Rivista Internazionale di Filosofia e Psicologia (Università degli Studi di Bari)
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    Kriegel on the Phenomenology of Action

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    Abstract: I focus on Uriah Kriegel’s account of conative phenomenology. I agree with Kriegel’s argument that some conative phenomenology is primitive in that some conative phenomenal properties cannot be reduced to another kind of property (e.g., perceptual or cognitive). I disagree, however, with Kriegel’s specific characterization of the properties in question. Kriegel argues that the experience of deciding-and-then-trying is the core of conative phenomenology. I argue, however, that the experiences of trying and acting better occupy this place. Further, I suggest that the attitudinal component of the experiences of trying and acting is not, as Kriegel suggests, best characterized in terms of commitment to the rightness or goodness of the objects of experience. Rather, I argue that the attitudinal component is best characterized in imperatival terms.Keywords: Agentive Phenomenology; Deciding; Trying; Imperatives  Kriegel e la fenomenologia dell’azioneRiassunto:In questo testo mi concentrerò sulla descrizione della fenomenologia conativa di Kriegel. Mentre condivido la tesi di Kriegel, secondo cui parte della fenomenologia conativa è primitiva, nel senso che parte delle proprietà fenomeniche conative non possono essere ridotte ad altri tipi di proprietà (per esempio, percettive o cognitive), debbo tuttavia dissentire riguardo la specifica caratterizzazione data da Kriegel delle proprietà in questione. Kriegel ritiene che l’esperienza del decidere-e-poi-sforzarsi sia il nucleo della fenomenologia conativa. Io direi tuttavia che le esperienze dello sforzo e dell’azione occupano meglio questa posizione. Inoltre, suggerirei che la componente relativa all’atteggiamento delle esperienze dello sforzo e dell’azione non sia descrivibile al meglio, come suggerisce Kriegel, in termini di impegno legato all’adeguatezza o all’integrità dell’oggetto d’esperienza. Direi piuttosto che la componente dell’atteggiamento sia meglio descrivibile in termini imperativi..Parole chiave: Fenomenologia dell’agentività; Atto della decisione; Atto dello sforzo; Imperativ

    L’ipotesi della mente estesa: antropologia del cyborg naturale

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    Riassunto: Tra le più recenti riflessioni sulla mente umana, il quadro teorico della “mente estesa” ci dipinge come dei cyborg naturali provvisti di menti “superdotate”, ottenute grazie alla capacità di sfruttare le risorse tecnologiche e ambientali in modo integrato a nostro vantaggio. In questo articolo si ripercorre la genesi teorica di questo modello a partire dalle critiche alla scienza cognitiva classica, basata sul modello delle computazioni su rappresentazioni, e in particolare all’individualismo metodologico. Successivamente, si analizza il principale argomento filosofico fornito a sostegno della mente estesa, fondato sulla plausibilità del concetto di “credenza disposizionale estesa”. Vengono poi discussi i principali aspetti problematici rilevati nel modello (problema dei criteri, fallacia della costitutività, criterio del cognitivo) e proposte alcune repliche. Si conclude evidenziando che il principale merito del modello consiste nella proposta di una visione integrata della mente umana, tra biologia, cultura e tecnologia.Parole chiave: Mente estesa; