FAmagazine - Ricerche e progetti sull'architettura e la città
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Edward Durell Stone. Dallo Stile Internazionale allo stile personale
Edward Durell Stone (1902-1978) was an American modernist who developed a unique signature style of ‘new romanticism’ during the middle phase of his career between 1954 and 1966. The style was employed in several dozen major architectural projects and it coincided with his second marriage. His first signature style project was the U.S. Embassy in New Delhi, and the most famous one is the John F. Kennedy Center for the Performing Arts in Washington D.C. He achieved temporary global renown with his design for the U.S. Pavilion at the Brussels World’s Fair in 1958. Sadly, his best projects are widely scattered and he has no significant signature style works in New York City, where he based his career. His current obscurity is explained by the eccentric character of his signature style, his transition from personal design to corporate replication, and the abandonment of signature design principles after the breakdown of his second marriage.Edward Durell Stone (1902-1978) fu un architetto americano modernista, che successivamente sviluppò, durante la fase centrale della sua carriera, tra il 1954 e il 1966, uno stile personale, rappresentativo di un “nuovo romanticismo”. Questo personale stile è stato impiegato in diverse dozzine di importanti progetti e ha coinciso con il periodo del suo secondo matrimonio. Il primo progetto in cui Ed Stone utilizza questo personale stile è l’Ambasciata USA a New Delhi, ma il più famoso è il John F. Kennedy Center for the Performing Arts di Washington D.C.La sua fama internazionale è principalmente dovuta al suo progetto per il Padiglione USA alla Fiera mondiale di Bruxelles del 1958, purtroppo infatti, i suoi migliori progetti sono sparsi per il mondo e nessuna opera significativa è a New York, dove ha sede il suo studio d’architettura. La sua attuale oscurità è parzialmente dovuta dal suo carattere eccentrico e dal suo personalissimo stile, ma soprattutto è causato dal passaggio da una cifra stilistica riconoscibile e personale, all’anonimato della grande azienda di progettazione, soprattutto dall’abbandono dei principi del suo personale stile, dopo il naufragio del suo secondo matrimonio.
Pausilypon: I luoghi dell’archeologia come rinnovati ‘capisaldi’ delle città e dei paesaggi mediterranei
Recensione diAutore: Renato Capozzi, Gaetano Fusco, Federica Visconti (a cura di)Titolo: Pausilypon. Architettura e paesaggio archeologico.Lingua del testo: italiano.Editore: AIÓNCollana: Città e paesaggi meridianiCaratteristiche: formato 16x24 cm, 128 pagine, brossura, b/nISBN: 978-88-98262-73-1Anno: dicembre 201
Hassan Fathy. Le scimmie e le giraffe
In 1980 Hassan Fathy was awarded the first Aga Khan Chairman Award, a prize specially created as a recognition to the value of his career. Until then, very few texts were published on his work, the first ones dating at the beginning of the 70s. It’s only at the end of his long career that the work of the Egyptian architect began to be known and internationally recognized.The article contextualizes Hassan Fathy’s work, discusses the reasons why it was forgotten when he was still alive, its rediscovering in the 80s and the most recent interest paid by the scientific community. Emphasis is given to the relevance of Fathy’s thinking, constantly aimed at finding a technically and culturally appropriate architecture.Nel 1980 Hassan Fathy è insignito del primo Aga Khan Chairman Award, un premio appositamente creato come riconoscimento al valore della sua carriera. Sino a quel momento pochissimi sono i testi pubblicati sul suo lavoro, i primi dei quali sono datati all’inizio degli anni 70. È solo sul finire della sua lunga carriera che l’opera dell’architetto egiziano inizia ad essere conosciuta e riconosciuta a livello internazionale.L’articolo contestualizza il lavoro di Hassan Fathy, discute le ragioni per le quali è stato dimenticato quando egli era ancora in vita, la sua ricoperta negli anni 80 e il più recente interesse dimostrato dalla comunità scientifica. L’accento è posto sull’attualità del suo pensiero, costantemente volto alla ricerca di un’architettura tecnicamente e culturalmente appropriat
Sulla misconoscenza degli architetti (e delle loro architetture)
