CamEPrints
Not a member yet
689 research outputs found
Sort by
Costruzione identitaria e migrazione.\ud Percorsi di riconoscimento e di appartenenza all'Hotel House di Porto Recanati
Il presente lavoro dottorale ha per oggetto il tema della costruzione identitaria nelle società contemporanee e si compone di una intensa attività di ricerca empirica realizzata all'interno di una specifica area di studio, quella dell'Hotel House di Porto Recanati.\ud
Nel dibattito sociologico corrente costituiscono tematiche emergenti quelle dell’identità, della soggettività, dell'appartenenza sociale, della comunicazione. In linea con tale tendenza il lavoro di ricerca svolto propone, in particolare nella prima parte della tesi, una ricca e articolata disamina dei concetti chiave che oggi gli scienziati sociali utilizzano per definire la complessità delle società odierne. Una dimensione saliente di tali analisi sociologiche sull'evoluzione e i cambiamenti societari è di certo quella del rapporto tra i migranti e i contesti di arrivo, con un'attenzione crescente per le dinamiche di insediamento, le reti relazionali, i legami con i luoghi di origine, i tratti identitari. \ud
Seguendo così i principali cambiamenti socio-culturali che hanno accompagnato il passaggio dalla prima alla seconda modernità, viene evidenziato come nei sistemi altamente differenziati, e sottoposti ad intensi mutamenti, la costruzione dell’identità assuma sempre più il connotato della precarietà e dell'ambivalenza. I percorsi di riconoscimento sia individuali che collettivi tendono alla ricerca, all’esplorazione e alla sperimentazione, attuandosi in termini comunicazionali ed interazionali. Le forme dell'identità appaiono costruirsi secondo un modello aperto, molteplice, flessibile. \ud
In particolare, gli studi rivolti alla conoscenza dei percorsi di crescita e di appartenenza delle nuove generazioni rendono riconoscibile questo dover fare i conti con la differenza, con l'acquisizione di diversificate competenze linguistiche e comunicative, con l'utilizzo di molteplici risorse culturali e comunicative. Soprattutto nel compiersi dell'età adolescenziale, fase sempre più lunga e complessa, i giovani manifestano la tensione tra l'appartenenza familiare ed il rafforzamento dei modelli trasmessi e l'apertura al mondo esterno che propone e racconta possibili stili di vita alternativi. \ud
Il presente lavoro dottorale, che ha preso quindi avvio da una riflessione teorico-concettuale sulla complessità dei nostri tempi, si è poi rivolto ad approfondire la conoscenza dei possibili modelli di riconoscimento e di appartenenza agenti nel mondo giovanile, in particolare, in quello delle cosiddette seconde generazioni le quali sperimentano quotidianamente l'ambivalenza e la contaminazione tra sistemi culturali differenti. \ud
L'attività empirica si è sviluppata in due momenti distinti ed è stata condotta all'interno di uno specifico spazio residenziale che è quello dell'Hotel House di Porto Recanati, spesso presente nelle cronache locali e che ha attirato in diverse occasioni anche l'interesse dei media nazionali. Nella prima fase di ricerca ho preso parte ad un'indagine denominata "Indagine conoscitiva sull'Hotel House" promossa dalla Facoltà di Scienze Politiche e dalla Prefettura di Macerata finalizzata a valutare le dinamiche demografiche e socio-economiche che questo luogo ha assunto negli anni nel territorio maceratese. Il lavoro sulle seconde generazioni qui residenti è stato avviato successivamente, anche per dare seguito ad alcune riflessioni emerse a conclusione della prima indagine e che mi hanno sollecitato a proseguire l'analisi adottando un approccio metodologico di tipo qualitativo, più adatto a interpretare l'appartenenza all'Hotel House attraverso gli sguardi, i pensieri, le sensazioni e le aspirazioni dei giovani e delle giovani che vi abitano, lasciando per la prima volta a loro il compito di tracciare vincoli, problemi, legami, percorsi. Un coinvolgimento che non è stato facile ottenere e che ha richiesto da parte mia una lunga negoziazione al fine di stabilire con le ragazze e con i ragazzi un rapporto di fiducia e di collaborazione tale da ottenere un loro coinvolgimento diretto nell'attività di ricerca: realizzazione di interviste, di fotografie, di registrazioni video e audio, partecipazione a focus-group, osservazioni partecipanti. Nella seconda parte della tesi dottorale sono descritti e presentati alcuni di questi prodotti di ricerca; è in fase invece di elaborazione un cortometraggio che raccoglierà alcune delle immagini registrate e delle interviste fatte ai ragazzi.\ud
Il focus della ricerca diventano così i processi di appartenenza che le ragazze ed i ragazzi residenti all'Hotel House sviluppano durante la loro crescita adolescenziale. Si tratta di uno spazio abitativo in cui vivere è davvero difficile, un contesto che si caratterizza per la pluri-appartenenza ed all'interno del quale si genera una complessità di convivenze e un eccesso di diversità culturali difficili da decifrare ed interpretare. A tal fine, una delle chiavi di lettura avanzate propone la necessità di una riflessione più approfondita sul rapporto tra luogo, paesaggio e identità all'interno delle società globali per ripensare e valutare la presenza e la convivenza di individui e di collettività - soprattutto ad alta presenza minorile - nei nostri ambienti di vita.\ud
Non solo, al fine di interpretare al meglio alcune delle problematiche emerse durate la prima attività di ricerca, questo secondo lavoro empirico tenta di analizzare il legame tra questi giovani e l'Hotel House sia da un punto di vista emotivo-sentimentale che funzionale. Come verrà spiegato nella terza parte della tesi, questi sentimenti di riconoscimento ed adesione alla realtà vanno letti e valutati necessariamente avendo presente la continua tensione che si genera in questi adolescenti tra appartenenza ed alterità. \ud
Il caso di studio viene così raccontato e mostrato nelle sue specificità territoriali, paesaggistiche e demografiche e nelle sue dinamiche relazionali.\u
Dire e trasgredire: analisi sociolinguistica di due generazioni di écrivains beurs.
La banlieue degli écrivains beurs: analisi sociolinguistica di due generazioni.\ud
Coerentemente con l’impostazione iniziale del progetto che assumeva i linguaggi dell’immigrazione nella banlieue francese nella loro anomica complessità ad oggetto di indagine, nella prima parte della tesi si offre\ud
un quadro generale del fenomeno beur da una prospettiva plurivoca: storica, sociologica, culturale, letteraria,\ud
linguistica.\ud
Sul piano metodologico, il modello sociolinguistico è assunto a criterio di selezione e di esplorazione di quattro\ud
romanzi che costituiscono il corpus della ricerca (Mehdi CHAREF, Le thé au harem d’Archi Amed, Paris, Mercure\ud
de France, 1983; Azouz BEGAG, Le gone du Chaâba, Paris, Seuil, 1986; Rachid DJAÏDANI, Boumkoeur, Paris,\ud
Seuil, 1999; Faïza GUÈNE, Kiffe Kiffe demain, Paris, Hachette, 2004) la cui originalità si individua nella scelta di procedere sui due fronti tangenti della sincronia (per i testi coevi) e della diacronia (per i testi delle due\ud
distinte generazioni che incorniciano temporalmente il movimento dalla fine degli anni ’80 ad oggi), allo scopo di\ud
evincerne evoluzioni, dissoluzioni e contaminazioni.\ud
La seconda parte del lavoro si concentra sulle tendenze effettivamente attestate attraverso il repertoriamento e\ud
la catalogazione di fenomeni del linguaggio connessi all’argot storico e alla sua attualizzazione neologica, alle\ud
forme argotiche “a chiave” (verlan, metatesi, troncamenti, suffissazioni, raddoppiamenti ipocoristici, acronimi\ud
ecc.), alle contaminazioni dall’arabo, dall’angloamericano e dalle altre lingue dell’immigrazione che scaturiscono\ud
un ibrido espressivo noto come FCC (“français contemporain des cités”) funzionale alla trasmissione di una serie\ud
di funzioni: criptiche, ideologiche, sovversive, simboliche, emblematiche, identitarie
Diritto e psichiatria dopo la legge 180.
L’incontro tra psichiatria e diritto è inevitabilmente costellato da separazioni e incomprensioni. Molto diverso è, innanzitutto, l’approccio scientifico: per lo psichiatra il primo parametro di valutazione è il malato e la sua guarigione; il giurista, al contrario, deve tener conto di diversi criteri, primo fra tutti la società nel suo complesso e la tutela della collettività. Differenti sono anche le nozioni di colpa e di responsabilità, che presentano fisionomie diverse nell’ambito giuridico e nell’ambito psicoanalitico e psichiatrico. La psichiatria è stata, per lungo tempo, in grado di offrire al diritto sicuri ancoraggi empirici. Negli ultimi decenni, i rapporti fra psichiatria e diritto si sono andati complicando sempre di più, a causa del progressivo allargamento della concezione di malattia mentale e al fiorire di modelli alternativi di spiegazione.\ud
Permane un certo diffuso disinteresse da parte dei giuristi per le tematiche relative al disagio psichico, soprattutto in ambito civilistico, al punto che “il nuovo diritto per il malato di mente” sembra piuttosto lontano dall’essere realizzato in maniera compiuta e uniforme. Aggiungiamo che, a un nuovo diritto per il malato di mente, occorrerebbe anche affiancare una diversa tutela per i familiari dei malati psichici che si trovano quotidianamente a gestire, in astratta solitudine, le conseguenze di una legge tanto straordinariamente coraggiosa e innovativa sotto il profilo umano e civile, quanto gravemente incompleta e carente sotto il profilo della sua attuazione concreta. \ud
Il presente lavoro intende esaminare i principali ambiti tematici entro cui il diritto incontra e affronta la questione della malattia psichica, a partire dall’approvazione della legge 180/1978. Nella prima parte, il rapporto tra diritto e malattia mentale viene affrontato, in particolare, dal punto di vista civilistico e penale. Oltre agli istituti tradizionali dell’interdizione e dell’inabilitazione, verrà considerata la normativa, introdotta nel 2004, relativa all’amministrazione di sostegno. Nell’ambito del diritto penale, due sono le questioni di maggiore rilievo, oggetto di un vivace e mai esaurito dibattito fra giuristi, filosofi, psichiatri forensi e criminologi: l’imputabilità e la pericolosità sociale. Si tratta di tematiche, tradizionalmente oggetto della filosofia, che aprono la discussione a percorsi collaterali, attualmente anche esplorati, con provocatoria originalità, dalle neuroscienze e dalla neuroetica. Il libero arbitrio, il male, il rapporto tra follia e male e tra follia e violenza rappresentano, quindi, questioni di interesse multidisciplinare su cui occorre inevitabilmente soffermarsi a riflettere quando si parla di malati psichici autori di reato. Riguardo alla pericolosità sociale, nozione che poggia su una commistione di grande ambiguità, è da evidenziare che la legge 180 non aveva sciolto il nodo dell’assistenza e della tutela dei malati di mente autori di reato: il risultato è stato la sopravvivenza, per decenni, dell’Ospedale Psichiatrico Giudiziario di cui, solo qualche mese fa, è stata decretata la fine, accompagnata dalle inevitabili polemiche sul modo in cui verrà gestita la presa in carico di pazienti tanto problematici. Nella seconda parte, la malattia psichica viene considerata dal punto di vista del diritto sociale. Il diritto alla salute, inteso come diritto alla cura, incontra come limite, nella sua concreta realizzazione, la disponibilità di risorse economiche e la generale tendenza al contenimento della spesa sociale. Il diritto alla salute si declina non solo nel diritto a essere curato, ma anche nel diritto a rifiutare le cure. Ciò viene ad assumere, nell’ambito della salute mentale, connotazioni di drammatica rilevanza poiché spesso sono proprio i pazienti psichiatrici più gravi e, di conseguenza, più bisognosi di sostegno medico, a non riconoscere come tale la propria malattia e a rifiutare qualsiasi tentativo di cura. Nel considerare il diritto alla salute del paziente malato psichico, assume peculiare importanza la questione dei modi dell’agire psichiatrico che rientra nella più ampia discussione, di interesse bioetico, sull’etica della relazione di cura. Riguardo a quest’ultimo punto, viene a porsi, tra gli altri, il problema di come conciliare due diverse, e ugualmente rilevanti, istanze giuridiche: il legittimo diritto, da parte del paziente psichiatrico, alla genitorialità con la tutela del minore, figlio di malato psichico, da possibili abusi. Relativamente al diritto alla salute psichica e alla sua cura, risulta interessante mettere in rilievo la dinamica che attualmente influenza la costruzione delle categorie diagnostiche psichiatriche. Dinamica che, nel generale processo di medicalizzazione indefinita della vita appare massicciamente condizionata dagli interessi economici di Big Pharma e dalla strategia, sempre più invasiva, del disease mongering. L’assistenza psichiatrica agli immigrati rappresenta, poi, il caso specifico di una categoria di pazienti di particolare vulnerabilità in cui diventa necessario attrezzarsi, anche con gli strumenti dell’etnopsichiatria, per riuscire a fronteggiare e risolvere un tipo di disagio psichico riconducibile anche a quello che Sayad definisce il passaggio dall’”illusione dell’emigrazione” alla “sofferenza dell’immigrazione”. Occorre, comunque, sottolineare che si tratta di una questione piuttosto trascurata: mentre, infatti, abbiamo a disposizione molti dati e ricerche riguardati la salute, in generale, degli immigrati presenti in Italia, la situazione sembra, invece, meno monitorata e approfondita su quello che è il versante specifico della salute psichica. La terza parte prende in considerazione i principali filosofi che hanno fornito un apporto rilevante alla discussione degli assetti epistemologici della psichiatria e alla questione, molto dibattuta soprattutto negli anni Settanta, delle valenze repressive e di controllo sociale del potere psichiatrico. Sarà importante, al riguardo, mettere in rilievo, in modo mirato, quei passaggi e nodi concettuali del pensiero filosofico che hanno rappresentato un importante termine di confronto per Basaglia e che sono poi confluiti nelle sue riflessioni, nelle sue esperienze di cura e, mediatamente, anche nei principi che hanno ispirato la legge 180.\ud
Se imputabilità e pericolosità sociale sono questioni che chiamano in causa non solo diritto, filosofia e psichiatria forense, ma anche neuroscienze e neuroetica, è evidente che il rapporto terapeutico, i trattamenti sanitari obbligatori, la dignità del malato psichiatrico e i suoi diritti, l’obbligo e il consenso nel trattamento della sofferenza psichica sono tutti temi che, in qualche misura, attengono anche alla bioetica. L’esame degli esiti della legge 180 ci condurrà, soprattutto, a intrecciare le nostre argomentazioni con l’ambito del biodiritto che si occupa, in specifico, della trattazione di questioni bioetiche dal punto di vista giuridico. \u
«Basta con la Dc!». Il mondo cattolico di fronte ai processi di modernizzazione della società italiana (1958-1968).
