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Il principio di precauzione nella società del rischio.
L’oggetto di questa ricerca è la discussione del ruolo e del valore del principio di precauzione, in particolare nel contesto giuridico nazionale e comunitario. \ud
Enunciato dapprima nei principi della Dichiarazione di Rio de Janeiro su ambiente e sviluppo del 1992, il principio di precauzione viene successivamente codificato dal Trattato della Comunità Europea, che lo qualifica come principio autonomo. In seguito, il principio di precauzione è stato ripreso in un gran numero di convenzioni ambientali, tanto a carattere generale quanto settoriale, senza tuttavia essere mai stato definito a livello europeo in un testo normativo dettagliato ed esauriente. Si è così tentato di operare una breve ricognizione delle fonti di diritto internazionale e comunitario che contemplano il principio in parola, per poi mettere a confronto due approcci precauzionali molto differenti fra loro: quello statunitense e quello comunitario. Attraverso il confronto delle eterogenee declinazioni del principio di precauzione, delle versioni cd. deboli e forti, si può notare come la percezione del rischio, i parametri per individuarlo e l’atteggiamento verso esso siano tutti fattori che mutano da uno Stato all’altro. \ud
Le coordinate sociologiche di questo lavoro possono ravvisarsi nella società del rischio teorizzata da Ulrich Beck, se la società industriale “tradizionale” si basava sull’idea di distribuzione della ricchezza, la società postmoderna, nel garantire un esponenziale miglioramento della qualità della vita, si organizza prevalentemente allo scopo di allocare, più che i vantaggi, gli svantaggi dello sviluppo.\ud
In quest’ottica, l’attuale modernità sarebbe connotata da processi circolari ambigui, intrinsecamente contraddittori, volti, nella prospettiva di un miglioramento complessivo delle condizioni generali di vita, ad alimentare forme sempre più penetranti di insicurezza collettiva. Di conseguenza, si è spostata l’attenzione sui possibili percorsi intrapresi e da intraprendere nel diritto e nella politica di fronte alle rapide trasformazioni della tecnoscienza, dando rilievo anche alla prassi giurisdizionale in tre ambiti particolarmente significativi per il principio in questione: la sicurezza alimentare e la problematica relativa agli organismi geneticamente modificati, l’inquinamento derivante da campi elettromagnetici e le nanotecnologie. Invero, il sistema giuridico risulta essere, senza alcun dubbio, uno dei principali strumenti di reazione alla forme di destabilizzazione sociale, provocate dalle condizioni di insicurezza alimentate dal progresso socio-tecnologico.\ud
La riflessione filosofica è volta ad approfondire il significato del principio di precauzione attraverso il confronto con il concetto di rischio e il concetto di responsabilità, ma tale confronto non è che uno degli aspetti del più ampio confronto fra progresso tecnologico e costruzione di una normatività sociale che renda possibile uno sviluppo sostenibile, non limitato alla sola crescita economica e nemmeno alla pur necessaria tutela dell’ambiente. L’etica della responsabilità di Jonas si rivolge non solo al presente, ma soprattutto al futuro, mettendo in luce l’erroneità e la pericolosità dell’ideale utopico del continuo progresso tecnologico. \ud
Si concluderà l’analisi discutendo il ruolo del principio di precauzione all’interno del sistema delle fonti del diritto, soffermandosi sul dibattuto concetto di soft law poiché le interpretazioni più convincenti sembrano ricondurre il principio di precauzione nell’alveolo del cd. diritto morbido. Il tratto peculiare della soft law consiste nella capacità di alcuni precetti, contenuti in strumenti privi di forza giuridica vincolante, di influenzare i comportamenti dei destinatari, in assenza di una specifica sanzione giuridica. \ud
Il concetto di soft law appare però sicuramente connesso a quello di governance, poiché la produzione di regole che avviene per canali diversi dalle procedure formali tipiche delle istituzioni costituzionali di governo, rinvia a modi nuovi, diversi, di gestire processi decisionali complessi.\ud
La governance mira ad includere svariate tipologie di attori: gruppi di esperti e associazioni professionali, parti sociali ed espressioni della società civile, imprese economiche e specialmente associazioni ambientaliste e movimenti sociali. In quest’ottica, l’ approccio precauzionale deve dunque presupporre dinamiche partecipative in grado di coinvolgere la società civile nei processi decisionali, secondo un modello di governance partecipativa dei rischi
Potere di segregazione e limiti posti all'autonomia privata dagli artt. 2740 e 2741 cc. e atti di destinazione ex art. 2645 ter cc.
Il lavoro di tesi ha ad oggetto l’analisi del potere di segregazione concesso ai privati e dei relativi limiti posti all’autonomia privata dagli artt. 2740 e 2741 c.c., con contestuale approfondimento dell’istituto degli atti di destinazione ex art. 2645 ter in relazione ai recenti orientamenti di dottrina e giurisprudenza.\ud
L’indagine teorica condotta si è incentrata, in primis, sulla nozione e sulla funzione degli atti di destinazione, in virtù dei quali un soggetto, definito “conferente”, può sottrarre uno o più “beni immobili o beni mobili iscritti in pubblici registri” appartenenti al suo patrimonio alla garanzia patrimoniale di cui all’art. 2740 c.c., imprimendo su di essi un vincolo di destinazione funzionale al soddisfacimento di interessi meritevoli di tutela riguardanti beneficiari determinati, a favore dei quali sia tali beni che i loro frutti devono essere impiegati.\ud
Alla luce dell’analisi svolta, ben può affermarsi che attorno a questi cardini si strutturino le grandi direttrici delle questioni più problematiche della normativa in parola.\ud
Al riguardo, tra le questioni giuridiche di maggiore problematicità si pongono il tema del significato del termine “destinazione”, il rapporto tra la liceità e la meritevolezza dell’interesse perseguito, le ricadute sul piano della validità e dell’opponibilità ai terzi, gli aspetti redazionali, nonché l’attuazione dell’interesse perseguito.\ud
Al riguardo, si è constatato come in assenza di un dato normativo certo, le difficoltà incontrate dalla dottrina nell’esprimere posizioni dotate di un certo grado di stabilità, hanno influenzato in modo determinante l’orientamento delle corti che, in mancanza di una griglia concettuale entro cui elaborare i rapporti tra atti di destinazione, vincoli all’autonomia patrimoniale e il principio di tassatività dei diritti reali hanno proceduto secondo propri percorsi alla predisposizione di regole e modelli giudiziali da seguire, talvolta procedendo in modo più restrittivo, talaltra in modo estensivo.\ud
La circolazione di tali regole e di tali modelli, affidata alla forma e ai limiti dei precedenti giurisprudenziali costituisce un dato estremamente significativo a disposizione dell’interprete, onde la ricognizione effettuatane nel lavoro di tesi ha evidenziato, oltre alle numerose aporie che la materia esibisce nelle sue applicazioni pratiche, anche i problemi più rilevanti sui quali si è soffermata la riflessione teorica.\ud
