Università Mediterranea di Reggio Calabria: OJS Unirc
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    Dieci anni di ArcHistoR: Restauro dell’architettura

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    This contribution, through a re-reading of what has been published on archistor regarding architectural restoration in its first ten years, aims to present the main topics covered, attempting to highlight some trends that have emerged in the field over the last ten years.This is done by identifying macro-themes such as: Wars and memory; Urban transformations, settlements, cities, and suburbs; Fragile territories, villages, historic centers, and landscapes; Theories and methods; Construction techniques, materials, surveys, and construction sites; Fortified architecture; Between document and monument; and a final focus on ArcHistoR EXTRA, such as curated collections and monographs that have addressed the discipline of restoration in different ways.Questo contributo, attraverso una rilettura di quanto è stato pubblicato su ArcHistoR relativamente ai temi del restauro architettonico nei suoi primi dieci anni, vuole presentare le principali tematiche trattate, tentando di evidenziare alcune tendenze manifestatesi nell'ambito della disciplina negli ultimi dieci anni. Questo attraverso l’individuazione di macro-tematismi quali: Guerre e memoria; Trasformazioni urbane, insediamenti, città e periferie; Territori fragili, borghi centri storici e paesaggi; Teorie e metodi; Tecniche costruttive, materiali, indagini e cantieri; Architetture fortificate; Tra documento e monumento e un focus finale sugli ArcHistoR extra, quali curatele e monografie che hanno affrontato, in maniera differente, la disciplina del restauro

    Tra rigore controriformistico e messa in scena della città barocca (1572-1622): note sull’architettura a Napoli in età post-tridentina

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    At the turn of the 16th and 17th centuries, Naples was undergoing a period of profound change that would rapidly transform its urban landscape and social reality. Among the main causes were unstoppable population growth, widespread poverty among the people, and the central role played in society by charitable organisations which, together with religious orders, also functioned as highly active artistic hotbeds. This contribution focuses on the years between 1572 and 1622, a period that begins with a local event and ends with a historic event in Catholicism: respectively, the first contact with Naples by the Roman painter and architect Giovan Battista Cavagna and the canonisation, on 12 March 1622, of the heroes of reformed Catholicism, Ignatius of Loyola, Teresa of Avila, Filippo Neri and Francesco Saverio, a worldwide triumph for the Counter-Reformation Church, in which Wittkower already recognised the departure of sacred architecture from the reformist rigour of Trent. Assessing the Roman influence introduced into the architecture of the southern peninsular capital by Giovan Battista Cavagna, the first of a generation of artists to intervene decisively in the continuing stagnation of Florentine classicism in Naples, this essay focuses on the social reality and transformations of architecture and the urban image during the period examined. This was an intense period that saw the transition from the poverty of the early Counter-Reformation to the beginnings of Neapolitan Baroque experimentation against the backdrop of a city and society marked by the contrast between magnificence and misery, between the shining splendour of Baroque churches and the insurmountable gloom of an invincible sense of death.Alla svolta tra il XVI e il XVII secolo, Napoli stava attraversando un periodo di profondi cambiamenti che avrebbero rapidamente trasformato il suo paesaggio urbano e la sua realtà sociale. Tra le principali cause vi furono una crescita demografica inarrestabile, la diffusa povertà della popolazione e il ruolo centrale svolto nella società dalle istituzioni caritative che, insieme agli ordini religiosi, fungevano anche da vivacissimi centri di produzione artistica. Questo contributo si concentra sugli anni compresi tra il 1572 e il 1622, un periodo che si apre con un evento locale e si conclude con un evento di portata storica per il cattolicesimo: rispettivamente, il primo contatto con Napoli del pittore e architetto romano Giovan Battista Cavagna e la canonizzazione, il 12 marzo 1622, degli eroi del cattolicesimo riformato — Ignazio di Loyola, Teresa d’Avila, Filippo Neri e Francesco Saverio — un trionfo mondiale per la Chiesa della Controriforma, nel quale Wittkower riconobbe già l’allontanamento dell’architettura sacra dal rigore riformista del Concilio di Trento. Valutando l’influenza romana introdotta nell’architettura della capitale meridionale della penisola da Giovan Battista Cavagna, primo di una generazione di artisti destinati a intervenire in modo decisivo nel perdurante ristagno del classicismo fiorentino a Napoli, il saggio si concentra sulla realtà sociale e sulle trasformazioni dell’architettura e dell’immagine urbana nel periodo esaminato. Si trattò di una fase intensa, che vide il passaggio dalla povertà della prima Controriforma agli inizi della sperimentazione del Barocco napoletano, sullo sfondo di una città e di una società segnate dal contrasto tra magnificenza e miseria, tra lo splendente fulgore delle chiese barocche e l’insormontabile oscurità di un invincibile senso della morte

