriving from love and beauty, but also the abolition of cruelty and injustice. Thus the Apostles shared a similar stance towards two focal issues of their time: economic justice and international conflicts. Moore’s rebuttal of rational egoism and utility maximization is significant in relation to both the Apostles’ views of the methodological status of economic science and their political vision, which spanned from a progressive-internationalist kind of liberalism to socialism. On the whole, the conclusions of the work challenge Keynes’s interpretation of Moore’s influence on the Apostles in My Early Beliefs.\ud
Though Keynes is obviously an unavoidable term of reference, I aimed at giving the other Apostles some focus of their own. The similarities among the various authors are highlighted, but not to the detriment of their individual profiles, as many of them were very interesting and original thinkers. The peculiarities of their approach emerge with greater evidence once contributions addressing a wide range of topics are considered, and both published and unpublished sources are taken into account, with special emphasis placed on papers presented at the Society’s meetings. \ud
Chapter 1 investigates the young Shove’s elaboration of Moore’s ethics in his unpublished 1911 fellowship dissertation on political philosophy, here discussed with reference to both the acceptance and elaboration of Principia Ethica by the Apostles and Shove’s intellectual and personal biography. \ud
Chapter 2 aims to contribute to an appraisal of the complexity of Cambridge welfare economics by discussing Ralph Hawtrey’s critical approach to it. Well-known for his works in monetary and trade cycle theories, Hawtrey was greatly influenced by the philosophy of Moore, and in particular shared his non-utilitarian ethics, as is revealed by some of his lesser-known ‘philosophical’ and ‘political’ writings, some unpublished, where he formulated an original methodological approach to economic science. \ud
Chapter 3 explores the topic of economic justice in the writings of G. Lowes Dickinson, Shove, Hawtrey, Dennis Robertson, Hugh Meredith, Julian Bell, Frank Ramsey, and of Hugh Dalton, one of Moore’s ‘lay’ followers. Their analysis of economic inequality is reviewed with reference to the Cambridge tradition in economics, represented by H. Sidgwick, A. Marshall and A. C. Pigou, the impact of Fabianism, and J.M. Keynes’s views on social justice. \ud
Many Apostles wrote extensively on war and international relations, becoming widely-read and influential opinion-makers. Russell, Hawtrey, Woolf, Shove, Dickinson, Dalton, and, of course, Keynes were among them, and their contributions are addressed in chapter 4. They held similar views on WWI and the Peace treaty, were prominent in the creation of the League of Nations, and regarded free trade as a vehicle of peace and civilization. The chapter unearths the existence of a common ‘Apostolic’ internationalist paradigm and assesses its features in relation to both Carr’s utopianism/realism dichotomy and more recent International Relations theories. \ud
In the concluding remarks the existence of an Apostolic social science tradition is argued for.\u
I rimedi in caso di violazione dei diritti fondamentali.
L’obiettivo della ricerca mira ad una rilettura complessiva del diritto che pone la persona al centro della riflessione giuridica. Il punto è se esiste o meno un nucleo comune e condiviso di valori, nonostante la pluralità: dall’analisi e dal confronto tra le dichiarazioni continentali dei diritti umani è emersa una convergenza almeno a livello di principi. Nel polimorfismo delle fonti dei diritti dell’uomo, che non agevola la semplificazione e l’applicazione del diritto medesimo, la CEDU, attraverso la previsione di una serie di obblighi giuridici positivi per gli stati e soprattutto per effetto di un sistema di giustizia sopranazionale, ha gettato le basi di un vero e proprio sistema costituzionale europeo e di un diritto comune dei diritti fondamentali. Si può, allora, concordare\ud
con autorevole dottrina la quale ha dichiarato che prima con la CEDU, poi con la Carta dei diritti fondamentali, oggi dotata di rilevanza giuridica, si procede verso una tendenza volta a costruire un Codice europeo dei Diritti dell’Uomo(1). Oltre al primato formale per la collocazione apicale nella gerarchia delle fonti, i diritti fondamentali della persona godono di un altro primato, quello\ud
assiologico dal quale può derivare un’ulteriore funzione, ossia di diretta applicabilità nei rapporti\ud
intersoggettivi della loro disciplina, anche in mancanza di una mediazione attuativa o specificativa a livello di normazione, e attraverso l’apporto della corti. Se sono principalmente tre i livelli di tutela dei diritti fondamentali dal punto di vista delle fonti, ossia il primo propriamente nazionale assicurato dalle Costituzioni degli stati membri, il secondo comunitario offerto dalla Carta dei\ud
diritti fondamentali dell’Unione europea, ed il terzo convenzionale garantito dalla CEDU, lo studio si è occupato di esaminare le modalità effettive e potenziali delle relazioni fra le varie giurisdizioni nazionali e la giurisdizione europea in termini di integrazione organica tra procedure, orientamenti nella interpretazione, applicazione del diritto e nel bilanciamento dei principi. Al fine di garantire una tutela “unitaria” dei diritti fondamentali, ossia non solo nei confronti dei pubblici\ud