Ciò che si è dedotto, nel complesso, è che l’intenzione del legislatore sottesa all’emanazione dell’art. 2645 ter c.c., con riguardo al tenore letterale della norma stessa, infatti, sembra quello di non aver voluto introdurre nel nostro ordinamento l’istituto del trust, proveniente dai Paesi di common law, bensì qualcosa di diverso.\ud
Da un confronto, anche sommario, tra le due figure giuridiche emergono, infatti, numerose differenze sostanziali non trascurabili, ma che non esclude, tuttavia, che, in casi particolari, i due istituti possano presentare caratteristiche talmente simili da divenire pressoché equiparabili. \ud
In ogni caso, il dato letterale nonché l’impostazione semantica complessivamente considerata dalla disposizione in parola, lascia rilevare come la norma rappresenti null’altro che il punto terminale di un particolare percorso evolutivo della nozione (tradizionalmente unitaria) di patrimonio del soggetto, cui è possibile fare riferimento.\ud
A partire dagli anni novanta, infatti, il nostro legislatore nazionale, nell’interesse del credito e dell’economia ha moltiplicato, in senso esponenziale, il ricorso a forme di separazione patrimoniale e di specializzazione della responsabilità patrimoniale. Al riguardo è sufficiente ricordare la peculiare disciplina dei fondi comuni di investimento, mobiliari e immobiliari, nel cui ambito la nitida separazione tra il fondo, il patrimonio della società di gestione del risparmio ed il patrimonio di ciascun partecipante, è diretta ad incentivare l’investimento da parte dei risparmiatori, nell’esigenza di favorire la crescita dei mercati di riferimento.\ud
Si è riscontrato, in definitiva, come l’ordinamento sia passato da un impianto normativo che ha condiviso, sin dalla sua elaborazione concettuale di inizio ottocento, il corollario del principio della necessaria unità del patrimonio del soggetto, all’idea della scomposizione di tale unità nella sua destinazione a garanzia dei creditori in una pluralità di regimi patrimoniali e in una “articolazione” dello stesso patrimonio da considerare in relazione al fenomeno giuridico della personificazione del titolare.\ud
Dall’analisi svolta, non v’è chi non veda, dunque, come, nonostante le perplessità di cui si è argomentato in ordine al dato letterale dell’art. 2645 ter c.c., la prassi dimostri la sua importanza al fine di soddisfare la necessità diffusamente avvertita di creazione di modelli giuridici che siano in grado di essere al passo con il mercato economico e con le sue esigenze, anche a tutela di superiori interessi, ritenuti meritevoli di tutela dall’ordinamento giuridico
Dalle scuole di disegno ai musei di arte industriale. Percorsi di educazione ed istruzione artistico e professionale in Italia durante l’Ottocento. L’esperienza del Molise.
La ricerca pone l’attenzione su un terreno ancora poco esplorato dalla storiografia scolastico-educativa, quello relativo alla storia dell’istruzione artistica, tecnica e professionale in Italia dalla stagione preunitaria fino agli ultimi anni dell’Ottocento. Finora questa branca dell’educazione è stata oggetto di rapide analisi, o di semplici segnalazioni, da parte degli studi di settore che hanno teso per lo più a inquadrare il tema nelle linee generali, evidenziando i passaggi più significativi della sua evoluzione legislativa, tralasciando spesso gli aspetti economici e sociali che la caratterizzano per la sua posizione equidistante tra il mondo educativo e quello della produzione. La natura polifunzionale delle scuole di mestiere, da sempre preposte sia alla gestione delle emergenze sociali - come il recupero dei poveri attraverso l’addestramento al lavoro - sia allo sviluppo dell’economia - mediante il miglioramento della manodopera specializzata - richiede, infatti, un punto di osservazione più ampio che spazi dal campo dell’educazione a quello delle scienze sociali. Da un lato, quindi, ci si è avvalsi dei contributi della storiografia storico-educativa recente, attenta ad analizzare il rapporto d’interdipendenza tra la politica economica e quella scolastica e, di quella che ha approfondito l’aspetto filantropico della questione, esaminando le scuole di lavoro sorte su iniziativa degli enti pubblici o privati di beneficenza. Hanno costituito, infine, oggetto di particolare attenzione anche alcuni saggi della produzione storiografica storico-artistica che hanno indagato il linguaggio figurativo sviluppatosi in Europa dalla metà dell’Ottocento attraverso l’arte industriale e i percorsi formativi ad essa connessi. \ud
La complessità del tema ha richiesto di strutturare il lavoro su più livelli, a ciascuno del quale è stato dedicato un capitolo. Il primo e il terzo capitolo mirano a ripercorrere l’evoluzione delle politiche perseguite in materia d’istruzione tecnica e professionale dal ceto politico liberale tra il 1861 e il 1898 e gli orientamenti normativi seguiti in materia dal ministero della Pubblica Istruzione e da quello di Agricoltura, Industria e Commercio. L’operazione ha consentito di ricostruire in maniera pressoché puntuale l’evoluzione di tale segmento dell’istruzione, all’interno del quale sono stati evidenziati i passaggi salienti delle linee adottate e rilevate le dinamiche conflittuali che regolarono il rapporto tra i due ministeri competenti, innescate principalmente attorno al dibattito relativo all’assegnazione delle competenze in materia e al tema del coordinamento delle scuole tecniche con gli istituti tecnici. Questo lungo excursus è stato intervallato dallo studio svolto nel secondo capitolo del carteggio conservato presso l’Archivio centrale dello Stato di Roma dell’inchiesta Scialoja, condotta tra il 1872 e il 1875, relativo alle scuole tecniche: esso ha fornito una lente d’ingrandimento attraverso la quale è stato possibile analizzare meglio tali nodi tematici e, soprattutto, guardare a una distanza ravvicinata le scuole tecniche, evidenziandone punti di forza e criticità, riuscendo a delineare un loro un profilo culturale più definito e un quadro più completo del loro funzionamento.\ud
Nel quadro delle iniziative volte a favorire lo sviluppo dell’istruzione artistica, tecnica e professionale, è stata rivolta particolare attenzione all’analisi delle pratiche espositive e di competizione connesse a tali processi di apprendimento che incontrarono il loro massimo compimento nelle esposizioni universali inaugurate in Francia e in Inghilterra alla metà dell’Ottocento. All’interno del quarto capitolo si è voluto, in particolare, comprendere meglio il ruolo che tali eventi rivestirono nella diffusione delle conoscenze e nell’apprendimento delle nuove tecnologie tra gli operatori del comparto produttivo e sull’impatto che ebbero, in Italia specialmente partire dalla fine degli anni Sessanta, nella definizione delle politiche economiche ed educative. Furono le esposizioni universali, infatti, a ridefinire i termini della questione in materia di educazione professionale in Europa. I progressi dell’industria in generale e, in particolare, dell’arte industriale prodotta dagli istituti nati sul modello del South Kensington Museum di Londra - i nuovi centri di formazione degli addetti a questa nuova produzione che aveva conquistato il mercato - sollecitarono il governo italiano a professionalizzare il proprio sistema formativo avviando un processo, mai compiuto, di riscatto culturale del sapere tecnico che trovava il suo fondamento nell’insegnamento del disegno, com’è illustrato nel quinto capitolo. \ud