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    Lost and Found. History-based Approaches in the Strategies for the Preservation of the Abandoned Heritage

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    Il saggio introduce gli esiti della ricerca Lost and Found. Processes of abandonment of the architectural and urban heritage in inner areas: Causes, effects, and narratives (Italy, Albania, Romania), che studia come i fattori di abbandono e i loro effetti possano aver influenzato i processi di costruzione di memoria e identità nel corso del XX secolo e come tali processi potrebbero condizionare l’attuale percezione e interazione con questi luoghi da parte delle comunità, dunque le potenziali strategie di ripopolamento e riuso o di abbandono consapevole. In particolare, poi, il saggio riflette sulle potenzialità dell’approccio history-based, che ha ispirato la ricerca, in quei casi in cui l’abbandono è causato oltre che da fattori socio-economici, anche da significativi fattori di rischio fisico (idrogeologico, sismico, ecc.). Per approccio history-based si intende qui un metodo che inquadra in una dimensione storica le ragioni profonde dell’abbandono e le conseguenti ripercussioni su territori e insediamenti nell’idea che le interpretazioni che ne derivano possano aiutare a valutare le potenzialità per il rilancio di questi territori o, al contrario, l’impossibilità di un “ritorno in vita”. Inoltre, il saggio spiega come questo approccio si sia rivelato utile nella verifica dei processi di costruzione della memoria che hanno condizionato la percezione delle aree in esame (la Calabria meridionale, la regione di Argeș in Romania e la valle del Drino in Albania) la cui storia è in vario modo segnata da catastrofi naturali. Riding the wave of interest in small rural and mountainous centres in inner areas that the recent pandemic season has reinvigorated, the essay reflects on the potential of a history-based approach to studying these areas, where abandonment is caused not only by socio-economic factors but also by significant physical risks (hydrogeological, seismic, etc.). The essay also introduces the findings of the research Lost and Found: Processes of Abandonment of the Architectural and urban heritage in inner areas: Causes, Effects, and Narratives (Italy, Albania, Romania), which examines how abandonment factors and their effects may have influenced memory and identity construction processes throughout the 20th century, and how these processes could affect the current perception and interaction with these places by communities, hence potential strategies for repopulation, reuse, or conscious abandonment

    Territories of Abandonment: Landscape, Ruins, and Memory from a Sociological Perspective

