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Synthesis and study of cyclic indole-based oligomers as new G-quadruplex ligands and potential anticancer agents.
Modelli a poli comuni per sistemi acustici multicanale
Questa tesi raccoglie i più rilevanti risultati del lavoro svolto dall'autore nel
quadro del XXI ciclo del Dottorato di Ricerca in Ingegneria dell'Informazione
e della Comunicazione nel triennio accademico 2005-2008 presso la Facoltà di
Ingegneria della Sapienza di Roma.
L'argomento centrale, e insieme il lo conduttore del materiale presentato, è
un metodo numerico di rappresentazione di funzioni di trasferimento acustiche
detto a Poli Acustici Comuni, e abbreviato nel seguito con l'acronimo CAP
(dall'inglese Common Acoustical Poles ), originariamente introdotto nel 1992
[1]. Tale metodo, già usato con successo in questo dipartimento [2] promette
di rappresentare gran parte delle proprietà acustiche di un ambiente con nato
per mezzo di una componente ricorsiva comune a tutti i canali acustici entro
l'ambiente scelto(ovvero ad ogni accoppiamento lineare tra una sorgente e un
sensore) .
Una simile prospettiva riveste notevole interesse per tutte quelle applicazioni,
in ambiti come le Telecomunicazioni, la Multimedialità e l'Intrattenimento, che
sfruttano interfacce acustiche, mobili o multicanale, per la riproduzione o la cattura
di contenuti sonori. Il riferimento va in particolare a quella classe detta di
interfacce acustiche intelligenti [3], che incorpora complessi sistemi di elaborazione
del segnale per compiti quali lo speech enhancement, l'inversione acustica,
la cancellazione d'eco e di rumore, la separazione di sorgenti o la localizzazione
sonora.
Sebbene dal momento della sua introduzione la modellazione basata su CAP non
abbia trovato frequentissima applicazione, l'avvicinamento al problema all'inizio
di questo lavoro ha suggerito che numerose implicazioni dietro l'idea originale
fossero ancora inesplorate. In accordo con tali convincimenti, la presente tesi si
articola intorno a quattro principali contributi originali, raggiunti in seguito a
una nuova e migliore comprensione del signi cato della modellazione basata su
CAP: l'introduzione di un nuovo metodo per la selezione dell'ordine di modellazione
[4], l'uso dei CAP nella cancellazione d'eco stereofonica [5], la derivazione
di espressioni semi-analitiche per modelli basati su CAP in sistemi 3-D, e la
proposta di un nuovo metodo di stima. Proprio attorno a questi risultati è organizzata
la divisione del materiale presentato.
Il capitolo 1 introduce la modellazione basata su CAP e i relativivi metodi di
stima, ne fornisce una motivazione teorica e, dopo aver trattato il problema della
scelta dell'ordine di modellazione in questo contesto, propone un nuovo criterio
per la sua selezione. La trattazione è seguita dalla descrizione delle simulazioni
usate nella validazione del metodo proposto.
Il capitolo 2 si occupa dell'applicazione della modellazione basata su CAP al
problema della cancellazione d'eco stereofonica. Il paragrafo 2.1 e parte del 2.2
forniscono una panoramica sui sulle particolari problematiche connesse a questa
particolare applicazione, nel quadro della più generica cancellazione d'eco
adattativa. Una nuova architettura basata su CAP è proposta nel paragrafo
2.2.3, e lì confrontata sperimentalmente con il corrispondente sistema allo stato
dell'arte in letteratura.
Il capitolo 3 prende le mosse dall'approfondimento della teoria dietro l'idea dei
CAP. A dispetto delle di coltà ricordate nel capitolo 1 sulla derivazione di
espressioni analitiche di funzioni di trasferimento acustiche per sistemi 3-D, il
lavoro qui presentato ottiene su questo fronte dei risultati nel caso 1-D, e li
estende a una particolare con gurazione per ambienti a 3-D. Ciò permette di
derivare nuove espressioni analitiche per modelli basati su CAP, da una parte
allargando la conoscenza del problema in sé, e dall'altra aprendo nuove potenzialit
à per la valutazione quantitativa dei metodi di stima esistenti.