Questo lavoro si prefigge lo scopo di analizzare e approfondire il mondo cattolico durante gli anni Sessanta. Su questi temi la storiografia ha prodotto contributi illuminanti e importanti, eppure l’obiettivo di questa tesi è tentare di aggiungere alcune significative riflessioni per comprendere meglio la complessità di questo periodo. Perciò, queste pagine non porranno la lente d’ingrandimento solamente sopra i grandi eventi religiosi, politici e sociali di questo decennio, ma tenteranno di incunearsi nella vita degli italiani, che ormai stava profondamente cambiando nelle abitudini e nei costumi, a causa degli effetti del miracolo economico e dell’avvento della società del benessere. Come reagì il mondo cattolico di fronte a questi mutamenti? Nel novembre 1960, Giorgio La Pira commentò la situazione politica del Paese e i risultati delle recenti consultazioni amministrative. Scrivendo a mons. Loris Capovilla, segretario personale di Giovanni XXIII, confidò:\ud
\ud
L’elettorato giovane, tendenzialmente di “sinistra” non ha avuto fiducia in noi (a causa della propaganda della cosiddetta Azione cattolica: dicevano, La Pira non è gradito!) e si è staccato votando socialista e socialdemocratico! Ennesima avanzata del Pci. Comunque, ecco la domanda: in cose di tanto rilievo è lecito essere superficiali? Non dovrebbe essere proprio l’Azione cattolica a far propria la concezione della politica quale “arte della navigazione” per far prendere coscienza ai popoli cristiani del porto da cui provengono (Cristo) e del porto cui andranno (Cristo)? Non deve essere proprio la politica a saldare il passato col futuro, le generazioni di ieri con quelle di domani .\ud
\ud
Davvero la politica e la cultura cattolica seppero saldare tra loro le generazioni? Evidentemente, l’interrogativo posto da La Pira a Capovilla rappresenta bene la domanda di fondo che accompagna le pagine di questo lavoro. Rappresenta ma non esaurisce totalmente ciò che si intende analizzare. Non esaurisce, perché ancora non è del tutto chiaro con quali interventi e attenzioni si sarebbero potuti governare i processi che caratterizzarono questi anni; inoltre, fino a dove si spinse l’elaborazione culturale prodotta dalle elitès? Sono tutti nodi non sciolti perché descrivono una realtà, anche nella sua sfera religiosa, profondamente politicizzata . Nell’ambito di questa tesi, ho così analizzato fonti edite e materiale d’archivio; studiando il fondo della Conferenza episcopale italiana, ho cercato di porre in risalto le considerazioni dei vescovi rispetto ai processi di trasformazione della società italiana. Inoltre, ho tentato di riportare alla luce quanto queste valutazioni iniziassero a distanziarsi dalla visione di alcune organizzazioni di massa come, per esempio, le Acli e come anche lo stesso carattere «militante» di cattolico andasse rapidamente cambiando. In più, la scelta di studiare le carte del fondo Amintore Fanfani è servita ad allargare l’orizzonte della trama, tra esponenti della politica e delle istituzioni ecclesiastiche e a recuperare, in via indiretta, una parte importante del materiale inedito riguardante Giorgio La Pira. \ud
Da qui, affiorano nuovamente in superficie guide spirituali e stretti maestri di vescovi totalmente impegnati a condizionare l’orientamento politico di personalità di spicco della Democrazia cristiana. Ma anche posizioni inedite, come per esempio quelle del vescovo di Camerino, Giuseppe D’Avack che, dopo il ritiro dal commercio del libro di don Lorenzo Milani, Esperienze pastorali, manifestò perplessità e critiche nei confronti dell’episcopato italiano e della Dc. Nel primo capitolo, perciò, si ripercorrono le ultime fasi del pontificato pacelliano, delineando il contesto storico e culturale dell’Italia di fine anni Cinquanta. In questa parte, confrontando un’ampia documentazione, si mettono in relazione le riflessioni maturate dal mondo cattolico sul sistema capitalistico avanzato e i suoi effetti. Nella parte centrale della tesi, ho analizzato il primo impatto tra mondo cattolico e società del benessere. L’operazione politica del centro-sinistra conquistò la totalità del dibattito pubblico, tuttavia l’analisi elaborata sembrò non essere sufficiente per una società ormai trasformata dal miracolo economico. \ud
Ma in che senso trasformata? Cambiarono le abitudini e i costumi degli italiani, ma anche il tessuto religioso rimase segnato da questa dirompente avanzata di benessere. Perciò, mi sono domandato se il pensiero cristiano di questi anni agì con un’attenzione educativa verso questi processi, accompagnando le evoluzioni della società oppure se sottovalutò il significato di questi mutamenti. Dunque, una «coscienza ecclesiale» più coltivata e più lucida avrebbe potuto incidere e per certi versi “pilotare”, il passaggio da una società ancora elitaria, alla moderna società di massa? Il problema della «modernità», quindi, si colloca soprattutto nell’inserimento del cristiano nella «moderna civiltà industriale» . Ovviamente, in questo spaccato troneggia il messaggio del Concilio Vaticano II e le indicazioni di rinnovamento liturgico, apostolico e missionario .\ud
Ancora in questo scenario, però, si affrontano i dubbi e le critiche elaborate dalle giovani generazioni e dalle aree del dissenso cattolico riunite intorno alle riviste. Così, all’ombra dei grandi eventi religiosi e internazionali, la vita quotidiana degli italiani stava rapidamente mutando. Dall’analisi delle carte archivistiche delle Acli emerge il cammino culturale e sociale che il movimento dei lavoratori cristiani intraprese lungo questo decennio. Le Acli, sotto la guida dell’intraprendente Livio Labor, registrarono un generoso e rilevante dibattito sulle trasformazioni della realtà e sul rapporto tra società italiana e benessere. Certamente, le Acli lanciarono temi e domande nuove che non furono immediatamente raccolte dalla classe dirigente cattolica, ma contribuirono a foraggiare un dissenso che, intanto, andava via via crescendo. \ud
Tra le figure del dissenso cattolico, questo contributo si è principalmente concentrato su Lidia Menapace e Corrado Corghi. Tutto ciò è avvenuto, a proposito di quest’ultimo, beneficiando della sua testimonianza orale, dello studio del suo archivio e del fondo Mario Scelba; invece, per quanto riguarda Lidia Menapace, recuperando una documentazione significativa presente nel fondo della Democrazia cristiana e in quello personale di Luigi Granelli. Sono figure, quelle di Corghi e Menapace, note più per il loro strappo finale dalla Dc che per il loro cammino e la loro riflessione all’interno del partito e del mondo cattolico in generale; così, approfondendo il materiale edito e inedito, ho provato a ripercorre queste strade, mettendo in risalto gli elementi di novità e di conservazione di un cattolicesimo impegnato e ancora tormentato dall’elaborazione di una sintesi tra fede e politica. Ma, soprattutto, un cattolicesimo che, condannando la cultura borghese, decise di incamminarsi lungo gli impervi sentieri della nuova sinistra, mutuando e raccogliendo il lessico, l’analisi e l’orizzonte, tipici della cultura marxista. L’ultima parte, invece, è dedicata all’approfondimento del rapporto tra mondo cattolico e Sessantotto. Scavando tra il materiale d’archivio del Circolo culturale “J. Maritain” di Rimini – uno dei circoli più importanti nel panorama italiano –, ho ipotizzato quelle che sono state le opportunità, le intuizioni, ma anche gli elementi di contraddizione e le valutazioni talvolta eccessivamente semplicistiche dei gruppi spontanei
La disciplina della concorrenza per il settore agricolo.
