Sapienza University of Rome

Pubblicazioni Aperte Digitali Interateneo Sapienza
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    2176 research outputs found

    A Cosserat based Multi-SCale Technique for Masonry STructures

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    Valutazione dell’integrità mitocondriale nemaspermica

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    LA CUPOLA DELLA BASILICA DI SAN PIETRO IN VATICANO. IL CANTIERE E IL SISTEMA COSTRUTTIVO

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    La ricerca di dottorato condotta sulla cupola della Basilica di San Pietro in Vaticano si propone di offrire un esame aggiornato del tema, complesso ed articolato, del cantiere che ha portato alla realizzazione della grande struttura. Le vicende storiche dell’edificio e, nello specifico, della cupola sono riccamente, seppur in maniera non del tutto esaustiva, documentate e la ricerca è partita dal ripercorrimento sistematico di una gran mole di fonti bibliografiche. L’indagine archivistica condotta ha permesso di integrare e arricchire di nuove preziose acquisizioni quanto emerso dalla vastità delle edizioni del passato mettendo in evidenza gli aspetti pratici e produttivi del cantiere, lo sforzo affrontato nella sua organizzazione e le importanti ricadute sul piano sociale ed economico illustrate dalle condizioni di lavoro, dalle dinamiche salariali e dalle tecniche di costruzione adottate. I risultati della ricerca hanno fornito quindi utili informazioni per la comprensione, più in generale, dei seguenti aspetti: • organizzazione del cantiere, dal punto di vista economico e amministrativo; • gestione delle maestranze e forme contrattuali; • suddivisione del lavoro e organizzazione in ‘squadre’; • sfruttamento delle risorse del territorio. Inoltre le indagini dirette condotte sul monumento hanno permesso di rilevare la presenza di un gran numero di accorgimenti tecnici mediante i quali è possibile definire con più precisione il funzionamento strutturale della cupola. Le acquisizioni inedite si possono così sinteticamente segnalare: • la presenza di catene e ammorsature lapidee lungo i paralleli, in corrispondenza delle catene metalliche; • la presenza di cinque catene di ferro poste in opera in fase costruttiva, di cui ne risultavano solo due dalla precedente bibliografia; • la predisposizione di armature metalliche secondo i meridiani della cupola; • la funzione strutturale assolta anche dalla calotta esterna, mediante la realizzazione delle costole esterne con blocchi di travertino; • la consistenza e caratteristiche chimico-fisiche dei materiali di base (malta, laterizi, intonaco) definite mediante mirate analisi di laboratorio condotte su campioni significativi. L’apporto di tante nuove informazioni offre una più avanzata chiave di lettura delle scelte costruttive adottate per l’edificazione della cupola e segna un effettivo progresso nelle relative conoscenze del complesso monumentale analizzato, definendo un valido contributo tanto alla storia, quanto alla costituzione materica della cupola.In passato un numero rilevante di studiosi e critici hanno illustrato la Basilica Vaticana restituendo nelle loro opere una varietà di informazioni che, con la finezza delle osservazioni, hanno permesso di apprezzare il valore artistico che essa riveste. La revisione e l’approfondimento delle pubblicazioni fanno però emergere come le ricerche condotte abbiano interessato, prevalentemente, le vicende storiche della basilica e l’analisi della struttura architettonica nel suo insieme dando, in realtà, poco risalto e scarse informazioni circa la conduzione del cantiere della cupola e le tecniche costruttive impiegate. Lo studio della documentazione d’archivio, sostenuta e verificata nel corso di numerosi sopralluoghi, ha consentito di comprendere e restituire negli aspetti organizzativi e tecnici la struttura architettonica, secondo un punto di vista rimasto fino ad oggi in secondo piano. Dalla ricerca archivistica è infatti emersa una sorprendente quantità di informazioni, sino ad ora mai indagate, che rappresentano un arricchimento inedito allo stato di conoscenza di una struttura architettonica pienamente risolta, in cui il processo di ideazione e di messa a punto di metodi realizzativi adeguati, fino alla concezione del cantiere – che fu parte integrante del progetto e del suo successo – rappresentò un’impresa di inaudita complessità in cui si espresse il talento di quanti presero parte alla sua gestione. Il ricco materiale prodotto dall’amministrazione del cantiere comprende Liste di impiego, Giornali, Libri di registrazione, Libri di Cassa e Libri Mastri in cui le spese sono suddivise per categorie in contabilità separate: la periodicità, i dettagli delle informazioni sulle entrate e sulle uscite e l’organizzazione complessiva dei conti rappresentano, di fatto, una testimonianza preziosa della gestione dell’impresa e costituiscono una base indispensabile per la comprensione delle dinamiche sottese alla costruzione della basilica da cui è possibile evincere le condizioni di impiego e l’andamento salariale degli addetti. L’indagine condotta ha permesso di mettere in evidenza gli aspetti pratici e produttivi del cantiere, lo sforzo affrontato nella sua