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DISTRIBUZIONE DELLE CELLEULE CD4+CD25+FOXP3+ (Treg) NEL SANGUE PERIFERICO ED INTERAZIONI DINAMICHE DELLA RISPOSTA IMMUNITARIA NEI PAZIENTI CON ADENOCARCINOMA DEL PANCREAS
OBJECTIVES: CD4+CD25+FOXP3+ T cells are an heterogeneous population of cells playing a key role in maintenance of the immune system’s tolerance of both foreign and self-antigens. They can inibit immune responses mediated by T effector cells. Patients with a variety of cancers have an enlarged pool of Treg in their peripheral blood, in tumor-draining lymph nodes and in the tumor microenvironment.
Pancreatic cancer remains a major unsolved health problem, with conventional cancer treatement having little impact on disease course.
Poorly prognosis in pancreatic cancer (PC) patients has been correlated with increase of Treg in peripheral blood, lymph nodes et tumor tissue.
Despite the advanced understanding of the mechanism of cancer evasion, the exact mechanism and clinical significance of Treg elevation in PC patients remains unclear.
Further work is required to investigate of wich of Treg specific subpopulation is involved in pancreatic cancer developement to provide greater insights into potential mechanisms of cancer evasion and to develope an array of treatements that will inhibit spacific pathways that mediate evolution and progression of ACP.
To evaluate the distibution of Tregs in peripheral blood of PC patients, in the present prospectic study the percentage of circulating rTregs and aTreg has been compared to that of healthy volunteers, colon cancer patients and inflammatory diseases patients.
Furthemore, we analyse the balance of the different subsets of Tregs in peripheral blood in PC patients and the correlation between the prevalence of circulating Tregs in PC patients and their clinico-pathological findings and outcomes.
METHODS: Among a total of 29 patients with ductal adenocarcinoma of the pancreas, 24 underwent pancreatectomy and 5 biliopancreatic diversion. Their peripheral blood mononuclear cells (PBMCs) were analysed to determine the proportion of CD4+CD25+Foxp3+ T cells (Tregs), as a percentage of the total CD4+ cells, by FACScan analysis after labeling with anti-CD4, anti-CD25, anti-CD45 and anti-Foxp3 antibodies. Clinical stages were classified according to the TNM classification.
RESULTS: The percentage of CD4+CD25+++CD45RA- Foxp3hi (aTreg) cells among the PBMCs was significatively increased in PC patients compared with healty donors (HD) (P<0,001), colon cancer patients and patients with inflammatory diseases (P<0,001).
The analys of rTreg/aTreg balance showed an evolutive inflammatory profil in PC patients compared to that of healthy donors and confirm the Treg cell differentiation dynamics and interactions.
A positive correlation was found between the percentage of CD4+CD25++CD45RA+FoxP3low (nTreg), CD4+CD25+++CD45-RAFoxp3hi (aTreg) and the patients age. No correlation was found between the percentage of circulating Treg and clinical stages and survival.
CONCLUSIONS: The increase in CD4+CD25+++CD45RA-FoxP3hi Treg cells may be related to immunosuppression and tumor progression in patients with ductal pancreatic cancer. Their removal can boost the antitumor immunity with the potential to achieve therapeutic impacts.
Further studies are required:
- To determine the mechanisms exact of tumor evasion and of Treg cells elevation in peripheral blood, draining lymph nodes and tumor tissue in cancer patients.
- to evaluated dynamic interactions between different subsets of Treg cells and their clinical significance.
The immunological monitoring of Treg may be useful to predict the prognosis for patients with pancreatic cancer.
Additionally, an increase in our understanding of exact mechanism of Treg-mediated suppression will offer insights into potential alternatives for inhibiting, in a selective way, specific Treg activity and enhance immunotherapeutic potentials
Risultati a lungo termine di uno studio randomizzato sul ruolo della coronarografia sistematica preoperatoria prima di endoarterectomia carotidea in pazienti con malattia coronarica asintomatica
L’incidenza di coronaropatia (CAD) nei pazienti sottoposti a chirurgia vascolare in
elezione è tra 46% e 71% [1,2] con complicanze postoperatorie di tipo coronarico,
osservate nel 20% dei casi, fino a 30 giorni dopo l’intervento di chirurgia vascolare
[3] e con una mortalità per cause cardiache a distanza di 1 anno tra 6% e 10% [4,7].
