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Da Pentesilea a Euridice: La Casa Seca di Camille Mallarmé
Il presente articolo intende soffermarsi sulla rappresentazione delle dimore all’interno del romanzo La Casa Seca (1916) della scrittrice francese Camille Mallarmé (1886-1960). Nello specifico, il saggio mira ad analizzare il legame tra soggetto femminile e la pratica dell’abitare, che all’interno del libro si concretizza in una duplice topologia narrativa: lo spazio della nascita, da un lato, e lo spazio dell’annullamento identitario dall’altro. Nondimeno, cercheremo di rendere conto dell’alternanza tra dimore estensive e dimore ostensive, che nel configurare una dicotomia abitativa (potenziante e repressiva), permettono altresì di riflettere sulla “non abitabilità” dello spazio e la conseguente dissolvenza del soggetto abitatore, che nel caso della letteratura femminile sollecita ulteriori riflessioni sul ruolo della donna e lo spazio domestico quale spazio normativo
Intimità ed eroismo femminile: I cronotopi del ricordo in Isabel Allende, Ilaria Tuti, Ritanna Armeni, Phan Quế Mai Nguyễn
Riflettendo sia sui cronotopi in Inés del alma mía (2006), Fiore di roccia (2020), Una donna può tutto (2018) e The Mountains Sing (2020) sia sui mondi storico-culturali abitati dalle loro autrici, il presente contributo si propone di indagare l’intimità della casa in quanto dimensione privata intrisa di Stimmungen, valori e ricordi, quindi spazio privilegiato in cui sigillare la memoria nella scrittura. Ciò che infatti accomuna la Allende, la Tuti, la Armeni e la Nguyễn è la volontà di condividere la testimonianza di eroismi femminili che la Storia ufficiale tende a dimenticare. Attraverso un’analisi compositiva, narratologica, stilistica e cronotopica di ciascuna opera, il focus andrà dunque sulla sfera domestica intesa, in chiave critica e comparata, come centro di costruzione, conoscenza e riconoscimento dell’identità individuale da cui prende forma, in nuce, la narrazione dell’Io
Abitare col non umano: Addomesticazione, unheimlich, Chthulucene
L’invenzione principale della cultura borghese è stata l’appartamento, vale a dire l’articolazione dello spazio pubblico in spazio domestico. L’appartamento è diventato un cronotopo essenziale per la costruzione dell’identità borghese, alimentata dagli stessi criteri di razionalità, efficienza e prevedibilità garantiti dal comfort domestico. Per conseguire tale risultato, il borghese ha esiliato i non umani in un Altrove gerarchizzato imponendo confini semiotici sempre più ristretti. Questo contributo si propone di indagare le relazioni diacroniche tra umano e non umano all’interno dello spazio domestico in cinque opere esemplari: Robinson Crusoe, Die Verwandlung, Die Sorge des Hausvaters, Der Bau e Oryx and Crake
“Into a beautiful, civilized home”: Paradossi dello spazio privato nella trilogia americana
Il saggio è dedicato alla raffigurazione dello spazio privato nella trilogia americana di Philip Roth. Dopo alcune considerazioni sulla funzione che le case svolgono sul piano narrativo e simbolico, l’analisi si concentra sulla tensione, centrale nei tre romanzi, tra la dimensione privata e il mondo che la travalica. Un’attenzione particolare viene rivolta alla figura di Zuckerman e alle sue abitazioni, che evidenziano in modo esemplare questa dialettica
La natura delle scale nella poesia di Patrizia Cavalli
L’articolo si propone di studiare all’interno della poetica di Patrizia Cavalli la natura di un ben preciso luogo-oggetto domestico: le scale di casa. La tradizione poetica occidentale ci mostra che la scala raramente è assunta come tale, ma viene spesso usata come la metafora di una ascesa al cielo. Basti pensare alle scale che Dante menziona in senso strettamente teologico lungo tutta la Divina Commedia. La scala come simbolo di verticalità, come mezzo di unione tra terra e cielo, permarrà a lungo in poesia, in modo particolare nella poesia mistica (pensiamo alla secreta escala di Juan de la Cruz). La nostra attenzione si concentrerà sull’opera di Patrizia Cavalli, perché in essa assistiamo a una interessante operazione: le scale perdono la propria valenza metaforica e sono assunte in quanto tali, ovvero come scale di casa, giungendo persino a diventare, come accade in Datura, il tema principale di una intera sezione (In alto fino al sonno)
Venezia tra Sodoma e Gomorra: l’ogiva, il linguaggio, il segno
Questo articolo è una rilettura dell’episodio veneziano di Albertine disparue sul filo semiologico del problema della forma che governa l’intero movimento di senso e l’intera strategia narrativa del capitolo. La mia analisi si concentra, specificamente, sulla forma ogivale della finestra dell’hotel dove appare l’immagine della madre di Marcel in attesa che il figlio rientri; sulla forma del cappuccio che arricchisce il mantello in cui è avvolto il giovane della Compagnia della Calza nel celeberrimo Il miracolo della Croce a Rialto di Vittore Carpaccio; e infine sulla forma a collo di cigno assunta dalla gamba di Albertine nel momento della sua culmination con la giovane lavandaia. Ciascuna di queste forme è la rappresentazione verbo-visiva della posizione assunta dal narratore nel campo del desiderio
Temere e abitare: Per una teoria densa del fantastico e dei generi narrativi in generale
Partendo dal presupposto che la narrazione è un sistema complesso, si può pensare innanzitutto che ogni testo narrativo sia organizzato su tre livelli (cognitivo, sociologico e antropologico) e che la loro interazione risponda sempre, principalmente, a un’esigenza evolutiva fondamentale, quella relativa alla necessità dell’essere umano di pensarsi come abitante del mondo attraverso il timore che, dalle origini, accompagna questa esperienza. In quest’ottica, il ruolo della narrativa è quello di rappresentare una frattura abitativa per mettere in discussione lo spazio nella sua connotazione socio-politica consolidata e attingere a una topologia fantastica, ai fini di compiere un’operazione trascendentale di comprensione delle dinamiche della vita ordinaria e di pervenire a un conseguente riorganizzazione. Considerando quindi il numero limitato degli spazi fondamentali per l’essere umano e che il timore comporta tre tipi di reazioni (il congelamento, la fuga e la lotta), è infine possibile pensare l’intero sistema letterario, in particolare dall’Ottocento in poi, organizzato in generi che si costituisco attorno alle risposte abitative offerte dalla narrazione
Unlocking the domestic space: The party in Joyce, Mansfield and Woolf
The aim of the essay is to analyse the chronotopic motif of the party in some canonical texts of British Modernism: Joyce's The Dead (1914), Mansfield's The Garden Party (1922), Woolf 's Mrs Dalloway (1925) and To the Lighthouse (1927). Although the home protects intimacy from unwelcome intrusions, the party transforms it into a liminal space where inside and outside, private and public interact: the external world with its turmoil enters the domestic space and the private dimension of the party, spoiling the festive mood, which may or may not successfully contain the intrusion. Frequently the intruder from the outside takes on the aspect of a deceased person, who challenges the principles of the individual and the society where they belong. Though Joyce’s, Mansfield’s and Woolf’s narratives are set in a domestic space scantly described if compared to 19th century novels, places are nonetheless constantly evoked as the plot unfolds aptly foregrounding the final revelation and the ultimate meaning of the text.The aim of the essay is to analyse the chronotopic motif of the party in some canonical texts of British Modernism: Joyce's The Dead (1914), Mansfield's The Garden Party (1922), Woolf 's Mrs Dalloway (1925) and To the Lighthouse (1927). Although the home protects intimacy from unwelcome intrusions, the party transforms it into a liminal space where inside and outside, private and public interact: the external world with its turmoil enters the domestic space and the private dimension of the party, spoiling the festive mood, which may or may not successfully contain the intrusion. Frequently the intruder from the outside takes on the aspect of a deceased person, who challenges the principles of the individual and the society where they belong. Though Joyce’s, Mansfield’s and Woolf’s narratives are set in a domestic space scantly described if compared to 19th century novels, places are nonetheless constantly evoked as the plot unfolds aptly foregrounding the final revelation and the ultimate meaning of the text
La dimensione dell’abitare nella scrittura ergodica della "Casa di foglie" di Mark Z. Danielewski
Il saggio intende focalizzare l’attenzione sulla dimensione dell’abitare per come emerge dal romanzo ergodico Casa di foglie (2000) di Mark Z. Danielewski. Il racconto si muove su più livelli parallelamente ed è tenuto insieme da un lato dalla presenza mutaforme della casa, dall’altro da quella attiva del lettore. Qui il lettore è chiamato a indagare il mistero che circonda la casa di Ash Tree Lane, indiscussa protagonista del romanzo, posta come motore da cui l’azione si irradia. La casa è il mostro che riempie d’angoscia le vite dei personaggi, crescendo su se stessa, senza che, fuori, se ne abbia alcune percezione. La casa diventa, cioè, un labirinto che, nelle sue misteriose deformazioni, diviene da un lato l’emblema dell’assenza, che segna a vari livelli le vite di coloro che la abitano, dall’altro la rappresentazione stessa della lettura e del lettore
Essere (non) a casa: L’abitare distopico della fantascienza
Cosa succede quando chiudendo la porta di casa non si allontana il pericolo, ma ci si sprofonda dentro? Didino in Essere senza casa(2020) delinea una crisi dell’abitare che si combatte su una serie di soglie, tra cui quella tra l’umano e la macchina e, nel farlo, parla del nostro presente, ma sfogliando racconti di una settantina di anni fa, la fantascienza sembra aver anticipato – come spesso accade – questo timore, proponendolo ai suoi lettori nei termini di distopia domestica. Case vive, case paranoidi il cui dovere di protezione si trasforma in ansia di autoprotezione. Ne The Veldt di Ray Bradbury (1950) e The Thousand Dreams of Stellavista (1962) di James Ballard la sensazione di unheimlich, del ‘non-a-casa’ esplode quando queste case intelligenti, progettate per proteggere, aiutare, intrattenere i proprietari si trasformano in un universo da incubo, minacciando l’esistenza stessa dei proprietari o dimostrandosi patetiche, quando si ritrovano sole, svuotate dai loro inquilini (R. Bradbury, There Will Come Soft Rains, 1950). Così, le quattro mura con cui ci circondano, non delimitano più il nostro spazio sicuro, ma la gabbia da cui vogliamo scappare