Il sistema giuridico europeo è fondato sulla scelta liberista secondo la quale il mercato deve essere regolato dall’automatico meccanismo della concorrenza: si vietarono, così, accordi fra imprese, decisioni di associazioni di imprese e pratiche di imprese che avessero come finalità o risultato di impedire la concorrenza nel mercato comune (art. 101 TFUE). \ud
In materia di agricoltura, che costituisce l’oggetto della disamina, l’approccio delle istituzioni europee è stato caratterizzato da numerosi e rilevanti interventi programmatici, che hanno delineato gli obiettivi da perseguire e adottato misure sia di carattere incentivante, ma anche di stampo coercitivo, spesso accompagnate da consistenti sanzioni. \ud
Nel settore agricolo, infatti, se anche la tutela della concorrenza è subordinata alla realizzazione di altri fini propri della politica agricola comune, come si ricava dal combinato disposto degli art. 38 (ex art. 32 del TCE) e art. 42 TFUE (ex art. 36 del TCE), è pur vero che le norme contenute negli artt. 101 e 102 TFUE risultano immediatamente al servizio dei singoli, mentre gli obiettivi indicati nell’art. 38 richiedono l’attuazione da parte delle istituzioni europee. \ud
La stretta interconnessione tra concorrenza e politica agricola è riconoscibile nell’ordinamento europeo se si considera che per la disciplina della concorrenza i meccanismi scelti vedono come protagonisti tanto la Corte di giustizia quanto la Commissione europea, connotandosi l’esperienza giuridica europea in maniera differente rispetto all’esperienza nord-americana.\ud
Le peculiarità del settore primario, dovute a ritmi di produzione diversi rispetto alle attività del settore secondario e terziario, vincolati a fattori biologici e meteorologici, climatici e ambientali, hanno indotto gli estensori del Trattato di Roma a dettare regole specifiche per l’agricoltura in materia di concorrenza; la specialità riservata al settore agricolo nell’ordinamento europeo riposa fondamentalmente sull’art. 42 TFUE (ex art. 36, ex art. 42 del Trattato di Roma), vale a dire, proprio sulla norma relativa all’applicabilità delle regole di concorrenza alla produzione e al commercio dei prodotti agricoli. \ud
Nel lavoro vengono analizzati compiutamente la portata e il significato delle normative a tutela della concorrenza nel settore agricolo, partendo dall’analisi dell’art. 42 TFUE e procedendo con la disamina del diritto europeo derivato. \ud
La disciplina della concorrenza ha trovato sin dall’origine una sua precisa collocazione nel diritto europeo dell’agricoltura. I pochi articoli dedicati all’agricoltura e alla pesca nel Trattato (originariamente artt. 38-46 del Trattato che istituisce la CEE, poi 32-38 a seguito dell’entrata in vigore del Trattato di Maastricht sull’Unione europea, ora artt. 38-44 TFUE), delineano gli obiettivi a cui mirare nell’attuazione della politica agricola comune e gli strumenti adeguati a realizzarla: tra di essi, l’attuale articolo 42 TFUE tratteggia i limiti che le regole generali sulla concorrenza incontrano per il settore agricolo, in considerazione della strutturale differenza della sua economia rispetto agli altri comparti, che ha portato gli estensori a destinarne una normativa a sé stante. \ud
La specialità dell’agricoltura risiede, in particolare, nella sua struttura sociale e nelle disparità naturali delle zone agricole, ma nel contempo essa si presenta in stretta connessione con il resto dell’economia (art. 39 TFUE, ex art. 33 TCE): ne consegue la necessità di adattare gli strumenti individuati per la costruzione del mercato comune alla peculiarità del settore. \ud
Viene ricordata nell’esame della disciplina la sempre più marcata internazionalizzazione, esplosa come fenomeno dinamico e tutt’ora in corso, a seguito degli accordi istitutivi del WTO, la quale incide non poco sul regime della concorrenza a cui sono sottoposte le imprese europee, per quanto qui interessa. \ud
L’analisi del ruolo della concorrenza per il settore agrario, infine, richiede di considerare il decentramento legislativo e applicativo anche in questo materia, per cui il diritto europeo e nazionale si intersecano e devono essere applicati parallelamente. Il lavoro di ricerca, quindi, continua su questo punto e sul ruolo, oggi rafforzato, delle Autorità antitrust nazionali. \ud
In applicazione di quanto disposto dall’art. 42 Trattato di Roma (poi art. 36 TCE, ora art. 42 TFUE), il Consiglio approvò il primo provvedimento generale per il comparto agricolo, il regolamento CEE n. 26/62, relativo all’applicazione di alcune regole di concorrenza alla produzione e al commercio dei prodotti agricoli, modificato una sola volta, sostituito dal reg. n. 1184/2006, a sua volta modificato dall’art. 200, reg. n. 1234/2007 del Consiglio del 22 ottobre 2007. \ud
Il reg. n. 26/62 è stato abrogato dal reg. n. 1184/2006, ma già l’art. 2 di quest’ultimo e poi l’art. 176 del vigente reg. n. 1234/2007 hanno ripetuto pedissequamente il contenuto dell’art. 2 del reg. 26/62, sicché in sostanza le cose non sono cambiate. \ud
Da ultimo, le disposizioni sulla concorrenza hanno trovato collocazione organica all’interno del reg. 1234/2007 istitutivo dell’OCM unica, senza, peraltro, che il reg. 1184/2006 sia stato abrogato, ma è limitato in via residuale a quei settori della produzione agricola non disciplinati da un’organizzazione comune di mercato e, pertanto, non soggetti al reg. 1234/2007. \ud
Anche il tema degli aiuti di Stato agricoli, che viene analizzato con alcune considerazioni, senza, tuttavia, un approfondimento specifico sul punto, coordinato con la disciplina in materia di concorrenza, ha sollevato problemi complessi sul riparto delle competenze; emerge, così, con tutta evidenza la differenza di trattamento tra agricoltura e altri settori economici in relazione all’applicazione degli aiuti di Stato. Inoltre, è di tutto rilievo l’incidenza che i sostegni pubblici hanno sulla disciplina della concorrenza, attenuandone il rigore e introducendo delle deroghe ai principi generali antitrust in relazione ad esigenze particolari del comparto agricolo. \ud
Il rapporto tra il raggiungimento degli obiettivi della Pac e l’applicazione delle regole della concorrenza nel settore agricolo, si intreccia anche con la questione della definizione delle competenze degli Stati membri nell’applicazione della disciplina della concorrenza. \ud
Analogamente si presenta la ripartizione delle competenze in materia di concorrenza tra Unione europea e Stati membri, laddove al livello superiore è riconosciuta piena potestà a garantire il libero gioco della concorrenza nel mercato comune, mentre al livello inferiore sono decentrate competenze attuative e/o amministrative. \ud
La legge italiana 10 ottobre 1990, n. 287, che disciplina la concorrenza, e istituisce l’Autorità garante della concorrenza e del mercato, non contiene alcuna norma specifica sul commercio dei prodotti agricoli nel territorio nazionale, limitandosi a riprendere pedestremente sul punto le norme contenute nel Trattato CE e trascurando l’eccezione ivi prevista per i prodotti agricoli.\ud
Analizzando, invece, a fondo le norme, in particolare l’art. 2 del reg. 26/62 e da ultimo l’art. 176 del reg. 1234/2007, si osserva che il primato del diritto europeo e la regola per la quale l’Autorità garante è tenuta ad interpretare e ad applicare la normativa italiana antitrust secondo i principi del diritto comunitario (art. 1, comma 2, legge 287/90), fanno sì che le intese tra agricoltori, anche se non influiscono sugli scambi intracomunitari, vanno valutate e considerate sulla base dell’art. 176 del reg. 1234/2007, laddove, appunto, il principio generale della libertà di concorrenza è armonizzato nella materia agricola alle esigenze specifiche del settore. \ud
Viene, tra l’altro, in soccorso di questa interpretazione la stessa legge n. 287/1990, la quale ha tracciato il proprio ambito di applicabilità in misura complementare rispetto al diritto sovranazionale: se ne ricava che per un comportamento anticoncorrenziale rilevante in una dimensione intracomunitaria la competenza è della Commissione europea, mentre l’intervento dell’Authority italiana è limitato a quelle violazioni che rilevino solo per il mercato interno. Per stabilire se la materia riguardi l’ambito europeo o quello nazionale, occorre determinare il mercato interessato dall’azione dell’impresa o delle imprese in questione. \ud
Per quanto concerne il comparto agricolo, i provvedimenti più significativi dell’Autorità garante della concorrenza hanno interessato l’agroalimentare, sul quale, peraltro, si sono concentrate le maggiori complessità inerenti al ruolo e alle competenze dell’autorità regolatrice del settore. Una rassegna dettagliata di questioni e interventi in proposito viene illustrata nell’ultimo capitolo.\u
Dalla criminologia alle politiche criminali: le funzioni sociali della pena.