organizzazione e le importanti ricadute sul piano sociale ed economico che vengono illustrate dalle condizioni di lavoro e dalle dinamiche salariali. Un altro aspetto che è stato approfondito riguarda l’approvvigionamento dei materiali impiegati in cantiere, dalla loro provenienza alla metodologia impiegata per garantirne il costante afflusso, lavorazione e posa in opera, in modo da delineare con più precisione le scelte legate allo sfruttamento delle risorse offerte dal territorio. La ricerca restituisce, inoltre, la successione delle fasi costruttive e le tempistiche di realizzazione della struttura architettonica illustrando in maniera puntuale tutti i passaggi significativi per la verifica dell’andamento dei lavori. Dal punto di vista strutturale, la cupola si presenta dotata di presidi appartenenti alla tecnica costruttiva già consolidata  quali le “catene lapidee” già poste in opera nella cupola di Santa Maria del Fiore  ma viene anche ‘armata’ mediante un gran numero di elementi metallici, disposti sia lungo i meridiani sia secondo i paralleli. Le catene di ferro predisposte in fase di costruzione risultano essere, a seguito degli studi e delle indagini condotte, sette e non due come fino ad oggi documentato dalle precedenti pubblicazioni: collocate a varie quote e disposte in concomitanza con le catene o le legature di travertino, assicurano il contenimento circonferenziale della parte più bassa della cupola, soggetta ad una maggiore spinta, e di quella più alta, interessata dal peso della poderosa lanterna. Al ruolo statico svolto da queste cerchiature si affiancano, inoltre, i numerosi elementi metallici predisposti ad integrare la resistenza della muratura e ad assicurare l’aderenza dei blocchi lapidei svolgendo, fra l’altro, il ruolo di guida per la posa in opera dei singoli pezzi. Tutti questi accorgimenti tecnici contribuiscono a consolidare le strutture laterizie e costituiscono un ritrovamento inedito. Le indagini dirette eseguite mediante endoscopia hanno inoltre permesso il ritrovamento di blocchi di travertino anche lungo i costoloni esterni: la loro presenza rappresenta un altro dato di nuova acquisizione e consente di rivedere l’interpretazione statica della struttura che sino ad oggi è stata avanzata. Appare evidente come l’insieme sia stato concepito in modo tale che gli sforzi siano trasmessi dai costoloni e, tramite i pilastri del tamburo, vengano scaricati sui pilastri di crociera, ma è nuova la consapevolezza che, a questo schema, contribuiscano anche i costoloni della calotta esterna, sino ad oggi considerata come struttura semplicemente “portata”. Lo schema strutturale ideato e l’equilibrio statico ottenuto sono quindi frutto di una innata qualità del suo ideatore, Michelangelo; sicuramente, però, all’intuizione di quest’ultimo è necessario affiancare la grande capacità tecnica di Giacomo Della Porta. Egli, come dimostrato dallo studio svolto, non si è fermato alla definizione del flusso delle forze in rapporto ad uno schema geometrico ‘ideale’, ma ha saputo adattare le caratteristiche, i limiti e le imperfezioni dei materiali impiegati ideandone una disposizione tale che, sulla base della sola intuizione, fosse capace di attuare lo schema strutturale ideale, confermandosi così come uno dei massimi strutturisti di tutti i tempi. In sintesi, l’apporto concreto e innovativo operato da Giacomo Della Porta per la realizzazione della cupola petriana può essere così riassunto: a) rialzo del sesto delle calotte; b) predisposizione delle archeggiature alla base di ogni vela della calotta interna; c) realizzazione di una catena lapidea subito al di sopra del tamburo, per una più omogenea ripartizione dei carichi; d) collocazione di blocchi in travertino sia nelle costole interne che in quelle esterne; e) solidarizzazione delle costole interne ed esterne mediante la posa in opera di ulteriori blocchi lapidei di legatura e numerose spranghe e grappe di ferro; f) collocazione di sette cerchioni di ferro che, resi solidali con le murature laterizie e le costole lapidee, definiscono una struttura completamente armata, secondo una configurazione moderna del termine; g) alleggerimento delle murature d’ambito della lanterna; h) incremento dello sviluppo verticale della lanterna. Alle nuove ed importanti acquisizioni ottenute mediante le indagini conoscitive si affiancano i risultati di laboratorio, ottenuti dall’analisi di campioni prelevati dai materiali costruttivi, che restituiscono l’immagine di un insieme strutturale estremamente solidale ed omogeneo e contribuiscono alla migliore comprensione del processo produttivo e organizzativo messo in atto per la costruzione della cupola. Il sistematico spoglio dei documenti, unitamente alle indagini conoscitive appositamente condotte, hanno quindi permesso di integrare e arricchire di preziose informazioni inedite quanto emerso dalla vastità delle edizioni del passato. Esse offrono una più avanzata chiave di lettura delle scelte costruttive adottate per l’edificazione della cupola della basilica di San Pietro, segnando sicuramente un effettivo progresso nelle relative conoscenze del complesso monumentale analizzato, definendo un valido contributo tanto alla storia, quanto alla comprensione della costituzione materica della cupola