Nel capitolo 4 è proposto un nuovo metodo di stima dei parametri invarianti
nella modellazione CAP, nell'ottica di rispondere ad esigenze non soddisfatte
dai metodi di stima attualmente esistenti. I risultati descritti nel capitolo 3
sono qui usati per confrontare sperimentalmente le prestazioni del metodo proposto
con quelle del più accreditato metodo esistente. In primo luogo, le prove
presentate mostrano che la nuova tecnica permette di raggiungere un grado di
accuratezza largamente superiore. In secondo luogo, essendo le prove eseguite di
per sé innovative, esse hanno permesso di mettere in luce importanti debolezze
nel più citato tra i metodi in letteratura
Economics and Diversity
By large, contemporary economic literature assumes that economic behaviour can be explained by means of a same process applying to all individuals, at most exhibiting quantitative differences in the extent of certain individual properties (the approach of heterogeneity). Some heterodox approaches, as well as other social sciences, assume instead that individuals can conveniently be grouped into aggregates, each subject to its own laws of behaviour, fundamentally influenced by the socioeconomic environment (the approach of diversity).
This works uses methods of analysis proper of the history of economic thought as well as of applied economics, to propose that both the approaches may be considered relevant for economic analysis. It investigates works by Schmoller and Mill, discussing their methodological positions (especially concerning the use of aggregative analysis) and their theories of behaviour. Gender diversity is taken as a crucial example of the relevance of considering the socioeconomic determination of behaviour, i.e. diversity, besides heterogeneity. Mill and Schmoller’s economic analyses do not ignore parametric differences between men and women, but they fundamentally relate gender inequality and the observed differences of behaviour to power relations and the division of labour. The work applies this approach to the gender analysis of the determinants of employment status
Processi di integrazione nelle coppie interculturali. Un contributo empirico nel contesto italiano
Dopo un'accurata disamina della letteratura relativa alle relazioni intime nelle coppie interculturali, il lavoro sviluppa 3 studi empirici volti ad approfondire le caratteristiche ed i processi di integrazione delle relazioni interculturali nel contesto italiano
Tool use in wild capuchin monkeys (Cebus libidinosus) in Piauí, Brazil
This study investigates the tool use behaviour in two wild groups of bearded capuchin monkeys Cebus libidinosus) living in the Fazenda Boa Vista (Piauí, Brazil) by determining the frequency of tool use in relation to seasonal changes in food availability and by investigating the use of stone-hammers and anvils to crack palm nuts and other encased fruits in relation to the age and sex of the individuals.
Our first goal, was to test two alternative hypotheses which have been proposed to explain tool use in primate populations: the necessity and the opportunity hypotheses. According to the first hypothesis (Fox et al., 2004), since tool use allows the access to food otherwise not available, it should be more frequent when food resources are scarce (Boesch & Boesch-Achermann, 2000; Fox
et al., 2004; Moura e Lee, 2004). In contrast, the second hypothesis (Beck, 1980; Fox et al., 2004) predicts that favorable local conditions enhance the emergence and the maintenance of innovative behaviours, including tool use. Our second goal was to determine the frequencies of tool use in the
different sex-age classes in order to verify whether, as we predict on the basis of the high sexual dimorphism and the energetic effort required to crack open nuts, male capuchins perform this behaviour more frequently than females.
The study area (13 km2 ) is located at Fazenda Boa Vista in the north-eastern Brazilian state of Piauí (9º 00’ S; 45º 00’ W), 21 km north-west of the town of Gilbués. The physical geography of the field site is a sandy plain placed approximately 420 m above sea level. The climate is seasonally
dry (annual rainfall 1156 mm; total rainfall during dry season: April to September 230 mm; data from 1971–1990, source: Embrapa).
This study was conducted on two well-habituated wild groups of C. libidinosus that were followed from June 2006 to July 2007. Activity budget were recorded by group scan sampling and
the occurrence of tool use was scored by focal animal sampling (Martin & Bateson, 1993).
The result shows that tool use is a habitual behaviour for the capuchins (sensu Whiten et al., 1999) since it is enacted repeatedly and regularly by several individuals of a group. Moreover, tool use can be defined as traditional (as defined by Fragaszy & Perry, 2003) since (i) the use of stones as percussor has been observed only in a limited number of populations of C. libidinosus (Ottoni & Izar, 2008), even if hammers and encased fruits are present in many other study sites and (ii) this
behaviour appears to be transmitted via social influences (Resende et al., 2008; Silva, 2008).
