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Regional public measures in support of internationalization’s processes of enterprises
L’internazionalizzazione del Sistema produttivo italiano è fenomeno intenso e differenziato.\ud
L’impresa si apre sempre piu' all’estero per guadagnare il successo o rafforzare l’eventuale vantaggio ottenuto.\ud
L’impresa piu' strutturata dispone di mezzi interni adeguati o è in grado di acquistare sul mercato servizi a supporto; quella di dimensione minore deve invece superare\ud
maggiori barriere legate alla carenza interna di risorse finanziarie, umane, strategiche ed organizzative.\ud
Obiettivo di ogni buona politica pubblica per l’internazionalizzazione deve essere allora quello di accompagnare l’impresa, soprattutto PMI, nel percorso di apertura sull’estero, non limitando gli interventi alla semplice predisposizione del contributo economico, ma cercando anche di stimolare ed incentivare progetti internazionali consapevoli ed adeguati ai mercati target.\ud
E’ intorno a questi argomenti che si sviluppa il percorso di analisi e riflessione all’interno del presente lavoro, che ha come campo di indagine il Sistema pubblico italiano di sostegno all’internazionalizzazione - nello specifico, quello regionale con focus particolare sui sei Amministrazioni a significativa apertura sull’estero -, la\ud
tipologia di politiche e strumenti disponibili, le aziende fruitrici dei contributi (e' analizzato un campione di oltre tre mila imprese), le loro caratteristiche strutturali, le destinazioni delle loro iniziative sull’estero, il livello di specializzazione delle\ud
imprese sui mercati mèta e la misurazione di alcuni dati economici di ciascuna delle imprese coinvolte nei processi considerati, a distanza di uno o due anni dall’ottenimento del contributo, allo scopo di analizzare eventuali variazioni e misurarle.\ud
Dall’analisi, in particolare, si evince il ruolo rilevante delle Regioni nel sostegno all’internazionalizzazione delle imprese, la varietà degli strumenti pubblici approntati\ud
e si evidenziano sia le caratteristiche strutturali delle imprese beneficiarie di incentivi regionali – piccole, associate in raggruppamento o consorzio, manifatturiere, con una eta' media di 23 anni, l'84% del totale con un fatturato compreso tra 0 e 10 milioni di Euro -, sia le variazioni relative ai fatturati trascorsi uno o due anni dall’erogazione del beneficio, che evidenziano una crescita per molte delle imprese studiate, sia le destinazioni delle iniziative, con Cina, Russia, Germania e Stati Uniti fra i primi quattro mercati scelti.\ud
Il lavoro contribuisce al progresso delle conoscenze in tema di internazionalizzazione delle imprese, arricchendo in particolare il filone di ricerca sulle politiche regionali in materia e non limitandosi a fornire un semplice quadro degli Attori coinvolti e delle\ud
politiche realizzate, ma riflettendo, alla luce dei dati e delle informazioni elaborate, su quelle che dovrebbero essere le possibili aree di cambiamento del Sistema pubblico\ud
di sostegno e la direzione verso cui dovrebbero confluire le strategie di azione delle imprese.\ud
Le implicazioni dello studio potranno orientare i policy maker nella progettazione e nell’esecuzione di ulteriori azioni a supporto dell’internazionalizzazione, assicurare\ud
alle imprese un quadro ampio ed articolato del fenomeno, fornire allo studioso spunti per ulteriori ricerche, allargando il campo di indagine, ad esempio, ad altre Regioni, ad altre tipologie di intervento, ad altre imprese, ad altre caratteristiche strutturali delle imprese campionate\ud
\ud
The internationalization of the Italian productive system is an intense and differentiated phenomenon.\ud
The company opens itself more and more to foreign markets to achieve success or reinforce any benefit obtained.\ud
More structured companies have adequate internal means or can buy support services on the market; smaller ones must overcome major barriers related to the lack of internal financial, human, strategic and organizational resources.\ud
Goal of every good public policy for the internationalization must be then to accompany the firm, especially SMEs, in the process of opening to foreign markets, not only with interventions of simple financial contribution, but also trying to stimulate and promote international projects, aware and appropriate to the target\ud
markets.\ud
And around these topics the process of analysis and reflection develop throughout this work, which has as its field of investigation the Italian public system of support\ud
to the internationalization - specifically, the regional one with a particular focus on six regional administrations to significant foreign opening statistics - the type of\ud
policies and instruments available, companies that exploit the contributions (a sample of over three thousand companies is analized), their structural characteristics, the destinations of their initiatives statistics, the level of specialization of companies on target markets and the measurement of some economic data of each of the companies\ud
involved in the processes considered, after one or two years from the year of the contribution, in order to analyze changes and measure them.\ud
From the analysis, in particular, it emerges the important role of the regions in supporting the internationalization of enterprises and the variety of public instruments. This study will highlight both the structural characteristics of the firms recipient of regional incentives - small, associated in group or consortium, manufacturing, with a mean age of 23 years, 84% of the total with a turnover of\ud
between 0 and 10 million - and the changes relating to turnovers after one or two years have elapsed since the benefit, which show an increase for the most part of the\ud
enterprises studied and the destinations of the initiatives, with China, Russia, Germany and the United States among the first four selected markets.\ud
The work contributes to the advancement of knowledge in the field of internationalization of enterprises, enhancing in particular the research on regional policies and not merely providing a simple framework of Actors involved and of their\ud
policies, but reflecting in the light of the data and of information processed, on what should be the possible areas of change in the system of public support and the\ud
direction which action entreprises' action strategies should flow into.\ud
The implications of the study will guide policy makers in the design and execution of further actions to support internationalization, provide businesses with an extensive\ud
and detailed overview of the phenomenon, provide scholars with ideas for further research, broaden the scope of investigation, such as other regions, other types of\ud
interventio
Nanocrystals: an Innovative Strategy to Improve Bioavailability of Poor Water Soluble Drugs
I Pacta Conventa nella storia e nella tradizione giuridica e politica croato-ungherese.
I Pacta Conventa, ampiamente conosciuti e studiati dalla storiografia croato – ungherese, rappresentano un’importante testimonianza documentale di come i due paesi siano entrati in un’unione nel 1102, che durerà fino a 1918. Gran parte di questi studi, tuttavia, hanno il limite di presentarsi come letture in chiave ‘nazionalistica’ del testo diplomatico e si concentrano a raccogliere prove sulla veridicità o meno del documento. Scopo di questo lavoro invece, è studiare i concetti giuridici contenuti nei Pacta Conventa, ricostruendo la situazione politica-istituzionale a cui appartengono. Cercare, dunque, di contestualizzarlo nel tempo, precisamente nel Medioevo centrale, preirneriano e proto feudale, nonché nel territorio, ovvero in Europa, centrale e balcanica, slava e magiara. Si mette in evidenza che l’esperienza giuridica croata di questo periodo è basata su un diritto fondamentalmente non scritto e misto di influenze ove i Pacta occupano un ruolo importantissimo.\ud
La prima parte del lavoro, dopo aver analizzato le principali teorie storiografiche, ricostruisce l’ambiente storico, politico ma soprattutto istituzionale dei regnum croato e ungherese. \ud
La parte centrale del lavoro (seconda) è dedicata all’analisi dei concetti giuridici come, quelli facenti parte della risoluzione dei conflitti nonché gli iura imperia (privilegium, homagium, fiscus e servitium). \ud
Infine, la terza e ultima parte, intitolata Oltre i Pacta Conventa, è un’analisi comparatistica di altri privilegi (dalmati – i privilegi del tipo di Traù- ed europei) riconducibili in qualche modo al documento di nostro interesse. \u
Il ruolo dell'esperienza e dell'educazione estetica nella pedagogia fenomenologica: prospettive di ricerca per educare alla complessità.