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    Il saggio analizza il processo di spopolamento di due aree interne della Calabria causato dagli effetti di un disastro naturale e le modalità che hanno caratterizzato la ricostruzione dei centri abbandonati in altro sito. Inoltre, si indagano anche i complessi legami socio-identitari che si mantengono e modificano fra popolazioni e vecchi luoghi, secondo le dinamiche di ricostruzione memoriale a livello intergenerazionale. In particolare, i due casi studio selezionati riguardano i paesi di Canolo e Africo, entrambi raggiunti nel 1951 da un’alluvione. Questo evento produsse effetti disastrosi su questi insediamenti, provocandone l’abbandono e la conseguente ricostruzione ex novo in altro sito. In realtà, l’abbandono fu solo parziale per Canolo, che si divise fra una parte della popolazione che volle rimanere nel vecchio sito e un’altra parte che fu costretta a ricollocarsi più a monte, abitando nuove case e riorganizzando la vita sociale e domestica. Il trasferimento fu pressoché totale per Africo, la cui popolazione fu invece condotta in una porzione di territorio lungo la costa in netta discontinuità con la tipologia di ambiente e condizione di vita fino a quel momento sperimentate. Oggi i vecchi centri abbandonati sono oggetto di differenti interessi ad opera sia della popolazione che si è spostata nei nuovi insediamenti, sia di altri attori sociali che vi si accostano sotto varie forme e con diverse finalità. Da queste relazioni e tensioni fra interessi del presente e ricostruzione del passato si generano rappresentazioni memoriali plurime, che sono analizzate alla luce della categoria dei “paesaggi della memoria”.Territories of abandonment - i.e., uninhabited towns and villages reduced to ruins - are always linked to the history of a group, or rather, the procedural history of a community of inhabitants. These are histories that push or force such communities to leave their settlements for various reasons and at different rates of depopulation. Some of these reasons have a historical character, since, for example, they are linked to invasions or wars; others have a political character (persecutions, political opposition, etc.); still others are of a calamitous nature (earthquakes, floods, etc.), suddenly and unexpectedly bursting into collective life; in other cases, very long-term processes take place, which produce geographic and economic isolation so significant as to make associated life particularly difficult in some localities. Here, we will draw attention to findings relating to depopulation phenomena caused by natural events - specifically, the destruction following flooding - which preceded the depopulation processes of mountain areas in Italy. In particular, the two case studies analysed here are located in Calabria. These are the towns of Canolo and Africo, both in the province of Reggio Calabria, both of which were hit by a flood in 1951, which had a disastrous effect on these mountain settlements, causing their abandonment, partial for Canolo and almost total for Africo, with the consequent reconstruction ex novo on another site. Today, these centres are the object of various kinds of interest, both among the population that moved to the new settlements that arose after the flood, and by successive generations of their children, but also among other social actors, who approach them in various forms and with different aims.

    Incastellamento e difesa nell’alto medioevo. Documenti per la conservazione delle sopravvivenze del Valdemone siciliano

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    This essay examines early medieval fortifications in Sicily, focusing on the strategic logic that shaped the distribution, typology, and evolution of “strong places” within the Valdemone region. Defensive structures were not only military responses but also components of a broader socio-territorial system enabling communities to shelter people, resources, and livestock during prolonged sieges. Because written sources are fragmentary, the study integrates textual evidence with geomorphological analysis, visibility relationships, and the reconstruction of medieval road networks. Archaeological data reveal long-term continuity from late Roman settlements to fortified medieval sites, though research has historically privileged religious architecture over military structures. The essay reassesses Byzantine and Islamic phases of fortification, drawing on Arab chroniclers who describe extensive defensive programs across Sicily. By comparing known sites with those only cited in sources, the study proposes new hypotheses for the locations of Mîquś and Demenna, highlighting their strategic control of river valleys, mountain passes, and visual communication lines linking Rometta, Taormina, Aci, and other strongholds. Drone surveys and modern remote-sensing techniques have uncovered alignment patterns and buried structures supporting these hypotheses. Ultimately, the work argues that a network of intervisible fortifications, integrated with natural defenses and essential resources, structured the defensive landscape of early medieval Sicily. Combining textual, archaeological, and technological approaches offers new perspectives on poorly documented sites and provides a foundation for future targeted excavations.Il saggio esamina le fortificazioni dell’alto medioevo in Sicilia, concentrandosi sulla logica strategica che ha determinato la distribuzione, la tipologia e l’evoluzione dei “luoghi forti” nella regione del Valdemone. Le strutture difensive non furono soltanto risposte di carattere militare, ma anche componenti di un più ampio sistema socio-territoriale che consentiva alle comunità di proteggere persone, risorse e bestiame durante assedi prolungati. Poiché le fonti scritte sono frammentarie, lo studio integra le testimonianze testuali con l’analisi geomorfologica, le relazioni di visibilità e la ricostruzione delle reti viarie medievali. I dati archeologici rivelano una continuità di lungo periodo dai centri tardo-romani ai siti fortificati medievali, sebbene la ricerca abbia storicamente privilegiato l’architettura religiosa rispetto alle strutture militari. Il saggio riconsidera le fasi bizantina e islamica della fortificazione, avvalendosi dei cronisti arabi che descrivono ampi programmi difensivi in tutta la Sicilia. Confrontando i siti noti con quelli citati solo nelle fonti, lo studio propone nuove ipotesi per l’ubicazione di Mîquś e Demenna, mettendo in evidenza il loro controllo strategico delle valli fluviali, dei passi montani e delle linee di comunicazione visiva che collegavano Rometta, Taormina, Aci e altre roccaforti. I rilievi con droni e le moderne tecniche di telerilevamento hanno individuato schemi di allineamento e strutture sepolte a sostegno di queste ipotesi. In conclusione, il lavoro sostiene che una rete di fortificazioni intervisibili, integrata con le difese naturali e con le risorse essenziali, abbia strutturato il paesaggio difensivo della Sicilia altomedievale. La combinazione di approcci testuali, archeologici e tecnologici offre nuove prospettive su siti poco documentati e fornisce una base per future campagne di scavo mirate

