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HERITAGE UNIVERSITY. COMUNICAZIONE E MEMORIA DEGLI ATENEI
L’intensa storicizzazione che investe oggi la cultura delle organizzazioni pubbliche e private individua, nel ricorso al passato, un bacino di opportunità espressive e relazionali per le università, che spiccano fra le istituzioni più longeve, custodi di una straordinaria eredità scientifica e culturale. È così che, in tempi di crisi e cambiamento, la memoria e la storia si affermano come rinnovata risorsa per la reputazione istituzionale degli atenei, la cui antica tradizione è custodita in una pluralità di espressioni e istituzioni culturali.
A partire da una preliminare analisi di scenario, volta a ripercorrere le tendenze in atto nella comunicazione universitaria, il lavoro offre una ricognizione delle esperienze di storicizzazione promosse da atenei sia italiani che esteri.
Alla luce della funzione di simboli, cerimonie e altri contesti di trasmissione dell’heritage (archivi storici, collezioni e musei, identità visiva, web etc.), è stato possibile scattare un’istantanea del fenomeno ascrivibile sotto l’etichetta di Heritage of Italian University, restituendo uno spaccato delle opportunità comunicative che un simile investimento può offrire a livello operativo, con particolare riferimento alla valorizzazione del patrimonio nella comunicazione on line.
Ripensare le strategie di relazione con i pubblici, oggi quanto mai eterogenei, e stimolare la continua innovazione dei linguaggi e delle forme di comunicazione, divengono la posta in gioco per il successo e la sopravvivenza di qualsiasi istituzione e, soprattutto, la scommessa sul futuro che dall’Università, in particolar modo, deriva
IL PENSIERO POLITICO DI THOMAS HOBBES: FRA, IL CONTESTO POLITICO E IDEOLOGICO INGLESE, E LA NASCITA DELLO STATO MODERNO
Sviluppo, valutazione e confronto di modelli di suscettibilità all'innesco di frane superficiali rapide in un'area della Sicilia nord-orientale
North-East Sicily is strongly exposed to shallow landslide events. On October, 1st 2009 a severe rainstorm (225.5 mm of cumulative rainfall in 9 hours) caused flash floods and more than 1000 landslides, which struck several small villages as Giampilieri, Altolia, Molino, Pezzolo, Scaletta Zanclea, Itala, with 31 fatalities, 6 missing persons and damage to buildings and transportation infrastructures. Landslides, mainly consisting in earth and debris translational slides evolving into debris flows, triggered on steep slopes involving colluvium and regolith materials (thickness 0.1 - 3 metres) which cover the underlying metamorphic bedrock of Peloritani Mountains. In this area catchments are small (about 10 square kilometres), elongated, with steep slopes, low order streams, short time of concentration, and discharge directly into the sea. In the past, landslides occurred at Altolia in 1613 and 2000, at Molino in 1750, 1805 and 2000, at Giampilieri in 1791, 1918, 1929, 1932, 2000 and on October 25, 2007. The aim of this work is to define susceptibility models for shallow landslides using multivariate statistical analyses in the Giampilieri area (25 square kilometres). A detailed landslide inventory map has been produced, as the first step, through field surveys coupled with the observation of high resolution aerial colour orthophoto taken immediately after the event. 1,490 initiation zones have been identified; most of them have planimetric dimensions ranging between tens to few hundreds of square metres. The landslide inventory map has been produced with particular focus on the identification of the detachment areas, the transportation channels and the depositional areas. The spatial hazard assessment has been focused on the detachment areas. Susceptibility models, performed in a GIS environment, took into account the following parameters: i) slope angle; ii) aspect; iii) total, plan and profile curvature; iv) flow accumulation number; v) topographic wetness index; vi) stream power index; vii) distance from the stream; viii) lithology; ix) land use; x) state of preservation of agricultural terraces; xi) wildfires. Particular attention was addressed to the