Il presente lavoro di tesi si propone di indagare il possibile contributo che un’educazione che possa dirsi estetica, incentrata su una concezione dell’esperienza estetica fenomenologicamente orientata, può offrire sia alla pedagogia fenomenologica sia all’educazione tout court nell’era della complessità.\ud
Per la realizzazione del progetto di ricerca sono stati impiegati metodi di natura qualitativa. Nello specifico, le metodologie utilizzate inizialmente al fine di vagliare la letteratura scientifica esistente in materia sono di tipo euristico-ermeneutico. In particolare, tramite esse si è indagata l’eventualità del rapporto tra pedagogia ed estetica, a muovere dal concetto di esperienza, individuando così punti di contatto e reciproco arricchimento tra la teoria dell’arte e la teoria dell’educazione utili ad illustrare e legittimare alcune dimensioni d'interazione che facilitano il divenire educativo nell'età della complessità. Una volta fondate le basi dal punto di vista epistemologico, usufruendo di fonti relative a studi prevalentemente estetici e filosofici, oltre che pedagogici, perlopiù ad indirizzo fenomenologico, la ricerca si è addentrata con una crescente gradualità, per mezzo di metodologie critico-argomentative, nell’ambito più strettamente educativo, perimetrando più da vicino i confini della didattica estetica laboratoriale, analizzata mediante i classici criteri di critica pedagogica. \ud
In questo senso, dopo aver analizzato il concetto di esperienza estetica “a partire da J. Dewey”, l’enfasi posta sulle reazioni organiche in sede di fruizione estetica ha consentito un collegamento con il ruolo del corpo in educazione. Tali aspetti sono stati confermati da alcuni studi di natura fisiologica sull’esperienza estetica, chiamando in causa lo stesso F. Schiller, che sin dallo scritto Grazia e Dignità era interessato alla retorica e al potere espressivo del corpo.\ud
Sul valore del linguaggio estetico come linguaggio pedagogico, e dunque sui concetti di esempio e di testimonianza offerti dal corpo dell’educatore si è soffermato P. Bertolini, ma lo stesso interesse si ritrova anche in alcune ricerche che hanno tentato di interpretare in un’ottica decostruzionista il pensiero di I. Kant e Schiller. Così si è potuto delineare un concetto di educazione estetica che consiste nella possibilità per l’educando di sviluppare la propria autonomia di giudizio, seguendo il modello riflessivo offerto dall’insegnante, che entra in scena con tutta la propria corporeità, e soprattutto con la forza retorica della voce, sfruttando una sorta di empatia per così dire asimmetrica, dissonante e dunque “ironica”. Si parla, quindi, di “voci del corpo” e la corporeità costituisce la “dimensione estetica della paideia”, con la possibilità di applicare in sede didattica una metodologia narrativa che si serve di biografie e di autobiografie. Inoltre, considerando l’epoché dal punto di vista pedagogico come un processo di autochiarificazione verso i propri vissuti, si è dimostrato come la metodologia narrativa possa coniugare fenomenologia e pedagogia dal lato dell’educazione estetica, in quanto è la stessa dimensione estetica dell’esperienza ad avere un’essenza narrativa. Concentrare l’educazione estetica sull’impatto visivo dell’insegnante ha consentito di introdurre la tematica dei neuroni specchio, che tramite la neuroestetica si riallaccia persino ai recenti studi sulla didattica. \ud
La stretta somiglianza tra vedere estetico e vedere fenomenologico permette di considerare l’epoché uno sguardo che educa, e del resto è la stessa età della complessità ad essere stata definita l’età della visibilità, di cui l’arte contemporanea sembra offrirne una valida rappresentazione, poiché utilizza le moderne tecnologie e, a partire dalle avanguardie, si è concentrata sugli idoli della società consumistica, mettendo in scena la progressiva standardizzazione della società. L’educazione estetica consiste, allora, nel far comprendere quanto del proprio giudizio sia autentico oppure indotto dalle mode, rafforzando negli educandi quel “sé selettivo forte”, come lo definisce A. Nanni, che sembra possa essere educato proprio “lavorando” nell’area relazionale come sostiene E. Fraunfelder. Non a caso l’estetica relazionale di N. Bourriaud parla, infatti, della capacità dell’arte contemporanea di creare delle zone di prossimità, di far in modo che lo spettatore completi l’opera d’arte partecipandone attivamente con tutta la propria corporeità, realizzando nella pratica il concetto deweyano di “arte come esperienza”. \ud
Non solo “tutte le arti tendono alla performance”, ma oggi si parla anche di didattica come di una “tecnologia della performance” o “tecnologia dello sguardo”, sfruttando le ricerche sull’enazione e sul costruttivismo. Interessante allora parlare con Damiano di una “didattica seduttiva”, proprio nell’età della seduzione, come direbbe J. Baudrillard, o del disincanto, come l’ha definita F. Cambi, in cui a seguito delle tecnologie multimediali, il soggetto sembra subire una progressiva perdita di esperienza, un fenomeno a cui si sta assistendo anche in ambito didattico, dove quella che può essere definita una democrazia dell’informazione, rischia di annullare la distanza esperienziale tra maestro e allievo. Se a proposito di mimesi si era parlato di esemplarità, sembra quanto mai utile riflettere su una didattica che si avvalga proprio della dimensione affettiva nascosta nel corpo del docente, colui che, attraverso la mediazione, dovrebbe costruire la conoscenza dell’allievo ed essere solo a quel punto definito un “maestro”, mantenendo così la propria autorità anche in contesti didattici che privilegiano l’autonomia e il ruolo attivo dell’educando. Quel pathos-estetico che sembra oggi costruire comunità effimere, come sostiene Z. Bauman, potrebbe allora essere sfruttato in ambito didattico proprio dall’insegnante per infondere valori eticamente validi, favorendo così il passaggio dall’idolo all’icona, perché mentre l’idolo cattura lo sguardo, l’icona permette di accentuarne il potere di trascendenza. \ud
L’Art education può, allora, costituire un valido alleato della Media education, sperimentabile proprio attraverso un’impostazione di natura ermeneutica da applicare persino alle moderne tecnologie, nell’ambito del contesto laboratoriale, dove, però, il docente, attraverso il proprio stile educativo, come sostiene R. Albarea, e dunque con il potere educativo della mimesi, dovrebbe far sì che la formazione possa ancora definirsi tale, e non ridursi alla mera informazione.\u
Le comunità familiari ed educative: fondamenti pedagogici e modelli applicati.