L’analisi delle politiche relative all’istruzione artistica, tecnica e professionale copre una periodizzazione che, pur orientata prevalentemente a mettere a fuoco le scelte operate nel quarantennio postunitario, non trascura di prendere in esame linee di intervento ed esperienze maturate nel periodo preunitario. Tale scelta trova la sua ragione nel fatto che, soprattutto nei decenni che precedettero l’Unità, molte scuole di mestiere erano esterne al sistema d’istruzione statale o a mezza strada tra questo e quello economico, come i reclusori-manifattura che risultarono insieme luoghi di recupero sociale, addestramento professionale e centri di produzione inseriti a pieno titolo all’interno del circuito economico. Per tali considerazioni, si è deciso di illustrare negli ultimi due capitoli le politiche scolastiche adottate nel meridione prima dai governi del Regno di Napoli e delle Due Sicilie, e poi da quello nazionale, con particolare attenzione al contesto locale attraverso l’individuazione degli itinerari e dei processi formativi per gli addetti all’industria, sia legati al modello della carità produttiva ispirata ai reclusori-manifattura, come le case pie di lavoro e gli orfanotrofi, sia a quelli di supporto alla formazione degli operai promossi su iniziativa delle forze imprenditoriali e politiche cittadine, quali le scuole serali per gli artigiani e le scuole di disegno applicato alle arti. Accanto ai maggiori itinerari formativi a indirizzo tecnico, come la Scuola di disegno lineare nata a Campobasso nel 1842 e quelle tecniche aperte tra gli anni Sessanta e Settanta dell’Ottocento a Campobasso (1869) ad Agnone (1870) ed a Isernia (1872), hanno costituito oggetto di trattazione o di rapide segnalazioni, anche le istituzioni minori sorte in Provincia di Molise a sostegno dei bisognosi o dei lavoratori analfabeti. Sulle indicazioni dei recenti contributi della storiografia di settore, attenta a evidenziare le relazioni tra la politica economica e quella scolastica, si è cercato di approfondire il peso esercitato dal sistema dell’educazione produttiva, interno e parallelo a quello statale nel largo periodo analizzato, nella definizione del tessuto sociale, in quello economico, nel linguaggio figurativo dell’arte industriale e, non ultimo, il ruolo rivestito nella costruzione dell’edificio nazionale. In tal senso l’indagine ha messo a fuoco il ruolo esercitato dalle scuole tecniche inaugurate dalla legge Casati che, a causa del loro assetto culturale, più che offrire un contributo immediato allo sviluppo dei processi d’industrializzazione, ebbero la funzione di concorrere ad estendere le basi del consenso tra il ceto medio e, soprattutto, di formarne l’identità nazionale. Una vera e propria missione alla quale non si sottrassero le forze politiche e imprenditoriali della provincia molisana all’indomani dell’Unità. Un diffuso sentimento di paternalismo patriottico tra i liberali diede vita a diverse esperienze formative rivolte agli operai, finalizzate alla formazione del sentimento nazionale e al progresso materiale della Provincia di Molise nel quadro di quella dello Stato
Recensendo l’India: la Calcutta Review dal 1844 al 1878.
La Calcutta Review fece la sua prima comparsa nel 1844, ebbe una diffusione transcontinentale, conobbe un periodo di notevole successo e, pur attraverso momenti di criticità, è ancora pubblicata. Ispirata dal modello della Edinburgh Review e della Quarterly Review fino al 1921, la rivista uscì con cadenza trimestrale proponendo recensioni di libri relativi alla vita economica, amministrativa e culturale del sub-continente indiano con l’obiettivo di offrire alle alte sfere del potere gli strumenti di conoscenza necessari per la gestione e il controllo del paese. Fondata da John William Kaye, giornalista, storico, romanziere e poeta, poté contare sulla collaborazione di intellettuali che emergono nel panorama coloniale per levatura culturale, impegno religioso o militare. Giudicata una voce affidabile e autorevole, venne spesso citata nell’Ottocento nei dibattiti parlamentari e contribuì alla formazione di una sfera pubblica tesa a promuovere l’ethos imperiale ed a interpretare l’impresa coloniale come la realizzazione di un progetto divino. \ud
Nonostante il ruolo centrale che ricoprì nella colonia e nella metropoli, la Calcutta Review non è mai stata oggetto di analisi critiche: Recensendo l’India vuole colmare una lacuna nella storia dei media del periodo e ripercorre i primi 35 anni della vita della rivista. Benché i volumi della Calcutta Review siano oggi disponibili in versione digitale, la consultazione delle copie cartacee è imprescindibile: i testi conservati nelle biblioteche di Londra, Cambridge, Monaco di Baviera, Calcutta e Serampore hanno fornito elementi paratestuali di grande valore per la comprensione della realtà storico-economica della rivista, assenti nelle edizioni virtuali. \ud
Il lavoro di ricerca sulla Calcutta Review predilige un approccio empirico: questa chiave di lettura non intende supplire alle esigenze di critica letteraria, esegesi filologica, analisi testuale, ma vuole far emergere la realtà economico-culturale dell’India coloniale britannica. Particolare attenzione viene dedicata al circuito della comunicazione, all’avvicendarsi dei proprietari, dei direttori e alle strategie di marketing adottate nel corso del tempo. Nella misura delle possibilità ricostruttive, viene così ripercorso il processo di produzione e di disseminazione dei testi dall’autore al consumatore, fino allo studio delle pratiche di lettura più frequenti. Il lettore storico ottocentesco rappresenta molto spesso, l’anello debole, anzi, l’elemento mancante nella storia della stampa: se, come nel nostro caso, i libri contabili e la lista degli abbonati non sono stati ancora ritrovati o sono andati, forse irrimediabilmente, perduti, delineare la fisionomia del pubblico della Calcutta Review non è impresa facile. Utilizzando un approccio piuttosto innovativo, si è provato a definire le fasce sociali dell’utenza interpretando il messaggio pubblicitario come lo specchio della fisionomia del consumatore. \ud
Per contestualizzare il ruolo che la Calcutta Review ebbe sul mercato editoriale, questa indagine presenta una breve rassegna delle pubblicazioni che avrebbero potuto contenderle la stessa fascia di lettori inserendo la rivista nel panorama della stampa coloniale e sottolinea i fattori differenziali che ne assicurarono il successo.\ud