land use information, derived from Carta della Natura (Corine Biotopes), past wildfires, and by identifying active and abandoned agricultural terraces, widespread in the study area. The morphometric and hydrologic parameters has been derived from a detailed LiDAR 1×1 m. Square grid cells of 4×4 m were adopted as mapping units, on the basis of the area-frequency distribution of the detachment zones, and the optimal representation of the local morphometric conditions (e.g. slope angle, plan curvature). A first phase of the work addressed to identify the spatial relationships between the landslides location and the 13 related factors by using the Frequency Ratio bivariate statistical method. The analysis was then carried out by adopting a multivariate statistical approach, according to the Logistic Regression technique where the independent categorical variables were treated as dummy variables, and Random Forests technique that gave best results in terms of AUC. The models were performed and evaluated with different sample sizes and also taking into account the temporal variation of input variables such as burned areas by wildfire. The most significant outcome of this work are: the relevant influence of the sample size on the model results and the strong importance of some environmental factors (e.g. land use and wildfires) for the identification of the depletion zones of extremely rapid shallow landslides.Tesi di Dottorat
Le performance di innovazione Un'analisi del sistema di innovazione della Regione Campania
Ground deformation analysis by means of satellite SAR interferometry: spatial and temporal characterization and forecasting potential
Le imprese e il social commerce: caratteristiche distintive, potenzialità, opportunità di marketing e sfide manageriali
I social media hanno radicalmente modificato le modalità di fruizione del canale online da parte degli utenti, segnando lo sviluppo di un’“era consumer-driven”. Oggi, infatti, i consumatori utilizzano sempre più spesso i media sociali come luoghi privilegiati per condividere informazioni in merito a prodotti, brand ed imprese. Questa forma di cooperazione tra utenti - che si traduce in un legame tra socialità virtuale e shopping online - ha portato all’emergere di una nuova forma di commercio elettronico denominata social commerce. Nato negli Stati Uniti e poi diffusosi in Europa, il social commerce può essere definito come “a form of commerce mediated by social media involving convergence between the online and the offline environments” (Wang e Zhang, 2012). Malgrado il fenomeno sia piuttosto recente, Forrester Research (2011) stima che, entro il 2015, il fatturato generato dal social commerce raggiungerà un valore di 30 miliardi di dollari.
Nel corso degli anni il social commerce ha ricevuto molta attenzione sia dagli studiosi sia dai practitioner, perché considerato in grado di modellare la nascita di una nuova modalità di vendita online. Tuttavia, similmente a quanto accaduto più di dieci anni fa con l’emergere del commercio elettronico, il social commerce rappresenta una grande opportunità per le imprese, ma richiede, allo stesso tempo, un importante cambiamento di paradigma nella gestione sia dell’e-commerce sia del brand. Grazie ai social media, infatti, i consumatori possiedono oggi uno strumento semplice, veloce e a basso costo sia per soddisfare il bisogno di reperire informazioni prima di effettuare un acquisto, sia per condividere l’esperienza che ne segue. Tale opportunità, offerta dalle nuove tecnologie del Web 2.0, garantisce ai clienti un maggior potere nella relazione con il brand e con le imprese proprio perché aumentano esponenzialmente le opportunità di reperire informazioni ed il numero di alternative, canali e punti vendita in cui poter effettuare l’acquisto. Per le imprese, quindi, è necessario assumere piena consapevolezza del cambiamento in atto, in modo tale da gestirlo proattivamente. In tal senso, diviene prioritario comprendere le dinamiche sociali online, conoscere le piattaforme di condivisione, gli individui più influenti in Rete e ripensare la propria strategia di business e di comunicazione in un’ottica consumer-centrica.