    Experimental investigation on LOx/CH4 and LOx/H2 reacting sprays by means of optical diagnostics

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    The thesis presents and discusses experimental results on LOX/CH4 and LOx/H2 subcritical ignition and combustion. The results have been obtained by means of optical diagnostics (UV emission, Shadowgraph). Main results are about flame propagation velocities, flame stabilization and flame angles

    Prevenzione delle malattie croniche e promozione di stili di vita corretti. Ricerca-intervento su fumo e alimentazione in una scuola superiore di Roma

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    Prevenzione delle malattie croniche e promozione di stili di vita corretti. Ricerca-intervento su fumo e alimentazione in una scuola media superiore di Roma Dottorando: Dott. Di Filippo Francesco Tutor: Prof. Gianfranco Tarsitani Le malattie croniche, o non trasmissibili, sono responsabili del più alto tasso di mortalità e morbosità all’interno dei Paesi europei, Italia compresa. Esse comprendono le malattie cardiovascolari, il cancro e il diabete. Le cause delle malattie croniche si possono ricondurre agli stili di vita non sani come, ad esempio, un’alimentazione scorretta e l’abitudine al fumo, considerate “cause delle cause” e alla base della nostra ricerca-intervento. Riferimenti teorici. Il lavoro di tesi si rifà alle strategie della promozione della salute e al modello biopsicosociale, centrandosi su approcci teorici quali la teoria dell’apprendimento sociale e la salutogenesi. Obiettivi. L’obiettivo generale è di coinvolgere gli studenti dell’ITC “Duca degli Abruzzi” di Roma al fine di promuovere stili di vita sani e creare una cultura della salute centrata sul rinforzo delle resistenze (resilienza) al fumo e sull’adozione di stili alimentari corretti. Gli obiettivi specifici della ricerca-intervento sono i seguenti: • aumento di conoscenze sugli effetti del fumo e degli stili alimentari non sani sulla salute (fase di intervento); • aumento di consapevolezza sul senso e il significato degli stili di vita legati al fumo e all’alimentazione scorretta (fase di intervento); • avvio di un processo di cambiamento comportamentale verso stili di vita maggiormente sani (fase di intervento); • monitoraggio dello stato di salute rispetto a sovrappeso/obesità e livello di CO (fase di ricerca); • raccolta di informazioni sulle abitudini alimentari e sulla propensione al fumo degli studenti (fase di ricerca). Metodologia e Strumenti. La metodologia dell’intervento è la peer education. Lo strumento principale è rappresentato dal focus group, volto a far discutere gli studenti sui temi oggetto dell’intervento, a raccogliere maggiori informazioni e ad avviare un processo di riflessione/cambiamento in termini di stili di vita. Gli strumenti della fase di ricerca sono rappresentati da due questionari su fumo e alimentazione, dal rilevamento di peso, altezza e IMC (Indicatore di Massa Corporea) e dall’utilizzo di una macchinetta per l’analisi del livello di CO. Risultati. La tesi prevede due tipi di analisi dei dati: l’analisi quantitativa e l’analisi testuale. L’analisi dei dati quantitativi (ancora in fase di elaborazione) prevede una statistica descrittiva, che mostra le abitudini del campione di studenti sull’alimentazione e il fumo e i più interessanti incroci tra le variabili (cross tabulation). Fra queste, saranno riportati i rapporti tra stili di vita (ad esempio il fare o non fare la prima colazione o la sedentarietà) e l’IMC che mostrano evidenze interessanti e in linea con quanto riportato dalla letteratura scientifica sul tema. L’analisi testuale, basata su testi scritti dagli studenti e sviluppata attraverso il software T-Lab, concerne la valutazione dei focus group, al fine di raccogliere informazioni “implicite” collegate con l’immaginario degli studenti e su come questi rappresentano la relazione col cibo e con la sigaretta