poteri, ma anche nei rapporti interprivati, che si fondi direttamente sui principi costituzionali, sulle fonti comunitarie e sulle dichiarazioni internazionali, si è cercato di analizzare le problematiche connesse ai diritti in parola in una nuova prospettiva che ha riguardo alla effettività della tutela approntata in caso di violazione. Nello specifico la materia è stata affrontata dal punto di vista del diritto contrattuale, al fine di comprendere come possa giustificarsi l'influenza e l’incidenza del\ud
diritto pubblico in questo settore, e quali siano le dinamiche di integrazione tra i diritti fondamentali ed il diritto dei contratti(2). La questione principale ha avuto ad oggetto la domanda se dei valori così indeterminati, tali da coinvolgere anche taluni connotati dell’eguaglianza\ud
sostanziale, possano interferire sulla disciplina del contratto. In tal senso la configurazione dei diritti fondamentali come “principi generali” potrebbe essere una delle vie per l’affermazione dell’applicabilità orizzontale della materia in esame. I modelli presi in considerazione nel verificare l’efficacia c.d. orizzontale dei diritti fondamentali sono molteplici: emblematici sono i casi degli\ud
ordinamenti in cui non vi è un’esplicitazione di questi principi e valori in una Costituzione, e dove il fenomeno sembra rispecchiare una scelta di policy anche se non espressa. Sul piano conoscitivo e comparativo si è inteso, pertanto, concentrare l’attenzione sul modello inglese dell’Human Right Act del 1998 e sulla soluzione al problema della sua applicazione diretta. Il risultato conseguito a seguito dell’indagine sulla effettività della tutela dei diritti fondamentali è quello di una maggiore\ud
consapevolezza circa la necessità di praticare regole operative che siano la manifestazione di rimedi conosciuti o da ridefinire(3). La praticabilità in concreto di un rimedio, a seguito di una violazione di un diritto fondamentale, richiede un’accurata ponderazione giudiziale degli interessi antagonisti concretamente in gioco, la valutazione attraverso la tecnica delle clausole generali e\ud
delle formule aperte, e, pertanto, una piena delega al potere giudiziario in ordine alla individuazione dello strumento maggiormente confacente alla fattispecie concreta. Si è cercata una risposta alla domanda se alla luce della libertà contrattuale le parti possano scegliere o meno di derogare o comunque di restringere i loro diritti inviolabili. Se è vero che il significato di libertà\ud
contrattuale deve essere contestualizzato in quanto si tratta di un concetto necessariamente relativo(4), l’autonomia contrattuale non può spingersi fino al punto di oscurare il rispetto di valori costituzionalmente sanciti, ma non è neanche aperta con estrema facilità a cambiamenti\ud
traumatici(5). Più che di costituzionalizzazione del contratto si può parlare, allora, di controllo dell’atto di autonomia privata secondo i valori costituzionali al fine di tutelare il contraente che subisce la lesione dei suoi diritti. Per quanto concerne le prospettive del futuro diritto contrattuale europeo, ed in particolare se vi sia la possibilità di ospitare o meno istanze guidate dai diritti della persona(6), oltre che quelle legate a finalità di profitto ed efficienza, si è cercata una risposta al problema della gerarchia tra questi diversi valori ed interessi in gioco(7). Solo abbandonando le\ud
logiche riduzionistiche degli ultimi tempi, e auspicando in una esplicita iniziativa politica forte, si potrà uscire dall’impasse in cui si trova attualmente il diritto contrattuale europeo. “La lacuna più grave della versione più recente del Draft, frutto dello Feasibility Groupe, pubblicata nel maggio del 2011 dalla Commissione europea, e antecedente della proposta di regolamento, è data dall’assenza di previsioni in ordine alla violazione dei diritti fondamentali e alle discriminazioni”(8). L’eventuale realizzazione di un codice civile europeo necessita di tempo, e soprattutto di tappe intermedie, codificando via via e in modo progressivo i singoli istituti del diritto privato. Da questa prospettiva le recenti iniziative in materia non desterebbero più preoccupazione per la loro portata limitata e, soprattutto, per il mancato riferimento alle regole già elaborate in materia di rimedi in caso di violazioni di diritti\ud
fondamentali. L’auspicio è che il prossimo step nella costruzione del diritto contrattuale europeo sia un intervento in grado di far luce e chiarezza sul rapporto tra solidarietà e autonomia contrattuale, e più in generale sul tema dei rimedi.\ud
“Tutto questo può apparire poco realistico, ma esiste anche un realismo regressivo, che impedisce l’apertura di prospettive nuove”(9).\ud
\ud
(1) P. STANZIONE, Diritti esistenziali della persona, tutela delle minorità e drittwirkung nell’esperienza europea, in Eur. e dir. priv., 2002, 41.\ud
(2) C. MAK, Fundamental Rights in European Contract Law, Kluwer Law International, 2008.\ud
(3) G. VETTORI, Il diritto dei contratti fra Costituzione, codice civile e codici di settore, in Diritto privato e ordinamento comunitario, Giuffrè, Milano, 2009.\ud
(4) B. LURGER, The future of European Contract Law Between Freedom of Contract, Social Justice and Market\ud
Rationality, in ERCL, 2005, 442 ss.\ud
(5) N. LIPARI, Diritto privato, una ricerca per l’insegnamento, Roma-Bari, Laterza, 1972, 463 e ss.\ud
(6) G. ALPA, Il codice civile europeo: “e pluribus unum”, in Contr. e Impr. Eur., 1999.\ud
(7) G. ALPA e M. ANDENAS, Fondamenti del diritto privato europeo, in Trattato di diritto privato, G. IUDICA e P.\ud
ZATTI (a cura di), Milano, Giuffrè, 2005, 183 ss.\ud
(8) G. ALPA, Il diritto contrattuale comunitario: un cantiere aperto, in Diritto contrattuale europeo, Materiali per il corso di Diritto Civile I (ANNO ACC. 2011/2012).\ud
(9) S. RODOTÀ, Il Codice civile e il processo costituente europeo, in Riv. crit. del dir. priv., 2005
La παίδευσις dell'uomo in Gregorio di Nissa.