Oggi, la letteratura sull’argomento è ancora piuttosto limitata. Di conseguenza, questo lavoro intende fornire un contributo al filone di studi sul social commerce attraverso una prima esplorazione, dal punto di vista degli esperti di digital marketing, delle caratteristiche distintive, delle potenzialità, delle principali opportunità di marketing e delle sfide manageriali e organizzative che il suddetto fenomeno dischiude alle imprese attive nel marketspace, con particolare focus sul nostro Paese. L’Italia, infatti, se da una parte pone specifiche criticità dovute al relativo ritardo nella diffusione dell’e-commerce, dall’altra, rappresenta un contesto particolarmente propizio per i social media. Ciò si traduce nella possibilità di utilizzare il social commerce quale driver di sviluppo delle vendite online nel nostro Paese
SIMULACRI DI NATURA. POLITICHE DEL PATRIMONIO, RETORICA DELL'IDENTITA' E CONFLITTO NEL PARCO DELLA VENA DEL GESSO
La ricerca analizza e descrive i processi e le pratiche attraverso cui emergono e vengono a generarsi nella contemporaneità, differenti idee e percezioni di natura e naturalità. L’apparente contrapposizione tra spazi naturali e spazi artificiali viene quindi studiata nel particolare contesto di uno specifico parco regionale italiano, attraverso l’analisi delle pratiche e dei saperi che proprio in questo spazio fisico e concettuale si dipanano. I luoghi diventano in questa prospettiva spazi narrativi sempre mutevoli: percorsi attraversati da idee, corpi e performance individuali, ma anche strutturati e modellati da leggi, regolamenti, confini e mappe. Spazi che acquistano significato in quanto percorsi e abitati da narrative ed estetiche, ma che proprio per questo diventano anche patrimonio; heritage-eredità che assume significato pubblico e politico, generando continue fluttuazioni sull’identità dei gruppi e delle comunità coinvolte. L’idea di natura e della sua protezione, diviene in questa chiave di lettura, oggetto mutevole, continuamente trasfigurato, nonché specchio, attraverso cui osservare il continuo progettarsi delle comunità locali, delle loro strategie, connessioni e confini. La creazione del Parco della Vena del Gesso Romagnola, genera e legittima pubblicamente l’idea del gesso come roccia e di un paesaggio geologico come bene in se stesso. Un bene naturale da preservare nei suoi valori estetici, nonché nei suoi processi di evoluzione “naturali”. Un bene che allo stesso tempo si configura però anche risorsa mineraria e industriale e spazio epifanico del sacro. Studiare le pratiche di costruzione della natura e della sua protezione all’interno del Parco vuol dire, parafrasando Appadurai, tracciare la vita sociale del gesso. La roccia, il gesso, i suoi spazi, i saperi e le pratiche ad esso connesse, diventano in questa prospettiva luoghi antropologici dove convergono e si generano nuovi epistemi in grado di orientare la percezione e la relazione tra e nel reale
Dal sorpasso del terziario sul lavoro industriale alla società della conoscenza?
La ricerca di Danilo Corradi verte su un ambito tematico poco frequentato dalla ricerca storica italiana. E si pone il compito non tanto di mostrare le trasformazioni generali che hanno investito il mondo del lavoro nella seconda metà del XX secolo. Tale rappresentazione fa ovviamente da sfondo a tutto il suo lavoro e illustra trasformazioni tanto accelerate quanto radicali e per tanti aspetti rivoluzionarie. Ma intende, in maniera più mirata e specifica mostrare che, a dispetto di cambiamenti profondi e indubitabili, gli elementi continuità della società industriale ( non solo italiana) sono più forti e finiscono col prevalere sugli elementi di discontinuità e di innovazione con il passato.Il duro lavoro intensivo e prevalentemente manuale, lo sfruttamento fisico metodico dei lavoratori, tanto nell'industria che nei servizi, non è stato scalzato da un assetto produttivo o gestionale superiore e più avanzato. Malgrado processi talora radicali e diffusi di automazione, la “società della conoscenza” non sembra, per il momento, produrre condizioni di lavoro più avanzate, creative, umanamente liberatorie dei lavoratori.
La tesi si articola in una parte metodologica nella quale vengono spiegate le difficoltà documentarie che il candidato ha trovato sul suo cammino. Il continuo mutare dei criteri di raccolta e di raggruppamento dei dati da parte del nostro principale istituto di statistica, l'Istat, impedisce oggi agli storici l'utilizzo di una lunga messe di dati seriali uniformi e comparabili, per poter disegnare una curva storicamente significativa dei fenomeni. E' difficile rispondere esaurientemente alla domanda: come mutano nel tempo le mansioni all'interno di uno stesso comparto industriale o nel settore dei servizi e della Pubblica amministrazione ? Segue una ricostruzione del dibattito teorico internazionale degli ultimi decenni che ha avuto come fuoco fondamentale il tema della fine del lavoro e soprattutto la tesi di un superamento definitivo dell'organizzazione fordistica delle attività produttive. L'esplosione della tecnologia informatica, la diffusione della conoscenza in rete ha spinto molti analisti a immaginare una nuova era del lavoro, nella quale la creatività, l'invenzione culturale crea valore in sostituzione del lavoro produttivo. Il candidato ricostruisce con equilibrio questo dibattito, mostrando anche con non comune acribìa le difficoltà e le aporie incontrate da quest'ultima tesi, alla luce dei dati storici reali che vengono da mondo del lavoro pur trasformato.