Da alcune riflessioni sulle ragioni che spinsero i direttori del periodico al passaggio dall’anonimato all’autorialità si evince che, malgrado la stampa periodica rappresenti fondamentalmente un prodotto culturale multivocale e poliedrico, essere consapevoli dell’identità dei collaboratori permette di recuperare una sorta di dialogo che si stabilisce fra i testi, storicizzandoli. Parte integrante di questo lavoro di ricerca sono, infatti, le indicazioni bibliografiche che rivelano i nomi degli autori.\ud
Per cogliere le reti sociali che supportarono e influenzarono la Calcutta Review viene inoltre illustrata l’avventura esistenziale e letteraria del fondatore e dei primi collaboratori di prestigio: il reverendo Alexander Duff e i coniugi Henry Montgomery e Honoria Lawrence. I testi di scrittori indiani pubblicati sulle pagine della rivista, costituiscono un altro elemento di notevole interesse dal momento che la partecipazione di soggetti subalterni in periodici gestiti dalla classe dominante è un fenomeno ancora poco studiato.\ud
Recensendo l'India, vuole restituire alla Calcutta Review la visibilità che merita nel panorama dei media anglo-indiani mettendo in luce l’originalità e il ruolo che essa intese svolgere ai fini della mediazione socio-culturale tra madrepatria e colonia, governo imperiale e amministrazione locale, classe egemone e classi emergenti. Quanto riemerge dal passato garantisce una ricostruzione rilevante, benché parziale e interlocutoria, di un prodotto unico nel panorama della stampa periodica nell’India coloniale e offre l’affresco di un’epoca da una prospettiva inedita perché fondato sullo studio del circuito della comunicazione. I risultati ottenuti sono incompleti, ma si auspica che rappresentino un primo avvio del lavoro di ricerca e l’occasione per approfondimenti futuri sollecitando nuovi e più approfonditi studi sulla rivista, proprio perché molto resta da conoscere, esplorare, investigare
Characterizing effects of Vernonia amygdalina extracts and compounds on transmission related stages of Plasmodium and on the mosquito vector
Background: The World Health Organization advocates the combined use of malaria control tools targeting multiple stages of the Plasmodium parasite and vector. Addition of primaquine to artemisinin based combination therapy (ACT) reduces the transmission of malaria, and this strategy is especially recommended to contain ACT resistant Plasmodium falciparum and in areas with malaria elimination program. However, the use of primaquine is not widely implemented because of hemolytic anemia risk by primaquine. Hence, exploration of natural products or synthetic chemical libraries to find new leads or develop standardized herbal remedy active against the transmission related stages of malaria as well as the vector is needed for the design of novel, effective and safe multi-target combination medicines. The aim of this thesis study was to evaluate the activity of molecules and extracts from V. amygdalina leaves against transmission related stages of Plasmodium parasites and Anopheles mosquitoes.\ud
Methods: V. amygdalina extracts were tested for the in vivo activity against blood stages of Plasmodium--whole parasites and gametocytes. In vivo transmission blocking effect of ethanolic extract was evaluated by determining oocyst density and prevalence in mosquitoes. Ookinete development assay (ODA) was then conducted to examine if the transmission blocking activity of the extracts/fractions related to the early sporogonic stages (ESS). The effects of V. amygdalina on ESS were characterized by bioassay guided fractionation. The EtOAc phase, selected for bioassay fractionation, was subjected to medium pressure liquid chromatography to obtain fractions, tested for activity against ESS. The bioactive fractions were further purified by HPLC to get pure vernolide and vernodalol. Those active fractions active against ESS of P. berghei were tested for transmission blocking activity on P. falciparum field isolate. Vernodalol and ethanolic extract (Ver-EtOH), having high impact on ESS in ODA, were assessed for activity against male gamete formation using exflagellation assay. Cytotoxic effects were also evaluated in two cell lines, namely HCT 116 (human colon cancer) and EA.hy 926 (normal endothelial cells). Impact of Ver-EtOH on An. stephensi mosquito fitness for feeding, i.e. the extent of feeding on vertebrate organism, was assessed after developing a new method quantifying the hematin level of mosquito rectal fluid.\ud
Results: Introduction of a one week extracts pre-treatment in the four day suppression test improves the impact of the extracts against sexual and asexual blood stages. Ver-EtOH, when administered through a blood meal on gametocytemic mice, it reduced oocyst prevalence by 27% and density by 90%, and the reduction in transmission is not related with the blood meal size of the mosquitoes. Four fractions (fr. 11-14) were found with inhibitory activity >90% against EES development. From which two sesquiterpene lactones were identified - vernodalol and vernolide. Fraction 11 were rich in vernolide and fraction 13 in vernodalol. Fraction 12 contain, both vernolide and vernodalol, whereas fraction 14 contains vernodalol. Fractions 11,13 and 14 reduced the oocyst prevalence of P. falciparum field isolates by about 75% and density by about 50% compared with controls. Ver-EtOH and vernodalol showed no effect on male gamete formation. The molecules and fractions from EtOAc phase were cytotoxic to the tested cell-lines whereas the aqueous extract was relatively less cytotoxic than organic extracts. Mosquitoes feeding capacity were not significantly affected up on the exposure to Ver-EtOH for two successive blood meals. However, it was reduced from third to fifth blood meals significantly. The method developed to evaluate the feeding extent was adaptable to other malaria research laboratory.\ud
Conclusions: V. amygdalina leaves contain molecules affecting multiple stages of Plasmodium and having a slight impact on feeding capacity of mosquitoes upon repeated exposure, evidencing its potential for drug discovery and for the development of standardized phytomedicines. The transmission blocking effect of the extracts or compounds is not related with male gamete formation. From the identified hit molecules, particularly vernodalol, modification of chemical structures is recommended to generate a druggable sesquiterpene lactones with good stability, enhanced and targeted activities against multiple stages of the Plasmodium parasite. Based on the current efficacy and safety data, the development of a multistage phytomedicine designed as a preventive treatment to complement existing malaria control tools - appears a challenging but feasible goal
Sunlight-activatable porphyrin formulations as potential larviciding tool for the control of the Afrotropical malaria vector, Anopheles gambiae s.l.
