Sapienza University of Rome

Pubblicazioni Aperte Digitali Interateneo Sapienza
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    Studio di processi abiotici che influenzano la speciazione e circolazione del selenio nei sistemi acquatici.

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    Il selenio è un oligoelemento, esistente in natura, la cui presenza nell’organismo umano è fondamentale per il funzionamento di molti processi vitali. Gli effetti benefici del selenio si esplicano solo in un ristretto intervallo di concentrazione, al di sotto di tale intervallo risulta carente, al di sopra tossico. Una carenza dell’elemento può pertanto portare ad una serie di malattie acute e croniche, ma concentrazioni elevate nell'organismo, esplicano un’azione tossica con un meccanismo ancora non ben noto, portando ad una malattia nota con il nome di “selenosi”. Il selenio è tra gli elementi più rari del nostro pianeta ed è distribuito in modo estremamente difforme nell’ambiente. L’elemento esiste in natura in quattro stati di ossidazione: Se-2; Se0; Se+4 e Se+6 e si può trovare anche in composti organici. Ciascuna forma del selenio differisce per comportamento chimico, impatto ambientale e tossicità. Le concentrazioni di selenio nelle acque in genere assumono valori bassi, ma sorgenti di contaminazione primaria e secondaria, processi di tipo biotico e abiotico, possono incrementare considerevolmente la concentrazione dell’elemento in sistemi acquatici. La letteratura scientifica sottolinea l’estrema importanza della speciazione dell’elemento nei diversi comparti ambientali sia con riferimento alla valutazione delle potenziali fonti di contaminazione e ai processi di scambio tra le matrici ambientali, sia, soprattutto, con riferimento alla reale valutazione del rischio rappresentato da elevate concentrazioni dell’elemento. La speciazione del selenio nelle acque, come avviene per molti metalli, oltre ad essere controllata dalla termodinamica degli equilibri, può essere condizionata dalla cinetica con cui le varie reazioni avvengono nell’ambiente e dai processi biologici che interessano l’elemento. In genere sia in ambienti ossici che anossici la distribuzione tra la forma ossidata e la forma ridotta di un elemento presenta rilevanti discrepanze rispetto alle previsioni termodinamiche, in quanto può essere condizionata dalla cinetica con cui le varie reazioni avvengono nell’ambiente. Le reazioni chimiche, in genere, si svolgono a velocità estremamente varie: alcune sono pressoché istantanee, altre molto lente; certe reazioni si sviluppano rapidamente all’inizio, per poi rallentare prima di concludersi, mentre altre si comportano in modo opposto. Altre reazioni, infine, non avvengono senza l’intervento di fattori esterni e di catalizzatori, nonostante le considerazioni energetiche portino a prevedere la possibilità di una trasformazione spontanea. Risulta, quindi, di estrema importanza studiare le reazioni delle specie di un elemento dal punto di vista cinetico sia per la comprensione dei fenomeni di mobilizzazione che per i possibili effetti indotti da un’aumentata mobilizzazione dell'elemento. Nel caso specifico del selenio l’interesse è anche rafforzato dal fatto che la letteratura mostra una notevole attenzione all’impatto dei processi biotici nella circolazione del selenio, mentre risulta molto più carente sui meccanismi dei processi abiotici. Le reazioni abiotiche possono in alcuni casi essere determinanti nel controllare i processi di conversione tra le forme ossidate e ridotte nelle acque naturali, esercitando un ruolo importante nella circolazione biogeochimica dell’elemento nei sistemi acquatici. Allo scopo di contribuire a chiarire il ruolo dei processi abiotici nella speciazione e circolazione del selenio, si è ritenuto opportuno studiare le cinetiche di alcune reazioni redox che presumibilmente sono determinanti nel controllare i processi di conversione tra le principali forme ossidate e ridotte nelle acque naturali. In particolare, lo studio della cinetica