La ricerca analizza il mutato quadro delle politiche sociali, penali e penitenziarie avvenuto nello scenario italiano degli ultimi decenni a seguito delle trasformazioni registratesi nelle società tardo moderne. Le istituzioni penali all’interno di un preciso sistema legale perseguono una molteplicità di obiettivi che, in un determinato momento, possono convivere e intrecciarsi, mentre in un altro momento storico possono vedere la prevalenza di uno di questi. La riduzione e il contenimento dei tassi di criminalità, cosi com’è stato testimoniato nel corso dell’ultimo secolo, ha rappresentato il proposito più ambizioso. L’articolazione e il funzionamento delle istituzioni penali non rispondono, però, esclusivamente al mero andamento della criminalità e al variare dei suoi tassi. E ciò per un differente ordine di motivi: le diverse azioni che sono intraprese in ambito penale non sono esclusivamente un riflesso o una risposta ad un determinato quadro criminale, ma il risultato di accordi e di mediazioni di tipo politico, economico e culturale; la pena come prodotto storico culturale di una società risente dell’influenza di quelle che sono le tradizioni particolari di un determinato sistema politico-giuridico.\ud
Il modello di giustizia penale assistenziale, prevalente nel corso del trentennio d’oro del welfare, si è fondato, tra le altre cose, su una larga applicazione delle misure alternative alla detenzione (modello della probation). Il funzionamento di tali misure, storicamente è stato strettamente connesso, da un lato, ad un’idea moderna di Stato fortemente interventista e con sempre più vaste funzione di regolazione sociale, dall’altro, ad una concezione della giustizia che assegna alla pena la funzione predominate di operare al fine di rieducare gli individui. In un tale contesto le politiche sociali, penali e penitenziarie sono state indirizzate ad un contenimento dell’utilizzo dello strumento carcerario per mezzo della diffusione del modello della probation.\ud
La particolarità dell’esperienza italiana è individuabile nella differente temporalità con la quale è avvenuto l’adeguamento parziale del nostro ordinamento penitenziario al modello assistenziale di giustizia penale. Tale processo è stato avviato fin dalla promulgazione della legge 575 del 1976, permeata in tale direzione. La storia del welfare italiano di quegli anni, può essere interpretata come una fase d’espansione e di pieno consolidamento delle politiche sociali. Sono gli anni in cui, tra le altre cose, avvengono: la riforma in senso universalistico del sistema sanitario; l’avvio del processo di regionalizzazione; il riordino dei servizi socio-assistenziali.\ud
Parimenti nel corso degli stessi anni nello scenario internazionale comincia a delinearsi la crisi dello Stato sociale e del modello assistenziale di giustizia penale. \ud
La prima parte del lavoro sarà dedicata alla ricostruzione dei principali passaggi storici che hanno portato alla formulazione del modello assistenziale di giustizia penale. Nel primo capitolo, quindi, saranno ripercorse le tappe principali che hanno scandito l’evoluzione dei modelli di giustizia penale. Nella prima parte dello stesso, delimitando il campo d’indagine agli apporti forniti nell’ambito della sociologia della pena, si è ritenuto opportuno fare riferimento al contributo offerto dalle principali tradizioni del pensiero sociologico; nella seconda parte, invece, riprendendo il dibattito giuridico si presenteranno le principali interpretazioni circa le funzioni della pena nelle società moderne: retribuzione e riabilitazione, al fine di valutare la loro pregnanza e la loro validità con riferimento alle trasformazioni occorse recentemente nelle società occidentali.\ud
Nel corso del secondo capitolo, invece, saranno esaminati alcuni dei principali assunti che hanno articolato il modello di giustizia penale, definito recentemente come assistenzialismo penale, sistema che è stato prevalente per larga parte del secolo scorso nelle nazioni a democrazia avanzata. In particolare, saranno approfondite le connessioni di tipo politico, ideologico e strategico fra l’area delle istituzioni penali del welfare e i meccanismi integrativi del welfare state nel suo complesso. Tali connessioni sono state cruciali nel legittimare il funzionamento delle varie misure penali impiegate in epoca moderna dagli Stati, dalla carcerazione alle diverse misure alternative alla detenzione, alla luce degli obiettivi propri dell’ideologia welfarista.\ud
Nel corso del secondo capitolo, quindi, sarà delineato prima il quadro complessivo che ha caratterizzato la concezione della penalità nel corso del secondo dopoguerra, verificandone le origini, gli assunti e le basi ideologiche e scientifiche per soffermarsi, in special modo, sulle tesi predominanti in ambito sociologico e criminologico. Successivamente, saranno esposte le interconnessioni fra l’adozione di specifiche misure di carattere penale e il maturare da un punto di vista storico di programmi pubblici sempre più ambiziosi e inclusivi portati avanti dai sistemi di\ud
welfare.\ud
La seconda parte del lavoro verterà sulle recenti trasformazioni registratesi nell’ambito delle politiche penali e sociali negli ultimi decenni con particolare riferimento al caso italiano. \ud
Il terzo capitolo ripercorrerà le tappe principali delle politiche criminali (penali e penitenziarie) italiane, evidenziando il ritardo con cui è avvenuta la traduzione sul piano normativo dei capisaldi dell’impostazione welfarista. L’Italia ha conosciuto la riforma del sistema penitenziario solo con l’approvazione della Legge n. 354 del 1975, che ha previsto l’effettivo espletamento dei principi rieducativi nella fase esecutiva della pena, introducendo nella legislazione italiana un ampio ventaglio di misure alternative alla detenzione.\ud
Nel corso di questo capitolo, quindi, saranno ripercorse le vicende precedenti alla riforma penitenziaria in Italia del 1975 al fine di far risaltare i fattori che hanno generato la tardiva elaborazione del modello rieducativo di giustizia penale nel sistema di welfare. D’altro canto sarà sottolineata la coincidenza, almeno da un punto vista temporale, fra la ricezione italiana di tale modello e la messa in discussione di tale impianto avvenuta in quelle nazioni che ben prima lo avevano sperimentato. Dalla ricostruzione storica delle politiche penali e penitenziarie italiane verranno messi in risalto alcuni dei nodi problematici che si sono rilevati costanti e che sono riscontrabili anche ai giorni nostri: in primo luogo una reale incertezza circa le effettive finalità che\ud
si vogliono raggiungere con le pene; la natura classista, prima esplicita poi implicita, propria delle istituzioni penitenziarie; la situazione di perenne sovraffollamento delle strutture penitenziarie; l’uso della pena come contenimento per la risoluzione di fenomeni e problematiche di carattere sociale; la percezione persistente, condivisa in ambito scientifico e politico, di una condizione ritardo sia culturale sia legislativa rispetto agli standard internazionali vigenti.\ud
Nel quarto e ultimo capitolo si vedrà come gli istituti caratteristici dell’assistenzialismo penale, pur non essendo stati soppiantati, sono ovunque oggetto di un processo di ridefinizione rispetto alle funzioni sociali loro assegnate. Nella prima parte del capitolo il ragionamento verterà attorno alcuni fattori che sono indicativi del cambiamento in atto: i mutamenti del pensiero criminologico, il declino dell’ideale riabilitativo e la reinvenzione del carcere. \ud
In particolar modo si farà riferimento all’aumento della popolazione carceraria registratosi in Italia negli ultimi decenni, analizzandone le possibili chiavi interpretative.\ud
Nella seconda parte del capitolo si farà riferimento ai recenti provvedimenti legislativi adottati nel contesto italiano (la legge Ex Cirielli) che prevedono un inasprimento sanzionatorio per determinate categorie di soggetti (recidivi) in modo da restringerne le possibilità di accesso alle misure alternative.\ud
Le misure alternative alla detenzione sono oggetto di un ridimensionamento nella loro portata e nelle funzioni loro assegnate poiché è divenuto prevalente in ambito politico-culturale l’opinione che non ottengano risultati soddisfacenti nei termini degli obiettivi prefissati e, anzi, siano foriere d’insicurezza per la cittadinanza.\ud
Tale giudizio è avvalorato dalla convinzione che la pena nell’attuale contesto storico abbia mutato la sua funzione, ritornando ad essere intesa quale riposta di carattere neutralizzante per quelle categorie di individui sulle quali si riversano i sentimenti diffusi d’insicurezza sociale. \ud
L’ipotesi che muove il ragionamento di base è che l’attuale orientamento sia veicolato da un diverso modo di concepire le finalità della pena e non da una significativa variazione nei casi di insuccesso dalle misure.\u
Apprendere le lingue “a distanze variabili”: una ricerca-azione sui dispositivi, gli attori, i processi.