Gregorio di Nissa si mostra come il Padre della Chiesa che con più profonda speculazione ha guardato alla παίδευσις come massimo strumento teologico, ponendo fondamenti irrinunciabili alla concezione cristiana di Dio, dell’uomo e del mondo. La παιδεία antica nel IV sec. si esplicava per lo più nelle varie forme del βίος φιλοσοφικός; il Cappadoce eredita tale concezione da Clemente Alessandrino, Origene e Basilio e ne fa fondamento delle sue prime opere. Il suo pensiero si mostra però diverso al culmine della sua produzione, soprattutto nelle ultime tre opere (De instituto christiano, De vita Moysis, Homiliae in Canticum Canticorum), a seguito della polemica cristologica con Apollinare di Laodicea, che ha portato il vescovo ad approfondire le implicazioni della dottrina dell’incarnazione in chiave ecclesiologica.\ud
I termini del vocabolario del Nisseno che pertengono al lessico paideutico sono da rilevarsi innanzitutto nelle famiglie legate ai termini παιδεύειν, διδάσκειν, μανθάνειν; a queste occorre aggiungere parole che indicano l’atto della sequela (legate ai sostantivi χειραγωγία e ὑφήγησις) e, nel pensiero compiuto del Cappadoce, la famiglia lessicale legata alla μαρτυρία.\ud
Per il Nisseno la παίδευσις si riflette in un sistema razionale ontologico, gnoseologico ed etico che orienti il βίος; ci si è dunque interrogati su quali fondamenti essa si basi, si approfondisca e si trasmetta; i termini sopra riportati hanno consentito di estrapolare e commentare passi di tutta la produzione gregoriana.\ud
L’educazione è strada al compimento dell’uomo, che si esplica nella vera soddisfazione della sua ἐπιθυμία; tale brama, nella sua profondità, si caratterizza come ἐπιθυμία κατὰ θεόν. La creatura tuttavia non possiede per sua stessa natura la capacità di comprendere l’Essere increato; ad esso può arrivare solo attraverso una γνῶσις più profonda, la πίστις, che nelle ultime opere è descritta come termine di un rapporto di φιλία e amore con la vera Alterità.\ud
A tale meta l’uomo non può giungere che attraverso la sequela di una guida; tale mediatore è riconosciuto da Gregorio innanzitutto nella Scrittura ispirata, divina pedagogia che trasmette il suo insegnamento nelle forme adeguate alla natura umana. Qualora tuttavia la lettera (ἱστορία) abbia bisogno di una lettura più profonda a motivo degli αἰνίγματα di cui si compone, il vescovo esorta ad un lavoro di tipo esegetico, che debba guardare innanzitutto alla alla παίδευσις, alla νουθεσία e al σωφρονισμός di chi ha di fronte, operazione che può comportare anche una leggera modifica nella comprensione del testo ispirato.\ud
Nell’ultima produzione del Nisseno anche l’insegnamento divino mediato dalle Scritture si mostra insufficiente a rispondere al desiderio dell’uomo e alla strada che porti alla sua perfezione. Dopo la polemica apollinarista Gregorio approfondisce infatti il portato della συνανάκρασις, rivelando come solo in un rapporto personale con il Cristo sia possibile la πίστις, che compie ἐπιθυμία e γνῶσις; la sua si rivela dunque una mistica dell’incarnazione. L’economia della salvezza, soprattutto come descritta in queste ultime opere, lega profondamente tale possibilità al prosieguo fenomenico dell’incarnazione, identificato nell’ἐκκλησία. Essa viene presentata come epifenomeno di Cristo innanzitutto nella persona degli apostoli, quindi nella παράδοσις da essi consegnata e infine nell’insegnamento dei Padri e dei pastori.\ud
La παίδευσις cristiana viene quindi a coincidere con una dinamica di μίμησις, fondata nell’essenza stessa dell’uomo come εἰκών di Dio; solo tale συγγένεια può fondare infatti l’ὁμοίωσις θεοῦ cui la creatura anela. Nell’ultima produzione del Nisseno tale concetto è fondativo di intere opere (ad esempio il De professione christiana e il De perfectione) e si esplica per l’uomo in una tensione continua e sempre rinnovata (ἐπέκτασις) alla ἀρετή attraverso l’esercizio della propria προαίρεσις. \ud