    Architettura e città in età napoleonica: lo stato e le prospettive della ricerca nell’ultimo decennio

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    The article provides a brief account of the research and consequent publications that in the decade 2014-2023, sometimes taking a cue from or in continuation of scholarly initiatives launched in previous years, concerned urban and architectural issues of the Napoleonic era, chronologically identifiable in the time span between the Italian Campaign (1796-1797) and the “Hundred Days” (1815). Without any pretense of completeness, since the topic, as a result of the bicentennial of Napoleon Bonaparte's death celebrated in 2021, has taken on international resonance and interdisciplinary connections, the contribution selects some of the main lines of advancement of such research, divided into three distinct, albeit related, themes: architects, cities and civil architecture, court residences.L’articolo offre una breve ricostruzione delle ricerche e delle conseguenti pubblicazioni che, nel decennio 2014-2023, talvolta prendendo spunto da iniziative scientifiche avviate negli anni precedenti o ponendosi in loro continuità, hanno riguardato temi urbani e architettonici dell’età napoleonica, cronologicamente collocabili nell’arco di tempo compreso tra la Campagna d’Italia (1796-1797) e i «Cento Giorni» (1815).Senza alcuna pretesa di completezza, poiché l’argomento, in seguito al bicentenario della morte di Napoleone Bonaparte celebrato nel 2021, ha assunto una risonanza internazionale e connessioni interdisciplinari, il contributo individua alcune delle principali linee di sviluppo di tali ricerche, articolate in tre ambiti distinti, sebbene tra loro correlati: gli architetti, le città e l’architettura civile, le residenze di corte

    The Production of (Public) Space in Rural Socialist Albania: Two Case Studies in the Drino Valley