La visione dell’apprendimento linguistico oggi non può prescindere da una fondata consapevolezza dei fenomeni che gravitano intorno alla dimensione dell’apprendente in quanto attore sociale e cittadino del mondo, dimensione che in questa sede intendiamo leggere e interpretare in relazione agli apporti delle tecnologie nella definizione e caratterizzazione dei modelli formativi, e nei processi di apprendimento e insegnamento linguistico. Da queste premesse ha origine l’idea di tesi di dottorato in cui ci si propone di avvicinare e coniugare il panorama della glottodidattica odierna, disciplina di confine che beneficia dell’apporto di molte discipline ad essa complementari, con le prassi dell’e-learning, ambito di studio che viene alimentato ed evolve in modo non estraneo a teorie di stampo organizzativo, sociologico e tecnologico.\ud
Nel suo complesso questa elaborato si propone quindi di indagare e di trovare il punto di incontro fra le potenzialità delle tecnologie e dell’e-learning e le aspettative della glottodidattica contemporanea, attraverso una articolazione in sei capitoli e una serie di allegati, fra cui alcuni strumenti elaborati per gli studenti.\ud
Nel primo capitolo ci si domanda in che modo le tecnologie possano avere agevolato la glottodidattica nell’affermarsi come disciplina di intervento, e in che termini e con quali modalità l’e-learning possa contribuire a valorizzare la dimensione sociale nei processi di formazione superiore, in una ottica autonomizzante e di formazione permanente, anche attraverso i concetti veicolati dai documenti-chiave di riferimento per le politiche linguistiche europee. Il secondo capitolo è incentrato sull’analisi del concetto di dispositivo formativo, come nucleo centrale e concetto trainante nella valutazione della qualità dei processi di formazione in modalità ibrida o a distanza, ai fini di accrescere la consapevolezza sulle numerose componenti che si intersecano in forme di didattica più elaborata. L’attenzione sul processo e sull’articolazione dell’impianto nel suo insieme, il riconoscimento della didattica come dominio di straordinaria complessità (ma anche di grande somiglianza, affinità e riproduzione imitativa delle dinamiche relazionali della vita quotidiana) si uniscono ad una presa di distanza dal singolo applicativo o strumento, e dalle sue funzioni, in una prospettiva che sembra essere coerente e ben sposarsi con le istanze dell’eclettismo metodologico nella glottodidattica. Nei dispositivi ibridi è infatti la stessa correlazione fra le varie dimensioni o componenti, materiali o immateriali che siano, a costituire un unicum caratterizzante e a determinare la bontà e l’efficacia del sistema rispetto agli obiettivi, al ruolo e alla soddisfazione\ud
Riassunto – Cervini C.\ud
di formatori e studenti, alla risposta alle necessità organizzative. Si mette inoltre in evidenza come l’osservazione di alcuni contesti istituzionali europei affini a quelli italiani nelle proposte di apprendimento/insegnamento linguistico in autonomia (p.e.: Centro Linguistico dell’Università di Losanna e Service LANSAD dell’Univ. Stendhal di Grenoble 3) abbiano contribuito ad arricchire le riflessioni un processo in divenire di risemantizzazione della terminologia in uso (si pensi a ‘Centri di risorse linguistiche’, ‘Centri per l’apprendimento in autonomia’, ‘risorsa’, ‘dispositivo’, ‘tutor’, ‘piattaforma’, ecc.). Nel terzo capitolo si descrive come il concetto di distanza transazionale, e in particolare come la sua attenuazione, abbia costituito il cardine e il motore trainante del processo di trasformazione di un progetto pilota, coordinato dal Centro Linguistico di Ateneo dell’Università di Bologna agli inizi del 2000, e poi trasformatosi nel più recente progetto DALIA “Didattica per l’apprendimento delle lingue in autonomia”. Una riflessione approfondita sui processi e le modalità di tutoraggio, sul rapporto tra standardizzazione dei processi e personalizzazione/individualizzazione dell’apprendimento linguistico, sulla rilettura del concetto di centralità dell’apprendente e di autonomia costituiscono il quadro teorico alla base del processo di modificazione di alcune caratteristiche dell’offerta formativa, del contesto e del progetto. Nel capitolo quarto, preliminare e fortemente agganciato al capitolo quinto, si descrive come alcune metodologie della ricerca in educazione, in particolare quelle della ricerca-azione caratterizzate da un approccio dinamico e a spirale, legittimino e conferiscano autorevolezza a processi di cambiamento e trasformazione di tipo bottom-up portando ad un movimento circolare dei risultati, e a una trasferibilità degli stessi. Dopo un’argomentazione critica sui processi di monitoraggio nei modelli di didattica delle lingue in e-learning, nel capitolo quinto si descrivono le tappe di stesura del questionario AL.CI.MOD. “Apprendimento Linguistico, Caratteristiche individuali e modelli didattici”, somministrato a un campione di 73 studenti, le tipologie di quesiti proposti nelle sezioni “rappresentazioni della lingua straniera”, “orientamenti motivazionali”, “orientamenti autodiretti e strategie di apprendimento”, “quanto sono tecnologico”. Segue una descrizione dei principi che hanno guidato il lavoro di trasformazione e classificazione delle risposte aperte in dati misurabili statisticamente. Nel capitolo conclusivo, il sesto, si riportano le ipotesi di ricerca e i risultati ottenuti attraverso le analisi statistiche effettuate (descrittive, test della mediana e correlazioni di Pearson, Fisher e Spearman), argomentando i risultati ottenuti nelle diverse tappe dell’indagine, e interrogandosi su come questi possano orientarci verso una ulteriore riflessione e revisione di strumenti e modelli, spronandoci verso un ulteriore affrancamento dalle pratiche di tutoraggio e di supporto motivazionale e socio affettivo nelle didattiche in blended e full-distance.\ud
Riassunto – Cervini C.\ud
Allo stesso tempo, la valorizzazione dell’eclettismo metodologico e delle esperienze multimodali ci inducono ad affermare che una buona declinazione e interpretazione dell’e-learning debba configurarsi non solo come una soluzione tout court adottata per “collocare” e dare una risposta organizzativa a un numero sempre maggiore di studenti in emergenza formativa, ma anche come tappa integrante e costitutiva di un percorso di apprendimento linguistico che sia proficuo, bilanciato e che miri a valorizzare davvero le differenze e le caratteristiche individuali del discente, andando incontro alle politiche educative attuali in materia di LifeLong Learning e apprendimento linguistico.\ud
Nel tentativo di argomentare, problematizzare e prendere le distanze da forme di e-learning di tipo comportamentista, che si manifestano come è noto, ad esempio, nella somministrazione di esercizi strutturali di tipo autocorrettivo o in forme di autoapprendimento di tipo erogativo, si è rivelato di grande importanza tracciare alcune linee direttrici di ricerca e sviluppo che convergono verso approcci comunicativi e integrati: la rivisitazione dei concetti di libertà, di centralità e autonomia dell’apprendente, il riconoscimento del ruolo del tutor come figura competente ed autorevole nei modelli formativi ibridi o in autoapprendimento.\ud