Il pensiero compiuto di Gregorio, che tuttavia è già presente in nuce sin dal De virginitate, mostra come gli uomini siano esortati a tale μίμησις dalla μαρτυρία dei cristiani; essa deve emergere innanzitutto dalle loro opere, in quanto la materialità è condizione imprescindibile della γνῶσις umana e quindi del suo compimento. Tali testimoni assurgono al ruolo di διδάσκαλοι: anche se vero maestro è solo Cristo e lo Spirito (ὑποστάσεις di una stessa οὐσία), il suo ufficio può tuttavia attualizzarsi per natura stessa della συνανάκρασις anche in altri uomini, di cui Mosè e la Sposa del Cantico rappresentano una esemplificazione, così come nel De instituto i προεστῶτες. Compito dei διδάσκαλοι è dunque mostrare all’uomo ciò che veramente desidera, conducendolo alla conoscenza della divinità; attraverso la comprensione del volere divino e una costante tensione all’imitazione, il maestro deve sostenere la προαίρεσις di chi gli è affidato, mostrando con chiarezza lo scopo della fatica e sostenendone la speranza, e condurlo al compimento, se possibile, attraverso ciò che genera diletto. Rendendosi primo nel servizio dei fratelli, il προεστώς deve adattare il proprio insegnamento a chi si trova davanti, secondo un atteggiamento che Gregorio riconosce in Dio stesso; questo può significare però anche una tensione alla correzione che il Nisseno riconosce precipua del παιδαγωγός, figura che diventa così baluardo, limite e argine della condotta dell’uomo.\ud
Forte di questa concezione il Nisseno nelle ultime opere della sua vita rivaluta il portato della παιδεία antica, su modello basiliano. In precedenza il grande fascino che questa esercitava era infatti mitigato da riserve diffuse soprattutto in ambito monastico; nelle opere scritte dopo la polemica apollinarista Gregorio afferma invece come anche la cultura antica possa portare a scoprire la bellezza della vita terrena e avvicinare (almeno in alcune sue discipline) alle virtù, i cui misteri comunque risiedono nella sola Scrittura. La παίδευσις antica riletta in un costante riferimento all’opera educativa della Chiesa (epifenomeno di Cristo e della sua παίδευσις) può dunque contribuire al viaggio tra i marosi della vita proprio grazie ai suoi insegnamenti variegati; essi fuori dall’ambito ecclesiale si mostrano sterili, ma attraverso l’eliminazione delle dottrine “non circoncise” diventano passibili di generare la virtù; una volta purificate è lo stesso angelo divino che esulta guardandole. I cristiani devono dunque appropriarsi del bene insito nella cultura profana, come gli Israeliti, che presero per sé la ricchezza degli Egiziani e con essa ornarono l’Arca dell’Alleanza, e come Basilio, che con la παιδεία antica ornò il tempio della Chiesa.\ud
Chiude il lavoro l’analisi puntuale delle opere che Gregorio dedica ai testimoni che più hanno orientato la sua filosofia: essi non si limitano a figure della Scrittura (Davide, Mosè, Paolo), ma, in continuità con la dinamica della συνανάκρασις, sono i μάρτυρες legati alla storia della famiglia del Nisseno (Gregorio il Taumaturgo; i martiri della Cappadocia) o uomini che ad essa appartengono (Macrina e Basilio) e che hanno lasciato un’impronta indelebile sulla personalità e nel pensiero del vescovo di Nissa.\u
Developments in the synthesis of polyfunctionalized heteroaromatic systems and applications in asymmetric catalysis
Heterocycles are an important class of organic compounds, due to their occurrence in almost all the biological macromolecules. For this reason, the large majority of pharmaceuticals are synthetic heterocycles which have found widespread use as anticancer agents, analeptics, analgesics, hypnotics, and vasopressor modifiers. Other heterocycles serve as pesticides, insecticides, herbicides, and rodenticides. As result, more than 90% of new drugs contain heterocycles. Other applications include dyestuffs, copolymers, solvents, photographic sensitizers and developers, and antioxidants and vulcanization accelerators in the rubber industry. \ud
The aim of this work is to provide a contribution to the vast area of heterocyclic chemistry. It could be divided in two parts: in the first one new strategies for the synthesis of heteroaromatic-containing compounds are proposed. In the second part, some applications of heterocyclic compounds in organic asymmetric synthesis have been identified.\ud
For the construction of substituted heterocycles, the ability of CeCl3 to promote carbon-heteroatom bond-forming has been exploited. Recent studies in our laboratories have shown that commercially available reagents such as CeCl3.7H2O can be used without any special caution, and its activity increases dramatically in the presence of an iodide source, such as NaI or CuI, resulting in shorter reaction times, diminished byproduct formation, and improved yields and purity of products. \ud