Photolarvicidal formulations based on the use of a porphyrin photosensitizer associated to carriers palatable to mosquito larvae could represent a new approach for the development of larvicides suitable for the control of malaria vectors.\ud
We demonstrated a high larvicidal efficacy of diet-porphyrin based formulations comprising meso-tri(N-methyl-pyridyl),mono(N-dodecyl-pyrydyl)porphine (known as C12 porphyrin) and ground cat food pellet (CF) or pollen granules (PO) as C12 carriers against Anopheles gambiae s.l. in semi-natural condition based on outdoor tray experiments conducted in Burkina Faso. Rapid larval mortality was obtained, in particular by a fine particles fraction from the C12-CF preparation (particles sizes < 160 μm). The efficacy of the various formulations was found to be influenced by particle sizes, type of formulation and breeding water type, rather than the mosquito species. The C12-CF-fine formulation caused 100% mortality after 3.5 h exposure to sunlight at all conditions, whereas C12-CF-coarse and C12-PO required more sunlight exposure time (8 to 20 h) to cause relevant larval mortality, which also varied with the type of water and to a lesser degree with the Anopheles species/population used. The formulations showed a limited residual activity. One day of pre-exposure to direct sunlight was sufficient to completely abrogate the photocidal activity of the C12-CF-coarse formulation and to decrease the mortality rate induced by C12-CF-fine and C12-PO to 27% and 33% respectively.\ud
The evaluation of the effectiveness of the C12 porphyrin-diet formulations against larvae of An. gambiae mosquitoes in their natural habitats through controlled-field experiments showed that for an optimal use, such formulations preferably should be based on fine particle carriers measuring less than 160 μm. The finely formulated C12-diets (C12-CF-fine, C12-PO) demonstrated, within 24 h after treatment of these breeding habitats, 50 – 100% reduction in the density of immature anopheline (with variation according to the larval stages). Moreover, this evaluation showed that more formulation optimization studies are required for such larvicadal preparations to fulfill requirements for anopheline control.\ud
Taking into account the antifeedant and insect growth regulatory properties of azadirachtin A, a secondary metabolite abundantly present in the seed kernel of neem (Azadirachtin indica), we investigated combinations of C12 porphyrin and neem products, for their capability to induce both rapid killing and delayed anti-larval effects on larvae of Anopheles gambiae mosquitoes. Alike the C12-loaded CF formulation, C12-loaded neem products,\ud
particularly C12-loaded neem fruit (C12-NF) and C12-loaded neem leaves (C12-NL) yielded rapid killing, causing almost complete larval mortality 48 h after-treatment in spring water. This effect was found to be reduced in water samples from some natural breeding sites. However, a prolonged exposure allowed to achieve a delayed-effect after 4 – 5 days post-treatment, and larval mortalities of 70 – 100% were still observed in water types rich of soil particles (and probably biotic and organic matter). Upon a extended-exposure time of 9 days, C12-NF and the C12-loaded 10% NeemAzal®-treated CF (C12-NACF) yielded a residual activity in spring water, of about 75 – 100% larval mortality; while the neem-free C12-loaded product, C12-CF, showed only 21% larval mortality after the same time of extended-exposure.\ud
The combination of C12 porphyrin with a neem product, in particular the C12-NF and C12-NACF formulations, showed an additive efficacy on larvae of Anopheles gambiae s.l. in this preliminary study. Further investigations in natural conditions of larval habitats should help to clarify the potential of such combinations for the development of a bio-larvicide approriate for malaria vector control
La teoria della separazione dei poteri di Montesquieu.
L’opera di Charles-Louis de Secondat, barone di La Brède e di Montesquieu, ed in particolare il testo cardine del suo pensiero, l’Esprit des Lois, può senza alcun dubbio essere posta alla base delle principali formulazioni dei problemi giuridici e politici dell’età dei Lumi, nonché punto di avvio privilegiato di un gran numero di riflessioni speculative del secolo XIX. Proprio all’analisi della più significativa opera giuridica-politica-sociale del filosofo bordolese della prima metà del Settecento, è rivolta la presente tesi di dottorato di ricerca, con attento riferimento alla teoria della separazione dei poteri, da Montesquieu elaborata e che trova l’addentellato nel cruciale Libro XI del testo in esame. Quando nel 1748 il libro di Montesquieu fu pubblicato a Ginevra, e nell’arco temporale di appena due anni letto in tutta Europa ed oggetto di ben ventidue edizioni, il «padre» del moderno costituzionalismo non avrebbe mai potuto immaginare che stesse offrendo un vivace contributo allo sviluppo intellettuale di quegli uomini che, nel 1787, avrebbero scritto la Costituzione degli Stati Uniti e che, tutte le parti che intervennero nel dibattito che la precedette, lo avrebbero citato come un’autorità. Montesquieu e la sua teoria della separazione dei poteri, infatti, divennero tra Sette e Ottocento il collegamento imprescindibile tra l’idea tradizionale e quella moderna di governo costituzionale, tanto da portare alcuni studiosi ad attribuire al filosofo di La Brède l’appellativo di «oracolo in due Continenti». È sufficiente del resto qui ricordare che, quando ancora il movimento dei philosophes viveva la sua fase embrionale, Montesquieu già poneva le basi del loro pensiero e di tutta la moderna impostazione teorica dello stato liberale. Un percorso alla inesauribile ricerca di una libertà e alla scoperta di nuovi strumenti di garanzia della stessa. È su questo terreno che si realizza l’incessante opera di Montesquieu e del costituzionalismo, il cui processo fatto di lotte e conquiste sembra non giungere mai a reale conclusione. Al fine di agevolare la comprensione dei nodi cruciali del pensiero giuridico del filosofo francese, seguendo un metodo rigorosamente legato all’analisi testuale, si è cercato nel presente lavoro di illustrare ed esaminare le principali tematiche dell’opus maius di Montesquieu: dalla teoria della tripartizione dei governi (repubblica, monarchia e dispotismo) a quelle sulla libertà politica e le forme istituzionali che meglio la realizzano, fornendo altresì alcune chiavi di lettura del pensiero montesquiviano offerte dai più significativi interpreti otto-novecenteschi. Nello specifico, il primo capitolo, dopo aver ricostruito un’ampia e dettagliata rassegna di studi degli ultimi cinquant’anni