FAmagazine - Ricerche e progetti sull'architettura e la città
Not a member yet
485 research outputs found
Sort by
“L’unica architettura sarà la nostra vita” – o il suo racconto. Questioni narrative nella produzione del Superstudio.
This essay investigates the use of narrative in the production of Superstudio, considering the projects in which this aspect emerges the most. The use of narrative seems to increase during the development of the group’s career: designs tend to look more and more like novels, until they become proper ones at the end after renouncing any possible idea of shape of the design itself, which in turn is dissolved into an architecture made of events and rituals, perfect subjects for a wide number of possible tales. After fifty years, the subject of narrative is surfacing again in the field of architecture: is it possible to recognize a continuity between contemporary storytelling and the one of Supertudio? Otherwise, are we facing a different scenario, even an opposite one?Il saggio indaga l’uso della narrazione nella produzione del Superstudio, considerando i progetti all'interno dei quali questo tema emerge in maniera maggiore. Esso è presente in maniera crescente nel corso della carriera del gruppo: la progettazione dei fiorentini si sviluppa sempre di più come un racconto, fino a divenirlo, abbandonando qualsiasi prefigurazione di una possibile forma del progetto, dissolta in un'architettura composta da un insieme di eventi e di riti, pronti per essere raccontati. Cinquant'anni dopo, il tema della narrazionericompare all'interno dell'architettura: possiamo riconoscere una continuità tra lo storytelling del Superstudio e quello odierno? O ci troviamo di fronte a uno scenario differente, se non opposto
Architettura, narrazione e l'arte di vivere
This paper draws from the idea of philosophy as a “life art” - as discussed by philosopher Alexander Nehamas in his book The Art of Living - in order to highlight a hidden connection between architecture, as a creative practice, and the narration of the self.Can the criteria for a great architecture be reduced to standards and values that are deemed ‘universal’? Or should concepts such as “originality”, “authenticity”, and “uniqueness” be regarded context-dependent and determined retrospectively, only relevant within the narration of a unique personal creative course?Through a short, imaginary story - which is based on actual historical events - I will argue that the value and impact of every architectural creation cannot always be inherently defined but are usually directly related to what is called “the care of the self”. What I intend my story to tell is that no ‘recipe’ for great architecture exists for someone to follow, precisely because every exemplary architectural creation is always constructed on the scaffolding of an exemplary life. Exemplary not in a moral sense, but in the aesthetic sense of a narration related to the art of living.Likewise, if every influential architectural work is based on a personal biography then the creative potential of architecture cannot but be intertwined with the question of a narration of the self that is focused on the self-construction of the architect as a person.At the same time narration is often used as a means to transcend the objective foundations and limits of architectural creation and in order to further establish a social distinction; a distinction (in Bourdieuan terms) between the architects and the Architect. From Le Corbusier and Louis Kahn to Rem Koolhaas and Bjarke Ingels the various efforts to narrate a unique biography are nothing but rhetorical techniques used in the framework of a persuasion strategy. The moral of all these narratives is that the person actually matters more than the project. In other words, architecture’s value, impact and command are related to the creation of the architect as a person as much as - if not more than - architectural creation itself.Questo articolo trae spunto dall'idea della filosofia come "arte di vivere" - sostenuta dal filosofo Alexander Nehamas nel suo libro The Art of Living – con lo scopo di evidenziare una connessione nascosta tra l'architettura come pratica creativa e la narrazione del sé .Le caratteristiche di una grande architettura possono essere ricondotte a standard