Il contributo di ricerca qui depositato si identifica in una analisi delle comunità alla luce dei principi pedagogici educativi, sul versante della epistemologia delle professioni e su quello socio-educativo della rete dei servizi educativi alla persona in un sistema di welfare nell’ambito del sostegno, prevenzione, sussidiarietà, sostegno delle responsabilità familiari. \ud
La prima parte del lavoro è dedicata all’inquadramento del contesto della ricerca prendendo le mosse dalle ipotesi di partenza sulla attribuzione alle comunità di una connotazione di spazio educativo per poi definire e disegnare gli scenari indagati e i soggetti coinvolti.\ud
Si è definito, infatti, un campione di comunità educative e familiari del territorio più prossimo, esemplificativo della realtà esistente intorno al versante delle comunità.\ud
Nella seconda parte è stata posta l’enfasi sulla dimensione educativa, rintracciando, con l’uso di vari strumenti di indagine, quegli elementi fondamentali che fanno sì che la comunità realizzino un servizio per i minori, per le famiglie e per tutti i protagonisti delle relazioni educative.\ud
Nell’ultima parte si è dato spazio alla costruzione di un sistema di qualità del servizio comunitario che, nell’ambito della valutazione servizi alla persona e della diagnostica valutativa, analizza i fattori emersi dalle indagini, dalla somministrazione di questionari e da altri strumenti di rilevazione, che incidono maggiormente e che caratterizzano le comunità stesse. \ud
IL CONTESTO DELLA RICERCA \ud
La ricerca è stata volta a indagare le specificità dei modelli delle comunità familiari e di quelle educative, per rintracciarne gli elementi distintivi. \ud
A garanzia di un maggiore rigore nello sviluppo della ricerca e nella sistematizzazione concettuale, sono stati tracciati alcuni scenari o piste di lavoro che hanno guidato il percorso della ricerca.\ud
• SCENARIO PEDAGOGICO\ud
• SCENARIO STORICO\ud
• SCENARIO METODOLOGICO\ud
• SCENARIO OPERATIVO\ud
\ud
Nella tavola 1 sono elencate le comunità del campione esplorate e la loro localizzazione territoriale:\ud
COMUNITA’ LOCALITA’\ud
COMUNITÀ FAMILIARE “LA STELLA” MACERATA\ud
COMUNITA’ FAMILIARE “LA GOCCIA” MACERATA\ud
COMUNITÀ EDUCATIVE DELL’ASSOCIAZIONE PIOMBINI SENSINI MACERATA\ud
COMUNITA’ EDUCATIVA “SAN GIULIANO” MACERATA\ud
COMUNITA’ FAMILIARE “BEATO GIOVANNI DELLA VERNA” CORRIDONIA (MC)\ud
\ud
COMUNITA’ EDUCATIVA PER MINORI “CAMPOROTONDO” CAMPOROTONDO (MC)\ud
COMUNITA’ EDUCATIVA “MONDO MINORE” CAPODARCO DI FERMO (FM)\ud
COMUNITA’ EDUCATIVA “ICARO” -\ud
COOPERATIVA SOCIALE PARS CIVITANOVA MARCHE (MC)\ud
COMUNITA’ EDUCATIVA “ASSOCIAZIONE SCUOLA DI DISCUSSIONE” CORRIDONIA (MC)\ud
COMUNITA’ EDUCATIVA “IL GAMBERO” e “LA GEMMA” PIORACO (MC)\ud
COMUNITA’ EDUCATIVA “FIGLIE DELL’ADDOLORATA” PORTO POTENZA PICENA (MC)\ud
COMUNITA’ EDUCATIVA PER MINORI “L’ALVEARE” POTENZA PICENA (MC)\ud
COMUNITA’ EDUCATIVA “LA CASA SUL COLLE” TOLENTINO (MC)\ud
Tav. 1 Le comunità\ud
Le interviste ai responsabili delle comunità\ud
Sula base delle conoscenze possedute riguardo all’organizzazione delle comunità, è stata costruita una intervista che rappresenta una traccia per l’incontro con i responsabili della comunità. Di conseguenza, non è stata seguita in modo ordinato la sequenza delle domande e, in alcuni casi, sono state date risposte indirette ad alcune domande e comprensive di altre.\ud
La tavola contiene le domande – guida utilizzate per l’intervistaQuanti ragazzi possono essere accolti nella comunità?\ud
1. Attualmente quanti ne accoglie? \ud
2. A quale fascia di età appartengono?\ud
3. Chi stabilisce le modalità dell’affido e la destinazione nella comunità?\ud
4. Per quanto tempo viene accolto un ragazzo nella comunità?\ud
5. Quanti e quali operatori agiscono?\ud
6. Quali ruoli ricoprono?\ud
7. Quali sono le finalità che si intende perseguire?\ud
8. In quali forme e con quali modalità si realizza l’accoglienza?\ud
9. Come si svolge una giornata tipo nella comunità?\ud
10. Quali reazioni si instaurano tra i componenti della comunità?\ud
11. Quali relazioni con il territorio?\ud
12. Quali elementi di continuità educativa con la scuola, la famiglia, i servizi sociali,…?\ud
13. Qual è il ruolo dell’equipe di consulenza o supporto ….?\ud
14. Quali progetti si promuovono e per quali scopi?\ud
15. Quali risorse economiche sostengono la comunità?\ud
16. Quale sostegno all’educazione?\ud
17. Con quali modalità si realizza la formazione del personale?\ud
18. Dopo l’affido quale destinazione per il ragazzo?\ud
19. E’ possibile accompagnare il suo successivo percorso? In quale modo?\ud
20. Esiste una rete di collaborazione, confronto, sostegno?\ud
\ud
LA QUALITA’ DEL SERVIZIO NELLE COMUNITA’\ud
Riprendendo in considerazione gli elementi rilevati, questi costituiscono degli indicatori su cui lavorare sul piano di valutazione di qualità del servizio e nell’ottica del miglioramento dello stesso. Nella Tavola si riassumono gli elementi estrapolati dal focus group:\ud
STILE PUNTI DI FORZA CRITICITA’\ud
Complessità organizzativa della comunità.\ud
Somiglianze con il modello familiare.\ud
Raccordo con stile familiare.\ud
Raccordo con stili genitoriali di ogni singolo ospite.\ud
Necessità di formazione degli operatori.\ud
Necessità di corroborare il lavoro dell’equipe.\ud
Ruolo della supervisione. Consapevolezza della rilevanza di un progetto educativo realizzato dalle comunità.\ud
Notevole responsabilità educativa.\ud
Riflessione sulla opportunità dell’accoglienza.\ud
Relazione di aiuto e servizio alla persona.\ud
Intervento globale sulla persona, sulle famiglie, sul territorio. Difficile rapporto autorità/autorevolezza.\ud
Difficoltà nella continuità degli interventi.\ud
Difficoltà nel raccordo con i servizi sociali.\ud
Necessità di risorse umane e materiali.\ud
Rischio del burnout degli operatori.\ud
\ud
I fattori della qualità del servizio\ud
Si è avviata una indagine sulla qualità del servizio offerto dalle comunità raccogliendo gli elementi - chiave in una lista di fattori secondo un criterio classificatorio che li raggruppa in indicatori di:\ud
- Struttura/organizzazione\ud
- Processi\ud
- Risultati\ud
- Soddisfazione\ud
La rilevazione della soddisfazione viene realizzata attraverso la somministrazione di un questionario agli utenti e agli attori coinvolti nei processi che riguardano il servizio delle comunità. Esso è costruito sulla base degli indicatori elencati,è suddiviso in dieci item che riprendono gli indicatori emersi nella ricerca. E’ uno strumento di rilevazione della soddisfazione degli utenti che richiede le risposte ai quesiti in base a una scala di soddisfazione che oscilla da 1 a 5 in cui:\ud