    Forme, rappresentazioni e qualità

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    La tesi esplora il campo teorico delle definizioni terminologiche e sperimenta la pratica delle rappresentazioni al fine di interpretare e descrivere un nuovo “fenomeno urbano”, che sta diffondendosi in modo capillare, anche se non sempre evidente, nei territori rurali un tempo vocati all’agricoltura. Diversamente da quanto avvenuto nel passato recente, il nuovo fenomeno non si diffonde nei territori meno resistenti delle pianure e dei fondovalle, assoggettando la “campagna” alla diffusione di forme urbane, funzionali all’innovazione delle attività produttive, ma risale le pendici collinari, intrecciando nuovi modi di abitare “urbanamente la campagna” con il mondo agricolo tradizionale, e spesso marginale, della collina. La “campagna”, per un verso, è investita da processi produttivi e organizzativi che ne rimodellano i contenuti umani. Per altro verso, appare come il riflesso delle dinamiche urbane, di cui è riserva soprattutto di “spazio”. Le modificazioni profonde che marcano l’attività agricola del territorio italiano nel corso dell’ultimo mezzo secolo (de-ruralizzazione, da un lato e passaggio dalla coltura promiscua a quella specializzata di tipo industriale, dall’altro) parlano di diffusione dell’agricoltura part-time, mentre compaiono molte strutture in risposta ai nuovi bisogni urbani: bisogni di spazio e di natura, bisogni di paesaggio, di riscoperta delle tradizioni culturali, architettoniche, eno-gastronomiche. L’intensificazione delle vie di comunicazione favorisce la mobilità rurale e facilita l’accesso ai beni e ai servizi di tipo urbano. Compaiono, nelle sempre più dilatate zone di influenza delle aree metropolitane, cittadini neo-rurali, i quali si insediano in campagna, pur mantenendo attività lavorative in città; abitanti che importano stili e abitudini di stampo metropolitano nei territori ex-agrari non più produttivi. Il primato della città, che promuove da sempre i processi civili come la diffusione delle condizioni per vivere meglio e per produrre più efficacemente - primato ben espresso da decenni di studi disciplinari che hanno posto l’accento sull’opposizione città-campagna, viste come espressioni distinte di una medesima realtà territoriale - sfuma in una nuova forma di complementarità tra stili di vita urbani adottati nelle forme territoriali rurali. Si tratta di un nuovo ciclo territoriale che basa la sua forza sia sulla resistenza delle forme consolidate dei tessuti agrari italiani, sia sull’ormai consolidata città fordista e sulle sue risorse. Il nuovo fenomeno non è evidente, poiché riusa e reinterpreta le forme dei paesaggi rurali alla luce di significati non previsti e non scontati. Le immagini non cambiano in modo rilevante, ma cambiano i comportamenti poiché nuovi abitanti, non più contadini ma cittadini, stabiliscono relazioni inedite con l’edilizia e gli spazi rurali. Il riuso del patrimonio rurale, secondo modalità che hanno origini e matrici urbane, implica anche nuovi significati nell’immaginario dei nuovi abitanti, che in ogni modo non sostituiscono, ma affiancano quelli più tradizionali. La diffusione ricorrente e pervasiva del fenomeno nei molti territori appenninici italiani è stata recentemente analizzata da Lanzani e Palazzo, in Francia è già stata rilevata con attenzione da Donadieu e Kaiser, tuttavia esso è ancora sfuggente rispetto a categorie in grado di descriverne i caratteri territoriali peculiari e le particolari motivazioni storiche e culturali; in altre parole le forme ed i processi che lo connotano. La tesi parte dalla singolare constatazione che nel bagaglio dell’urbanistica e della pianificazione territoriale non ci sono parole adeguate e rappresentazioni pertinenti per descrivere in maniera significativa questo incontro inedito e non scontato tra modo urbano e mondo rurale. Il primo ostacolo all’elaborazione di un progetto urbanistico che si prenda carico del nuovo fenomeno, si scontra, quindi, con l’assenza di un termine distintivo che lo denomini in modo calzante