Food resources in Boa Vista do not appear more scarce than in other sites where capuchins live in which food abundance was evaluated with similar methodologies (i.e., Atlantic Forest, Izar, 2004; see also Nakai, 2007); consequently, access to resources fundamental for survival does not seem to have caused the use of tools in our groups. The lack of a marked seasonality in food
availability did not allow to further test the necessity hypothesis (Fox et al., 2004; Moura e Lee, 2004). Our results are in agreement with the predictions of the opportunity hypothesis (Beck, 1980; Fox et al., 2004) since capuchins use of tools reflects the availability of nuts.
As we expected, female capuchins use tools less frequently. This is in sharp contrast with what has been described for nut cracking in chimpanzees (Boesch & Boesch, 1984, Lonsdorf et al., 2004), and what is expected on the basis of the high energy requirements due to lactation and gestation (Clutton-Brock, 1977). Since using tools for capuchins is a strenuous activity, it is
possible that it requires energetic efforts too elevated for females, whose body weight and force are lower than males (Liu et al., 2009), to be beneficial.National Geographic Society, Leakey Foundation, CNPq, FAPESP, CNR, EU-Analogy (STREP Contr. No 029088), La Sapienza University of Rome, Ethoikos srl,
European project IM-CLeVeR FP7-ICT-IP-23172
Mobile robots and vehicles motion systems: a unifying framework
Robots perform many different activities in order to accomplish their tasks. The
robot motion capability is one of the most important ones for an autonomous be-
havior in a typical indoor-outdoor mission (without it other tasks can not be done),
since it drastically determines the global success of a robotic mission. In this thesis, we focus on the main methods for mobile robot and vehicle motion systems and we build a common framework, where similar components can be interchanged or even used together in order to increase the whole system performance
Conservation of the coral stone architectural heritage. Knowledge, restoration and use.
ABSTRACT DELLE ATTIVITÀ DI STUDIO.
0.1. I temi
Il primo tema proposto in questo studio tratta dell’organizzazione della materia con
riguardo ad un duplice contesto, quello fisico e quello storico. I due contesti, tuttavia, non sono delineati per includervi rispettivi gruppi d’argomenti caratteristici, da valutare in contrapposizione. La semplificazione che identifica il contesto fisico con la natura e quello storico con la cultura non offre, necessariamente, alla nostra valutazione conseguenti nitide contrapposizioni fra la natura e l’arte. In proiezione storica sia la natura sia l’arte sono parte del nostro patrimonio e, in quanto dati della nostra storia, sono soggetti a comparazioni e interpretazioni critiche. In questa prospettiva il conservatore che si interessa di coste tropicali potrà adottare con profitto la stessa impostazione critica sia rivolgendosi all’architettura o agli agglomerati urbani sia alla conoscenza geografica e geologica delle scogliere coralline.
Il secondo tema proposto riguarda la connotazione storica dell’interesse per le scogliere coralline. Per questo è stato necessario l’esame di alcune tappe del percorso conoscitivo delle coste tropicali ricorrendo alle opere fondamentali dei naturalisti, dei geologi e, nella generalità, dei viaggiatori dell’Ottocento e del primo Novecento. Dalle memorie dei viaggiatori ricaviamo le prime osservazioni sugli insediamenti e sulle costruzioni
tradizionali in prossimità di banchi corallini ma, allo stesso tempo, queste stesse osservazioni ci fanno comprendere meglio quanto recente e di quale consistenza sia il patrimonio architettonico e urbano degli insediamenti costieri coloniali.
Il bilancio degli studi compiuti fino ad oggi sull’impiego del calcare corallino nelle
costruzioni è il terzo tema di questo lavoro. In larga misura sono stati valutati i dati e gli studi specifici raccolti presso istituti culturali internazionali, sia governativi sia non governativi. Inoltre, con riguardo alle aree geografiche dove sono state eseguite le osservazioni dirette, è stato fatto ricorso ai centri di studio e promozione regionali.