1 corrisponde a “Non soddisfatto” – 2 corrisponde a “Poco soddisfatto” – 3 corrisponde a “Sufficientemente soddisfatto” – 4 corrisponde a “Pienamente soddisfatto” – 5 corrisponde a “Molto soddisfatto”.\ud
Struttura del questionario:\ud
Indicare con la scala da 1 a 5 se è soddisfatto: 1 2 3 4 5\ud
ORGANIZZAZIONE - STRUTTURA\ud
1)Dell’organizzazione della comunità (struttura, ambienti, spazi). \ud
2)Della professionalità del personale che vi presta servizio (educatori, equipe, responsabili). \ud
3)Delle attività che si organizzano. \ud
PROCESSI EDUCATIVI\ud
4)Del progetto educativo individualizzato promosso dalla comunità. \ud
5)Degli interventi proposti in risposta ai bisogni educativi dei minori. \ud
6)Delle azioni promosse per garantire il raccordo con la famiglia e con il contesto sociale. \ud
RISULTATI\ud
7)Della continuità e sinergia degli interventi con le altre agenzie educative (scuola, gruppi sportivi, associazioni). \ud
8)Delle opportunità che si prospettano al minore al termine dell’accoglienza in comunità. \ud
SODDISFAZIONE GENERALE\ud
9)Delle modalità di accompagnamento e sostegno offerto ai ragazzi in uscita dalla comunità. \ud
10)Della qualità del servizio offerto dalla comunità rispetto alle aspettative e alle richieste espresse. \u
Sistemi di dominio e libertà di comunicare: un percorso di teoria critica della stampa a partire da Michel Foucault, Niklas Luhmann e Jürgen Habermas.
Questo lavoro è nato sotto il segno di una sfida: far vivere la filosofia nella stampa. Più volte nel testo utilizzerò il corsivo di questa preposizione articolata per indicare un modo specifico di fare esperienza che avvicina il reale senza la pretesa di trattarlo come un oggetto a propria disposizione; questo avviene ogniqualvolta la vita di una persona passa attraverso una (nella) mediazione che condiziona ed orienta il suo comportamento in un modo che sfugge al suo controllo intenzionale. Tale mediazione, questo è il nucleo del teorico del lavoro, può essere sistemica e disumanizzante ma anche critica e liberante. \ud
Non tenterò di usare la stampa per fare filosofia. Non cercherò neppure di applicare qualche categoria filosofica alla stampa per dire che cosa essa sia o che cosa dovrebbe fare. Quello che tenterò di realizzare è un’esperienza, nel senso più profondo, radicale e trasformante del termine, tra un modo di pensare filosofico e un modo di comunicare nella società. Il primo si dispiega attraverso la difficoltà di realizzare una teoria critica integrata. Il secondo è il modo di comunicare nella società incarnato dall’essere un giornalista. Una teoria filosofica che è anche una pratica, un’esperienza e un atteggiamento, e una prassi sociale – quella di fare esperienza del mondo per raccontarlo e condividerlo con altri - che può essere anche una riflessione autocritica.\ud
La teoria con cui ho cercato di avvicinare l'essere giornalista è conscia della complessità sociale e non può pretendere di comprendere il mondo a partire da un singolo punto di vista. Essa cerca di attraversarlo integrando differenti metodologie, dialogando con diverse discipline scientifiche, principalmente sociologia e psicologia, in modo da far interagire molteplici prospettive intorno ad un campo di indagine mobile e discontinuo. In questo terreno la pratica filosofica è costretta a riadattarsi continuamente intorno a ciò con cui condivide la ricerca della verità. Non è né un adeguamento dell’osservatore all’osservato, né una corrispondenza dell’osservato con l’osservatore, né una costruzione dell’osservato ad opera dell’osservatore, né una costruzione dell’osservato da parte di più osservatori che partecipano ad un confronto argomentato; è un dialogo esperienziale che implica una continua trasformazione dei partecipanti, orientati alla ricerca delle migliori condizioni per ascoltare, senza ridurre la complessità del mondo ed esprimere, senza costruire, ciò che non può essere espresso: l’invisibile e l’inascoltabile che anima ogni relazione umana e sociale. Dietro quel “nel”, allora, c’è anche un metodo d’indagine radicalmente dialogico e non violento, capace di prendersi cura della verità del reale con il coraggio di riconoscere, tutelare e difendere, senza reificare, le sue sfumature più sfuggenti, insondabili, non concettualizzabili, senza forma, perturbanti; una danza di concetti intorno ad una vita in movimento per la quale si nutre profondo rispetto, che ci interpella a partire dal suo essere indisponibile, non identificabile, inappropriabile, non costruibile, “improduttiva”. Una danza in cui pensiero, linguaggio e azione, accompagnando l’emancipazione sociale, creano le basi della resistenza e del conflitto contro chi pensa la vita senza amarla: in questi termini parlerei di esperienza della verità sociale. Essa, pertanto, più che un fine a cui tendere, sarà vissuta come un incontro animato dall'indisponibilità della vita sociale ad essere trattata come un oggetto, una proprietà, un possesso o un ambiente da costruire. La complessità del mondo sociale e l'enorme difficoltà di interpretarlo sono un appello lanciato alla razionalità – intesa come un certo modo di correlare pensiero, linguaggio e azione – affinché crei le condizioni per prendersene cura; esse non sono né un dato di fatto con il quale essere costretti a fare i conti tecnicamente, né l'effettività immobilizzante ed inconoscibile da ridurre, semplificare o costruire per sopravvivere, autoconservarsi o autoriprodursi. La complessità che avvolge la vita sociale è un'eco da interpretare. \ud
Qual è la vita con la quale la teoria critica condivide l'esperienza della verità sociale? Tra le molte risposte possibili, la strada intrapresa in questo lavoro desidera avvicinare l’essere giornalisti al tempo della rivoluzione informazionale della comunicazione e, quindi, della società, della politica, dell'economia, della sfera pubblica e delle relazioni sociali tra persone. \ud
Con rivoluzione informazionale della comunicazione intendo il processo sociale alla “luce” del quale la dimensione antropologica ed etica del senso viene esclusa dalla vita delle persone per essere inclusa come mera informazione all’interno di processi e strutture dominativi di natura sistemica. Per comunicare senso non è più necessario condividere un'esperienza ma è sufficiente valorizzare, trasmettere e scambiare un'informazione funzionale a sistemi dominativi di natura politica, economica e mediatica. Al centro di questa struttura sociale patologica fondata su modalità di comunicazione estranianti sarà considerata la figura del giornalista come funzione sistemica disposta a fornire prestazioni e come persona capace di resistere al dominio nel sistema oltre il sistema, mettendo a frutto il potere e la libertà di comunicare con altri la verità dell'alterità, ovvero la verità di un'esperienza con le molteplici sfumature dell'alterità libera da un dominio estraniante. Come è possibile un tale avvitamento del senso nell'informazione? A quali condizioni l'umanità viene internata nei sistemi sociali di dominio e con essa la libertà nell'ingiustizia? Il potere di comunicare può, senza scivolare nel dominio, liberare le relazioni umane ed istituzionali dalla diffusione sistemica del male? È libertà di comunicare quella in cui viene neutralizzata la verità della dignità, del bene comune e della Costituzione? Senza la pretesa di fornire risposte risolutive, queste ed altre saranno le questioni affrontate da una prospettiva critica integrata, intermetodologica e interdisciplinare, in particolare attraverso il contributo di Michel Foucault, Niklas Luhmann e Jürgen Habermas.\u