Un ampio studio retrospettivo, ha dimostrato che il by-pass aorto coronarico (PAC)
prima di un intervento periferico di chirurgia vascolare, ne migliora i risultati a lungo
termine [8,9].
Seguendo questo studio, un gruppo di esperti ha raccomandato il PAC prima di un
intervento periferico di chirurgia vascolare in un gruppo di pazienti con angina
instabile, per i quali il PAC offre maggiori benefici in termini di sopravvivenza a
lungo termine [10].
Nonostante il consenso delle linee guida, la strategia ottimale preoperatoria per la
gestione del rischio cardiaco tra i pazienti selezionati per intervento periferico di
chirurgia vascolare, resta controverso, con una probabilità di discordanza tra due
cardiologi di circa il 54% e con un 26% di probabilità che la raccomandazione per una rivascolarizzazione coronarica potrebbe essere direttamente contradditoria [11].
Dall’altro canto però, alcuni studi riportano l’efficacia di una coronarografia o
scintigrafia miocardiaca con Tallio preoperatoria, seguita da una rivascolarizzazione
coronarica selettiva, nella prevenzione di un infarto miocardico postoperatorio [12-
15]; altri studi non hanno dimostrato un sostanziale beneficio ed hanno sollevato il
problema del sanguinamento intraoperatorio nei pazienti sottoposti a
rivascolarizzazione coronarica percutanea (PCI); sanguinamento dovuto alla terapia
con doppia antiaggregazione [16-19].
In un precedente studio, abbiamo dimostrato che la coronarografia sistematica
preoperatoria, seguita da una rivascolarizzazione coronarica selettiva, riduce
significativamente l’incidenza di infarto del miocardio (IM) nei pazienti sottoposti ad
intervento di endoarterectomia carotidea (CEA) senza un’evidenza clinica di
coronaropatia (CAD) [20].
Riportiamo qui i risultati di un follow-up a lungo termine del nostro studio, per
valutare se l’utilizzo di una coronarografia preoperatoria sistematica, seguita da
rivascolarizzazione coronarica selettiva, possa ridurre significativamente l’incidenza
di infarto del miocardio (IM) e possa allungare la sopravvivenza nei pazienti senza
una precedente storia di patologia coronarica (CAD) al momento della chirurgia
carotidea.Tesi di dottorat
Active and Passive Multi-Sensor Radar Imaging Techniques Exploiting Spatial Diversity
The work here presented reports several innovative SAR and ISAR radar imaging techniques exploiting the spatial diversity offered by multi-sensor systems in order to improve the performance with respect to the conventional, single channel cases. Both the cases of dedicated transmitters and exploitation of opportunity transmitters are considered.tecnhiques: 1) Multi-sensor ISAR imaging; 2) 2D-MIMO SAR/ISAR imaging; 3) target rotation motion estimation from distributed ISAR data; 4) ISAR while-scan mode for coastal surveillance; 5) GNSS-based SA
Riattivazione del Polyomavirus umano JC in pazienti affetti da malattie immuno-mediate e trattati con farmaci biologici: analisi di sequenza della Non Coding Control Region virale ed indagine immunofenotipica
Negli ultimi anni, il trattamento di molte malattie immunomediate ha previsto l'impiego di anticorpi monoclonali (mAbs), i rappresentanti più promettenti nella categoria dei farmaci biologici (FB). Tuttavia il loro uso è stato presto associato alla riattivazione di agenti patogeni latenti, come il Polyomavirus umano JC (JCV), un virus neurotropo ed ubiquitario nella popolazione umana, con un genoma a DNA circolare a doppio filamento. L'allarme di “infezioni opportunistiche associate all’utilizzo di FB” è scattato nel 2005 quando 3 pazienti, trattati con l’mAb natalizumab, hanno sviluppato la leucoencefalopatia multifocale progressiva (PML), rara malattia demielinizzante del sistema nervoso centrale (SNC) causata all’infezione litica degli