It is very well known that microwave irradiation can shorten the reaction time of many organic reactions and it is a convenient method to promote rapid reactions with much less energy. During our investigation we discovered that the long time (in order of days) of reactions in thermal conditions, are reduced at few hours by employing microwave-assisted procedure. Besides, higher yields may be possible increasing the rate of reactions by effect of microwave irradiation.\u
New heteroscorpionate and macrocyclic ligands, related metal complexes and novel Gold nanoparticles: synthesis, structure analysis and biological studies
The synthesis, the structural and the biological analysis of a series of new macrocyclic, heteroscorpionate ligands and related copper complexes are reported in the first two parts of this PhD thesis. In the third part the study of the internalization processes of new gold nanoparticles in the HeLa cells were showed.\ud
In the first part the coordination environment and the stability behavior of the new macrocyclic ligands 1,10-dithia-4,7-diazacyclododecane-3,8-dicarboxylic acid (NEC-SE), 1,10-dithia-4,7-diazacyclotridecane-3,8-dicarboxylic acid (NEC-SP), 1,10-dithia-4,7-diazacyclotetradecane-3,8-dicarboxylic acid (NEC-SB), 4-methyl-1,7-ditihia-4,10,13-triazacyclopentadecane-9,14-dicarboxylic acid (NEC-SN-Me) and of the corresponding Cu(II) complexes were investigated both in the solid state and in aqueous solution. The Cu2+ complexation constants for NEC-SE were determined in aqueous solution. The behavior of the copper complexes in presence of the strong copper chelating bioagent human serum albumin was also examined, to gain information on the stability of these compounds in biological fluids. The corresponding 64Cu(II) labeled complexes were produced in >98% radiochemical purity in collaboration with Prof. J. S. Lewis (Memorial Sloan-Kettering Cancer Center, NY). Rats were injected with complexes and were euthanized at 1, 4 and 24 h. All three complexes were cleared from the blood over the first hour following injection but there was poor clearance of this activity over 24 h.\ud
In the second section the syntheses by direct coupling of preformed side chain acid and amine components of new nitroimidazole and glucosamine conjugated heteroscorpionate ligands, namely 2,2-bis(3,5-dimethyl-1H-pyrazol-1-yl)-N-(2-(2-methyl-5-nitro-1H-imidazol-1-yl)ethyl)acetamide (LMN) and 1,3,4,6-tetra-O-acetyl-2-{[bis(3,5-dimethyl-1H-pyrazol-1-yl)acetyl]amino}-2-deoxy-b-D-glucopyranose (LDAC), respectively, were reported. The related copper(II) complexes {[(LMN)2Cu]Cl2} and {[(LDAC)2Cu]Cl2} were prepared from the reaction of CuCl2*2H2O with LMN or LDAC in methanol solution. XAS and EXAFS were used to determine the local environment of the two copper(II) complexes. The new copper(II) complexes and the uncoordinated ligands were evaluated for their cytotoxic activity towards a panel of several human tumour cell lines. The results indicated that both copper(II) complexes show similar spectra of cytotoxicity and very low resistance factors (RF < 2) against C13* ovarian cancer cells which have acquired resistance to cisplatin.\ud
In the last part only partial results were reported because the study is still in progress. This part of PhD work was carried out in collaboration with the research groups of Prof. Stellacci in the Department of Materials Science and Engineering, Ecole Polytechnique Federale de Lausanne (EPFL), Lausanne, Switzerland, during my abroad 6 months stage. The synthesis of a series of mixed-ligand gold nanoparticle (NPs) obtained varying the lengths of both the hydrophobic and hydrophilic ligand length were carried out. The synthesized NPs were studied using 1H-NMR (first and before the decomposition with potassium cyanide), TEM and GC-MS analysis. The NPs with a size between 4 and 10 nm were recovered using the fractionation by centrifugation, which is a technique that uses the principle that larger particles sediment faster than smaller ones. Confocal laser scanning microscopy (CLSM) and flow cytometry (FCM) were used to explore how the temperature of the system, the size of NPs and their shell composition affect the internalization processes in the analyzed cell
Porfirio: la Philosophia ex oracolis. Per una nuova edizione dei frammenti.