Cura del finito e felicità possibile. Un percorso attraverso sofferenza, desiderio e temporalità.
Il percorso di indagine mira a collocarsi sulla lunghezza d'onda di quelle che vengono chiamate “pratiche filosofiche”, consistenti in modalità di declinazione del filosofare che intendono farsi carico delle richieste di senso che circolano diffusamente nell'attuale orizzonte sociale; più esattamente, esse provano a fornire possibili risposte a tali richieste: risposte che non esauriscano le domande ma che le rendano perlomeno sostenibili. \ud
Nella tesi questo stile filosofico si concretizza in una lettura critica dell'oggi coniugata con uno sforzo teoretico mirante ad indicare buone pratiche di vita nel presente, ovvero modi di essere che possano rivelarsi capaci di far fiorire l'esistenza anche in un frangente storico che, sotto diversi profili, risulta “disumano”. In tale prospettiva, vengono indagate le condizioni esistenziali, oggi, di una felicità possibile; questa indagine ha la natura di un'analisi di carattere etico-antropologico rivolta a tre nuclei fondamentali dell'esperienza umana – la sofferenza, il desiderio e la temporalità. \ud
Nel primo capitolo si articolata l'ipotesi secondo cui la sofferenza – in particolare la tipologia di disagio depressivo attualmente in rapida espansione – non è necessariamente antitetica alla possibilità di conoscere la felicità, ma anzi la stringe ad essa un intimo legame, una comunicazione sotterranea che il testo prova a decifrare.\ud
Nel secondo capitolo viene tentata una lettura originale del desiderio, che il pensiero filosofico tradizionalmente considera come generantesi a partire dalla presunta mancanza ontologica dell'umano. Al contrario, vi si individua il positivo slancio vitale che sostiene l'agire, in tutte le sue forme, e che spetta al soggetto saper “misurare”, ossia legare saldamente agli scopi-valori in cui la sua umanità può compiersi.\ud
Nell'ultimo capitolo l'attenzione è rivolta alla modulazione temporale che pertiene alla costruzione della felicità. In special modo, ci si sofferma ad indagare due “ritmi” propri di tale processo: l'avvicendamento delle stagioni dell'esistenza, durante le quali matura la struttura identitaria della persona, e il corso dei giorni. \u
Structural and electrochemical investigations of Li-ion battery electrodes. \ud 1. Vanadium doping of LiFePO4 cathodes \ud 2. Aqueous binders for anatase TiO2 anodes \ud
The intense use of fossil fuels in the last two centuries is primarily responsible for global warming and severe environmental pollution. Moreover, the progressive depletion of the oil/gas resources and the strong dependence on foreign suppliers create national vulnerabilities. In this context, the development of renewable energy sources and the implementation of electric vehicles for transportation is becoming a worldwide imperative.\ud
Solar radiation, wind and waves are discontinuous energy sources, thus their use requires efficient energy storage devices to balance the supply with the demand. The most convenient way to store the energy is to convert it into chemical energy and, on demand, convert it back to electrical energy. This is exactly what batteries do. Batteries can also provide the portability of the stored energy and possess the ability to deliver the electricity with high efficiency and without gaseous emission. The development of batteries that can store sustainable energy with long term stability and have a very prolonged cycle life without environmental constraints is one of the main challenges of the 21st century. This is true also in the field of transportation where the use of electric vehicles will reduce the use of oil and pollution. Batteries with high energy and power densities, extended life and high safety are hence required.\ud
This type of “green revolution”, implying an extended use of renewable energy sources to replace oil or carbon, may occur using Lithium ion batteries that dominate the consumer market (they are sold in billion pieces for laptop computers, cameras, etc) because of their ability to store a high density of energy, their high efficiency and prolonged cycle life. The performance of these devices depends on the physical-chemical properties of the anodic and cathodic reactants. The current lithium-ion technology is satisfactory for consumer electronics, but a quantum jump is necessary to meet the requirements for applications such as electric cars. Thus the research of new and advanced materials is currently challenging materials scientists.\ud
The research work presented in this thesis deals with the investigation of the electrochemical properties of electrode materials for rechargeable lithium ion batteries. Two different aspects have been studied that are both driven toward the development of greener, safer and cheaper lithium ion batteries.\ud
In the first part of my PhD thesis, the relationships between structural features and electrochemical performances of LiFePO4, a promising cathode material, have been investigated. The structure of LiFePO4 has been modified by introduction of vanadium (doping) in an attempt to overcome the intrinsic limitation (i.e. low electrical conductivity) of this material. The synthesized materials, with different concentrations of dopant, have better electrochemical performances than the pure LiFePO4. The structural modifications induced by vanadium were analyzed by means of X-ray diffraction and Synchrotron X-rays Absorption Spectroscopy and correlated with the improved electrochemical performances.\ud
The second part of the present dissertation describes the results obtained during my six months spent as a visiting PhD student at MEET (Münster Electrochemical Energy Technology) at the WWU University of Münster, Germany, under the supervision of Prof. Dr. Stefano Passerini. The work deals with the study of the effect water processible binders on anatase TiO2 anode electrochemical performances. The electrodes manufactured using aqueous binders showed\ud