di riduzione del Se(IV) a selenio elementare tramite processi abiotici risulta di estrema importanza, in quanto il selenio elementare è la forma insolubile che ha pertanto una capacità molto minore di interagire con il biota. Il selenio elementare, in precedenza poco considerato, è stato recentemente rivalutato a seguito di alcuni studi che hanno dimostrato che tale specie può rappresentare il 30 – 60 % del selenio totale nei sedimenti. In questo studio sono stati individuati potenziali candidati, che hanno rilevanza ambientale (solfuro, acido ascorbico e cisteina), per la riduzione del Se(IV) a selenio elementare. Il ruolo di questi riducenti nella speciazione di alcuni metalli (Cr, As, Cu) è stato ampiamente studiato. Esistono inoltre alcuni studi sulla reazione di riduzione del Se(IV) con alcune delle specie redox scelte, ma questi non permettono di estrapolare informazioni cinetiche applicabili nelle tipiche condizioni ambientali. Si è ritenuto, pertanto, opportuno affrontare lo studio della cinetica di riduzione del Se(IV) con i riducenti scelti in soluzioni sintetiche e matrici reali in funzione del pH, temperatura e forza ionica a livelli di concentrazione dei reagenti riscontrabili nelle acque naturali. E' stato inoltre verificato l'effetto di alcuni cationi sulla velocità di alcune reazioni redox del selenio. Alcuni studi preliminari con altri riducenti di rilevanza ambientale (Fe(II) e Cu(I)) sono stati affrontati per contribuire a chiarire il ruolo dei processi abiotici nella speciazione e circolazione del selenio. L’insieme dei risultati acquisiti aiuta ad interpretare il comportamento del selenio nei sistemi acquatici. Tramite uno studio cinetico delle singole reazioni è stato possibile costruire modelli matematici ed equazioni cinetiche che possono essere utilizzate per stimare le costanti di velocità delle reazioni in questione, valide in un ampia gamma di condizioni sperimentali. Proprio attraverso analisi di questo tipo è stato possibile stimare il tempo di dimezzamento del Se(IV) in presenza dei riducenti scelti, suggerendo quali reazioni abbiano un ruolo importante nei sistemi acquatici. I tempi di dimezzamento stimati, infine, sono stati utilizzati per valutare la possibilità di utilizzare i riducenti di rilevanza ambientale scelti nella bonifica e nel trattamento di acque contaminate da Se(IV). I risultati ottenuti sono stati pertanto confrontati con i risultati dei più importanti processi biologici e chimico-fisici del trattamento e bonifica delle acque contaminate da Se(IV)

    Nullità ed inutilità con particolare riferimento alla 'stipulatio'

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    1. LO SPUNTO DELL’INDAGINE. L’indagine su “Nullità ed inutilità, con particolare riferimento alla stipulatio” trae spunto da una rilettura della tesi di laurea “Sul principio alteri stipulari nemo potest”. In quell’occasione il tema era lo sviluppo storico di questo principio, formulato ed illustrato da Ulpiano in D.45.1.38.17-23 (Ulpianus libro quadragesimo nono ad Sabinum), con discussione sulle origini e trattazione delle vicende principali nel corso del tempo fino al suo definitivo superamento all’alba del xx secolo con l’emanazione del ‘BGB’. In quest’ambito, tra i molteplici profili meritevoli di approfondimento l’attenzione è stata attratta, in particolare, dalla qualificazione della ‘stipulatio alteri’ vietata, da un lato come ‘inutilis’ in Gaio III 103, dall’altro come ‘nulla’ in D.12.1.9.4 (Ulpianus libro vicensimo sexto ad edictum). Tale duplice connotazione invalidante, per così dire in contrappunto sul medesimo oggetto, ha indotto ad approfondire la tematica dell’invalidità negoziale nel diritto romano, con particolare riguardo alle due categorie della nullità e dell’inutilità. Le due figure, o meglio i rispettivi predicati presenti nella ricca casistica offerta dalle fonti appaiono spesso compresenti e variamente combinati nei testi. Proprio per questo la loro esatta definizione è stata vivacemente discussa dalla letteratura