Il saggio si pone come postfazione ragionata al numero 47/2019 della rivista. Intende riflettere sull’azione culturale insita nell’operazione di scoperta (o riscoperta) di alcune figure campione dell’architettura del Novecento internazionale utilizzando il paradigma della dimenticanza o misconoscenza. L’intento non è quello di farne necessariamente dei protagonisti assoluti ma di recuperare Maestri che hanno operato nel solco di un contestualismo o regionalismo in antagonismo al Moderno ufficiale. Per questo possono essere definiti come appartenenti ad un Altro moderno così come definito da Luciano Semerani. L’articolo riflette inoltre sul ruolo della critica di architettura nel progetto del moderno e contemporaneo
Luigi Vietti e l’avventura della Costa Smeralda
Luigi Vietti è uno degli architetti che l’Aga Khan chiama, sin dall’inizio, per il grande progetto della Costa Smeralda. La sua opera si caratterizza per alcuni temi che sembrano legati ai suoi primi studi e lavori nei centri liguri di costa. Quella non solo era stata un’occasione fondamentale della sua crescita professionale, ma era anche l’esperienza più simile all’avventura che si accingeva a compiere:in Liguria studierà i nuclei urbani di costa e l’architettura mediterranea colorata.Se per l’opera di Vietti in Costa Smeralda si può parlare di una tarda applicazione dell’ambientismo – la lezione che aveva appreso da Giovannoni alla scuola di architettura di Roma – bisogna riconoscere che egli si trovò nella condizione di “ambientare” architetture in un luogo dove il contesto, almeno quello costruito, non esisteva. Tra le sue prime, e più importanti opere, in Costa Smeralda, ci sono l’Hotel Pitrizza, l’Hotel Cervo e villa La Cerva, tutte costruite nei primi anni ’60
Sedad Hakki Eldem, l’ambasciatore in incognito dell’architettura turca
Eldem has often been defined as the 'State Architect' for many reasons, but his referring to vernacular architecture was driven by a very refined culture of also a transnational character. The analysis of his correspondence demonstrates how he was also an internationally renowned intellectual who through his work became the 'ambassador' of that culture which his family had already advocated. Eldem is a minor figure, in the Western world, probably because he was too tied to Turkish cultural events to be considered as Pikionis or Pouillon. The aim of this paper is to bring to light unknown aspects of Eldem's experience.Aspects, which have never been taken into consideration and whose absence has probably contributed to the crystallization of a sometimes misleading portrait of this architect.Eldem è stato spesso definito come l’Architetto di Stato’ per molte ragioni, ma il suo riferirsi all’architettura vernacolare fu guidato da una raffinata cultura anche di carattere transnazionale. L’analisi della sua corrispondenza dimostra come egli fu un intellettuale di livello internazionale che attraverso il suo lavoro si fece ‘ambasciatore’ di quella cultura che già la sua famiglia aveva promosso. Eldem è una figura minore per l’Occidente, probabilmente perché troppo legata agli eventi culturali turchi per essere considerato come Pikionis o Pouillon. Lo scopo di questo saggio è proprio quello di portare alla luce alcuni aspetti sconosciuti dell’esperienza di Eldem, aspetti la cui assenza ha probabilmente contribuito alla cristallizzazione di un, talvolta fuorviante ritratto di quest’architetto
Tassonomia del tipo-asilo
Recensione al libro Autore: Enrico PrandiTitolo: Il progetto del polo per l’infanzia. Sperimentazioni architettoniche tra didattica e ricercaLingua: italianoEditore: AiónCaratteristiche: formato 22x22 cm, brossura, immagini a coloriISBN: 9788898262694Anno: 201
Words for Buildings. Lo spazio narrato, le parole costruite
The aim of this article is to understand the complex, sometimes problematic relationship that exists between words and concepts, on the one hand, and architectures, on the other. This relationship must be deepened and critically problematized to understand - and possibly avoid - a phenomenon that is quite typical of our time: it seems that words and things have moved away. In some cases, the subtle and ineffable connection that linked the evanescent sound of the word and the material consistency of the building seems to have disappeared.Lo scopo di questo articolo è comprendere la relazione complessa, a volte problematica che esiste tra parole e concetti, da un lato, e architetture, dall'altro. Questa relazione deve essere approfondita e problematizzata in modo critico per capire - ed eventualmente evitare - un fenomeno che è abbastanza tipico del nostro tempo: sembra, infatti, che le parole e le cose si siano allontanate; fino ad arrivare alla scomparsa, in alcuni casi, della connessione sottile e ineffabile che collegava il suono evanescente della parola e la consistenza materiale dell'edificio