oligodendrociti da parte di JCV. L’α4-integrina (o CD49d) rappresenta il bersaglio specifico dell’mAb natalizumab, che agisce bloccando la diapedesi dei linfociti T CD4+ e CD8+ attivati verso i loci d’infiammazione. A livello del SNC, tale diapedesi linfocitaria è mediata dall’interazione tra l’α4-integrina, presente sui linfociti, e le molecole di adesione cellulare VCAM-1, presenti sull’endotelio vascolare cerebrale. Tuttavia, il preciso meccanismo mediante il quale il natalizumab predisponga al rischio d’insorgenza di PML non è stato ancora ben definito, anche se tale meccanismo sembra dipendere fortemente sia da una ridotta sorveglianza immunitaria del SNC, sia dall’infezione latente da parte di JCV delle cellule B e dei precursori ematopoietici CD34+ che, migrando attraverso la circolazione sanguigna, possono trasferire le varianti più neurovirulente di JCV dal midollo osseo al cervello. I determinanti del neurotropismo e della neurovirulenza di JCV risiedono principalmente nella regione non codificante di controllo della replicazione e della trascrizione genica virale (NCCR), una regione altamente variabile che va incontro a riarrangiamenti nel corso della replicazione virale. La NCCR della variante non patogena di JCV (archetipo CY) è divisa in 6 box indicati come: box A di 36 paia di basi (pb), box B (23pb), box C (55pb), box D (66pb), box E (18pb) e box F (69pb). Ciascun box contiene i siti di legame per specifici fattori trascrizionali cellulari coinvolti nella trascrizione dei geni virali. Questi siti di legame possono andare incontro a processi di riarrangiamento, come delezioni o duplicazioni, generando nuove varianti virali dotate di diverso tropismo e grado di patogenicità rispetto al ceppo archetipo. Le varianti patogene così generatesi ed isolate prevalentemente da tessuti di pazienti con PML possiedono invece una NCCR con un’organizzazione strutturale che rimanda al prototipo originale Mad1. La NCCR di Mad1 è costituita da una sequenza A-C-E di 98 pb ripetuta in tandem (A-C-E-A-C-E-F), con conseguente duplicazione dei siti di legame specifici per particolari fattori di trascrizione cellulare, tra cui NF-1 ed Spi-B, essenziali per l’espressione dei geni virali.
Pertanto, per stabilire l’esistenza di una correlazione tra la riattivazione di JCV ed il trattamento di malattie immunomediate con FB, sono state arruolate quattro coorti di individui: due coorti di pazienti pediatrici affetti da morbo di Crohn (MC) trattati rispettivamente con l'anti-TNF-α infliximab (Coorte 1.1), e con terapia convenzionale a base di antinfiammatori e antibiotici (Coorte 1.2); una coorte di pazienti affetti da sclerosi multipla recidivante-remittente (SMRR) trattati con natalizumab (Coorte 2); ed una coorte di pazienti affetti da malattie reumatiche infiammatorie croniche (MRIC) trattati con mAbs anti-TNF-α differenti (Coorte 3). I principali obiettivi di questo studio sono stati: (1) il monitoraggio della carica virale di JCV mediante PCR Real Time quantitativa (q-PCR) in prelievi biologici raccolti dalle tre coorti a tempi di campionamento specifici; (2) l’analisi dei possibili riarrangiamenti della NCCR virale, al fine di individuare possibili mutazioni nei siti di legame per specifici fattori di trascrizione cellulari; (3) l’analisi della sequenza genica della VP1 di JCV, al fine di definire una possibile correlazione tra uno specifico genotipo/sottotipo di JCV e le malattie immunomediate in trattamento con FB; (4) l’analisi immunofenotipica e la valutazione dell’immunoattivazione e dell’espressione del CD49d sulla membrana cellulare delle varie sottopopolazioni linfocitarie mediante citoflurimetria, al fine di individuare le alterazioni immunologiche indotte dal natalizumab, esclusivamente nei pazienti affetti da SMRR.
