FAmagazine - Ricerche e progetti sull'architettura e la città
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La Scuola Paulista: un’ipotesi di regionalismo critico
Since the early 1940s, Brazilian modernism has moved almost exclusively from Rio de Janeiro to São Paulo, if we exclude the period in Brasilia and the little that will happen in the remaining “architectural” cities of Brazil. In those years, João Batista Vilanova Artigas began his profession in São Paulo, a leading personality with a vision of idealist architecture with a social background to whom critics would recognize, perhaps later, the paternity of the so-called Paulist School. After the first Wrightian houses, Vilanova Artigas starts a theoretical-practical research starting from the legacy of that Modern Carioca born for a nation in search of identity. Vilanova Artigas, through his “critique of modernization”, will make the articulation of the structural form that dialogues with the topography of the place the distinctive feature of the Paulist School.Dagli inizi degli anni ‘40 il modernismo brasiliano da Rio de Janeiro si sposta quasi esclusivamente a San Paolo, se escludiamo il periodo di Brasilia e quel po’ che accadrà nelle restanti città ‘d’architettura’ del Brasile. In quegli anni a San Paolo inizia la professione João Batista Vilanova Artigas, una personalità di spicco con una visione dell’architettura idealista a sfondo sociale a cui la critica riconoscerà, forse tardi, la paternità della cosiddetta Scuola Paulista. Dopo le prime case wrightiane, Vilanova Artigas avvia una ricerca teorico-pratica a partire dal retaggio di quel Moderno carioca nato per una nazione in cerca d’identità. Vilanova Artigas, attraverso la sua “critica della modernizzazione”, farà dell’articolazione della forma strutturale che dialoga con la topografia del luogo la cifra distintiva della Scuola Paulista
È del poeta il fin, la meraviglia …
Recensione del libro
Title: Giorgio Raineri 1927-2012Editors: Gentucca Canella & Paolo MellanoLanguage: ItalianPublisher: FrancoAngeliSeries: Architetti italiani del NovecentoCharacteristics: format 23X15,5 cm, paperback, colorISBN: 978-88-917-7122-3Year: 2020Recensione del libro
Titolo: Giorgio Raineri 1927-2012Curatori: Gentucca Canella e Paolo MellanoLingua del testo: ItalianoEditore: FrancoAngeliCollana: Architetti italiani del NovecentoCaratteristiche: formato 23X15,5 cm, brossura, coloriISBN: 978-88-917-7122-3Anno: 202
Integrare sociale e sanitario nelle Case della Comunità: di quale topos architettonico ha bisogno il mondo socio-sanitario?
The epidemiological changes of the last decades with the presence of an ever-increasing number of frail and multimorbid patients and the growing social problems of abandonment, loneliness, community disintegration, require a rethinking of treatment paths and structures and a strengthening of social and health policies . The Community Houses, foreseen by Ministerial Decree 77/2022, represent both an opportunity and a challenge. The territory of Parma has developed an inter-institutional project to guide this process. This article analyzes the socio-health context and the architectural-functional needs of the new Community Houses from the point of view of cliniciansLe modificazioni epidemiologiche delle ultime decadi con la presenza di un numero sempre maggiore di pazienti fragili e polipatologici e le crescenti problematiche sociali di abbandono, solitudine, disgregazione della comunità richiedono un ripensamento dei percorsi e delle strutture di cura e un rafforzamento delle politiche socio-sanitarie. La Case della Comunità, previste dal DM 77/2022, rappresentano al contempo un’opportunità e una sfida. Il territorio di Parma ha elaborato un progetto interistituzionale per guidare questo processo. In questo articolo si analizzano il contesto socio-sanitario e le esigenze architettonico-funzionali delle nuove Case della Comunità dal punto di vista dei clinici
Cimitero di Muda Maé a Longarone Ricostruzione: tra memoria, sofferenza, invenzione