Infine, la tesi indaga lo sviluppo delle attività terziarie nel nostro Paese, con abbondanza di dati statistici e affronta un caso studio, dedicato a una azienda di servizi, per mostrare le trasformazioni subite dalle mansioni lavorative nel corso degli ultimi quattro decenni, sino ai giorni nostri. La realtà presa in considerazione è l'AMA, (Azienda Municipalizzata Ambiente) l'azienda che da quasi mezzo secolo, attraverso varie trasformazioni, si occupa della raccolta e dello smaltimento dei rifiuti a Roma. Il candidato ha potuto utilizzare alcune buone monografie sull'azienda e soprattutto l'archivio aziendale. Fonti che gli hanno consentito di illustrare i mutamenti significativi nell'organizzazione del lavoro di un settore oggi rilevante dei servizi urbani
Le strategie di ricostruzione dopo una catastrofe naturale
Le strategie della ricostruzione dopo una catastrofe naturale, analizza il processo di ricostruzione della città americana conseguente al disastro provocato dall'uragano Katrina nel 2005. La tesi prende in considerazione in particolar modo le catastrofi naturali degli ultimi dieci anni e il modo in cui le città, a causa dei cambiamenti climatici, debbano applicare strategie resilienti per difendersi dalle calamità. Nell’ultimo decennio anni infatti le catastrofi naturali hanno conosciuto un incremento sostanziale tale da rendere necessaria una presa di posizione da parte di tutte quelle discipline che si occupano dell’uomo e del suo benessere tra le quali vi è naturalmente anche l’architettura. Di fronte a sconvolgimenti di ampia portata si rende necessaria una capacità di reazione notevole alla quale l’architettura può offrire un vasto contributo tramite la progettazione integrata dei vari sistemi complessi che compongono una città.
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Abbiamo articolato la ricerca in tre sezioni, come si evince dall’indice che riportiamo di seguito.
Nella prima parte abbiamo introdotto il tema delle catastrofi partendo dal significato stesso della parola così come la intendevano gli antichi greci in generale e Aristotele nello specifico. All’origine il termine non possiede alcuna connotazione negativa e indica semplicemente un mutamento di rotta, un rovesciamento. Nel corso dei secoli però la parola si carica di un significato decisamente negativo e arriva a designare gli sconvolgimenti distruttivi che si verificano nel mondo naturale con le loro disastrose conseguenze per la vita degli esseri umani. In ambito cristiano, ma non solo, la parola si connette spesso all’idea di una punizione inviata da Dio sulla terra per punire le colpe di cui si sono macchiati gli uomini. Dovrà passare molto tempo perché si cominci a elaborare una teoria scientifica delle catastrofi, capace di analizzarle come puri fenomeni naturali scevri di qualunque intervento sovrannaturale. Sarà il filosofo illuminista Jean-Jacques Rousseau, parlando del terremoto che distrusse Lisbona nel 1755, a sottolineare con forza che i disastri naturali sono percepiti come tali solo perché nei luoghi in cui si verificano è forte la presenza degli insediamenti umani; laddove invece la presenza degli uomini è ridotta o nulla, come nel caso dei deserti, un terremoto o uno sconvolgimento analogo non è in alcun modo percepito come disastro. A seguito del terremoto che il 5 Febbraio 1783 distrusse gran parte della Calabria e una porzione consistente della Sicilia, nel mondo filosofico-scientifico si assiste a un lento ma costante cambiamento di rotta orientato a fornire una spiegazione scientifica dei fenomeni naturali all’origine dei disastri ambientali che tanto hanno turbato e continuano a turbare la vita egli uomini. Pian piano il mondo accademico ha messo in luce come le catastrofi naturali rivelino le vulnerabilità sociali dell’umanità, collegate a situazioni economiche di indigenza e disagio. All’inizio degli anni Settanta il matematico francese René Thom ha sviluppato una teoria della catastrofe che interpreta l’evento disastroso come frutto dell'instabilità della natura, collegato direttamente alla morfologia di questa. Si tratta di un modello matematico generale molto complesso che propone una descrizione della discontinuità considerata come la quintessenza di quei fenomeni detti catastrofi. In chiusura del capitolo abbiamo ritenuto opportuno inserire dei brevi cenni a proposito dei concetti di rischio e vulnerabilità, categorie fondamentali per qualificare una catastrofe oltre a un breve elenco di quelle che sono state le catastrofi più devastanti degli ultimi dieci anni tra le quali rientra ovviamente il caso dell'uragano Katrina che si è abbattuto su New Orleans nel 2005.