Dall’analisi dei risultati ottenuti è emerso che, nelle coorti di pazienti pediatrici affetti da MC, la carica virale di JC nel plasma (o viremia) è risultata significativamente più elevata nella Coorte 1.1 rispetto alla Coorte 1.2 dopo 4 mesi di trattamento, momento in cui l’infliximab sembra raggiungere la sua massima efficacia, determinando la mobilizzazione dei precursori emopoietici CD34+ infettati con JCV. Nelle urine e nelle biopsie ileali, invece, la carica virale è aumentata in modo significativo nella Coorte 1.1 rispetto alla Coorte 1.2 dopo 1 anno di trattamento con infliximab. Pertanto, è probabile che l’utilizzo prolungato del farmaco, riducendo l’immunosorveglianza dell’ospite, favorirebbe l’infezione produttiva da parte di JCV sia delle cellule epiteliali tubulari del rene sia delle cellule gliali enteriche, quest’ultime ritenute siti di latenza secondaria per il virus. In questo contesto, i virioni prodotti dalle cellule gliali enteriche potrebbero aver infettato le cellule epiteliali intestinali facilitando la diffusione del virus nel tratto gastrointestinale. Infine sia a 12 e a 18 mesi di trattamento con infliximab, la carica virale di JC nelle urine (o viruria) si è mostrata significativamente più elevata rispetto alla viremia (p < 0,05) solo nella Coorte 1.1. Nella Coorte e invece, durante i primi 8 mesi di trattamento con anti-TNF-α, è stata osservata una viruria persistente da JC significativamente più elevata rispetto alla viremia (p=0,015), portando ad ipotizzare che sia la patologia primaria che l’utilizzo di anti-TNF-α favoriscano la riattivazione del virus a livello dell’epitelio dell’apparato urinario con conseguente rilascio dei virioni di JC nell’urina. Infine, nella coorte di pazienti con SMRR trattati con natalizumab, è stata riscontrata un’associazione statisticamente significativa (p=0,0006) tra il numero di campioni di urina positivi al DNA di JCV e la presenza di anticorpi JCV-specifici (STRATIFY JCV® positivo) dopo un anno di trattamento con natalizumab (t3), rispetto al numero di campioni di urina positivi al DNA di JCV e l’assenza di anticorpi JCV-specifici (STRATIFY JCV® negativo). Pertanto l’andamento della viruria potrebbe essere considerato un indice predittivo di riattivazione del virus JC nei primi 12 mesi di trattamento con natalizumab in pazienti affetti da SMRR soprattutto nei casi in cui lo STRATIFY JCV® fornisca un risultato negativo. Inoltre in pazienti con un numero di infusioni superiori a 12 è stato stimato un rischio relativo pari a 1,71 di sviluppare viremia da JCV rispetto ai pazienti con un numero di infusioni di JCV inferiore a 12 (p=0,04). Infine, esclusivamente nella Coorte 2 è stata condotta la valutazione dell’espressione del CD49d sulla membrana cellulare di varie sottopopolazioni linfocitarie presenti nel sangue periferico e, dall’analisi dei risultati ottenuti, è stato possibile osservare una riduzione significativa dell’espressione dell’α4-integrina nei linfociti T CD4 central memory (p = 0,036), CD4 effector memory (p = 0,012) e CD8 effettori (p = 0,043) dei pazienti affetti da SMRR con viremia e/o viruria da JCV rispetto a quella dei pazienti senza viruria e senza viremia durante il primo anno di trattamento con natalizumab. Infine dal confronto tra le varie coorti arruolate in questo studio, è emerso che la viruria nei pazienti affetti da MRIC è sempre maggiore rispetto a quella riscontrata nelle altre coorti (p=0,025) e che esiste una correlazione statisticamente significativa tra la viruria da JC al baseline (prima dell’inizio del trattamento con FB) e l’essere affetto da MRIC (p=0,024). Inoltre, i valori di viremia (p=0,046) e di viruria (p=0,008) sono sempre più elevati nella coorte dei pazienti