improved electrochemical performance with respect to those made using traditional fluorinated binders. A full lithium ion cell comprising TiO2 anode and a high voltage cathode, both prepared using water as solvent (instead of toxic liquids) was assembled and successfully cycled\ud
\ud
The results reported within this thesis have been the subject of the following publications:\ud
A. Moretti, G.T. Kim, D. Bresser, K. Ranger, E. Paillard, R. Marassi, M. Winter, S. Passerini, “Investigation of different binding agents for nanocrystalline anatase TiO2 anodes and its application in a novel, green lithium-ion battery”, Journal of Power Sources, 2013, 221, 419-426.\ud
L. Tabassam, G. Giuli, A. Moretti, F. Nobili, R. Marassi, M. Minicucci, R. Gunnella, L. Olivi, A. Di Cicco, “Structural study of LiFePO4-LiNiPO4 solid solutions”, Journal of Power Sources, 2012, 213, 287-295.\ud
A. Moretti, G. Giuli, F. Nobili, A. Trapananti, G. Aquilanti, R. Tossici, R. Marassi, “Structural and electrochemical characterization of Vanadium-doped LiFePO4 cathodes for Lithium-ion batteries”,\ud
Journal of the Electrochemical Society, submitted
Educazione culturale e democrazia. L'insegnamento della lingua inglese
Negli anni della globalizzazione dove i confini tra i territori e gli spazi appaiono distanti e nello stesso tempo vicini, virtuali o addirittura annullati, si delinea un fenomeno di scomposizione e ricomposizione delle comunità politiche e delle identità, definite da Sassen assemblaggio culturale, che mutano in forme di cittadinanza postnazionale e denazionalizzata . \ud
L’evoluzione politica delle comunità umane è caratterizzata da una disaggregazione della atavica condizione di cittadino che “accomunava la residenza in un solo territorio con l’assoggettamento ad un’amministrazione burocratica comune” e, pertanto, gli “sviluppi istituzionali scorporano le tre dimensioni costitutive della cittadinanza, cioè l’identità collettiva, i privilegi dell’appartenenza politica e il titolo a fruire dei diritti sociali e dei relativi vantaggi” . In tale contesto culturale diventa necessario riflettere sul rapporto esistente tra l’educazione, la politica e la democrazia nella nostra società globale.\ud
Il concetto di “democrazia” pone da sempre delle problematiche legate a due diversi rischi: il primo, è quello di cadere in infecondi dispute tra le complesse e molteplici interpretazioni di una stessa realtà istituzionale, ritenuta nella cultura contemporanea il più importante tema della società “globale”; il secondo rischio è quello di delimitare la persona ai margini di una trattazione che si esplicita nella sola definizione dell’impianto istituzionale della democrazia e non delle ragioni storico-culturali profonde della sua legittimazione. \ud
Attualmente si corre il rischio di definire l’esistenza umana come espressione di convenienze e utilitarismi correndo il rischio di minare, così, le fondamenta della democrazia, non solo dei paesi in cui una costituzione è recente ma, anche, delle democrazie delle nazioni occidentali post-industriali che registrano una decadenza della sfera pubblica che sempre più vacilla sotto i colpi degli attacchi neoliberisti e dell’ingerenza del mercato nella vita sociale, che pretende di esserne l’unico regolatore. \ud
Inoltre, se si tiene in conto dell’involuzione antidemocratica di molte società soggette alla minaccia dell’ambizione autarchica dei poteri, sia economici che dei mass media che, se da un lato si volgono alla democrazia come bene da consumare e da esportare, dall’altro - di fatto – spesso determinano in modo intenzionale o non intenzionale azioni che mirano a deprezzare la tensione naturale della persona verso una positiva interazione umana attraverso una noncuranza per qualsiasi forma di cooperazione.\ud
Occorre un maggior impegno a favore del processo di democratizzazione per evitare che esso si indebolisca, o perda di senso, fino ad approdare a manifestazioni che non rispettano le caratteristiche costitutive della persona. \ud
Per evitare di cadere nei rischi appena citati, diventa necessaria l’analisi del nesso persona-democraticità, ovvero tra “l’essere democratici” e “l’avere democrazia”, riconoscendo alle istituzioni pubbliche un indubbio valore che si adatta alla natura umana e, pertanto, non un apparato a cui uniformarsi acriticamente. \ud
Ciò nondimeno implica da parte della persona un infaticabile impegno mirato alla conquista di una “dimensione propria ed autentica” sempre alla ricerca di migliori e maggiori condizioni del vivere, proiettata verso la compiutezza della propria esistenza. \ud
Caratteristiche come l’impegno, la decisione, la scelta, la responsabilità, consentono alla persona di allontanarsi da scelte fortuite e occasionali per esprimere, in piena libertà e autonomia, la sua natura costitutiva e cioè l’intreccio tra la democraticità e la progettualità esistenziale che mira, attraverso un’etica dell’agire, ad azioni favorevoli alla comunità. \ud
Ecco perché i processi interculturali basati sulla comunicazione linguistica sono fondamentali per realizzare le possibilità della democrazia. E, in un mondo globale in cui la lingua e la cultura inglese sono considerate il medium linguistico per antonomasia e il nuovo modello di linguaggio universale standard, i processi interculturali necessariamente si devono confrontare con questa specifica situazione culturale. \ud
L’insegnamento della lingua inglese, infatti, oltre ad essere un insegnamento ormai ritenuto il veicolo fondamentale della globalizzazione mediatica e economica, può e deve assumere una dimensione culturale diversa e più profonda. Non può essere, infatti, considerato un insegnamento solamente linguistico, ma è da considerare e da rileggere come una proposta fondamentale per favorire i processi di interculturalità su cui si basa il processo democratico della società del XXI secolo. \ud
La specifica comunicazione linguistica, infatti, può chiarire la problematica della partecipazione politica intesa come necessità della persona di favorire la comunicazione linguistica, e intersoggettiva in genere, come momento fondamentale dell’incontro interculturale tra diversi. \ud
In questo senso la comunicazione linguistica chiarisce l’esistenza di una relazione strutturale tra il Sé che tende sempre più ad ampliarsi e la democrazia intesa come sistema. \ud
E poiché la pedagogia fonda il proprio sapere su una riflessione e un orientamento per analizzare e favorire le possibili trasformazioni esistenziali della persona, l’analisi di queste possibilità esistenziali si legano al rapporto tra la persona, la democrazia e i processi interculturali proprio attraverso la comunicazione linguistica, di cui l’insegnamento della lingua inglese è fondamentale nella società globale contemporanea. \ud