Durante la seconda met¨¤ del III secolo d.C., in un¡¯epoca di veloci cambiamenti, il\ud
filosofo Porfirio di Tiro scrive un¡¯opera dal titolo ¦°¦Å¦Ñ. ¦Ó.. .¦Ê ¦Ë¦Ï¦Ã.¦Ø¦Í ¦Õ¦É¦Ë¦Ï¦Ò¦Ï¦Õ.¦Á. o\ud
Philosophia ex oraculis, nella quale presenta una raccolta di profezie oracolari. Provenienti\ud
dalle pi¨´ importanti divinit¨¤ del Pantheon, gli oracoli vengono considerati come una verit¨¤\ud
dogmatica, una parola divina, proferita direttamente dagli dei, che si contrappone alle\ud
presunte verit¨¤ rivelate di altre religioni, tra cui il Cristianesimo, ritenute prive di attendibilit¨¤\ud
e di fondamento. In quest¡¯opera Porfirio invita tutti i cives romani a una rivalutazione della\ud
religione greco-romana, delle tradizioni del popolo di Roma, dei mores maiorum, messi in\ud
crisi da un periodo in cui l¡¯assenza di stabilit¨¤ politica, economica, sociale e religiosa,\ud
provoca ansia e insicurezza nella popolazione. L¡¯opera, scritta in tre libri intorno al 274/275\ud
d.C., si pone come baluardo della tradizione e religione ellenica contro la nuova fede, e come\ud
cammino iniziatico per coloro che vogliono percorrere la lunga strada verso la purificazione e\ud
la salvezza dell¡¯anima.\ud
Dopo l¡¯avvento dell¡¯imperatore Costantino e la promulgazione dell¡¯Editto di Milano\ud
del 313 d.C., che proclama il Cristianesimo religio licita, la Philosophia ex oraculis diventa\ud
il bersaglio per molti scrittori cristiani che vedono in quest¡¯opera una seria minaccia contro la\ud
nuova religione cristiana ancora priva di una sistemazione dogmatico-dottrinale. Infatti, poco\ud
prima del Concilio di Nicea e della creazione del dogma trinitario, Costantino proclama la\ud
distruzione di tutte quelle opere anticristiane di Porfirio, tra cui la Philosophia ex oraculis.\ud
Tra i suoi contenuti l¡¯opera presenta la negazione della divinit¨¤ del Cristo, considerato un\ud
uomo molto religioso, ma non certamente un essere divino, e l¡¯accusa di estrema ignoranza\ud
mossa contro i cristiani giacch¨¦ considerano un semplice uomo come il figlio di Dio.\ud
Sebbene i secoli IV-VI vedano nascere una serie interminabile di lotte e diatribe sulla divinit¨¤\ud
del Cristo, ¨¨ probabile che ¨C nonostante ne venga ordinata la distruzione- alcune copie\ud
dell¡¯opera siano sopravvissute fino al 536 d.C. dove, in un editto dell¡¯imperatore, si ordina,\ud
ancora una volta, di bruciare gli scritti anticristiani di Porfirio.\ud
In epoca moderna il tentativo di ricostruzione dell¡¯opera avviene nel 1630 quando\ud
l¡¯umanista Lucas Holste ne edita l¡¯editio princeps, mentre per la prima edizione critica\ud
bisogna aspettare il filologo G. Wolff, il quale nel 1856 raccoglie i frammenti e li distribuisce\ud
2\ud
in tre libri, a cui pone il titolo rispettivamente: Sugli dei per il primo libro, Sui demoni per il\ud
secondo, Sugli eroi per il terzo, disposizione ripresa, anche se con alcuni cambiamenti, nella\ud
seconda edizione critica, proposta da A. Smith nel 1993.\ud
A causa del suo stato frammentario la Philosophia ex oraculis ha fatto nascere tra gli\ud
studiosi numerose aporie riguardo l¡¯aspetto storico e filologico, sollevando dubbi anche sulla\ud
paternit¨¤ dell¡¯opera e sulla sua esistenza autonoma.\ud
La presente ricerca si articola in tre parti.\ud
La prima riguarda le problematiche storico-religiose del tempo e mira a sciogliere le\ud
aporie riguardanti il luogo e il periodo della composizione dell'opera.\ud
La seconda ha l'obiettivo di analizzare le due edizioni critiche finora pubblicate, cio¨¨\ud
quella di G. Wolff e quella di A. Smith, e alcune tesi storiografiche relative all¡¯opera stessa.\ud
La terza parte infine, iniziando dall¡¯ultima edizione di A. Smith, vuole essere uno studio\ud