Hollowed out of the belly of the mountain, the Muda Maé Cemetery at Longarone resembles a rediscovered ancient necropolis, a symbol of memory and rebirth following the dramatic events of the Vajont disaster in October 1963.Questioning the meaning of this work, beyond what it stands for, means investigating the context which generated it and the problem of reconstruction in general, a theme constantly present throughout history in which certain fundamental questions of the architectural debate – still in progress – become explicit through real and binding situations.The work exhibited here represents a possible direct manifestation of a design approach based on a dialectical relationship and continuity with respect to a specific story and context. The theme of memory linked to reconstruction assumes a key role in the understanding and development of the contemporary project.Scavato nel ventre della montagna il Cimitero di Muda Maé a Longarone si configura come un’antica necropoli ritrovata, simbolo di memoria e di rinascita in seguito ai drammatici eventi provocati dal disastro del Vajont dell’ottobre 1963.Interrogarsi sul significato di quest’opera, al di là di ciò che essa rappresenta, significa indagare sul contesto che l’ha generata e sul problema della ricostruzione, tema costantemente presente nel corso della storia nel quale si rendono esplicite, attraverso situazioni reali e cogenti, alcune questioni fondanti del dibattito architettonico, tutt’ora in atto.Il lavoro qui esposto rappresenta una possibile manifestazione diretta di un approccio progettuale basato su un rapporto dialettico e di continuità rispetto alla storia e al contesto. Il tema della memoria legato alla ricostruzione assume quindi un ruolo chiave per la comprensione e lo sviluppo del progetto contemporaneo
Dalla vita alla morte e nuovamente alla vita, l’archetipo del Labirinto e il Palazzo di Cnosso a Creta
This contribution aims at reflecting on the relationship between the constructed work and its original form, referring to the case of the Palace of Knossos in Crete as an archaic and original architecture, an ancestral place where the cultural practices related to death and rebirth found their stable and evocative form. The archetype of the Labyrinth, as well as the space of the cave, constitute the thematic poles around which the discourse on the Palace of Knossos is articulated, a constructed work to host the rites of passage between life and death, reified in the impeded wandering and in the meanders, in their intimate relationship with a nucleus that guards the mysterium tremendum and that opens to the idea of the infinite continuation of life through death.Con il presente contributo si intende riflettere sulla relazione tra opera costruita e la sua forma originaria, riportando il caso del Palazzo di Cnosso a Creta quale architettura arcaica ed originaria, luogo ancestrale in cui le pratiche cultuali connesse alla morte e alla rinascita hanno trovato una loro forma stabile ed evocativa. L’archetipo del Labirinto, così come lo spazio della caverna, costituiscono i poli tematici attorno cui si articola il discorso sul Palazzo di Cnosso, opera costruita per accogliere i riti di trapasso tra vita e morte, reificati nella peregrinazione impedita e nei meandri, nella loro intima relazione con un nucleo che custodisce il mysterium tremendum e che apre all’idea di continuazione infinita della vita attraverso la morte
Disegno come conoscenza del progetto. Strumenti e processi compositivi in Francesco Cellini
Among the various interpretations that architectural drawings can take on, this essay focuses on one particular type, understood as an intimate manifestation of a specific compositional process. Post-war Italian culture has been testimony to that usage, which has made it possible to identify the construction of a unique inception of design among many famous architects. This paper, through a paratextual re-reading of notes, texts, drawings and designs, focuses on the Italian architect and professor Francesco Cellini, who used drawing to develop a way of planning and thinking about architecture, coming up with innovative techniques and tools to adapt to the needs of the time, and fostering consistency between idea and practice one of the most unique qualities of his signature style.Tra le varie declinazioni che il disegno di architettura assume, il saggio si sofferma su un particolare tipo inteso come manifesto più intimo di un determinato processo compositivo. La cultura italiana, dal secondo dopoguerra fino ai nostri giorni, è testimonianza di tale indirizzo che ha permesso di individuare in molti illustri architetti la costruzione di una propria ideazione progettuale. Il paper – attraverso la rilettura paratestuale, di scritti, disegni e progetti – pone la sua attenzione su Francesco Cellini, architetto e professore, che tramite il disegno ha affinato un modo di progettare e concepire l’architettura, innovando tecniche e strumenti alle necessità del tempo, a favore di una coerenza fra idea e pratica che è uno dei caratteri peculiari della sua cifra stilistica