La riduzione o compensazione della distanza transazionale e il ripensamento delle forme di scaffolding (supporto, mediazione, tutoraggio) rivolte agli studenti in preparazione alle prove di idoneità linguistica (con una imprescindibile conseguente riflessione sui concetti di autonomia e centralità dell’apprendente) si sono rivelati concetti capitali e trainanti per lo sviluppo e il miglioramento dell’offerta formativa per la formazione linguistica in autoapprendimento o ibrida. Non esiste una vera centralità dell’apprendente senza l’apprendente stesso (“apprenant individu vivant”), e la sua identità nell’hic et nunc della situazione didattica e sociale. Ogni raffigurazione di centralità dell’apprendente e di sistema autonomizzante ci sembra parziale o troppo ambiziosa se non riportata e avvicinata alle specificità (o caratteristiche individuali) del soggetto, e alla situazione micro e macro in cui il soggetto entra in contatto con le altre componenti cardine del dispositivo.\ud
Il quadro sempre unico e in divenire che si crea nella combinazione fra tutte queste variabili, le trasformazioni del contesto di riferimento connaturate all’evolvere degli eventi, ci inducono a considerare il concetto di “centratura sull’apprendente” più come una volontà, un desiderio, una potenzialità, e non una condizione realmente attuabile, se non sul piano potenziale e di tensione ideale. Le molteplici possibilità di combinazione fra le variabili che compongono il dispositivo formativo implicherebbero infatti una continua modifica e un continuo adattamento delle proposte didattiche, e della relazione tra apprendente e formatore (nel ruolo di insegnante, facilitatore, mentore, ecc.).\ud
Riassunto – Cervini C.\ud
I risultati ottenuti attraverso la somministrazione del questionario AL.CI.MOD. in termini di collegamento tra alcuni fattori come l’orientamento motivazionale, le attitudini autonome e autodirette, la rappresentazione della lingua straniera e dell’apprendimento linguistico negli studenti in situazione di criticità o di successo, e negli studenti specialisti e non specialisti, conferma l’attenzione e l’importanza che sarebbe opportuno dedicare nella prassi didattica ai momenti di decondizionamento dalle esperienze pregresse negative, siano essi imputabili e collegati al reiterarsi di un insuccesso in contesti di valutazione sommativa standardizzata, siano essi dovuti a una mancanza di interesse e di motivazione verso gli argomenti e la materia oggetto di studio
Le guarigioni operate da S. Martino nella riscrittura poetica di Venanzio Fortunato.
Dalla fine del V secolo la Gallia merovingia fu oggetto di un’opera programmatica di evangelizzazione, che coinvolse in particolare le campagne e le popolazioni rurali, da parte delle gerarchie ecclesiastiche, le quali furono portatrici di nuovi valori, scontrandosi con credenze tradizionali improntate al paganesimo. Il modello proposto dalla Chiesa era il solo che rispondeva ad un criterio di giustezza, impersonando il bene comune, ed è all’interno di questo contesto che nel secolo si caricò nuovamente di grande attualità la figura di Cristo medicus et medicamentum. Questa “medicina celeste” si manifestava mediante l’attività dei santi, presentati quale figura Christi, che operavano sia in vita sia post mortem mediante le reliquie e gli oggetti ad essi appartenuti, venerati dai fedeli .\ud
Tali pratiche andarono a sostituirsi gradatamente alle guarigioni di cui beneficiarono in precedenza gli abitanti della Gallia per mezzo dei santuari, cosiddetti “sanctuaires de l’eaux”, e dell’attività medica tradizionale di impronta pagana; è in questo quadro che si inserisce appunto l’azione taumaturgica dei santi .\ud
Contemporaneamente i protagonisti dello scenario politico in Gallia, ossia i reali della dinastia merovingia, vennero man mano definendo i propri santi patroni, in accordo con le autorità episcopali, e coltivarono soprattutto uno stretto legame con il culto di S. Martino. Il culto del santo, sviluppatosi nella I parte del V secolo, sarà accresciuto dall’azione combinata dell’alto clero, dei pellegrini, dell’attività artistica e letteraria e della componente politica dell’epoca. È tuttavia nel VI secolo, grazie all’attività del vescovo Perpetuo di Tours (459-488/9), che sarà dato un forte impulso alla diffusione del culto martiniano. Successivamente i vescovi Eufronio e Gregorio proseguirono tale iniziativa, facendo di Tours una delle più importanti destinazioni dei pellegrinaggi in Occidente .\ud
In particolare Gregorio si dedicò alla raccolta dei miracoli martiniani, applicandosi alla medesima dal 573 al 591, dando vita al De uirtutibus Sancti Martini. Nel prologo del I libro, il vescovo presenta quali suoi antecessori Sulpicio Severo, Paolino di Périgueux e Venanzio Fortunato , che dalla morte del santo (397) agli ultimi decenni del VI secolo, contribuirono dapprima a difendere le gesta del santo (Severo) ed in seguito, mediante la versificazione del testo sulpiciano (Paolino e Venanzio), a diffonderne il culto in tutta l’Europa. \ud
Il canone costituito dalle opere degli autori testé citati esercitò una notevole influenza sull’ideologia politica e religiosa della Gallia Merovingia: i contemporanei di Fortunato e di Gregorio erano concordi nel riconoscere in S. Martino il modello per eccellenza della santità cristiana. \ud
Come accennato, uno degli aspetti principali dell’agiografia dell’epoca, fu l’intento di celebrare le virtù miracolose dei santi, fra cui spiccano per importanza i poteri taumaturgici. \ud
Ed è proprio S. Martino il primo santo guaritore della Gallia, il quale apportò un notevole contributo alla conversione degli abitanti della regione . \ud
L’intento di porre in rilievo le virtù guaritrici di Martino è maggiormente evidente nella stesura biografica più tarda delle tre menzionate, ossia quella di Fortunato databile alla metà circa del terzultimo decennio del VI secolo, e nella raccolta redatta da Gregorio di Tours. \ud
Le credenze ed i rituali connesse all’attività dei santi ed ai loro santuari post mortem ebbero pertanto un notevole successo e furono la risposta ai bisogni dei fedeli malati, ai quali la medicina tradizionale ancorata al paganesimo e le pratiche dei medici di età merovingia, non riuscivano a dare conforto .\ud
È in un contesto simile dunque che si inserisce l’opera oggetto di questa trattazione, la Vita Martini di Venanzio Fortunato. \ud
Di questo poema parafrastico sono commentati alcuni excerpta, costituiti appunto dai miracoli di guarigione operati dal santo: la guarigione della fanciulla paralitica di Treviri (Mart. 1, 366-428), il risanamento del lebbroso (Mart. 1, 487-513), la guarigione della figlia di Arborio (Mart. 2, 19-37), cui seguono il risanamento di Paolino e, quale intermezzo, la guarigione di cui fu protagonista Martino stesso per mano di un angelo (Mart. 2, 38-57), quindi il risanamento di Evanzio e dello schiavo morso da un serpente (Mart. 3, 74-120) . \ud
Lo studio del testo, condotto ad uerbum a livello stilistico-formale, lessicale e metrico, ha consentito di istituire confronti intratestuali e di mettere in evidenza le strutture narrative ricorrenti, quali l’iterazione di alcuni atteggiamenti del santo e le diverse modalità con cui questi opera le guarigioni, e non di meno i procedimenti stilistici di volta in volta adottati dal poeta. \ud