In altri termini, una persona in continua tensione verso la piena realizzazione della propria identità; una persona che pensa, ricorda, agisce e lotta, che si sviluppa biologicamente, capace di rideterminare le proprie scelte in base al susseguirsi degli eventi ma, comunque, sempre chiamata alla massima realizzazione di Sé in ogni momento della vita, può trovare nella comunicazione linguistica della lingua inglese un aspetto interessante della sua prospettiva esistenziale interculturale. \ud
Tenendo conto di questi presupposti, il lavoro si svilupperà in tre parti. \ud
Nella prima parte cercherò di chiarire il complesso processo tra democrazia, globalizzazione e intercultura. Ritengo che questi tre termini siano le facce di una stessa proposta politica e culturale. La democrazia, che era considerata da John Dewey “a way of life”, un modo di vivere, non può che essere riproposta come esigenza universale di governo della società civile. Non può esistere democrazia senza globalizzazione e, allo stesso modo, non può esistere globalizzazione senza un profondo valore democratico che ne rappresenta la struttura profonda e la autentica possibilità di realizzazione politica e culturale. Ma la democrazia e la globalizzazione non possono definire le chiavi di lettura del progresso civile e sociale del nostro tempo se non si legano strettamente ai valori dell’intercultura. \ud
Il mondo delle continue migrazioni culturali e politiche deve ripensare se stesso sulla base di un nuovo progetto interculturale e politico. In questo senso il ripensare al ruolo della lingua e della cultura inglese rappresenta un ulteriore contributo per chiarire il senso delle nuove prospettive culturali nella contemporaneità \ud
Nella seconda parte tenterò di analizzare il significato dell’insegnamento della lingua inglese secondo le prospettiva della “competenza comunicativa”. L’insegnamento della lingua inglese ha una significativa tradizione “globale” di sperimentazioni didattiche e pedagogiche. Anzi, è grazie proprio all’insegnamento della lingua e della cultura inglese che si sono chiariti e definiti molti aspetti delle problematiche didattiche generali e, in modo specifico, interculturali. \ud
Questo problema sarà ulteriormente approfondito nella terza e ultima parte del lavoro dedicata in modo specifico all’insegnamento narrativo della lingua e della cultura inglese che potrebbe favorire ancora di più le relazioni interculturali e le competenze comunicative espresse dall’insegnamento della lingua e della cultura inglese. \ud
L’ipotesi complessiva che sorregge il lavoro è che la lingua inglese non è un medium globale omologante che limita o annulla le specifiche diversità culturali e identitarie del mondo sociale e politico, ma, al contrario, se analizzato e progettato in modo corretto, l’insegnamento della lingua e della cultura inglese può permettere un migliore sviluppo dei processi di democratizzazione nel mondo globale. \ud
In questa prospettiva di ricerca emerge un importante contributo teso alla realizzazione di una rappresentazione sociale che non consideri negativamente il fenomeno migratorio, “etichettando” i migranti come vittime dei processi di globalizzazione, bensì ne consideri il valore e la ricchezza sociale. \ud
Una tale immagine rivisitata in chiave positiva può dare nuova linfa per la formulazione di politiche di accoglienza in armonia con l’obiettivo della global governance del fenomeno migratorio e per rileggere il flusso migratorio non in chiave di emergenza sociale ma come risorsa. \ud
Una lettura in chiave strettamente postmoderna del flusso migratorio potrebbe cogliere nel migrante una “spinta esistenziale” verso migliorate condizioni di vita ma, anche, verso una rinnovata partecipazione politica sentendosi egli ancora arbitro del proprio destino. \ud
Ponendo l’enfasi sul nesso migrazione/democraticità e insegnamento della lingua e della cultura inglese si potrebbero programmare interventi pubblici che rivolgano la propria attenzione sia verso le comunità di accoglienza volte ad eliminare i vari fattori ostativi che possono sorgere e alimentarsi dall’incontro tra le alterità personali e sociali; e sia verso i migranti per favorire la nascita e lo sviluppo di relazioni cooperative e di una nuova immagine della politica che rinneghi quella esistente che la vede un luogo di incessante scontro tra diversità. \ud
Una tale riflessione implica l’esigenza di ripensare il progetto culturale dell’insegnamento dell’inglese in una prospettiva interculturale che possa favorire i processi di cittadinanza democratica che si sono sviluppati nel secolo precedente e all’alba di questo primo quindicennio del secolo XXI. \u
Video meliora, proboque, deteriora sequor: la nozione di acrasia in Spinoza.
Lo scopo principale di questa ricerca consiste nell’indagare la nozione spinoziana di acrasia\ud
cercando di definirla e di spiegarla alla luce dei suoi presupposti concettuali, dei suoi caratteri e\ud
della sua natura. I risultati conseguiti, in sintesi, sono i seguenti: ho definito l’acrasia come una\ud
debolezza dell’appetito, che presuppone due cause concomitanti, le cause esterne e dei conflitti\ud
dall’interno, a partire dai quali l’acrasia si caratterizza come un conflitto tra un giudizio circa il\ud
meglio e un’azione verso il peggio. In quanto tale, essa si manifesta come un tipo di impotenza e\ud
dunque si collega alla questione della libertà, nella misura in cui l’acratico è impotente e non libero.\ud
Dal confronto, infine, con la concezione classica di acrasia, emerge con chiarezza non solo\ud
l’originalità della spiegazione, ma anche la novità della definizione spinoziana di acrasia.\ud
La tesi strutturalmente è divisa in due parti: una prima parte riguardante la nozione di acrasia in\ud
Spinoza; una seconda invece finalizzata a confrontare Spinoza e i classici, Aristotele e gli Stoici, in\ud
particolare, sull’acrasia.\ud
Nell’introduzione, mi limito a presentare l’argomento in Spinoza, facendo cenno al dibattito\ud
contemporaneo e antico sull’acrasia; preciso, inoltre, in che senso si possa ritenere Spinoza un\ud
lettore degli Stoici e di Aristotele, e così facendo, chiarisco il significato del confronto con i classici\ud
che farò in seguito.\ud
Nel primo capitolo ricostruisco uno status quaestionis, delineo cioè una cornice di riferimento\ud
iniziale degli studi sull’acrasia in Spinoza entro cui collocare le singole interpretazioni allo scopo,\ud
in particolare, di confrontarle tra loro. Così facendo, evidenzio subito i primi problemi emersi e\ud