affetti da MRIC rispetto a quelli dei pazienti con MSRR e che il rischio di viruria persistente da JC è più elevato durante il trattamento con anti-TNF-α rispetto a che al trattamento con natalizuamb (p=0,01). Per quanto riguarda invece l’analisi di sequenza della NCCR di JCV, nella Coorte 1.1 è stata riscontrata la presenza di un’organizzazione strutturale tipica della variante non patogena di JCV (archetipo CY) nel 72% delle sequenze analizzate, mentre nel 26% è stata riscontrata un’organizzazione CY-simile ma con una delezione del box D e/o la presenza di due mutazioni nucleotidiche ricorrenti: la trasversione da T a G all’interno del sito di legame per il fattore di trascrizione cellulare Spi-B e la transizione da G a A nel box F all’interno del sito di legame per il fattore di trascrizione cellulare NF-1. In particolare, l’identificazione della mutazione nucleotidica a livello del sito di legame per il fattore di trascrizione cellulare Spi-B, la cui espressione è elevata nelle linee cellulari ematopoietiche, come le CD34+ e le cellule B, permette di correlare la presenza di questa mutazione puntiforme con una maggior capacità di diffusione del virus nell’ospite. Inoltre la transversione nucleotidica da T a G, converte il tipico sito di legame per il fattore cellulare Spi-B (5'-AAAAGGGAAGGTA-3') della variante non patogena archetipo CY in quello caratteristico delle varianti PML-associate come Mad1 (5'-AAAAGGGAAGGGA-3'), favorendo la riattivazione del virus ed il processo di riarrangiamento della NCCR. È stato infatti osservato da altri Autori che questa mutazione porti ad un aumento della trascrizione dei geni precoci di JCV, in quanto il sito di legame per Spi-B delle varianti PML-associate possiedono un’affinità di legame maggiore per la proteina cellulare rispetto al sito di legame presente nella variante non patogena [Marshall et al., 2012]. Infine nel restante 2% delle sequenze analizzate, ritrovate in 2 biopsie colon-rettali, è stata identificata una particolare sequenza riarrangiata della NCCR, con un’organizzazione strutturale che richiama la sequenza della NCCR del ceppo virale patogeno Mad1. Dal momento che le cellule epiteliali intestinali non sono permissive alla replicazione del virus, la presenza di tali sequenze evidenzia l’importanza dei meccanismi di riarrangiamento della NCCR al fine di generare varianti dotate di una migliore fitness replicativa. Negli ultimi anni il ritrovamento del DNA di JCV in cellule non permissive alla replicazione virale ha indotto a riconsiderare nell’uomo le potenzialità oncogene del virus JC, attualmente dimostrate solo in vitro. Nella Coorte 2, invece, è stata riscontrata un’organizzazione strutturale di tipo archetipo CY nel 68% dei campioni analizzati, mentre nel restante 32% sono state individuate sequenze riarrangiate e/o con caratteristiche mutazioni nucleotidiche. In particolare, in 2 campioni di cellule mononucleate del sangue periferico (PBMC), appartenenti a 2 diversi pazienti con SMRR e STRATIFY JCV® positivi a t3, è stata ritrovata una NCCR riarrangiata, caratterizzata dalla delezione del box B con trasversione da T a G all’interno del sito di legame per il fattore di trascrizione cellulare Spi-B, dalla duplicazione del box C e dalla presenza dei box D, E ed F. Infine, nella coorte dei paziente affetti MRIC ed in trattamento per 8 mesi con anti-TNF-α, è stata sempre riscontrata l’organizzazione strutturale della NCCR archetipo, ad eccezione di un’unica sequenza riarrangiata simil-Mad1. Per quanto riguarda infine l’analisi della sequenza della VP1 virale, in tutte le coorti arruolate è stata osservata una prevalenza dei genotipi 1A e 1B, che sono quelli più comunemente riscontrati nelle popolazioni europee.