romanistica, con particolare riguardo al caso paradigmatico dell’efficacia novativa parziale di alcuni tipi particolari di ‘stipulatio inutilis’, riferito e discusso da Gaio III 176. Il dott. Di Leo ha quindi proceduto ad un’attenta analisi della dottrina che si è occupata di questo paragrafo delle ‘Institutiones’ di Gaio. Ne è emerso che nell’esegesi di questo passo è stata da taluno teorizzata la distinzione tra negozi inesistenti e negozi nulli, cui sarebbero da ricondurre le ‘stipulationes inutiles’, munite di efficacia solo ‘rescindente’, menzionate nel paragrafo di Gaio (Mitteis, Kniep, Flume, Betti). Altri viceversa, pur con diversità di accenti, hanno respinto tale bipartizione come artificiosa e non rispondente al dettato letterale delle fonti affermando l’equivalenza tra nullità ed inesistenza (De Martino, Sanfilippo, Masi, Di Paola). Su queste basi l’attenzione del dott. Di Leo si è soffermata innanzi tutto sul tema della nullità al fine di un suo retto inquadramento nell’ambito del diritto romano. 2. LA METODOLOGIA ADOTTATA NELLO SVOLGIMENTO DEL TEMA. Nello svolgimento di questa prima parte il dottor Di Leo propone l’adozione di un metodo basato fondamentalmente e sinteticamente sui due cardini della ‘visione storica’ e della ‘visione integrata’ del fenomeno giuridico. La prima permette di considerare i vari aspetti del mondo antico come distanti da noi e di collocarli nel loro tempo, in base al cosiddetto ‘principio dell’alterità’. La seconda consente, invece, di inquadrare il fenomeno giuridico non già di per se stesso, ed isolato dal suo contesto, ma inquadrato nel ‘sistema complessivo’ del mondo antico di cui è parte qualificante. Orientano nel senso di una ‘visione integrata’ del diritto nel mondo romano alcuni significativi indici testuali come, in particolare, la celebre definizione celsina dello ius (i.e. ‘ius est ars boni et aequi’, in D.1.1.1.pr.) in combinazione con un passo del coevo Aulo Gellio circa la nozione di humanitas (i.e. ‘eruditionem institutionemque in bonas artis’, in ‘Noctes Atticae’, XIII 17, 1). A tale stregua, inoltre, il dottor Di Leo si avvale del modello generale della comunicazione del linguista russo Roman Jakobson, che ritiene applicabile sulla premessa del diritto inteso come fenomeno linguistico. Nel modello teorizzato da Jakobson, infatti, una delle sei ‘funzioni’ fondamentali di ogni processo linguistico, nel che si risolve strutturalmente il diritto, è proprio la ‘funzione referenziale’, ovvero il contesto socio-culturale di riferimento. Sicché il dato culturale non può che illuminare e connotare la stessa ‘forma mentis’ del giurista, che agisce entro ben delineate coordinate di contesto da cui non può prescindere. In quest’ottica, allora, non è possibile attribuire al predicato nullus altro significato che quello di inesistenza, del resto conforme alla sua etimologia (nullus < non ullus), e quindi radicalmente incapace di produrre qualsivoglia effetto giuridico. Tale semantica è, infatti, la sola possibile in un orizzonte culturale connotato dall’idea di fondo anticreazionista dell’origine delle cose dal Caos, che rende inconcepibile che dal nulla possa nascere qualcosa. E’ qui che si rinviene del resto la matrice anche linguistica del ditterio ‘ex nihilo nihil fit’. Una ricostruzione siffatta della nullità, invero fatta propria nei suoi esiti ultimi da alcuni Autori (ad esempio Di Paola) pur senza rinvenirne la ratio, consente di dissipare alcune antinomie e presunte contraddizioni rinvenibili nelle fonti secondo l’opinione di alcuni studiosi (tra cui, soprattutto, quella ravvisata nel testo di Gaio III 176 in se stesso ed in relazione a Gaio III 117). Su queste basi il dottor Di Leo ha predisposto un primo capitolo di carattere introduttivo e di impianto generale, che ha illustrato l’innovativa metodologia adottata nell’approcciare il tema in esame secondo le linee succintamente poc’anzi riferite ed efficacemente per questo intitolato ‘Nova methodus’. 3. ESEGESI DELLE FONTI PIU’ SIGNIFICATIVE IN TEMA DI NULLITA’. Il passo successivo è stato il varo di una seconda parte, di impianto prettamente esegetico, volta ad applicare le linee guida assunte a base del lavoro sul piano storico-dogmatico-ricostruttivo, attraverso una puntuale disamina delle fonti giuridiche più interessanti, con particolare riguardo ai ‘Digesta’ di Giustiniano ed alle ‘Institutiones’ di Gaio. Il secondo capitolo, infatti, intitolato “’Applicatio iuris’: la nullità in alcuni passi emblematici delle fonti classiche”, affronta partitamente taluni significativi aspetti della problematica in esame, muovendo dai testi riguardanti gli atti tra vivi e la stipulatio in particolare. Dopo una premessa terminologica, volta ad evidenziare le numerose e variegate espressioni ricorrenti nelle fonti per esprimere il concetto di nullità, l’analisi si è innanzi tutto soffermata su una serie di passi che assimilano chiaramente la nullità all’inesistenza. Ciò mediante la giustapposizione dell’aggettivo nullus a perifrasi negative, volte a negare la stessa consistenza ‘ontologica’ del sostantivo di riferimento (cfr., tra gli altri, D.46.1.70.4). Il successivo profilo oggetto di approfondimento è stata la problematica delle ‘leges perfectae’, con particolare riguardo agli effetti spiegati sugli atti posti in essere in violazione del divieto da queste sancito. La disamina ha preso le mosse dalla celebre definizione dei tre tipi di leges (‘perfectae’, ‘minus quam perfectae’, ‘imperfectae’) contenuta, secondo l’integrazione generalmente accolta, nei ‘Tituli ex corpore Ulpiani’ 1-2. Si è poi incentrata soprattutto sulla valenza del verbo rescindere, ivi impiegato, specialmente in relazione ai passi concernenti la ‘lex Aelia Sentia’ circa la sorte di talune manomissioni compiute in frode dei creditori e del patrono, laddove il ‘rescindere libertatem’ di talune fonti si pone a fronte del ‘nihil agere’ gaiano (cfr. D.40.9.5.2 e D.42.8.15 vs Gaio I 37). Segue, a questo punto, un’attenta analisi dei passi contenenti l’aggettivo imperfectum nelle fonti relative agli atti tra vivi. Ne è emerso il caratteristico significato di ‘mancata integrazione strutturale’ dell’atto, in contrappunto alla radicale ‘inesistenza’ propria dell’aggettivo nullus. Ciò detto, la trattazione seguente concerne specificamente le ‘Institutiones’ di Gaio. Offre, innanzi tutto, un inquadramento sistematico delle ricorrenze dell’aggettivo nullus e delle espressioni a questo similari nel manuale gaiano, mostrandone la piena assimilabilità al concetto dell’inesistenza. Corollario di questa premessa è l’interessante conclusione circa l’inconsistente valenza ‘assoluta’ della categoria delle ‘res nullius’ in questo contesto. Il paragrafo gaiano de quo, infatti, letto correttamente, contrappone alle ‘res privatae (…) quae singulorum hominum sunt’ le ‘res publicae (…) nullius (…) in bonis (…), ipsius universitatis’. Il testo originale del Gaio c.d. ‘Veronese’ in nostro possesso consente, pertanto, di ‘demistificare’ come interpolato il corrispondente passo dei ‘Digesta’ giustinianei, che solo parla di cose ‘nullius in bonis’ ‘tout court’ (cfr. Gaio II 11 vs D.1.8.1 pr.). In quest’ambito l’attenzione si è poi soffermata sul già citato ed assolutamente paradigmatico passo di Gaio III 176, in tema di efficacia novativa parziale della ‘stipulatio inutilis’. Per la problematica in esame il rilievo del passo risiede tutto nell’uso assai preciso che il giurista fa dei due attributi inutilis e nullus. L’uso dei termini qui non è affatto casuale o intercambiabile ma risponde ad una logica semantica ben precisa. Ad essere qualificata inutilis è infatti la stipulatio, ad esempio contratta ‘a Titio post mortem eius vel a muliere pupillove sine tutoris auctoritate’, mentre nulla è soltanto l’obligatio, e cioè l’effetto giuridico scaturente dalla stipulatio predetta. Nullus ritorna peraltro subito appresso in una perifrasi relativa alla ‘stipulatio a servo’, a sottolinearne la totale inefficacia, sia ‘rescindente’ che ‘rescissoria’. E’ chiaro, quindi, che in questo contesto l’aggettivo nullus