Il secondo capitolo dello studio è dedicato all'analisi di un concetto sempre più importante per la pianificazione delle città vulnerabili: la resilienza. Con questa parola generalmente viene indicata la capacità individuale e sociale di risollevarsi dopo una catastrofe, di rivedere nuovi orizzonti della propria esistenza e di cogliere nuove opportunità che la vita potrebbe offrire. Il concetto di resilienza può essere applicato alle città a rischio sia prima, come strumento di prevenzione, sia dopo come metodo di ricostruzione e pianificazione attraverso strategie specifiche che garantiscano alle città la capacità di resistere alle catastrofi o di reagire ad esse attraverso infrastrutture flessibili e adattabili ai mutamenti delle città. In queste occasioni l'architettura è chiamata a rispondere a un arduo compito, quello di salvaguardare l'identità della città dandole al tempo stesso una nuova impronta, cosi ché sia capace di rispondere meglio a possibili reiterazioni dell'evento dannoso. Partendo dalle posizioni di David Godschalk abbiamo provato a definire una città resiliente come quella resistente e flessibile nella quale le diverse reti comunitarie sono in grado di sopravvivere anche in condizioni estreme. Successivamente, sulla base degli studi di Vale e Campanella, abbiamo tentato di mettere in luce il modo in cui le città moderne affrontano la ricostruzione con il fine di limitare i danni sia in termini materiali che in termini di perdite umane. In questi termini abbiamo tentato di sottolineare come i termini di ricostruzione e resilienza spesso si sovrappongano e coincidano quando si tratta di reagire a seguito di una catastrofe. Abbiamo ritenuto opportuno inserire un breve riferimento alla politica che spesso ha una grossa influenza sul recupero della città ma più che preoccuparsi di ciò di cui i sopravvissuti hanno realmente bisogno, punta, con i suoi piani di ricostruzione, a contribuire a un vago e discutibile concetto di prestigio nazionale. Successivamente abbiamo preso in esame le teorie di Mehaffy e Salingaros che si preoccupano di capire come sia possibile rendere le città meno vulnerabili pur rendendosi conto che non è possibile progettare solo ed esclusivamente in funzione di un'ipotetica catastrofe. Partendo da un'analisi dei sistemi della biologia, i due autori arrivano alla conclusione che, affinché un sistema sia resiliente, è necessario che i sistemi che lo compongono siano interconnessi e diversificati così da poter sopperire a un eventuale danneggiamento di uno di essi. Purtroppo molte città presentano una struttura rigida e non elastica, caratteristiche non certo resilienti. Pertanto la progettazione, filtrata attraverso la resilienza, deve mirare a creare strutture flessibili e ridondanti che tengano conto dei bisogni umani fondamentali come l'acqua potabile, i servizi igienico-sanitari e l'energia. In conclusione dalle analisi degli studiosi emerge come per pianificare una strategia di costruzione/ricostruzione resiliente sia necessario attenersi a sei ambiti di intervento: pianificazione territoriale; previsione, riduzione e gestione della vulnerabilità; pianificazione urbanistica; ciclo idrico; verde urbano multifunzionale. I sistemi che interagiscono in modo complesso in questa operazione sono molteplici e tra questi vi sono il sistema delle infrastrutture, dei percorsi, del verde, degli edifici che dovranno dare una risposta immediata per riattivare il funzionamento della città. Gli ultimi due paragrafi del secondo capitolo si concentrano sull'esplicazione di due casi di città resilienti molo diversi tra loro: Amburgo e New York, due esempi di città resilienti molto diversi tra loro. Nel primo caso la città di Amburgo è stata progettata per adattarsi in maniera indolore alle mareggiate che continuamente la affliggono; a New York invece la strategia resiliente è stata adottata in seguito alla catastrofe generata dall'uragano Sandy al fine di colmare alcune lacune e risanare delle vulnerabilità che la Grande Mela ha mostrato di avere in occasione della catastrofe. Entrambi i casi però hanno dimostrato che se la resilienza fa da filtro, sia nel caso della progettazione che in quello della ricostruzione, è possibile curare quelle carenze che sono alle origini dei maggiori danni materiali e delle perdite umane. Inoltre a seguito di catastrofi una struttura resiliente si è dimostrata in grado di velocizzare la ripresa del sistema di equilibrio scosso dai fattori di sconvolgimento.