Il quarto tema è rivolto alla teoresi e alle metodologie per la conservazione del patrimonio degli insediamenti storici sulle coste tropicali. Il riconoscimento del patrimonio, storico e naturale, è stato definito sulla base della teoria dei contesti di Karl W. Butzer. Oltre a fornire un metodo per il riconoscimento, il ricorso a Butzer ha permesso di mettere a fuoco alcuni indirizzi per la conservazione del patrimonio costiero che così sono stati confrontati con le carte e le raccomandazioni più recenti in materia di restauro. Nelle discussioni e negli studi svolti in preparazione del piano regolatore dell’isola di Ibo è stata formulata una fortunata ipotesi: che il difficile equilibrio tra l’ambiente naturale e quello umano possa diventare l’oggetto della conservazione. Nell’economia di questi studi la partecipazione alla formulazione del Piano di Ibo è stata un’applicazione davvero
fortunata in quanto l’ipotesi di conservare l’equilibrio fra natura e arte è stata recepita dallo Stato mozambicano.
Esperienze e studi applicativi sono l’oggetto del quinto tema. Diversamente da quanto previsto nella fase iniziale è stato possibile circoscrivere lo studio solo alle culture tradizionali degli insediamenti costieri dell’Africa orientale: Zanzibar, Lamu, Ibo, Ilha de Mozambique, Inhambane. Gli insediamenti e le architetture lungo le coste sud-americane
e lungo quelle caraibiche che avrei voluto studiare potranno, forse, essere oggetto di studi futuri. Ai lettori più prudenti, le tipologie di questo patrimonio che è diffuso nelle varie regioni tropicali, potranno sembrare, in questa trattazione, frutto di una casistica limitata.
Per altro verso lo studio si è rivolto con maggiore completezza ai casi regionali
permettendo così di trattare aspetti tecnologici e metodologici ancora poco esplorati, con riguardo ai materiali complementari al calcare corallino, alle tecniche di lavorazione dei materiali impiegati e ai metodi di costruzione più diffusi.
0.2. Il problema all’origine dello studio
L’idea di questo studio è nata nella città di Inhambane nel 2004, osservando la
disgregazione delle murature di pietra corallina la cui causa principale è stata attribuita alla presenza dei sali solubili all’acqua, fin dalle prime osservazioni. I sali in questione sono il cloruro di sodio (NaCl) o i suoi composti. In soluzione acquosa essi possono essere assorbiti dall’ambiente esterno, ma possono essere già presenti nei materiali impiegati per l’edificazione, in soluzione o in stato cristallino. Nel corso degli studi e durante le osservazioni sistematiche nella città di Inhambane, nell’Ilha de Moçambique e a Ibo è stato possibile ricondurre i fenomeni di disgregazione ad un processo connotabile,
semplicemente, secondo le categorie della causa e dell’effetto. Data la vastità geografica delle regioni in cui si manifestano questi fenomeni è sembrato appropriato ricorrere all’esplorazione scientifica, nonostante l’argomento sia poco trattato nella letteratura della conservazione e del restauro. Lo scopo iniziale di individuare metodi efficaci per la conservazione del patrimonio architettonico lungo le coste marine tropicali appariva facilmente realizzabile mediante il chiarimento del processo fisico e chimico che disgrega la materia; tuttavia il percorso di studio ha permesso di riconoscere una più ampia complessità fenomenologica in cui contestualizzare lo sgretolamento delle murature coralline. Questi fenomeni, che potrebbero essere processati dal restauro con gli strumenti della tecnologia e della storia, sono prospettati in uno spazio speculativo in cui si confrontano il contesto naturale e quello culturale. In anni recenti, in luoghi storici della costa dell’Africa orientale e della Penisola Arabica sono stati eseguiti alcuni limitati restauri e nuovi programmi di recupero sono tuttora in corso, confermando l’interesse
culturale, locale e internazionale, che è stato avviato con l’iscrizione di Ilha de
Moçambique (UNESCO, 1991), Zanzibar (UNESCO, 2000) e Lamu (UNESCO, 2001) nella
Lista del Patrimonio Storico e Culturale dell’Umanità1. Dall’osservazione dei restauri già eseguiti emerge che le patologie degli edifici di calcare corallino sono trattate spesso con modesta efficacia o talvolta misconosciute e solo in rari casi è stato conseguito un conveniente e durevole successo.