equivale ad ‘inesistente’ in quanto radicalmente privo di qualsiasi effetto giuridico ed anzi ‘strutturalmente’ insussistente. Lo stesse conclusioni si possono trarre da altri passi gaiani che sono stati considerati ed analizzati partitamente (ad esempio quello di Gaio III 117). Conclusa così questa ‘sezione’ dedicata al manuale gaiano, l’ultima parte di questo capitolo sulla ‘nullità’ è dedicata alla trattazione di due interessanti profili relativi alla stipulatio tra ‘ius civile’ e ‘ius honorarium’. Il primo concerne la tematica della stipulatio sottoposta ad una condizione illecita, di cui le fonti affermano in numerosi casi, nel contempo e contraddittoriamente, tanto la validità ‘iure civili’ e l’invalidità ‘iure honorario’ quanto l’invalidità ‘iure civili’. Tale palese antinomia si spiega in chiave ‘diacronica’, alla luce della stratificazione ‘compresente’ nella compilazione giustinianea, che oblitera da ultimo il ‘dualismo’ tra il diritto civile ed il diritto onorario sotto l’egida dello ‘ius civile’. Il secondo profilo attiene invece alla c.d. ‘stipulatio quasi nulla’ di cui tratta un ‘singolare’ frammento di Pomponio (in D.45.1.25). Tale figura, nella sua ‘ambiguità’, si colloca a metà tra diritto civile e diritto onorario, ed è proprio in una ‘transizione’ siffatta che taluno ha inteso ravvisare le prime autentiche tracce della categoria moderna dell’annullabilità. A conclusione di questa parte si può dire che la trattazione dei vari profili della nullità nel diritto romano, con tutte le sue declinazioni esegetiche come succintamente richiamate, suffraghi pienamente l’assunto di fondo della sua piena identificazione con il concetto ‘ontologico’ dell’inesistenza, conformemente alla premessa posta in apertura di una sua visione in chiave ‘culturalmente orientata’. 4. ANALISI DEL CONCETTO E DELLA CASISTICA PIU’ SIGNIFICATIVA IN TEMA DI ‘STIPULATIO INUTILIS’. Oggetto della terza parte è la precisazione del significato e più in generale della valenza dei termini utilis ed inutilis in relazione agli atti tra vivi, con particolare riguardo alla figura, per molti versi paradigmatica, della stipulatio. Si intitola, infatti, “La ‘stipulatio inutilis’: concetto ed esegesi della casistica più significativa”. Dopo una premessa di inquadramento generale, l’attenzione si è soffermata innanzi tutto sull’impiego del sintagma ‘stipulatio inutilis’ nelle ‘Institutiones’ di Gaio e ne ha evidenziato la valenza generale, onnicomprensiva e per lo più assai poco caratterizzante in termini lati di ‘inefficacia’. Questa prima disamina esegetica ha offerto lo spunto per la trattazione della problematica relativa alla distinzione tra la ‘stipulatio inutilis’ e la c.d. ‘stipulatio non existens’. Si è dato conto delle principali opinioni e dei contrasti della dottrina più significativa sul punto, con particolare riferimento alla posizione di Mitteis, Cicala e Masi. In proposito, si è soprattutto contestata la configurabilità stessa della seconda figura nell’ambito del diritto romano ma si è, nel contempo, criticata l’opzione volta ad una piena assimilazione tra la ‘stipulatio inutilis’ e la ‘stipulatio nulla’. Il riferimento va soprattutto al fondamentale passo di Gaio III 176 in tema di efficacia novativa parziale della ‘stipulatio inutilis’, già considerato in precedenza, ed all’uso assai preciso che il giurista fa dei termini nullus ed inutilis in questo contesto. Ciò chiarito, la trattazione è poi proseguita con l’analisi relativa all’uso dei termini utilis ed inutilis nell’ambito dei rapporti tra ‘ius civile’ e ‘ius honorarium’, con particolare riguardo alla fattispecie davvero ‘esemplare’ della ‘stipulatio contra bonos mores’ recepita in D.45.1.61. Si tratta di un caso di stipulatio sotto condizione illecita, sicuramente interpolato, interessante in quanto mostra significative tracce della successiva ‘onnipervasività’ dell’impiego dell’aggettivo inutilis per significare l’invalidità ‘pretoria’ di fattispecie ‘iure civili’ valide. Prova evidente di tale posteriore generalizzazione