formulo i primi interrogativi. Che cosa si può intendere con acrasia in Spinoza? Come definirla? E’\ud
effettivamente presente concettualmente nei suoi scritti? Perché poi nasce la necessità di\ud
confrontare la nozione spinoziana di acrasia con quella stoica ed aristotelica? I primi risultati\ud
conseguiti, a partire da questo quadro iniziale e problematico, sono essenzialmente tre: in primo\ud
luogo mostro la presenza dell’acrasia in Spinoza come fonte di perplessità filosofica.\ud
Secondariamente, sostengo che questa non è una tematica secondaria né inspiegabile all’interno del\ud
sistema di Spinoza, ma l’acrasia rappresenta un fenomeno carsico, in parte sotterraneo, che va\ud
dunque fatto riemergere e rintracciato, e in quanto tale essa non è geometricamente esposta, ma è\ud
comunque un fenomeno rilevante in quanto rinvia a temi centrali dell’etica spinoziana quali la\ud
fortuna, il desiderio, l’affettività e l’impotenza. La mia ricerca s’inserisce all’interno del dibattito\ud
che è ancora in corso sull’acrasia, specie nei paesi di lingua anglosassone, mostrandosi a mio avviso\ud
originale e nuova, così come nuova e originale sarà la risposta all’acrasia che attribuisco a Spinoza.\ud
La mia ricerca si rivelerà allora nuova, nella misura in cui con essa cerco di definire l’acrasia\ud
spinoziana a partire dai testi in un’ottica più sistematica; originale, invece, perché cerco di\ud
confrontare Spinoza con i classici in maniera più approfondita di quanto sia stato fatto sul tema\ud
dell’acrasia.\ud
Nel secondo capitolo, il mio lavoro s’impernia sull’analisi della nozione di acrasia in Spinoza, a\ud
partire da una disamina attenta dei testi. In particolare, mi concentro sulla citazione della frase di\ud
Ovidio, video meliora, proboque, deteriora sequor, presente per ben quattro volte all’interno dei\ud
testi spinoziani (EIV, Pref.; EIII, P2 S; EIV, P17 S; Lettera a Schuller n. 74 Mignini = 58 G). La\ud
frase di Ovidio è la cifra dell’atteggiamento tipico di chi agisce acraticamente, vale a dire di colui\ud
che vede ed approva il bene, ma segue poi il male. Esamino e traduco la frase alla luce della\ud
dottrina epistemologica degli Stoici, in particolare del nesso impressione-assenso (video meliora,\ud
proboque) e giudizio-azione, propriamente detta (deteriora sequor). Dopo questo esame più\ud
generale, mi soffermo sui quattro luoghi in cui questa è presente nei testi di Spinoza, cercando di\ud
ricostruire la cornice filosofica e concettuale entro cui è collocata. Da questo esame, emerge non\ud
solo che l’uomo per Spinoza può agire acraticamente per le cause esterne, vale adire perché egli non\ud
è padrone di sé, ma in balìa della fortuna sotto il potere della quale è così tanto sottoposto che\ud
spesso, sebbene veda il meglio e lo approvi, tuttavia egli segue il peggio (EIV, Pref.). L’uomo è\ud
acratico anche per gli affetti contrari che lo agitano e che lo indeboliscono (EIII, P2 S; Lettera a\ud
Schuller). Il conflitto interno è dunque un ulteriore causa dell’acrasia. Come ricorda Nadler, la vita\ud
dell’individuo spinoziano è una continua lotta tra le forze fuori sé stesso e al proprio interno. Il vero\ud
contrasto così non è tra intelletto e passioni, ma tra affetti in competizione tra loro.\ud
Combattuto da affetti contrari e in quanto subisce l’azione delle cause esterne, l’uomo, debole nel\ud
suo appetito, agirà acraticamente, vale a dire sperimenterà un conflitto tra ciò che giudica buono e il\ud
male invece verso cui è condotto. Spinoza, tuttavia, chiarisce in EIV, P17 S che gli uomini che\ud
agiscono acraticamente sono mossi dall’immaginazione o dall’opinione, mai da vera ragione. Il\ud
giudizio circa il meglio si rivela essere una falsa idea di bene, e, in quanto tale confuso, parziale e\ud
inadeguato. Questo giudizio è inadeguato e formulato con l’immaginazione perché derivante da un\ud
appetito debole: ognuno infatti giudica secondo il proprio appetito ciò che è buono e ciò che è\ud
cattivo, ciò che è meglio e ciò che è peggio (EIII, P39 S). Il desiderio-appetito precede dunque ogni\ud
attività conoscitiva, anche il giudizio: bene è ciò che io desidero, e non desidero qualcosa perché è\ud
bene (EIII, P9 S). Concludendo, il giudizio circa il meglio dell’acratico è confuso perché\ud
determinato da un appetito altrettanto debole. La prospettiva temporale, infine, è un ulteriore\ud
elemento di obnubilamento del giudizio: la cupidità derivante dall’esperienza di cose sentite, nel\ud
presente, con piacere, è più potente e forte di quella sentita rispetto al futuro (EIV, PP16-18). In\ud
definitiva, per Spinoza, se la conoscenza del bene e del male altro non è che l’affetto di gioia e\ud
tristezza con la sua consapevolezza, nell’acrasia, un affetto debole rinvia ad una conoscenza del\ud
bene e del male di tipo immaginativo.\ud
Nel capitolo terzo, dopo aver chiarito la nozione di acrasia in Spinoza e dopo averla definita una\ud
debolezza dell’appetito, la confronto con la nozione aristotelica e stoica, motivando, e\ud
approfondendo, nuovamente le ragioni stesse di un tale confronto. Alla luce di questo confronto,\ud
emergerà più chiaramente l’originalità e la novità della risposta spinoziana all’acrasia. Nuova la\ud
definizione, originale la spiegazione, più esaustiva. Rispetto agli Stoici, secondo cui l’acrasia è un\ud
giudizio sbagliato o un puro caso di ignoranza come era per Socrate; e rispetto ad Aristotele,\ud
secondo cui l’acrasia è una debolezza di volontà o comunque un conflitto tra ragione e passioni, per\ud
Spinoza l’acrasia è, tra ignoranza e desiderio, una debolezza dell’appetito. E’ tra ignoranza e\ud
desiderio perché Spinoza riprende alcuni dei concetti tipici della tradizione greca riempiendoli\ud
tuttavia dei suoi contenuti. In particolare, egli riprende la nozione aristotelica di desiderio, con le\ud
dovute differenze, e la possibilità che sia il desiderio a condizionare un giudizio nell’atto acratico;\ud
egli riprende pure il concetto stoico-socratico di ignoranza acratica (o giudizio sbagliato).\ud
Nel capitolo quarto, quello finale, dopo un breve quadro dei modelli teorici classici di acrasia, mi\ud
soffermo sull’originalità e la novità della soluzione spinoziana all’acrasia, approfondendone le\ud
motivazioni filosofiche. Chiarisco, infine, in che senso asserisco che l’acrasia si manifesta come un\ud
possibile caso d’impotenza, pur non coincidendo con essa. Di qui deriva il legame con la nozione di\ud
libertà, nella misura in cui l’acratico è impotente e non libero. A partire da ciò, rintraccio una\ud
possibile via d’uscita dall’impasse acratica, o comunque un modo di evitarla. Anche in questo\ud
Spinoza si mostrerà essere un pensatore particolarmente originale