annidatasi attorno alle speculazioni filosofiche, politiche, giuridiche e sociali di Montesquieu, concentra innanzitutto il proprio focus sui concetti di «diritto» e «giustizia», sulla nuova accezione montesquiviana della legge, sganciata dalla morale e dalla teologia (da qui le dure accuse di ateismo e di deismo mosse al filosofo), e sullo scarso interesse mostrato dall’Autore per le teorie sullo stato di natura che riverbera le sue conseguenze nel capovolgimento del concetto del contrattualismo classico. Nella seconda parte del capitolo si passa, quindi, ad analizzare la natura ed i princìpi dei governi individuando le caratteristiche precipue delle tre forme governative, per le quali Montesquieu proponeva una classificazione di tipo valutativo che permetteva di distinguere le forme corrette da quelle corrotte. Al riguardo si mettono altresì in luce le caratteristiche specifiche di una delle tre forme, quella dispotica, tra le più interessanti dal punto di vista interpretativo, in quanto intesa non più come possibile degenerazione del governo monarchico, ma come forma autonoma in cui la religione gioca il complesso ruolo di limite all’arbitrio. Il secondo capitolo focalizza invece l’attività speculativa sulla teoria della separazione dei poteri. Prima di addentrarsi nell’analisi della struttura politica-istituzionale, Montesquieu prende però in esame il concetto di libertà politica, i suoi caratteri ed il rapporto con la libertà filosofica. Ne discende l’interesse del nostro lavoro per le «leggi che formano la libertà politica, nel suo rapporto con il cittadino» e per le «leggi che formano la libertà politica, nel suo rapporto con la costituzione». Il punto nodale della ricerca è qui sviluppato cercando di rivolgere la propria attenzione ai tre poteri statuali individuati da Montesquieu (il potere legislativo, il potere esecutivo delle cose che dipendono dal diritto delle genti ed il potere esecutivo delle cose che dipendono dal diritto civile) e ai loro reciproci rapporti. Nell’ultimo capitolo, infine, si forniscono le più accreditate riflessioni speculative sull’evoluzione del concetto di separazione dei poteri, partendo dai sempre validi studi di Charles Eisenmann per arrivare, tra gli altri, a quelli più recenti ed interessanti di Michel Troper e Mauro Barberis, nel tentativo di comprendere le modalità attraverso le quali si sia passati dall’accezione della separazione dei poteri, come la si intendeva nel diciottesimo secolo, all’interpretazione fornita successivamente nel corso del diciannovesimo secolo fino alle più attuali chiavi di lettura
L'enattivismo. Possibili implicazioni per l'analisi dell'agire didattico.
Il percorso di ricerca presenta l’Enattivismo quale nuovo paradigma nelle scienze cognitive, indagando i possibili parallelismi in ambito didattico per descrivere il processo di insegnamento-apprendimento.\ud
Per molto tempo l’immagine del fossato galileiano ha informato le teorie della conoscenza (Damiano, 2009); anche il Costruttivismo, per quanto abbia recuperato il ruolo del soggetto nel processo conoscitivo, è pur sempre rimasto ancorato ai dualismi mente-corpo, soggetto-oggetto (Holton, 2010; Proulx, 2008).\ud
Per l’Enattivismo non esiste separazione. Il corpo vivente (Thompson, 2007) interagisce con ciò che lo circonda, en-agisce la realtà cogliendo i triggers che essa offre (Fuchs e De Jaegher, 2009; Proulx 2004). Soggetto conoscente e realtà creano una struttura unitaria, che emerge, vive e si trasforma attraverso tali interazioni. è il concetto focale di accoppiamento strutturale (Maturana e Varela, 1992) per cui soggetto e ambiente interagiscono nell’azione co-specificandosi.\ud
Considerare il soggetto immerso nella realtà conduce ad una differente concezione della conoscenza, non più rappresentazione né costruzione, bensì una enazione di significati a partire da esperienze e azioni nel mondo e sul mondo, in interazione con l’altro da me. \ud
Pertanto, la conoscenza sembrerebbe emergere dal flusso circolare ed incessante di interazioni senso-motorie tra cervello-corpo-ambiente.\ud
Centrale nell’Enattivismo diviene il concetto di emergenza, ovvero la formazione di nuovi processi o proprietà a partire dall’interazione di diversi processi o elementi già esistenti. Una emergenza possiede una propria identità, (Stewart, Gapenne, Di Paolo 2010) che ridefinisce le proprietà delle sotto-unità obbligandole ad una riorganizzazione collettiva e coordinata. In una situazione di accoppiamento, un evento esterno destabilizzante perturba l’equilibrio del sistema e innesca una reazione interna di riorganizzazione per trovare un nuovo equilibrio: i sotto-elementi si trovano a dover mutare proprietà e relazioni reciproche per ri-adattarsi alla perturbazione. Ma la trasformazione cui va incontro dipende dalla specifica struttura del sistema, da come questo coglie i triggers e vi reagisce. \ud
L’accoppiamento è contestuale, l’identità cognitiva che co-emerge è transitoria in quanto frutto della relazione tra una specifica destabilizzazione del sistema e una tra le possibili scelte e configurazioni che possono generarsi in risposta ad essa.\ud
La ricerca è stata guidata dall’ipotesi di poter applicare il modello biologico dell’Enattivismo alla descrizione del processo di insegnamento-apprendimento.\ud
Alla luce della complessità attuale, pensare di spiegare e comprendere l’atto didattico focalizzandosi sui due poli del processo presi isolatamente (il docente trasmette conoscenza / lo studente costruisce conoscenza) non renderebbe ragione della conoscenza che si genera invece dal loro incontro.\ud
Leggere la prassi didattica con la lente dell’Enattivismo impone, invece, di guardare alla classe come ad un sistema i cui elementi (docente e studenti) vivono una storia di interazioni e trasformazioni reciproche mediante le quali l’intero sistema evolve.\ud
Comporta ricercare l’esistenza di uno spazio-tempo in cui individuare una sorta di incontro, di accoppiamento strutturale non solo tra soggetto e oggetto, ma anche tra le diverse soggettività impegnate nel processo educativo.\ud
È nell’azione didattica che sembrerebbe aver luogo questo incontro: essa diviene il luogo in cui docente e studenti entrano in relazione, in cui le traiettorie, altrimenti autonome, di insegnamento e apprendimento si intrecciano e formano un’unità (Rossi, 2011). \ud
Finché le traiettorie viaggiano parallelamente non vi è alcuna influenza reciproca. Diversamente, quando esse si intrecciano nell’azione emergono elementi di criticità, come misconcezioni, erronee interpretazioni, differenti concettualizzazioni e punti di vista, difficoltà e ostacoli di vario tipo, conflitti, aspettative disattese, obiettivi ma anche valori differenti. \ud