L’invenzione della felicità. Il disegno in Lina Bo Bardi
Drawing seems to have in Bo Bardi a dual soul, which results to range incessantly between expressive conciseness and inventive fury. Not only, or not so much, architectural drawings, technical drawings that are functional to the project, to its execution or to the worksite. But neither simply conceptual drawings, study sketches, theoretical or expressive research drawings, nor merely imaginative, perceptive or travel drawings. Her drawings, whose traits are often somewhat naïve, but at times meticulously precise and constructive, show a great variety of techniques and as a whole seem to be marked by the apparent, manifest oxymoron of the «fantasy of the real», borrowed, according Bo Bardi’s words, from Majakowskij. A vision of architecture tenaciously adherent to reality, a spontaneous and impetuous creativity inseparable from the experience of the body and physicality of the real, which appears immediately contaminated, like personal expressive figure, with festive and ironic creation of happiness.«Lo scrivere non mi interessa», dice con sobria franchezza Lina Bo Bardi a Francesco Tentori, «so perfettamente di saper scrivere bene. I miei maestri sono Stendhal e Majakowskij. Il primo mi ha insegnato la concisione, quando annotò di aver imparato a scrivere dai direttori del catasto edilizio francese e dagli estensori degli articoli del Codice Civile. Il secondo, invece, mi ha insegnato il ritmo, la fantasia del reale».Anche il disegno, nella Bo Bardi, sembra vivere di una analoga doppia anima, fino a una multiformità di valenze straordinariamente feconde. Non solo, o non tanto, disegni di architettura, disegni tecnici funzionali al progetto, all’esecutivo, al cantiere. Ma neppure disegni semplicemente ideativi, schizzi di studio, disegni di ricerca teorica o d’espressione. E neppure, ancora, disegni di viaggio, di impressione, di fantasia.I suoi disegni, dal tratto a volte un po’ naïf, altre volte precisi e costruttivi, variati in tante tecniche, dallo schizzo, all’acquerello, al disegno a china, al collage, e spazianti su temi e scale estremamente variegati, semplici oggetti d’uso, mobili, gioielli, vestiti, singole abitazioni popolari, edifici e complessi edilizi, allestimenti espositivi, scenografie teatrali, nel loro insieme sembrano tutti segnati da un apparente, dichiarato ossimoro: «la fantasia del reale». Una visione sempre tenacemente aderente alla realtà, una realtà che per Lina, da quando approda nel 1946 a Rio de Janeiro, città principe dello spirito brasiliano, è intrisa di speranza e di vitalità, a cui Lina risponde con una creatività spontanea e impetuosa, – «furiosa» la definisce Semerani–, inseparabile dalla esperienza del corpo e dalla fisicità del reale, esercitata nel plasmare progetti rigorosi e subito nel contaminarli con una festosa e ironica invenzione della felicità. «Todos juntos», vuole Lina i destinatari del suo Sesc Pompeia, «giovani, bambini, terza età, tutti uniti nel piacere di ritrovarsi insieme, nel danzare, cantare».C’è nei disegni della Bo Bardi, e a ben vedere in tutta la sua opera e personalità, una conflittualità, o meglio una fruttuosa compresenza, tra una propensione razionale da un lato, che ben si sposa con la sua formazione eurocentrica, e una vena surrealista dall’altro, che si fonde con l’adesione istintiva alla cultura popolare, ai miti, ai riti ancestrali della tradizione locale: quell’«incanto», come dirà, provato immediatamente al suo arrivo a Rio, «una speranza reale quasi quotidiana, non metafisica, nella semplicità delle soluzioni architettoniche, nei ciao umani, cose sconosciute per una generazione che arrivava da molto lontano».Se il disegno può considerarsi una specie di autobiografia dell’architetto, il saggio si propone di analizzare da vicino i multiformi disegni di Lina Bo Bardi, le loro tecniche tanto quanto i contenuti e i modi di rappresentazione, affrontati come testo indiziario della sua straordinaria personalità.