e valori "universali"? O invece concetti come "originalità", "autenticità" e "unicità" devono essere considerati come legati a un contesto e determinati a posteriori, rilevanti solo in relazione al racconto di un percorso creativo personale?Attraverso una breve storia immaginaria - basata su eventi storici reali - sosterrò che il valore e l'impatto di una creazione architettonica non possono essere sempre definiti intrinsecamente, ma di solito sono direttamente correlati a ciò che viene chiamato "la costruzione del sé". Ciò che intendo dire nella mia storia è che non esiste nessuna "formula" da seguire per la grande architettura, proprio perché ogni creazione architettonica esemplare è sempre costruita sull'impalcatura di una vita esemplare. Esemplare non in senso morale, ma nel senso estetico di una narrazione legata all'arte del vivere.Allo stesso modo, se ogni influente opera architettonica si basa su una biografia personale, allora il potenziale creativo dell'architettura non può che essere intrecciato con la questione di una narrazione del sé incentrata sull'auto-costruzione dell'architetto come persona.Allo stesso tempo, la narrazione è spesso usata come mezzo per trascendere le basi e i limiti oggettivi della creazione architettonica e stabilire una distinzione sociale; una distinzione (nell’accezione di Bourdieu) tra gli architetti e l'Architetto. Da Le Corbusier e Louis Kahn a Rem Koolhaas e Bjarke Ingels i diversi sforzi per narrare una biografia singolare non sono altro che tecniche retoriche usate nel quadro di una strategia di persuasione. La morale di tutte queste narrative è che la persona conta davvero più del progetto. In altre parole, il valore, l'impatto e l’autorevolezza dell'architettura sono legati alla creazione dell'architetto come persona tanto quanto - se non più - della stessa creazione architettonica
Peter Harnden. Tra Guerra Fredda e tradizione mediterranea
After World War II, the American architect Peter Harnden was appointed director of the United States Information Service in Paris, in charge of promoting the Marshall Plan in Europe with the objective of increasing European production and American trade. To promote the Plan’s aims, more than 400 programs and exhibitions were organized throughout Europe taking advantage of dry construction, easy assembly and the possibilities offered by visual advertising. After founding his industrial design studio in Orgeval, where the Italian architect Lanfranco Bombelli soon stood out, Harnden and his team moved to Barcelona in the early 1960s. There, in addition to continuing with institutional commissions, he designed sophisticated private homes on the Mediterranean coast that, camouflaged as “regionalism”, looked like exhibitions – with their exacerbated sense of comfort, open and spacious living areas, photogenic furniture and sculptural fireplaces. In grey flannel and with diplomatic poise or in espadrilles and an unbuttoned shirt, before a huge audience or in refined circles, Harnden’s big band performed live American architecture throughout the 20-some years of his professional career.Dopo la seconda guerra mondiale, l’architetto americano Peter Harnden fu nominato direttore del Servizio informazioni degli Stati Uniti di Parigi, il cui incarico era quello di promuovere il piano Marshall in Europa, con l’obiettivo di aumentare la produzione europea e il commercio americano. Per promuovere gli obiettivi del Piano furono organizzate, e fatte circolare in tutta Europa, oltre 400 mostre, sfruttando sistemi di costruzione prefabbricata e le possibilità offerte dalla pubblicità. Dopo aver fondato lo studio di progettazione a Orgeval, a cui presto si uni l’architetto italiano Lanfranco Bombelli, Harnden e il suo team si trasferiscono a Barcellona nei primi anni ‘60. A Barcellona, oltre a continuare le commissioni istituzionali ottenute, progettano sofisticate abitazioni private sulla costa mediterranea che, mascherate da “regionalismo”, sembrano anch’esse delle mostre espositive - con il loro esasperato senso del confort, gli spazi aperti e spaziosi, i mobili e i camini scultorei. In flanella grigia, con portamento diplomatico, o in espadrillas e una camicia sbottonata, davanti a un pubblico numeroso o in ambienti raffinati, la big band di Harnden eseguì per i vent’anni della sua carriera professionale, dal vivo, l’architettura Americana