La ricerca indaga le interazioni didattiche quale spazio-tempo in cui ritrovare quel fattore di perturbazione che produce uno squilibrio, quelle situazioni associabili ai concetti di accoppiamento strutturale e co-emergenza che permettono di spiegare le dinamiche trasformative avviate in un sistema e gli apprendimenti che possono generarsi. \ud
Il percorso si è declinato in tre direzioni di ricerca: \ud
1. individuare e descrivere situazioni di accoppiamento strutturale e di co-emergenza ricollegabili al manifestarsi di eventi perturbatori; questi emergono nell’incontro tra insegnamento e apprendimento provocando uno squilibrio, e la conseguente riorganizzazione del sistema classe a sua volta si riversa sulle soggettività coinvolte, i sotto elementi, che si trovano a dover mutare proprietà e relazioni reciproche.\ud
2. ricercare le micro-regolazioni segnali di un adattamento interpersonale per la ricerca di un’intesa, descrivendo i passaggi lungo cui si articolano e gli effetti da esse provocati\ud
3. individuare e descrivere situazioni di co-attività come esempio di accoppiamento e co-emergenza.; ovvero uno spazio-tempo auto-poietico parzialmente indipendente dalle soggettività che, interagendo, in esso si de-costruiscono per ri-costruirsi insieme nell’accoppiamento (Marsh et al., 2009); \ud
L’analisi ha permesso di osservare la perturbazione che innesca processi di riorganizzazione verso nuove conoscenze, le decisioni prese in azione per adattare il sistema all’evolvere della situazione, le situazioni nello spazio di mezzo tra insegnamento e apprendimento, i processi mediatori, la regolazione didattica. Ha anche sottolineato quali sono i trigger che maggiormente permettono l’attivazione di spazi di co-attività e quali comportamenti dei docenti possono favorirli.\ud
Il lavoro pone anche dei suggerimenti per la formazione iniziale e in servizio degli insegnanti. La centralità della regolazione sottolinea come la formazione dei docenti non possa limitarsi alla conoscenza delle pratiche per la progettazione, delle strategie didattiche e degli ambienti di apprendimenti. La professionalità docente deve nutrirsi della complessità dell’agire didattico. L’analisi dei video, la simulazione di azione, la riflessione sulle pratiche di tirocinio sono attività professionalizzanti che permettono di focalizzare l’azione e, soprattutto, i processi di regolazione che, come dimostrato dalla ricerca, hanno un ruolo centrale nell’attivare processi di co-attività e nel favorire l’accoppiamento strutturale
L’educabilità dell’individuo. Videogame e potenziali elettrici cognitivi per il trattamento della dislessia e disprassia.
Il progetto di ricerca interpreta e costruisce il videogame LIGHTS dedicato al training dei Disturbi specifici di Apprendimento e disprassia.\ud
LIGHTS, composto da venticinque attività e da cinque joystick, rappresenta un videogioco educativo clinico in favore dell’evoluzione della fluidità, delle funzioni esecutive, sollecitando la prontezza all’azione pertinente, accurata, rapida per la comprensione immediata e intuitiva dell’azione. La situazione giocosa di tipo elettronico di LIGHTS consiste nell’attivare e disattivare in modo autoregolato il fare. Il soggetto deve prontamente compiere una serie di start e stop, interessando i coordinamenti percettivi, motori e cognitivi.\ud
LIGHTS è un “principio attivo”, volano di dinamismi di autoregolazione neuropsicofisiologica, che si sviluppa a partire da organizzazioni iconiche e sequenziali, narrative nonché metafore funzionali. Le venticinque attività, possono essere attivate e regolate dal player mediante comandi su joystick per dinamizzare funzioni metacognitive fonadamentali e sollecitare l’intera architettura funzionale nell’esecuzione di allertamento, attenzione, intenzionalità, incipit esecutivo, reattività, frenaggio, metria, organizzazione spazio-temporale, intenzionalità.\ud
Nel primo versante, l’attenzione si concentra su studi specialistici relativi all’attivazione motoria, ai tempi di preparazione e alla velocità esecutiva, secondo le indagini dei potenziali evocati evento-correlati. La prima parte, sulla scorta di consapevolezze epistemologiche, volge l’attenzione ad uno studio concettuale transdisciplinare sui fattori che interessano le pratiche, le dinamiche e i luoghi educativi, nonché la congiunzione delle concezioni scientifiche di P. Crispiani, P. G. Rossi e G. A. Chiarenza. Questa ricerca è costruita su un'ontologia costruttivista e probabilista e su una gnoseologia relativista e ha come cornice il paradigma ecologico. Il processo di ricerca procede secondo la modalità naturalistica, evitando percorsi di ricerca già strutturati o determinati, per focalizzare l’attenzione su quei fattori che nel corso dell'indagine risultano rilevanti per la comprensione del fenomeno.\ud
Gli studi condotti analizzano il fenomeno neuropsicofisiologico della velocità esecutiva del soggetto dislessico e disprassico in relazione ad azioni autodeterminate o self-paced. La costruzione del videogame LIGHTS prende corpo proprio dall’autodeterminazione delle azioni che è regolata a sua volta da stimoli ambientali, costituiti da target e feedback.\ud
Il lavoro presentato si configura come il risultato di un’organica e documentata indagine attinente ai processi della mente e alla tecnologia educativa. Essenziale a questa interpretazione scientifica è il contributo di G. A. Chiarenza che si distingue per la concezione neuropsicofisiologica che interessa il flusso elettrico del soggetto con Disturbo Specifico di Apprendimento. G. A. Chiarenza studia tutti quei processi cerebrali coinvolti nella letto-scrittura e quindi l’attività elettrica in relazione ai potenziali cognitivi cerebrali evento-correlati, cogliendo le disfunzioni dei circuiti cerebrali soprattutto allorquando i dinamismi coinvolgono il cervelletto.\ud
Tale concezione neuropsicofisiologica trova notevoli punti di contatto con P. Crispiani che intende la dislessia come disprassia sequenziale, interpretandola come Disturbo specifico dell’esercizio della lettura, dunque una sindrome qualitativa. La disprassia, che sottende la Sindrome Dislessica, implica quello stato di disorganizzazione che si configura nella dis-organizzata esecuzione di movimenti, generati da schemi motori volontari che interessano globalmente il comportamento motorio. Ciò sta a significare che questo disturbo pervade la motricità ma soprattutto inficia ecologiacamente le prestazioni oculo-motorie, linguistiche, di pensiero, lettorie, scrittorie, grafo-motorie, mnestiche, del calcolo orale, dell’organizzazione spazio-temporale. Ne emerge un soggetto che:\ud