semantica del termine inutilis è costituita dalla rubrica di un titolo del ‘Codex’ giustinianeo, laddove vi si ricomprende anche un caso di stipulatio i cui effetti potevano essere paralizzati ‘per doli vel metus exceptionem’, e cioè in via ‘pretoria’ (si tratta della costituzione imperiale contenuta in C.8.38.5 contenuta nel titolo ‘De inutilibus stipulationibus’). Successivamente è stata presa in esame la figura della stipulatio condizionata per vagliare la bontà dell’autorevole posizione dottrinale secondo cui, in pendenza della condizione, il negozio non sarebbe stato qualificato né utilis né inutilis. Tale tesi si è dimostrata infondata alla luce dei testi, che mostrano chiaramente la qualificazione ‘utile’ attribuita all’atto pur ‘pendente condicione’. Sempre in quest’ambito si è poi soffermata l’attenzione sulla peculiare figura della ‘stipulatio praepostera’, anche per l’importanza che questa ha avuto nella storia della retroattività degli effetti della condizione avveratasi. Tutto ciò considerato, l’esame ha da ultimo investito un interessante brano della ‘Novella Theodosiana 9’, recepito in forma pressoché immutata in C.1.14.5. L’importanza di questo passo non consiste soltanto nella possibilità di seguire le vicende relative alla sorte degli atti posti in essere in violazione di un divieto legislativo nel periodo postclassico bensì, e soprattutto, perché esso sembra implicare una distinzione tra negozi inutili e negozi inesistenti (‘ea quae lege fieri prohibentur, si fuerint facta, non solum inutilia, sed pro infectis etiam habeantur, licet legis lator fieri prohibuerit tantum nec specialiter dixerit inutile debere esse quod factum est’). Una parte della dottrina vi ha infatti visto il superamento della distinzione ‘ulpianea’ tra ‘leges perfectae’, ‘minus quam perfectae’ ed ‘imperfectae’, con la trasformazione in perfectae di tutte le leges. Sennonché, a parte la smisurata estensione che in tal modo verrebbe ad assumere la categoria dell’inesistenza sino a ricomprendere l’intera gamma degli atti compiuti ‘contra legem’, la lettura del brano in esame nella sua interezza suscita serie perplessità dal punto di vista del rigore terminologico, in quanto da ultimo considera il frutto dell’infrazione perpetrata ‘cassum atque inutile’. Ne risulta quindi assai sminuito il rilievo della distinzione tra le sfere dell’inutilità e dell’inesistenza affermata poco prima. 5. CONSIDERAZIONI FINALI. Delineate così succintamente le linee principali del lavoro svolto, ne va innanzi tutto ricordata l’originalità nell’impostazione di fondo da cui si sono prese le mosse, e cioè l’inquadramento della categoria giuridica della nullità nel diritto romano in chiave ‘culturalmente orientata’. Ciò attraverso puntuali indici etimologico-lessicali e precisi richiami testuali, nonché mediante l’utilizzo di schemi mutuati dalla scienza linguistica di matrice strutturalistica (i.e. lo schema generale della comunicazione elaborato da Roman Jakobson). Ne è emersa una concezione del predicato giuridico nullus inteso nel senso prettamente ‘ontologico’ di ‘inesistente’, alla luce della sua più autentica ratio. La successiva parte esegetica del lavoro, svolta sui più significativi testi giuridici concernenti gli atti tra vivi, ha pienamente suffragato questo assunto di fondo a proposito del concetto di nullus. A fronte di ciò, i termini utilis ed inutilis si pongono come categoria duttile e polivalente, dalle molte sfaccettature, che può anche talvolta inglobare in sé casi altrimenti qualificati come nulli ma considerati dal punto di vista teleologico e funzionale della loro efficacia, più o meno latamente intesa

    Membrane-active derivatives of the frog skin peptide Esculentin-1 against relevant human pathogens

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    VALUTAZIONE DI NUOVI FATTORI PROGNOSTICI E PARAMETRI DI VALUTAZIONE DELL'ATTIVITA' SESSUALE E DELLA CONTINENZA URINARIA IN PAZIENTI OPERATI DI PROSTATECTOMIA RADICALE  NERVE  SPARING  CON TECNICA OPEN,  LAPAROSCOPICA  E ROBOTICA.