e sia capace di rappresentarlo in modo efficace. Nella ricerca di un nome e di immagini pertinenti, lo sviluppo metodologico della tesi intreccia un’estesa ricognizione degli studi che hanno dato “nome alle cose” con la sperimentazione di rappresentazioni che propongono un immaginario possibile del fenomeno oggetto di studio. Tramite l’approccio “terminologico” inquadra il nuovo fenomeno in quello più generale della “dispersione urbana”, elaborando un’originale interpretazione della vasta letteratura ad essa inerente. Tramite l’approccio “morfologico” propone immagini di alcuni territori liguri, in cui gli elementi peculiari del nuovo fenomeno sono messi in evidenza ricorrendo all’espressività di linguaggi grafici studiati nell’ambito di una ricerca nazionale sulle “rappresentazioni identitarie”, coordinata da Alberto Magnaghi. Inizialmente viene esplorata in modo estensivo l’ampia letteratura che si è occupata a vario titolo della dispersione insediativa, analizzando i molti e diversi nomi con i quali è stata designata. Sono individuati i filoni di ricerca e le discontinuità storiche e geografiche, trovati nessi e relazioni che permettono di tracciare linee di demarcazione, di sottolineare le differenze, di ricostruire famiglie rispetto a cui posizionare il nuovo fenomeno. Una volta esclusi tutti i termini che più chiaramente si riferiscono alla diffusione nella campagna di forme urbane che ne ignorano preesistenze e strutture, l’attenzione si concentra su alcuni termini che, più di altri, sembrano richiamare concettualmente un rapporto di mixité tra urbano e rurale. Tuttavia, dopo un esame più attento, l’autore rileva che i termini rimasti sembrano ancora inadeguati, poiché richiamano la realtà rurale, osservandola dall’esterno, con uno sguardo che è ancora molto “urbanocentrico”. L’autore sostiene la tesi che la complessità e l’inscindibilità delle relazioni tra “urbano” e “rurale”, tipiche del nuovo fenomeno, richiederebbero uno sguardo bifocale per richiamare contemporaneamente i due mondi, osservandoli con lo stesso sguardo. Alla fine della rassegna, anche se l’autore non trova, tra quelli esaminati, un termine adeguato a designare il nuovo fenomeno, tuttavia ha consolidato una procedura metodologica attraverso cui, a partire dalle definizioni, è in grado di ricostruire le teorie, i concetti ed i paradigmi a cui in maniera più o meno esplicita esse fanno riferimento. Avendo verificato come le descrizioni e le designazioni del nuovo fenomeno siano ancora ambigue ed instabili, ma soprattutto come siano prive di visioni e paradigmi progettuali, nella ricerca di un nome calzante capovolge l’approccio metodologico. Anziché risalire dai “nomi delle cose” alle visioni teoriche, ai concetti, alle categorie ed alle rappresentazioni paradigmatiche in essi implicite, seleziona i concetti, le categorie ed i modelli paradigmatici, che egli ritiene possano rappresentare adeguatamente il nuovo fenomeno e da essi fa discendere la denominazione pertinente. L’autore individua particolari connotazioni dei concetti di ecosistema, struttura, organizzazione, complessità, identità evolutiva, qualità cui associa il termine di “eco-regione urbana”, distinguendolo da quello più diffuso di “bio-regione”. In questo modo il “nome”, che denota e descrive, evoca anche la forma progettuale, suggerita da concetti e categorie da cui discende. Nella seconda parte della tesi, vengono elaborate alcune rappresentazioni del fenomeno riconosciuto come “campagna abitata”, per casi di studio esemplari del territorio ligure, seguendo gli orientamenti teorici e metodologici forniti da paradigma dell’eco-regione urbana. La “campagna abitata”, infatti, è considerata come parte di un ecosistema particolare in cui l’organismo ospitato è rappresentato dalla comunità, composita e variegata, degli abitanti e l’ambiente ospitante è rappresentato dalla regione in cui spazio urbano, spazio rurale e spazio naturale sono connessi da relazioni vitali ed organiche. Le rappresentazioni, che l’autore elabora con approcci metodologici diversi, sono duplici poiché riguardano