Bernard Rudofsky. 2+2=4
In the mid 30’ the Austrian architect Bernard Rudofsky (1905-1988) built, in Italy and in Brazil, a number of hauses that the critics defined as the best modern houses ever built. In 1941 he moved to the USA. In New York, working at MoMA, he organized some important exhibitions such as Architecture Without Architects and in 1958, commisioned by the government, the Cultural Exhibitions at the Brussel’s World Fair. Despite those important results nonetheless, his work and thought were at the time hardly recognized by any Modern Architecture History book. The aim of my essay is to illustrate the causes of such unfair destiny which delivered his work and thought to oblivion for such a long time.L’architetto austriaco Bernard Rudofsky (1905-1988) tra gli anni ‘30 e ‘40 costruisce, prima in Italia e poi in Brasile, alcune case che la critica definisce tra le più belle costruzioni moderne in fatto di ville. Stabilitosi negli USA nel 1941, entra a far parte dell’organico del MoMA curando alcune celebri mostre tra cui Architecture Without Architects. In seguito, nel 1958 viene coinvolto dal governo americano nell’organizzazione delle Cultural Exhibitions alla Brussel’s World Fair. Nonostante questi risultati prestigiosi, l’opera e il pensiero dell’architetto austriaco non sono contemplati nei testi di storia dell’architettura moderna. Scopo del saggio è illustrare le motivazioni di una condizione anomala che ha consegnato a un lungo oblio l’opera e il pensiero di Bernard Rudofsky
Through the looking-glass. La narrativa applicata alla contro-storia del progetto territoriale
What is the difference between the Broadacre City model and popular drone views simulations used to promote future sustainable cities? Between an interior space designed by Tessenow and a look through 3D glasses? Perhaps not so much, all they tell the same story: the wonderland. The essay aims to investigate the ideo-logical contribution of story-telling to architectural and territorial design projects, rather than its techno-logical. If it is true that media evolve and adapt their narrative, but the story they use to tell is always the same of the wonderland, questions arise from a different point of view. Which design project deserves a story with a narrative contribution? Only the project in which all the contradictions are positively solved as in the wonderland, or is there room for counter-stories too?Quale differenza c’è tra il plastico di Broadacre City e le simulazioni vista drone usate per promuovere le città sostenibili del futuro? Tra un interno di Tessenow e uno sguardo attraverso gli occhiali 3D? Forse non tanta, tutti raccontano la stessa storia: il wonderland. La questione alla base del saggio non è quella di investigare il contributo tecno-logico dello story-telling al progetto di architettura, ma il suo contributo ideo-logico. Se è vero che il mezzo della narrazione si evolve e si adatta ma la storia che racconta è una, l’interrogativo sorge da un punto di vista differente. Quale progetto di architettura merita un racconto o una narrazione? Solo il progetto in cui tutte le contraddizioni sono risolte positivamente come in un wonderland, o c’è spazio per le contro-storie?
Architettura e Narrativa. Il dialogo del tempo, dello spazio e dell’uomo
As the oldest way of interaction between people, narration is an archetypal form, like building, within man's daily life. The latter is enriched through the story, and it is sublimated through the spiritual experience of living space. Distant on the level of form and structure, of heaviness and impalpability, narration and architecture seem irreconcilable, but today, while in the contemporary every human experience is consumed by the speed of time, these two forms of communication find themselves investigating together the sense of time, space and human existence. Together they come to a new form of perception that goes beyond language and feeds on the sensibility of the architect, but also on the life that they are required to nourish and produce within a telling space.Come via più antica dell’interazione fra le persone, la narrazione è una forma archetipa, al pari del costruire, all’interno della vita quotidiana