La candidata nella terza parte ha scelto di prendere come esempio da analizzare il caso di New Orleans poiché la causa del disastro non è stata legata solo alla potenza dell'uragano ma anche a una serie di errori connessi alla cattiva pianificazione urbana e alla gestione dell'emergenza. Questi fattori hanno portato a una ricostruzione guidata da strategie che hanno migliorato l'assetto della città preparandola a nuove eventuali inondazioni. Per procedere alla ricostruzione e al miglioramento delle problematiche di New Orleans legate alla vicinanza al delta del Mississippi e conseguentemente all'erosione costiera, oltre ai metodi mediatici e pubblicitari come gli eventi organizzati dall'associazione Make It Right, la città si è basata sulle strategie resilienti sotto la guida dello studio Waggonner & Ball Architects. Gli studi hanno portato a elaborare un Piano Urbano Acqua (The Greater New Orleans Water Plan) che prevede, in una visione a lungo termine, la gestione delle acque urbane per tutta la durata del XXI secolo.
Il piano affronta anche il problema delle acque sotterranee e piovane considerate come fattori critici da tenere presente per poter plasmare una città sicura, vivibile e bella. Le strategie resilienti previste sono sia di tipo “naturale”, nel senso della creazione di giardini, sia di tipo “meccanico” e prevedono l'edificazione di canali intervallati con grandi stagni. Questo piano delle acque si è rivelato efficace perché non riguarda solo la città ma si estende a tutta la regione in cui si trova New Orleans. Il compito di ricostruzione è stato affidato sia al sistema universitario sia alle fondazioni no profit alle quali è stata assegnata la missione di creare una città quanto più possibile resiliente. Le soluzioni architettoniche ed urbane realizzate in questa città sono state tali da poter diventare, come è stato per New York colpita dall'uragano Sandy nel 2012, un modello di pianificazione per gli interventi in altre città a rischio o già colpite da catastrofi similari. L'obiettivo finale, dopo l'analisi effettuata su New Orleans, è stato quello di indicare i possibili processi e interventi da applicare alle città a rischio di catastrofi naturali per aumentarne la resilienza. Ciò che accomuna le città colpite dalle catastrofi è il fatto che devono ripartire da zero per rigenerare il loro sistema urbanistico. Alla luce dei nostri studi siamo giunti alla conclusione che, a parità di condizioni, possono essere operati interventi comuni. Città come New York e New Orleans, in seguito a delle catastrofi, per la ricostruzione hanno preso spunto da altre città che avevano già attuato strategie resilienti. Tuttavia, fatto salvo un orientamento generico comune, è necessario calibrare ogni pianificazione strategica sul singolo caso e garantire l'applicazione completa del progetto affinché una città a rischio possa veramente guadagnare qualcosa in termini di resilienza. In caso contrario i risultati potrebbero essere molto deludenti, quando non devastanti, proprio come nel caso del Lower Ninth Ward ricostruito su iniziativa del MIR a New Orleans, dove ciò che è mancato, per essere considerato un esempio di resilienza urbana, è stata l'assenza di connessioni tra la scala urbana e quella architettonica.
La metodologia applicata per lo sviluppo della tesi è stata quella di un’attenta ricerca bibliografica di testi ed articoli sui temi delle catastrofi e della resilienza. Attraverso due interviste, a figure come Richard Campanella, famoso geografo di New Orleans e Nikos S. Silangaros, matematico urbanista e teorico di architettura, è stato possibile approfondire interessanti tematiche con nuove interconnessioni. Il sopralluogo nella città di New Orleans ha permesso di verificare, su campo, lo stato attuale della città, vivere le difficoltà di alcune realtà e ammirare l’approccio didattico della facoltà ospitante.
La ricerca per la tesi ha dato l’opportunità di sviluppare nuove visioni e metodi sulle possibili applicazioni di strategie per i luoghi più vulnerabili. Si ritiene che la tematica della resilienza urbana sia ancora in fase di sviluppo e non abbia ancora trovato molti regimi di applicazione. In molti casi vi è bisogno di grandi investimenti per l’attuazione di alcune strategie. L’architettura ha come sempre un ruolo fondamentale nella qualità di vita degli abitanti di una città, specialmente se queste hanno vissuto un trauma come una catastrofe, per cui l’applicazione strategica della resilienza nella progettazione può essere una giusta via da seguire per raggiungere un giusto equilibrio