- regola vischiosamente e con scarsa efficacia ed efficienza le posture nelle dinamiche;\ud
- manifesta un certo grado di goffaggine o mal destrezza, soprattutto manifesta incoordinazione bimanuale nelle azioni quotidiane;\ud
- presenta un lieve disturbo del circuito ideo-motorio, comportando disordine esecutivo di azioni, cattive impugnature e disordinato uso delle mani e delle dita, dunque manifesta un generale disordine esecutivo motorio;\ud
- presenta disordine nell’ideazione del gesto e sua realizzazione perché non si pone il target;\ud
- manifesta difficoltà nell’eloquio fluido, nella turnazione del discorso e nell’espressione orale, che si presenta scarna e non sempre adeguatamente pertinente. \ud
Si tratta di condurre il soggetto globalmente ad una condizione di fluenza delle performances.\ud
Le dimensioni descrittive della dislessia e disprassia trovano piena attuazione nella cognizione distribuita di J. Zang e D. Norman, rielaborata da P. G. Rossi alla luce della scrittura e della lettura.\ud
Nel secondo versante tale contributo mette in luce le dimensioni formative che vengono promosse nelle pratiche educative attraverso un lavoro di abilitazione funzionale tecnologica con il coinvolgimento di bambini, Docenti della Scuola Primaria e monitoraggio di Docenti Universitari. A fondamento degli interventi rivolti ai soggetti disprassici e dislessici vi è una pertinente progettazione educativa destinata alla realizzazione di interventi, calibrata sulle esigenze abilitative che ne garantiscano lo sviluppo armonico in ogni dimensione della personalità. Infatti la seconda parte del lavoro si focalizza sulla costruzione, sulla revisione e monitoraggio del videogame LIGTHS, sulla base delle osservazioni dei Docenti universitari, quali C. Cornoldi, G. A. Chiarenza e P. Crispiani, i quali esprimono pro e cons del videogioco LIGHTS e dell’hardware o joystick. \ud
LIGHTS è stato testato con 62 bambini per valutare la funzionalità dello strumento. Il campione è stato scelto sulla base di indagini scientifiche per le quali la letteratura indica soggetti a partire dai 7/8 anni d’età ai 10/11 anni d’età. Una volta testata la buona funzionalità di LIGHTS, l’osservazione si concentra sulle dinamiche cognitive di bambino di 8 anni, articolando le rilevazioni in 8 sedute con setting semistrutturato. \ud
Nella terza parte, con la costruzione di un sistema di valutazione del servizio T.S.F.-C.P.System, costituito da strumenti di informazione relative al suddetto videogioco e dell’intero sistema videoludico, si evidenziano gli aspetti che caratterizzano il servizio globalmente. \ud
Gli elementi raccolti contribuiscono a promuovere delle riflessioni, quali:\ud
-la costruzione del joystick in cinque misure differenti;\ud
-la rilevazione degli aspetti funzionali e interattivi del sistema video ludico che implica l’acuta osservazione del bambino in sinergia con l’artefatto;\ud
-la riflessione sulle osservazioni condotte sul singolo caso;\ud
-la ricerca di punti di forza, di elementi di criticità e ipotesi di rilancio educativo, nonché le eventuali espansioni tecnologiche
La libertà religiosa nelle strutture carcerarie: normativa e prassi della Regione Marche.
La presente ricerca muove da una preliminare disamina dei profili generali della libertà religiosa volta a delineare i rapporti tra lo Stato italiano e le singole confessioni religiose, anche alla luce degli orientamenti maturati nel tempo dalla giurisprudenza della Corte Costituzionale, per poi affrontare il tema centrale che è quello della libertà religiosa negli istituti di prevenzione e pena.\ud
Il legislatore al riguardo ha risentito dell'orientamento politico dominante che, nel tempo, ha riconosciuto una particolare tutela alla religione cattolica per poi aprirsi anche alle altre confessioni religiose.\ud
Tale percorso non si è ancora completato anche perché non è ancora stato chiarito l'approccio sistemico: Legge sulla libertà religiosa o intese volte a regolare di volta in volta i rapporti con le singole confessioni religiose? \ud
Allo stato attuale il dettato costituzionale - che garantisce uguale parità di trattamento a tutte le confessioni religiose nella assistenza ai detenuti – non sembra ancora completamente attuato. La figura del Cappellano carcerario è infatti istituzionalizzata e soltanto con il nuovo ordinamento penitenziario, egli è stato affrancato da compiti che poco o nulla hanno a che vedere con la pastorale carceraria come, ad esempio, la presenza nel consiglio di disciplina.\ud
Le ragioni che in passato potevano essere ricondotte ad un maggior radicamento della religione cattolica nel contesto sociale italiano, e quindi anche in quello carcerario, oggi non sono più valide anche per la significativa presenza di detenuti stranieri che praticano religioni diverse dalla cattolica.\ud
La piena attuazione del principio di libertà religiosa appare ancor più necessaria nelle strutture carcerarie che - privando i detenuti della libertà religiosa - impongono una convivenza forzata.\ud
Ulteriore profilo di ricerca è riferito alla libertà religiosa alla luce della normativa in tema di misure alternative alla detenzione. Infatti mentre all'interno del carcere, comunque è compito dell'amministrazione dare risposte alla domanda di assistenza religiosa, non altrettanto può dirsi quando la detenzione è domiciliare. In questo ambito ci si trova in un cono d'ombra che, in assenza di una normativa di riferimento, viene affrontato e risolto non decisioni non sempre uniformi dalla competente magistratura.\ud
La normativa e la prassi seguita nella Regione Marche sono in linea con l'orientamento nazionale. L'analisi riferita ai relativi istituti di prevenzione e pena ha evidenziato una disponibilità ed attenzione verso il problema che tuttavia per essere risolto necessiterebbe di un diverso approccio. Non dovrebbe essere, infatti, il singolo detenuto a richiedere assistenza religiosa diversa dalla cattolica, ma l'amministrazione dovrebbe offrire tale servizio tanto più se si pensa alla condizione di soggezione in cui versano i detenuti; in altri termini da semplice disponibilità passiva a prestare attenzione alle esigenze delle persone recluse in tema di libertà religiosa si dovrebbe passare alla completa attuazione di tutti quegli strumenti ed opportunità tali da garantire un effettivo godimento della libertà religiosa.\ud
E' auspicabile quindi un percorso volto a favorire una sostanziale parità di trattamento tra confessioni religiose negli istituti di prevenzione e pena, che sappia effettivamente garantire la laicità dello Stato garantendo in tal modo la piena applicazione di un principio espressamente previsto dalla Costituzione repubblicana che ancora oggi non appare completamente attuato