Pertanto, sebbene non sia stato possibile individuare una reale correlazione tra la presenza di varianti neurovirulente ed il trattamento con specifici farmaci biologici, da questo studio è emerso che durante la diffusione del virus nell'ospite si vadano a selezionare particolari sequenze della NCCR di JCV, e che il trattamento con anticorpi monoclonali sembri avere un ruolo nella selezione di tali varianti. Tuttavia rimane ancora da chiarire quali siano i fattori virali e dell’ospite alla base di questo processo di selezione. Inoltre, dai risultati di questo studio è stato possibile evincere l’importanza di comprendere se e come lo scenario infiammatorio specifico delle diverse patologie immunomediate possa determinare la riattivazione del virus JC dai suoi siti di latenza, anche se sembrerebbe che gli anti-TNF-α favoriscano la riattivazione di JCV a livello dell’epitelio renale rispetto a quanto non faccia il natalizumab. Anche l’analisi della sequenza della NCCR potrebbe in futuro rivelarsi utile per identificare precocemente quei pazienti con un rischio più elevato di sviluppo di PML, in particolare attraverso il ritrovamento di varianti neurovirulente circolanti nel sangue periferico. Infine, la marcata riduzione dell’espressione dell’α4-integrina sulle cellule linfocitarie deputate al controllo dell’infezione e della riattivazione di JCV in pazienti affetti da SMRR che hanno sviluppato viruria e/o viremia da JCV nel primo anno di trattamento con natalizumab, potrebbe rappresentare in futuro un valido marcatore precoce della riattivazione di JCV in pazienti trattati con natalizumab. Pertanto, dal momento che il numero di pazienti affetti da malattie immunomediate e trattati con FB è in continuo aumento, il monitoraggio della riattivazione di JCV potrà rivelarsi estremamente utile nel corso della valutazione del rischio d’insorgenza di PML. Tuttavia, rimane di fondamentale importanza l’integrazione di queste osservazioni con lo studio dell’interazione molecolare, nelle cellule infettate, tra i cofattori proteici cellulari, come Spi-B, ed i corrispettivi siti di legame specifici presenti sulla NCCR virale, nonché la focalizzazione dell’attenzione sui pathways cellulari, finemente regolati dal sistema immunitario dell'ospite, che portano alla riattivazione del virus in condizioni di immunodepressione, dal momento che, fino ad oggi, il trattamento della PML con farmaci anti-virali si è rivelato inefficace.Tesi di dottorat
Gli edifici del periodo razionalista in Italia: modello per la valutazione della vulnerabilità sismica
The seismic vulnerability that characterizes the architectural heritage in Italy requires methods applicable at territorial scale, simplified but reliable for a proper risk assessment and a subsequent planning of intervention strategies. For this purpose, in the present work a method for the seismic vulnerability evaluation at territorial scale was developed in order to analyze the buildings built in Italy between 1930 and 1940, belonging to the architectural movement of Italian Rationalism. Starting from the vulnerability method, based on the European Macroseismic Scale (Grunthal, 1998; Giovinazzi and Lagomarsino, 2004), the proposed methodology provides new parameters related to specific vulnerabilities of the Rationalist architectural heritage. The analysis of these buildings, represented by a sample geographically contextualized to Liguria region (Italy), pointed out that the vulnerability is related to two main reasons. The first reason is the formal characteristics, related to the research of lightness, transparency and boldness that characterized the new architectural language which, in those years, was developing in Italy, as in the rest of Europe. At the base of the formal choices is the use of reinforced concrete, a "new" construction technology: if the use of this material was a valuable tool for the formal renovation in architecture, it is true that it is, at the same time, the second cause of the vulnerability that characterizes the buildings belonging to the Italian Rationalism. In fact, it is necessary to take into account that the construction technique was in its "first steps" at the beginning of the last century, and that, therefore, had not yet fully mastered, causing structural problems, in some cases, already from a static point of view. The scores of vulnerability, assigned to the parameters identified, have been calibrated through parametrical sensitivity analysis on a building "prototype", from a real case study, selected as representative of certain recurring characteristics in the sample. The proposed method allows to assess the vulnerability of this cultural heritage, that is higher than the vulnerability that characterized the reinforced concrete existing building with modern design
A non-targeted metabolomics approach to evaluate the effects of biomass growth and chitosan elicitation on primary and secondary metabolism of Hypericum perforatum in vitro roots
Il libro spagnolo a Roma nel XVI secolo
Nell'ambito degli studi sui rapporti tra Spagna e Italia, la presente tesi si occupa della presenza spagnola a Roma nel Cinquecento per quanto riguarda la storia del libro a stampa. Le ragioni della fortuna del libro spagnolo nella città eterna dipendono in larga parte dal ruolo svolto dalla Santa Sede come polo di attrazione per diplomatici e dignitari di corte. Ciò fa di Roma la residenza di una nutrita e consolidata enclave ispanica composta da religiosi e laici, costituente per estrazione sociale e per interessi culturali un pubblico privilegiato di lettori ed acquirenti, e al contempo di promotori in prima persona di iniziative editoriali. Un primo passo della ricerca ha riguardato la documentazione storica, per la ricostruzione dell’ambiente entro il quale si sono mosse le figure chiave per la diffusione del libro spagnolo a Roma. Storia e storia del libro hanno fin dall’inizio intrecciato i loro fili, rivelando trame ed interconnessioni, influenze e sviluppi paralleli.