Il luogo del ritorno. Principi insediativi della tomba islamica
The Islamic concept of Maʿda as “place of return” indicates the circular nature of Muslim ritual by denying a clear separation between a “ritual that follows” and a “ritual that hands on”.In Dar al Islam, the sense of the sacred is translated to form not only through the buildings of the mosques, – the most representative spaces of Muslim collective living – but also through a large number of tombs/mausoleums. The contribution proposes to investigate the construction of the Muslim tomb in the transition from ritual to architectural form in order to infer the role that the construction of funerary spaces (especially mausoleums) covers in the settlement logic of Islamic cities, where the spaces of ordinary life often coexist with the spaces of death.Il concetto islamico di Maʿda come «luogo del ritorno» segnala la circolarità del rito musulmano negando una netta separazione tra un ‘rito che accompagna’ e un ‘rito che tramanda’.Nel Dar al Islam il senso del sacro si traduce in forma oltre che attraverso gli edifici delle moschee, — gli spazi più rappresentativi della vita collettiva musulmana — anche mediante un gran numero di tombe/mausolei. Il contributo propone di indagare l’edificazione della Tomba musulmana nel passaggio da rito a forma architettonica fino a desumere il ruolo che la costruzione degli spazi funebri (in particolare i mausolei) riveste nella logica insediativa delle città islamiche, ove spesso gli spazi della vita quotidiana coesistono con gli spazi della morte.
Mundus. Fundus. La fossa che connette sotterraneo e celeste
The paper analyses the form of the mundus as a foundation pit of the Roman city and, at the same time, as an architectural dimension capable of establishing a connection between the underworld of the dead and the overworld of the living. The deep cavity with its circular section is the formal translation of both the act of urban creation that transforms chaos into cosmos and the necessary union between earth and sky.By attempting to unify the two pits, which are in any case responsible for the transition from the vain to the concrete, and by describing the ancient rituals of propitiation connected to them, the book aims to argue that through Architecture, and therefore through the manifestation of form, human life can aspire to eternity.Il contributo affronta l’antico rituale di propiziazione collegato al mundus quale fossa di fondazione della città romana e, al contempo, dimensione architettonica in grado di stabilire una connessione tra il mondo infero dei morti e il mondo superno dei vivi. La profonda cavità dalla sezione circolare è, in altre parole, la traduzione formale dell’atto di creazione urbana che trasforma il caos in cosmo e dell’unione necessaria tra la terra e il cielo. È, difatti, solo attraverso la relazione e la convivenza fra il mondo passato e il mondo presente che diventa possibile trovare ispirazione per il futuro.Sostanzialmente, tramite l’insegnamento contenuto nella costruzione del mundus, l’obiettivo dello scritto è quello di sostenere che attraverso l’Architettura, dunque la manifestazione della forma, la vita umana può aspirare all’eternità
Peter Märkli: Things Around Us.
In defining his work, Peter Märkli has repeatedly indicated the existence of the letter A as a likely design phenomenology. As he related to Samuel Penn in 2012, «I remember very clearly being a small boy in class and being told by my teacher not to write the letter A in that way, that it always has to be written like this, upright».Text is constructed beginning with this symbol, with the letter A as the start of a genealogy orchestrated around three themes that intersects alphabets and adventures to explain, through the practice of drawing, the practice of design, that is, architecture, the third A. The various passages are expressions of events that enter the circuit of a possible world where representation marks inheritance, explorations, and the presence of the author, Märkli, who, working in a state of boredom, founds new geographies based on the things that exist all around us.Peter Märkli nel definire la sua idea di mondo ha più volte indicato la presenza della lettera A come verosimile fenomenologia del progetto: «Ricordo molto chiaramente – racconta nel 2012 a Samuel Penn – di essere un ragazzino in classe e di sentirmi dire dalla mia maestra di non scrivere la lettera A in quel modo, che va sempre scritta così, dritta». Il testo è costruito partendo da questo simbolo, dalla lettera A come principio di una genealogia orchestrata su tre temi che incrocia alfabeti e avventure per spiegare, attraverso la pratica del disegno, quella del progetto, ovvero quella dell’architettura, la terza A. I passaggi sono manifestazioni di eventi che entrano nel circuito di un mondo possibile dove la rappresentazione segnala eredità, esplorazioni e presenze d’autore lavorando dentro la noia per fondare nuove geografie partendo da cose che sono presenti intorno a noi