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    differenze di risultati in termini di continenza, potenza e risultati oncologici, in pazienti sottoposti a prostatectomia radicale nerve sparing bilaterale, operati con tecnica open, laparoscopica e robotica

    L'UTILIZZO CLINICO DEL LIPOFILLING E DELLE ADSC NEL TRATTAMENTO DEGLI ESITI DELLA PATOLOGIA MAMMARIA

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    L'UTILIZZO CLINICO DEL LIPOFILLING E DELLE ADSC NEL TRATTAMENTO DEGLI ESITI DELLA PATOLOGIA MAMMARIA Dott.ssa CIOTTI MARIANGELA Il tessuto adiposo è una fonte preziosa di cellule staminali nell’adulto, le Adipose-Derived Stem Cells. Lo sviluppo delle tecniche di ingegneria tissutale ha aperto la strada ad un uso sempre più raffinato del Lipofilling nella riparazione dei tessuti, nella guarigione delle ferite, nel riempimento dei deficit volumetrici, nella ricostruzione mammaria , nelle atrofie cicatriziali e vulvari, nella Sclerodermia. Dal tessuto adiposo prelevato con una lipoaspirazione o una biopsia è possibile ottenere cellule staminali mesenchimali di derivazione adiposa (ADSC). Il prelievo di grasso, una volta effettuato viene ritirato dalla “Cell Factory” che provvede ad estrarre le ADSC per poi accedere alle procedure di espansione cellulare e di crioconservazione. Il sistema di qualità applicato all'uso clinico delle ADSC deve rispondere alle norme di Buona Pratica di Laboratorio (Good Laboratory Practice), Buona Pratica Manifatturiera (Good Manufacturing Practice) e Buona Pratica Clinica (Good Clinical Practice). Il concetto della sterilità in laboratorio, nella manipolazione delle cellule è fondamentale. Il processo di espansione delle cellule ADSC non supera mai il 3° passaggio, a causa del rischio di cancerogenicità insito nei processi di replicazione cellulare, ed il rilascio viene corredato di test genetici. L’intero processo richiede circa 20-30 giorni ed è in grado di fornirci una sospensione di preadipociti in acido ialuronico o, alternativamente, in soluzione fisiologica contenente fino a 4 x 106 cellule/ml. La buona pratica manifatturiera assicura altresì rari casi di complicanze post-lipofilling, quali la liponecrosi ed il mancato attecchimento per infiltrazione di notevoli quantità di tessuto adiposo o le reazioni eritematose nel loco di infiltrazione ed assicura la corretta sterilità durante il trattamento effettuato in sala operatoria. Nell'ambito del rischio pratico, particolarmente rilevante e dibattuto è il concetto del rischio di riattivazione cancerogenica nell'utilizzo del Lipofilling e delle ADSC dopo chirurgia mammaria conservativa. Un recente studio multicentrico ( "The oncological outcome and immediate surgical complications of lipofilling in breast cancer patients: a multicenter study - Milan-Paris-Lyon. Experience of 646 lipofilling procedures". J.Y.Petit et al. Plastica and Reconstructive Surgery . August 2011 ) ed uno studio di coorte combinato ( "Evaluation of fat grafting safety in patients whit intra epithelial neoplasia: a matched- cohort study". J.Y.Petit et al . Annals ok Oncology - December 2012 ) hanno dimostrato un aumento statisticamente significativo del rischio di recidive loco-regionali in pazienti con neoplasia intraepiteliale duttale ( DIN ) o lobulare ( LIN ), trattati con chirurgia conservativa, che erano stati sottoposti a successivo Lipofilling. Siamo comunque in attesa di avere linee guida definitive al riguardo. Presso il Dipartimento di Chirurgia Plastica Ricostruttiva ed Estetica del Policlinico Umberto I di Roma, diretto dal Prof. Nicolò Scuderi abbiamo effettuato, nel periodo compreso tra Gennaio 2007 a Gennaio 2013, un nostro studio sperimentale di coorte, selezionando e reclutando un campione omogeneo di pazienti di sesso femminile affette da carcinoma mammario, trattate con chirurgia conservativa, quadrantectomia , ±dissezione ascellare, e radioterapia e sottoposte a più di un trattamento di lipostruttura a livello mammario. Nel nostro lavoro non abbiamo rintracciato recidive neoplastiche nell’area trattata a seguito di uno stretto follow-up oncologico. È stato utilizzato altresì il sistema di valutazione secondo la scala analogica visiva (VAS, Visual Analogic Scale) attribuendo un punteggio variabile da 1 a 10, dove 1 indicava nessun miglioramento, 10 il massimo miglioramento possibile, ottenendo risultati alquanto soddisfacenti. Tali risultati ci permettono di proseguire lo studio con sicurezza di dati.IMPORTANZA DEL LIPOFILLING E DELLE ADSC NEL TRATTAMENTO DEGLI ESITI DELLA RICOSTRUZIONE MAMMARIA,IN PARTICOLARE A SEGUITO DI TUMORI ALLO STADIO INIZIALE: STUDIO SPERIMENTALE

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