Fondamentali si sono rivelate le ricerche affini a quella qui condotta: dai lavori storiografici dell’Associazione Roma nel Rinascimento, confluiti nelle numerose pubblicazioni dell’omonima casa editrice a quelli di Maria Antonietta Visceglia sulle presenze spagnole a Roma, o di Manuel Vaquero sulla comunità orbitante attorno alla chiesa ed ospedale di San Giacomo degli Spagnoli. A questi si affiancano quelli della storiografia statunitense sulle aspirazioni imperialistiche della Spagna nella prima età moderna; storici come Thomas J. Dandelet hanno definito la Roma del Cinquecento come una «Avignone spagnola». Sul piano delle relazioni storico-culturali, Nicasio Salvador Miguel si è occupato e si occupa dei rapporti tra Spagna e Santa Sede durante l’epoca dei Re Cattolici, immediatamente precedente a quella qui presa in esame, studiando i rapporti storici e la produzione culturale nella Roma di quegli anni. Luis Gotor, durante ricerche pluriennali, ha sovente analizzato le relazioni ispano-italiane tra Cinque e Seicento, soprattutto dal punto di vista della conservazione libraria. Di conservazione, sia a stampa che manoscritta, si sono altresì occupate María Teresa Cacho Palomar, con lo studio dei ricchi fondi iberici delle biblioteche storiche, prima in Toscana ed ora a Roma, e María Luisa Cerrón Puga, con lo studio del Fondo Urbinate della Biblioteca Alessandrina. Di intersezioni ed aspetti puntuali delle presenze letterarie spagnole a Roma e in Italia si è pure occupato Matteo Lefèvre, soprattutto sul fronte della lirica.
Sulla scorta di questi studi si è deciso di prendere in esame la città di Roma non tanto come centro di conservazione quanto, piuttosto, come luogo di produzione di opere spagnole. Il processo di espansione e controllo da parte della fazione spagnola sulla vita politica, economica e sociale a Roma si riflette nel mondo del libro a stampa, così come la produzione libraria a stampa contribuisce al consolidamento del dominio spagnolo sulla città. Il lavoro si articola in due fasi: in primo luogo si appronta un repertorio delle edizioni spagnole a Roma nel XVI secolo, dall’anno 1500 all’anno 1599, comprendente testi in lingua spagnola, in traduzione italiana ed in latino di autori spagnoli. Il repertorio, per una più agile consultazione, viene ordinato alfabeticamente per autore o, nel caso di opere anonime, per la prima parola del titolo. Per la sua compilazione ci si è avvalsi delle notizie dei cataloghi di biblioteche, dei repertori storici del libro spagnolo in Italia come la Biblioteca Hispana di Nicolás Antonio, il Manual del Librero Hispano-americano di Palau o la Bibliografía Espanyola d'Italia di Toda i Güell, dei moderni repertori informatizzati come l'indispensabile EDIT 16, nonché degli annali tipografici dei maggiori impressori romani e degli studi storico-letterari. Per ciascuna voce di repertorio vengono fornite – oltre ad autore, titolo e data di edizione– una sintetica descrizione fisica (formato, numero di pagine o di volumi), le fonti in cui si possono rinvenire le notizie e, infine, le localizzazioni nelle biblioteche italiane. Queste ultime vengono ricavate direttamente dai principali Opac del Sistema Bibliotecario Nazionale; qualora nessun esemplare fosse presente in Italia, l’edizione viene localizzata in almeno una biblioteca estera; Il repertorio così costruito si compone di circa 500 entrate, con una netta preponderanza di opere di autori spagnoli in lingua latina: si va dalla celebre traduzione della Celestina (Roma, Eucharius Silber, 1506) all’edizione del sermone per le esequie di Filippo II, pronunciato da Alfonso de Cabrera o alle pubblicazioni per i fedeli in vista dell’anno giubilare 1600.