Il racconto dell’abitare mediterraneo. Narrazione e progetto nell’ideario architettonico pontiano
The essay comes from a reflection on narrative structures of architectural project. It is dedicated to architecture domestic Mediterranean in the work of Gio Ponti. A case study in which the affinity between architectural design and design methodology emerges as an element characterizing not only the creative process, but also the relationship between architecture and narration forms. In the history of Ponti’s architectural imaginary, in his "ideario" of architecture, the mise en page of Mediterranean living, from graphic interventions on drawing to photographic sequences, to textual commentary, highlights correspondences between drawing and literary imaginary. The narrative structure of living is individual in different phases of the project, from the ideation of the place to the graphic formalization, to the dialogue between the image of architecture and its textual commentary in the editorial communication. The narrative dimension is highlighted as a clarifying factor of the creative process of Mediterranean architecture, which is itself a form of narrativityIl saggio nasce da una riflessione sulle strutture narrative del progetto d’architettura. L’intervento verte sul racconto dell’architettura domestica mediterranea nell’opera di Gio Ponti. Un caso studio in cui l’affinità tra disegno d’architettura e metodologia progettuale emerge come elemento caratterizzante non soltanto il processo creativo ma la relazione tra architettura e forme di narrazione. Nella storia dell’immaginario architettonico pontiano, nel suo “ideario” d’architettura, la mise en page dell’abitare mediterraneo, dagli interventi grafici sul disegno alle sequenze fotografiche, al commento testuale, evidenzia corrispondenze tra il disegno e l’immaginario letterario. La struttura narrativa dell’abitare è individuale in differenti fasi del progetto, dall’ideazione del luogo alla formalizzazione grafica, al dialogo tra l’immagine dell’architettura e il suo commento testuale nella comunicazione editoriale. La dimensione narrativa s’evidenzia quale fattore chiarificante del processo creativo dell’architettura mediterranea, che è, essa stessa, una forma di narratività
Luigi Vietti. Attitudine creativa
The article proposes a review of the thought and work of Vietti, with particular attention to the production he developed in the period between the two world wars. Taking up some of the themes addressed in her Doctoral Research (1989-1992), relying on the comparison and the close relationship she had with the architect, before his death, reinterpreting also works and projects of the period, the author poses in evidence that, in Vietti's work, the interest in the foundations of nascent architecture, with the link to tradition, both contextual and disciplinary, manage to coexist in an often exemplary way. What magically holds the two aspects together is the strong creative vein, as well as the ability to always observe one's work with realism and disenchantment.L’articolo propone un riesame del pensiero e dell’opera di Vietti, con particolare attenzione alla produzione da lui maturata nel periodo compreso tra le due guerre mondiali. Riprendendo alcuni dei temi affrontati in seno alla propria Ricerca di Dottorato (1989-1992), facendo leva sul confronto e sullo stretto rapporto avuto con l’architetto, prima della sua scomparsa, reinterpretando altresì opere e progetti del periodo, l’autrice pone in evidenza come, nel lavoro di Vietti, riescano a convivere, in modo spesso esemplare, l’interesse per i fondamenti dell’architettura nascente, con il legame per la tradizione, sia contestuale che disciplinare. Ciò che tiene magicamente insieme i due aspetti è la spiccata vena creativa, oltrechè la capacita di osservare sempre la propria opera con realismo e disincanto