sia le forme degli spazi rurali sia i comportamenti che motivano le trasformazioni del mondo rurale. Nel primo caso, applicando le metodologie della rappresentazione identitaria, cerca di rendere evidente come il vario e complesso intreccio delle morfologie della natura e dell’insediamento determini la varietà delle forme che connotano i paesaggi rurali. Risultato non banale è la ricostruzione delle relazioni tra fenomeni naturali e fenomeni antropici che motivano le molte diversità presenti nelle aree rurali. Nel secondo caso, attraverso “colloqui informali” con un campione rappresentativo di abitanti, rileva la varietà dei soggetti implicati nel fenomeno, difficilmente riconducibili ad omogeneità di comportamenti abitativi. Anche in questo caso l’interesse è rivolto a ricostruire la rete complessa delle relazioni che si stabiliscono tra “abitanti” diversi e tra questi e le attività “urbane”. In seguito alle rappresentazioni sono individuati gli “elementi generalizzanti” del nuovo fenomeno urbano (caratteri territoriali, comuni ai molti territori appenninici italiani, che mescolano fattori di resilienza rurale con nuovi significati e usi urbani) e gli “elementi locali” (caratteri che contraddistinguono in modo specifico le diverse aree analizzate e dipendono dai caratteri peculiari delle morfologie del territorio ligure). L’autore riconosce, inoltre, alcuni “elementi tendenziali”, che derivano dal carattere residenziale del fenomeno e mettono in moto processi emulativi non prevedibili. La ricerca dei termini pertinenti alla designazione del nuovo fenomeno urbano e di rappresentazione in grado di metterlo in evidenza, quindi, non è mai fine a sé stessa, bensì costituisce la traccia metodologica per svelare concetti e paradigmi, che stanno dietro le definizioni, e la ricchezza di forme e processi, che stanno dentro le rappresentazioni. Risultato originale della ricerca terminologica è la contestualizzazione delle affermazioni teoriche generali, il riconoscimento dei loro limiti nelle origini dei fenomeni indagati, la delimitazione alla particolare esposizione storica e geografica, la verifica delle prospettive di metodo alla luce al paradigma nascosto nella definizione. In questo modo è possibile trarre suggerimenti per definire il nuovo fenomeno, non per analogia, ma per differenza. Infatti, mentre per un verso cerca di metterne in evidenza gli aspetti peculiari ed innovativi, per altro verso ne sottolinea la complementarietà rispetto ai fenomeni urbani già consolidati. Risultato utile della ricerca sulle rappresentazioni è quello di elaborare immagini che, diversamente dalle tradizionali rappresentazioni urbanistiche, restituiscono centralità al territorio rurale, connotandone i caratteri di riconoscibile identità alla grande diversità di forme che si manifesta al suo interno. La tesi, basandosi su un esteso ed approfondito studio terminologico e ricostruendo i campi teorici, concettuali, paradigmatici e metodologici soggiacenti, seleziona teorie, concetti e paradigmi che propongono un modello virtuoso della “campagna abitata”, implicito nella denominazione di “eco-regione urbana”. Questo, a sua volta, rappresenta il riferimento per la sperimentazione di un’accurata elaborazione di rappresentazioni immaginifiche dei nuovi paesaggi di contaminazione tra l’urbano e il rurale. La denominazione e le rappresentazioni proposte delineano in trasparenza l’idea di un progetto, inteso come un disegno collettivo, che rende coerenti i molteplici progetti individuali, che riconosce la qualità nelle azioni di manutenzione rivolte contestualmente al territorio, all’ambiente ed al paesaggio, che ha la forza visionaria per orientare il riconoscimento delle connessioni e delle relazione tra elementi, fattori, processi e mondi differenti. Su questa ipotesi, alla fine del percorso di ricerca, la tesi apre a problemi che prospettano ulteriori percorsi di ricerca per gli studi e l’azione del progetto dell’”eco-regione urbana”: la definizione della qualità e la convergenza dei molti interessi individuali in un più ampio progetto collettivo