La seconda fase consiste in un’analisi critica delle notizie raccolte. Al repertorio viene fatto precedere uno studio in cui si analizza qualitativamente il dato quantitativo; durante questo secondo momento l’esame diretto degli esemplari ancor oggi conservati, ove possibile, si è rivelato fondamentale: attraverso i testi e, soprattutto, gli elementi peritestuali, insieme con l'ausilio degli studi storiografici e di storia del libro, si ricostruiscono le vicende attorno alle pubblicazioni, le finalità dell'autore, quelle dell'editore, i dedicatari dell'edizione, l'orizzonte di attesa che quell'edizione vuol raggiungere ed ogni altro dato che la materialità dell'edizione può fornirci sulla propria storia. Per comodità di studio si è pensato di organizzare questa sezione in aree tematiche, al cui interno si sono seguiti criteri cronologici, per fornire un quadro diacronico della produzione libraria durante il secolo. Le aree tematiche sono state approntate in base alla sistematizzazione del sapere che proprio nel Cinquecento vede i suoi esordi, spesso al fine di allestire biblioteche secondo un sistema di classificazione universale. Così, ad esempio, le ventuno classi in cui Conrad Gessner divide il conoscimento del mondo nelle sue Pandectarum sive Partitionum universalium libri XXI (Zürich, Christoph Froschauer, 1548), sono servite da base di partenza, con gli opportuni adattamenti, per allestire la nostra ideale biblioteca del libro spagnolo a Roma nel XVI secolo. Troviamo quindi letteratura profana, letteratura accademica e letteratura religiosa. All'interno della prima categoria, distinguiamo letteratura in verso, che vede presente a Roma solo rare edizione di produzione lirica, e la letteratura in prosa, articolata in narrativa, Mirabilia Romae, storia ed antiquaria, relazioni di viaggio, relazioni politiche, epistole. La letteratura accademica scaturisce dall'ambiente intelllettuale dello Studium Urbis e si articola secondo la partizione disciplinare delle arti liberali: teologia, al cui interno una sezione a parte è dedicata a diritto canonico e teologia morale, grammatica, filosofia, scienze naturali, musica, medicina. Infine la letteratura religiosa si suddivide in libri liturgici, libri religiosi e opere devozionali, opere sulle canonizzazioni, sermoni, statuti di arciconfraternite, ordini cavallereschi ed istituti religiosi, in diversa misura legati alla comunità spagnola.
La Roma del Cinquecento non è solo il luogo di ispirazione di artisti e letterati spagnoli, che apprendono nella città eterna i modi e gli stili dell’antichità classica, ma anche un luogo in cui depositare le tracce del proprio passaggio, un «theatrum mundi» in cui accrescere prestigio e fama, sia a livello personale che come membri di una più ampia entità collettiva, la nazione spagnola. La nutrita comunità ispanica di ogni ordine e grado sociale presente in città contribuisce, seppur in modi e con finalità diverse, allo sviluppo della vita culturale cittadina. Dal pellegrino al ricco curiale ognuno di questi personaggi rappresenta per gli operatori del libro un potenziale interlocutore, i cui bisogni vanno essere individuati ed attesi. Nel corso del secolo si assiste a sconvolgimenti politici e culturali che inevitabilmente si ripercuotono anche sul mercato del libro: il sacco di Roma, che segna una profonda depressione economica e culturale, dalla quale tuttavia la città di riprende nel giro di poco tempo. Lo scisma luterano, con il Concilio di Trento e la Controriforma, segnano per il mondo del libro una deriva sempre più netta verso la produzione di opere religiose, edificanti e, in ogni caso, al riparo dalla censura inquisitoriale. Lo scopo di tale lavoro è proprio quello di ricostruire questa molteplicità di piani e livelli, studiando come essi si riflettono nella produzione libraria attraverso le testimonianze vive delle edizioni sopravvissute fino ai nostri giorni