dell’uomo. Quest’ultima si arricchisce attraverso il racconto, e si sublima tramite l’esperienza spirituale del vivere lo spazio. Distanti sul piano della forma e della struttura, della pesantezza e della impalpabilità, narrazione e architettura appaiono inconciliabili, eppure oggi, mentre nella contemporaneità ogni esperienza umana viene consumata dalla rapidità del tempo, queste due forme di comunicazione si ritrovano ad indagare insieme il senso del tempo, dello spazio e dell’esistenza umana. Insieme giungono ad una nuova forma di percezione che va oltre il linguaggio e si nutre della sensibilità dell’architetto, ma anche della vita che essi sono tenuti ad alimentare e a produrre all’interno di uno spazio raccontabile
Luigi Vietti. L’invenzione della tradizione
Fin dagli anni universitari presso la Scuola di Architettura di Roma, Luigi Vietti (1903-1998) è interessato alle architetture della tradizione costruttiva minore. In alcuni suoi contributi critici, redatti nella prima metà degli anni trenta, riflette su aspetti pratici, architettonici ma soprattutto formali delle architetture spontanee. Questi temi sono anche approfonditi in determinate occasioni progettuali, soprattutto nei decenni successivi. Vietti affina progressivamente una sua personale interpretazione di queste architetture, di cui fa propri numerosi dettagli e particolari che riscopre come elementi estetici e stilistici da introdurre nei suoi progetti per conferire a questi un carattere rustico e spontaneo. In questo modo Vietti interpreta l’ambientamento in un contesto naturale che il più delle volte è incontaminato. Vietti rielabora questi elementi di dettaglio in modo sempre più libero e svincolato dall’originaria funzione, ma anche dal legame che questi hanno con un determinato luogo, tanto che finisce con l’inventare gli elementi tradizionali che intende rievocare
Luigi Vietti e la scena architettonica ligure degli anni Trenta
Luigi Vietti si iscrive all’ordine degli architetti di Genova nel 1929, città in cui sarà chiamato a dirigere l’Ufficio distaccato della Soprintendenza di Torino per i monumenti della Liguria. È un’epoca di trasformazioni che investono la città, primo porto d’Italia e vertice dell’area nazionale di massima industrializzazione. Per un’intera generazione di architetti l’espansione della città di Genova, in particolare quella che si sviluppa a levante a partire dalla foce del torrente Bisagno, costituisce un’occasione di prova portando quest’area un vero parco del moderno. Ampia per varietà di firme e di programmi funzionali, l’architettura prodotta negli anni ‘30 e ‘40 nella zona della Foce ha subito un’indagine volta a definire i caratteri articolati di una scena professionale che si trovava ad agire in un territorio complesso e in via di continua definizione morfologica. Resta da mettere a fuoco, e perfino da censire in alcuni casi, il contributo al moderno dato da un significativo repertorio di architetture minori sorte nella fascia costiera a levante della piana, nelle zone di Albaro, Sturla, Quarto, Quinto e, all’estremo confine cittadino, Nervi
Il progetto dipinto e la scoperta dell’arco
Il testo è la trascrizione di due interviste fatte dall’autore a Luigi Vietti, la prima nel suo studio di Corso Venezia 46 a Milano nel dicembre del 1993, mentre la seconda, antecedente, fatta a Porto Cervo nel 1983. Vietti risponde alle domande dell’autore rievocando ricordi e non esitando, dove le parole non arrivano a spiegare concetti, a disegnare su un foglio. Alcune delle immagini che accompagnano il testo sono autografe e fatte in quella specifica occasione
La grammatica delle sovrascritture urbane
Author: Alessandro Gaiani Title: Sovrascritture urbane. Strategia e strumenti per il ri-condizionamento delle città Language: italian Publisher: Quodlibet studio, Macerata Series: Città e paesaggio. Saggi curata da Manuel Orazi Characteristic: formato 14x21,5 cm, 136 pagine, brossura, bianco e nero ISBN 9788822901552 Year: 2018Autore: Alessandro GaianiTitolo: Sovrascritture urbane. Strategia e strumenti per il ri-condizionamento delle cittàLingua del testo: italiano Editore: Quodlibet studio, MacerataCollana: Città e paesaggio. Saggi curata da Manuel Orazi Caratteristiche: formato 14x21,5 cm, 136 pagine, brossura, bianco e neroISBN 9788822901552Anno: 201