    Ruolo delle microvescicole nella propagazione del'infettività da prioni

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    Cellular prion protein (PrP(C)) is a physiological constituent of eukaryotic cells. The cellular pathways underlying prions spread from the sites of prions infection/peripheral replication to the central nervous system are still not elucidated. Membrane-derived microvesicles (MVs) are submicron (0.1-1 microm) particles, that are released by cells during plasma membrane shedding processes. They are usually liberated from different cell types, mainly upon activation as well as apoptosis, in this case, one of their hallmarks is the exposure of phosphatidylserine in the outer leaflet of the membrane. MVs are also characterized by the presence of adhesion molecules, MHC I molecules, as well as of membrane antigens typical of their cell of origin. Evidence exists that MVs shedding provide vehicles to transfer molecules among cells, and that MVs are important modulators of cell-to-cell communication. In this study we therefore analyzed the potential role of membrane-derived MVs in the mechanism(s) of PrP(C) diffusion and prion infectivity transmission. We first identified PrP(C) in association with the lipid raft components Fyn, flotillin-2, GM1 and GM3 in MVs from plasma of healthy human donors. Similar findings were found in MVs from cell culture supernatants of murine neuronal cells. Furthermore we demonstrated that PrP(Sc) is released from infected murine neuronal cells in association with plasma membrane-derived MVs and that PrP(Sc)-bearing MVs are infectious both in vitro and in vivo. The data suggest that MVs may contribute both to the intercellular mechanism(s) of PrP(C) diffusion and signaling as well as to the process of prion spread and neuroinvasion

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