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    In Albania, il socialismo si radicò dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, traendo spunto dai principi Marxisti-Leninisti sui quali costruire la nuova moderna società albanese. In quest’ottica, l’Albania socialista tendeva a dare priorità al futuro, seppur glorificando al contempo le radici del popolo albanese, promuovendo l’immagine di un paese moderno che, nell’intento di costruire il socialismo, aveva abbracciato gli sforzi e le sfide di un eroico progresso con l’obiettivo di trasformare profondamente la propria società e il proprio territorio. In questo contesto, accanto ai complessi cambiamenti politici, socioculturali e economici, il ruolo delle aree rurali nel dibattito politico albanese dell’epoca fu rivalutato positivamente, attribuendo ad esse un ruolo centrale nella propaganda ideologica del regime socialista. Il villaggio albanese, concepito come unità, e le comunità rurali subirono profondi cambiamenti in seguito all’introduzione degli innovativi mezzi di produzione economica socialista. Nuovi insediamenti rurali socialisti furono fondati e costruiti accanto a villaggi rurali esistenti, e raggruppati secondo le due principali forme economiche dettate dal regime comunista: le cooperative agricole e le aziende agricole statali. Questo contributo pone l’attenzione sulla progettazione e sul ruolo dell’organizzazione del qendra e fshatit, ovvero il centro del villaggio socialista inteso come spazio pubblico e come parte fondamentale del villaggio o del nuovo insediamento rurale, nel materializzare la svolta socialista nel processo di modernizzazione delle aree rurali albanesi. ---The Production of (Public) Space in Rural Socialist Albania: Two Case Studies in the Drino ValleyThe construction of socialism took root in Albania after the end of the Second World War drawing from the Marxist-Leninist principles on which building the new modern Albanian society. Socialist Albania tended to prioritize the future while glorifying the roots of the Albanian people, by promoting images of the country that had embraced heroic progress to deeply transform its society and territory. In this context, alongside the complex political, social and economic changes, the role of the countryside in the Albanian political debate of the time was importantly evaluated and pivotal in the socialist regime propaganda. In this sense, the Albanian village, conceived as a unity, and the rural communities, underwent profound changes depending on the innovative socialist economic means of production. New socialist rural settlements were established along existing ones and grouped according to the two main economic forms dictated by the regime: the agricultural cooperatives and the agricultural state farms. Within this context, this article proposes a focus on the design and planning of, and the role played by the qendra e fshatit, i.e., the village centre intended both as a public space and as a fundamental part of the village or the new rural settlement, in materialising the socialist turn in the modernisation process of the Albanian rural areas.The construction of socialism took root in Albania after the end of the Second World War drawing from the Marxist-Leninist principles on which building the new modern Albanian society. Socialist Albania tended to prioritize the future while glorifying the roots of the Albanian people, by promoting images of the country that had embraced heroic progress to deeply transform its society and territory. In this context, alongside the complex political, social and economic changes, the role of the countryside in the Albanian political debate of the time was importantly evaluated and pivotal in the socialist regime propaganda. In this sense, the Albanian village, conceived as a unity, and the rural communities, underwent profound changes depending on the innovative socialist economic means of production. New socialist rural settlements were established along existing ones and grouped according to the two main economic forms dictated by the regime: the agricultural cooperatives and the agricultural state farms. Within this context, this article proposes a focus on the design and planning of, and the role played by the qendra e fshatit, i.e., the village centre intended both as a public space and as a fundamental part of the village or the new rural settlement, in materialising the socialist turn in the modernisation process of the Albanian rural areas

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    Palchi, cori e cantorie: l’architettura a servizio della musica a Roma tra Seicento e Settecento

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    Between the Seventeenth and Eighteenth century, scenography represents a profitable source of work for architects in Rome, and a great opportunity to get in touch with a noble and international clientele. Numerous studies have tackled the scenographies of public and private theaters in Rome, of the great machine for Quarantore and for the festival of the Chinea, of catafalques and triumphal arches, also thanks to the large volume of paintings and etchings representing them. However, the work of the architect- and of the array of craftsmen surrounding them- extends far beyond the design of the machines; squares, courtyards, halls and churches needed to be set up in order for the musician to perform and for the public to participate acconding to formalities stictly defined by the ceremonial. This study aims to analyze the construction of stages and temporary choirs as a point of contact between performance practice and construction through the analysis of numerous examples provided by the celebrations staged by Cardinal Pietro Ottoboni, one of the most active patrons of sacred and profane performances between the end of the Seventeenth and the first half of the Eighteenth century.L’attività scenografica a cavallo tra il XVII e il XVIII secolo a Roma rappresenta per gli architetti una proficua fonte di lavoro e una grande occasione per entrare in contatto con una clientela nobile e internazionale. Attorno alle scenografie dei teatri romani pubblici e privati, delle grandi macchine per Quarantore e per la festa della Chinea, dei catafalchi e archi di trionfo, si sono sviluppati numerosi studi, anche grazie alla notevole quantità di quadri e incisioni realizzata ad hoc. Il lavoro dell’architetto – e della schiera di artigiani che lo circondano – si estende però ben oltre la progettazione delle macchine: in occasione delle feste si devono allestire piazze, cortili, saloni e chiese per permettere ai musicisti di esibirsi e al pubblico di partecipare secondo modalità precisamente definite dal cerimoniale.Questo studio si propone di analizzare la costruzione di palchi e cori temporanei come punto di contatto tra prassi rappresentativa e costruzione attraverso l’analisi di numerosi esempi forniti dalle feste del cardinale Pietro Ottoboni, mecenate tra i più attivi nella commissione di spettacoli sacri e profani a cavallo tra la fine del Seicento e la prima metà del Settecento

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