introduttivo a una nuova edizione dei frammenti con traduzione e commento, alla luce del\ud
nuovo materiale che nel corso della presente ricerca ¨¨ stato rinvenuto, e che non ¨¨ stato\ud
inserito nei precedenti lavori dei due filologi. Viene esaminata inoltre la possibilit¨¤ di\ud
mantenere l¡¯articolazione in tre libri proposta da Wolff e ripresa da Smith: infatti, mentre non\ud
dovrebbe essere pi¨´ problematica la notizia secondo la quale la Philosophia ex oraculis\ud
consta di tre libri, ¨¨ stata scartata l¡¯ipotesi di articolare il materiale testuale in tre libri. Solo\ud
sei brani, infatti, riportano l¡¯indicazione precisa di appartenenza, mentre tutti gli altri sono\ud
stati distribuiti secondo il giudizio arbitrario di G. Wolff. Si ¨¨ proceduto inoltre all¡¯analisi e\ud
alla possibile introduzione nella nuova edizione di altri tredici o pi¨´ oracoli, tratti da un'opera\ud
dal titolo Teosofia, attribuiti da G. Wolff alla Philosophia ex oraculis e inspiegabilmente\ud
esclusi da A. Smith, il quale, senza alcun motivo, li classifica come incerta omettendoli\ud
completamente. Non essendoci dunque la possibilit¨¤ di seguire l¡¯articolazione in tre libri\ud
proposta da Wolff, i frammenti sono stati catalogati in Testimonia, Fragmenta e Dubia, con\ud
la relativa traduzione e il commento, seguendo, per la loro disposizione, l¡¯ordine cronologico.\ud
In questa terza parte della ricerca si sono cercate anche le fonti alle quali Porfirio ha\ud
potuto attingere per la compilazione della sua raccolta oracolare e si ¨¨ tentato di fare luce\ud
sulla vexata quaestio concernente il possibile utilizzo degli Oracoli caldaici. Si ¨¨ proceduto\ud
inoltre, nei limiti dello stato frammentario dell¡¯opera, al tentativo di riportare alla luce\ud
l¡¯originaria esegesi che Porfirio ha scritto dopo ogni profezia divina, cercando in questo\ud
modo di mettere in chiaro il corretto significato attribuito dal filosofo di Tiro al singolo\ud
oracolo.\ud
3\ud
infine la presente ricerca ha provato a dimostrare che la Philosophia ex oraculis pu¨°\ud
essere stata la pars construens di un progetto anticristiano di Porfirio, nato con il Contra\ud
christianos che ne presenterebbe invece la pars destruens. Quando Porfirio scrive il Contra\ud
Christianos, segue il programma politico-religioso di Aureliano, il quale ¨¨ spinto dalla\ud
necessit¨¤ di ricompattare sotto un'unica guida un impero disgregato oramai da potenti forze\ud
centrifughe, tra cui il Cristianesimo, che viene visto come un corpo estraneo sviluppatosi\ud
eccessivamente all'interno dell'ecumene romana. Com'¨¨ noto per fare ci¨° Aureliano non solo\ud
cerca di presentarsi come divus, facendo leva sullo spirito religioso del popolo romano, e\ud
fondando il culto del Sol invictus, divinit¨¤ adorata dalla maggior parte dei popoli presenti\ud
nell¡¯ecumene, ma si serve anche del contributo di letterati quali appunto Porfirio. In\ud
quest'ottica il filosofo di Tiro presenterebbe un progetto, una sorta di teologia anticristiana,\ud
che si sviluppa prima in una pars destruens, con il Contra Christianos, poi in una pars\ud
construens con la Philosophia ex oraculis.\ud
All'alba del quarto secolo, quando il conflitto tra Cristianesimo ed Ellenismo comincia\ud
a lasciare il passo alla nascita delle eresie che dilanieranno la nuova religione in liti, lotte,\ud
interessi, incomprensioni, giochi di potere, la Philosophia ex oraculis, sollevando il problema\ud
della natura divina del Cristo, sembra il presagio, il pronunciamento degli dei, la verit¨¤\ud
rivelata su ci¨° che sar¨¤ l'evoluzione storico-dogmatica del Cristianesimo
Il romanzo multigenerazionale di Nash Candelaria, Andrea O'Reilly Herrera ed Edward Rivera.