0.3. L’obiettivo
Con speciale attenzione alla cultura della manutenzione, questo studio è stato diretto
verso due principali obiettivi. Il primo obiettivo è stato la messa a punto di strumenti e metodi utili alla conoscenza e al dominio dei fenomeni fisici e chimici delle costruzioni di calcare corallino nonché utili ai relativi restauri e alle pratiche manutentive. Il secondo obiettivo è stato l’organizzazione dei problemi generali e specifici in conformità all’ipotesi di conservare gli insediamenti costieri in un ottimale equilibrio con le attività ambientali naturali. Entrambi gli obiettivi sono rivolti ad interlocutori privilegiati quali le popolazioni che possiedono questo patrimonio, gli istituti pubblici o privati cui ne spetta la tutela, i conservatori e i restauratori.
0.4. Le discussioni
Gli studi delle norme di tutela nei dispositivi sovranazionali e locali nonché del ruolo dei governi e delle associazioni non governative sono stati compiuti spesso anche sul campo.
È stata un’esperienza applicativa fruttuosa quella svolta nell’ambito di quattro progetti
curati dall’UNESCO nel Kosovo perché ha permesso di osservare come i finanziamenti e
le procedure sovranazionali e locali su casi patrimoniali tutelati sono soggetti ad
imprevedibili sfasamenti temporali e, soprattutto, condizionati dalle differenti culture regionali cui sono rivolti. Le discussioni, tenute su vari argomenti di questo studio, sono avvenute presso gli istituti o i luoghi dove sono stati raccolti i dati o dove sono stati trattati i casi osservati: il Dottorato di Ricerca in Riqualificazione e Recupero Insediativo nell’Università La Sapienza di Roma, la Faculdade de Arquitectura e Planeamento Físico nell’Universidade Eduardo Mondlane di Maputo - Mozambico, l’International Centre for the Study of the Preservation and Restoration of Cultural Property - ICCROM in Roma, la United Nations Educational, Scientific and Cultural Organization (UNESCO) - Regional Bureau for Science and Culture in Europe (BRESCE) - Antenna Office in Sarajevo, l’Aga Khan Foundation - Mozambique Office in Maputo e l’ArchNet - Massachusetts Institute of Technology (MIT).RIASSUNTO/ABSTRACT
In questo studio sono svolti cinque temi principali.
Il primo tema tratta l'organizzazione della materia di studio con riguardo al contesto naturale e a quello storico. La natura e l'arte sono parti del nostro patrimonio e sono entrambi soggetti ad interpretazioni storiche.
Il secondo tema proposto riguarda l’esame dell'interesse per le scogliere coralline, ricorrendo alle opere fondamentali dei naturalisti, dei geologi e, nella generalità, dei viaggiatori dell’Ottocento e del primo Novecento.
Il terzo tema di questo lavoro è l’esame degli studi compiuti sull’impiego del calcare corallino nelle costruzioni.
Il quarto tema è rivolto alle metodologie per la conservazione degli insediamenti storici sulle coste tropicali, con speciale attenzione agli aspetti ambientali.
Il quinto tema tratta di esperienze e studi applicativi. L’attenzione è rivolta agli insediamenti costieri dell’Africa orientale: Zanzibar, Lamu, Ilha do Ibo, Ilha de Moçambique, Inhambane, con la trattazione di aspetti tecnologici e metodologici ancora poco esplorati.
In my study, I’ve dealt with five main themes.
The first one describes the organization method of the subjects concerning the natural and historical contexts. Nature and art form an important part of our cultural heritage and, as such, they can be critically interpreted.
In the second theme I have developed the issue of how coral reefs have been studied and the interest they have raised, using the fundamental works of the naturalists, geologists and travellers of the 19th and early 20th centuries.
In the third theme I have focused on the previous studies on the use of coral limestone in buildings.
The fourth theme examines the methodologies aimed at conserving the historical
settlements on the tropical coasts, giving special attention to the environmental aspects.
Then, in the fifth and last theme I have analysed the experiences related to field studies.