Sono stati messi in luce nel corso della trattazione alcuni espedienti retorici ed alcune tecniche compositive, quali la Ringkomposition e l’inclinazione alla ridondanza, che contraddistinguono la narrazione di diversi episodi e che sono impiegati dal poeta con la finalità di esaltare i poteri taumaturgici di Martino. Anche la marcata elaborazione formale e la ricercatezza nello stile che caratterizzano i suoi versi hanno lo scopo di lodare il santo.\ud
Dal punto di vista lessicale, occorre porre in evidenza la compresenza nel testo di termini tecnici tratti del linguaggio medico, talvolta rinvenuti nell’ipotesto e talaltra propri della parafrasi venanziana, e di espressioni poetiche altamente allusive. Fortemente metaforiche le immagini mediante le quali il poeta rappresenta i corpi dei personaggi guariti riportati alla salvezza, come quella architettonica e quella relativa all’ambito della rappresentazione grafica. \ud
Costante è stato il raffronto con l’ipotesto prosastico di Sulpicio Severo e con la versione parafrastica di Paolino di Périgueux; tale confronto ha permesso di mettere ulteriormente in rilievo gli intenti specifici dell’opera fortunaziana, individuando gli episodi cui il poeta conferisce maggiore importanza.\ud
Indispensabile altresì l’indagine intertestuale intesa ad accertare i rapporti intercorrenti tra i versi fortunaziani e quelli degli Auctores classici e cristiani, “memorizzati” dal Nostro, nonché i rimandi ai Testi Sacri, vetero e neotestamentari, spesso creazione originale di Fortunato. Il dialogo del testo di Venanzio con i modelli classici mostra che le citazioni non rimangono fine a se stesse, ma sono volte all’evidenziazione di alcuni elementi, manifestando l’intento emulativo di tali riprese.\ud
Per quanto concerne le allusioni ai testi cristiani, occorre accennare al fatto che in particolare i richiami ai Vangeli ed alle parafrasi bibliche sono da ricondurre alla volontà di presentare il santo quale figura Christi.\ud
Dall’analisi svolta su vari livelli e dal commento approntato emerge marcatamente l’interesse del poeta per un tema, quello dei risanamenti miracolosi, molto sentito dai lettori dell’epoca e che rientra nel progetto del vescovo Gregorio, amico e protettore di Fortunato, il cui scopo precipuo era quello di rafforzare ulteriormente il culto di Martino, sottolineandone in special modo, i miracoli operati a vantaggio dei fedeli per la salvezza del corpo e dello spirito.\u
L'educazione letteraria nella classe plurilingue-pluriculturale attraverso la letteratura della migrazione in italiano: una ricerca-opzione per l'educazione interculturale.
La presente ricerca nasce da interessi professionali e scientifici radicati nella prassi dell'insegnamento dell'italiano nella scuola secondaria di I grado.\ud
In considerazione del mutamento sociale che, negli ultimi decenni, ha reso il pubblico scolastico sempre più plurale dal punto di vista linguistico e culturale e del fatto che l'italiano costituisce da tempo per molti apprendenti una lingua seconda, tenendo altresì conto della cultura della scuola italiana nella quale l'educazione letteraria ha un significativo radicamento, nell'ambito di questo studio si è definito un approccio al testo letterario mirante all'ibridazione delle metodologie didattiche nate dagli studi di matrice letteraria con concetti, strategie, approcci sviluppati nell'ambito della didattica delle lingue e culture straniere. \ud
Il percorso didattico qui definito, fondato sulla 'letteratura della migrazione' in italiano, va dunque a delineare un approccio al testo letterario che mutua e reinterpreta concetti e nozioni teoriche definiti in particolare nell’ambito delle teorie relative alla competenza comunicativa interculturale (Byram, 1997 e Lussier, 2007) e, attraverso la sollecitazione della riflessione e del decentramento (Bredella, 2000), ha come finalità globale lo sviluppo di una visione dinamica e non stereotipata dei soggetti che vivono la mobilità e la migrazione nonché delle questioni connesse all'integrazione e all'apprendimento linguistico nel paese di accoglienza, nella prospettiva di un’educazione che risponda alle esigenze di convivenza con la pluralità linguistica e culturale che caratterizzano i contesti sociali ed educativi contemporanei, a livello tanto locale quanto nazionale, europeo, globale. \ud
Attraverso una metodologia di ricerca-azione e per mezzo di strumenti e metodi di raccolta e analisi dei dati propri delle scienze sociali e delle scienze dell’educazione, ci si è proposti dunque una duplice finalità: da un lato, la sperimentazione, in due terreni d'indagine, di un percorso didattico fondato su testi della ‘letteratura della migrazione’, dall’altro, l’utilizzo dei dati raccolti in itinere per cogliere gli esiti delle attività svolte in relazione alle rappresentazioni degli apprendenti sulle lingue e le culture e i soggetti e i gruppi sociali portatori di ‘diversità’ linguistica e culturale. \ud
Le domande d'indagine che hanno guidato il presente lavoro sono le seguenti: \ud
1. Quali rappresentazioni sulle lingue e l’apprendimento linguistico nella mobilità e la migrazione emergono dai testi creativi redatti dagli alunni?\ud
E’ possibile rintracciare in scritti successivi un’evoluzione di tali rappresentazioni? \ud
2. Quali tra le attività realizzate hanno contribuito maggiormente a rendere più articolate le rappresentazioni e le riflessioni sugli incontri e le relazioni sociali tra soggetti dalle appartenenze linguistiche e culturali plurali? \ud
Dagli esiti della ricerca empirica, è emersa da un lato una complessificazione delle rappresentazioni degli apprendenti sulla mobilità, la migrazione, i processi di integrazione, dall'altro la proficuità di attività miranti allo sviluppo di una 'sensibilità culturale' (Lussier, 2007), al decentramento e alla valorizzazione delle lingue-culture occultate in quanto minoritarie.\ud
Appare pertanto plausibile concludere che i processi di sintonizzazione affettiva innescati dalle attività svolte a partire dai testi letterari abbiano contribuito allo sviluppo di atteggiamenti empatici verso i personaggi dei racconti e con essi anche un incremento del grado di implicazione degli apprendenti in relazione alle lingue e all’apprendimento linguistico nella mobilità e nella migrazione. \ud
A seguito del confronto con i dati di terreno, è stato dunque possibile ridefinire e precisare \ud
i criteri precedentemente ipotizzati per la selezione dei testi letterari e sono stati evidenziati i punti di forza e di debolezza dello studio svolto, sia in relazione alla metodologia della ricerca che di quella didattica.\ud
Infine, si è avanzata la proposta di un percorso di formazione per gli insegnanti di italiano che preveda aperture verso una pluralità di discipline, quali le scienze del linguaggio (sociolinguistica, psicolinguistica, linguistica acquisizionale etc.) e le scienze antropo-sociali (etnografia, antropologia culturale, antropologia dell'educazione, sociologia delle migrazioni, sociologia dell'educazione, psicologia sociale etc.). \ud
Infatti, ciò che appare non più procrastinabile è l’apertura ad un'interdisciplinarità negli approcci didattici che apra le porte ad un pluriculturalismo diffuso e consideri l’appartenenza della 'nostra' cultura e della 'nostra' letteratura a un sistema più vasto, non più o almeno non solo italo- o eurocentrico, ma transculturale (Lussier, 2007; Gnisci, Cipollari, 2012), ovvero che consideri la tradizione italiana come appartenente a una rete culturale ampia e in continua evoluzione