La tesi prende in esame un settore estremamente specifico della letteratura angloamericana contemporanea: il romanzo multigenerazionale di tre autori provenienti dalle principali comunità ispaniche degli Stati Uniti: A Daughter’s a Daughter di Nash Candelaria (messico-americano), Family Installments: Memories of Growing Up Hispanic di Edward Rivera (portoricano) e The Pearl of the Antilles di Andrea O’Reilly Herrera (cubano-americana). \ud
I tre romanzi sono caratterizzati dalla presenza di almeno tre generazioni della stessa famiglia, in una narrazione dal respiro plurisecolare che abbraccia variazioni geografiche, temporali, linguistiche e culturali estremamente significative: dall’epoca coloniale all’età contemporanea, dai Caraibi agli Stati Uniti, dalla campagna sottosviluppata alla metropoli o dallo spagnolo all’inglese, solo per citare alcuni esempi.\ud
Le tre opere vengono esplorate attraverso un approccio comparativo e transatlantico, che non perde mai di vista la dimensione intercontinentale delle due Americhe e integra studi letterari, culturali, di genere ed etnici, attingendo sia alla tradizione europea, sia a quella americana. Quello che ne emerge è uno studio approfondito della dimensione umana e letteraria dei tre autori, che non esisteva prima di questo lavoro e che ha il pregio di illustrare l’esperienza minoritaria dei Latinos in tutta la sua complessità e senza ridurla a facili stereotipi. \ud
Trattandosi di autori poco noti sia al pubblico italiano cha a quello mainstream statunitense, tuttavia, prima di immergermi nell’analisi comparata delle tre opere primarie ho ritenuto necessario delineare il contesto socioculturale in cui l’esperienza dei loro autori si inserisce, oltre che fornire una dettagliata analisi dei concetti chiave di genealogia, generazione, memoria e identità etnica. \ud
Interamente dedicato alla definizione del romanzo multigenerazionale, il primo capitolo mette a confronto questa tipologia narrativa con altri generi letterari affini (il romanzo genealogico, il Bildungsroman, il romanzo familiare) e individua due linee guida per l’analisi e l’interpretazione dei testi: quella dell’immaginazione genealogica e quella dell’identità generazionale. Entrambe si configurano come strategie di costruzione del sé da parte dei protagonisti e come ricerca continua di un senso per il proprio percorso esistenziale, in un panorama globale sempre più frammentato, delocalizzato, fluido e multiculturale. Ciò che ne risulta è dunque un romanzo ibrido in cui confluiscono inglese, spagnolo, Spanglish, dialetti di strada e afro-caraibici, oltre che diverse tradizioni letterarie, inclusa quella del realismo magico, del romanzo storico e del non-fiction novel. \ud
Dopo questa messa a punto dei parametri necessari per l’analisi del romanzo multigenerazionale, nel secondo capitolo procedo a delineare l’universo sociale e letterario dei Latinos negli Stati Uniti: un gruppo etnico estremamente diversificato, in forte espansione e con una sempre maggiore ascendenza politica. \ud
Nel terzo capitolo descrivo dunque l’esperienza umana e letteraria dei tre autori oggetto di questa tesi, cercando di portare alla luce le vicende biografiche più significative e il rapporto complesso con il passato della famiglia e con la comunità di origine, rielaborate nei romanzi e intessute nella Grande Storia. Nelle parti dedicate a Nash Candelaria emerge la peculiare identità dei New Mexican Hispanics, oltre che lo spiccato senso di appartenenza dell’autore a una delle più antiche famiglie di Albuquerque. La vita di Edward Rivera è invece emblematica della diaspora portoricana della metà dello scorso secolo e delle immani difficoltà affrontate dagli immigrati, nel tentativo di ritagliarsi un futuro migliore, a partire dai quartieri più poveri e multietnici di New York. Andrea O’Reilly Herrera fa invece emergere le profonde ferite che segnano l’esperienza degli esiliati cubani negli Stati Uniti. Per questo il recupero di un senso di cubanía che vada oltre i confini dell’isola, diventa una strategia fondamentale di sopravvivenza. \ud
Nel quarto capitolo, la memoria e la dimensione etnica dei tre autori viene ampliata ed esplorata nel respiro multigenerazionale e plurisecolare che caratterizza i loro romanzi. Attraverso l’analisi comparatistica delle tre opere (narratologica, linguistica e culturale) emerge infatti come i narratori-protagonisti si collochino all’incrocio tra genealogia e generazione, costantemente inquadrati da una doppia lente che li vede muoversi, allo stesso tempo, sia sul piano sincronico (come discendenti di una famiglia), sia su quello diacronico (come parte di una determinata epoca storica). Essendo membri di una comunità etnica minoritaria, le loro vicende sono inoltre emblematiche di un percorso identitario simultaneamente individuale e collettivo. \ud
Il quinto capitolo è invece dedicato alle interviste con Nash Candelaria e Andrea O’Reilly Herrera, frutto dell’incontro con i due autori avvenuto nel 2011. La loro testimonianza diretta sul ruolo della scrittura e dei legami intergenerazionali, sul senso di appartenenza etnica e sulla dialettica tra conservazione, meticciato e trasformazione nei processi culturali mi permettono di chiudere il cerchio sul valore del romanzo multigenerazionale.\ud
Di fatto, nelle conclusioni evidenzio come le opere analizzate siano strumenti pulsanti di transculturazione, capaci di elevare l’esperienza minoritaria dei Latinos a paradigma universale di trasmissione e rielaborazione della memoria, del ricordo e di una coscienza culturale. Propongo inoltre che l’approccio utilizzato in questa tesi per analizzare i tre romanzi possa essere esteso ad altri ambiti artistici dei Latinos, in particolare alle arti visive. \u