Particular attention has been given to coastal settlements in East Africa: Zanzibar, Lamu, Ilha do Ibo, Ilha de Mozambique, Inhambane, discussing the technology and methodology used, a field still relatively unexplored
Temporal and spatial dynamics of hake Merluccius merluccius recruitment in the Tyrrhenian and Ligurian Sea (Mediterranean)
The present doctoral thesis investigated fundamental aspects of temporal and spatial dynamics of hake (Merluccius merluccius) recruitment in the Tyrrhenian and Ligurian Sea (Mediterranean).
We identified recruit and post-recruit as two well distinct phases of hake juvenile life stage according to a marked bathymetric segregation. Hake juveniles enter the post-recruit stage at a length range between 13.2 cm and 15.8 cm through a sharp migration from the margin of the shelf-break and upper slope to the shallower continental shelf waters. Spatial models provided accurate identification of the main areas of aggregation of hake recruits before their migration and spreading on the shelf. We found that nurseries in the Tyrrhenian and Ligurian Sea are characterised by some of the highest densities of recruits observed in the Mediterranean, suggesting these areas could play an important role for the dynamics of hake population at a larger scale far beyond the study area. The analysis of time series data for two different periods of the year demonstrated an inter-annual and seasonal stability in the spatial location of the main nursery areas and a strong association for specific habitats of the shelf-break. Together with these main nurseries, a certain number of secondary nurseries were detected only in certain years, but their variability and importance for the population remain to be addressed.
Wide fluctuations in the abundance of hake recruits were found to be strongly influenced by both oceanographic and biological processes. Thermal anomalies in summer, characterised by high peaks in water temperature, revealed a negative effect on the abundance of recruits in autumn, possibly due to a reduction in hake egg and larval survival rates. Recruitment was also reduced when elevated sea-surface temperatures in summer were coupled with low levels of water circulation. Enhanced spring primary production related to late winter low temperatures are known to affect water mass productivity in the following months, and according to our results hake spring recruitment. We found a dome-shaped relationship between wind mixing in early spring and recruitment that was interpreted as an “optimal environmental window” in which intermediate water mixing level can play a positive role in phytoplankton displacement, larval feeding rate and appropriate larval drift.
The temporal and spatial persistence of hake nurseries represented fundamental features for testing the effects of a spatial management of the population particularly during the highly vulnerable recruit phase. The effect of different levels of protection on recruits were tested through model simulations and compared with a more general reduction of fishing effort, providing unexpected results on the mature portion of the population.Partially funded by BECAUSE project (Critical Interactions BEtween Species and their Implications for a PreCAUtionary FiSheries Management in a variable Environment — a Modelling Approach), EU contract no. 502482
To Believe or Not To Believe: Improving Distributed Data Fusion with Second Order Knowledge
Most of works on Distributed Data Fusion (DDF ) systems investigate how to optimize or improve the fusion process by optimistically assuming the correctness of uncertainty models. The impact of using poor-quality information is not well addressed. Moreover, only a few works address how to improve the overall quality of the estimation result. The aim of this thesis is to cover this aspect of Multi-Agent Systems and give an improvement on designing DDF frameworks, by using second order knowledge. In particular, we show that it is possible to improve the effectiveness of the estimation by using information not related only to the underlying filtering process. Understanding and reasoning about the context wherein the fusion process is performed is a key point for providing better and reliable estimations of the environment. Information about the intrinsic characteristics of the environment, the relations among fused data and the interactions among objects, all of them influence the performance of Data Fusion applications. The main result of this thesis is a complete framework for information source selection and integration, by using the reliability of sources as second order knowledge. Specifically, we developed a Multi-Agent Multi-Object Data Fusion system and applied it to the problem of Cooperative Robot Tag game and Soccer Robots. We address the question of reliability and existence of prior knowledge that impacts on the quality of data fusion process applied in such contexts. The chosen scenarios are well suited to test the effectiveness of our proposal: the dynamic component of these test-beds, as well as the competitiveness of the teams, define an ideal environment for demonstrating the results of this thesis. This notwithstanding, our system can be applied to many real-world applications: surveillance, people tracking, cluster maintenance, to name a few. The experimental results obtained show that the system outperforms the standard algorithms. Finally, we show how the system can be easily generalized to handle any kind of Multi-Sensor Tracking applications, such as Self-Tracking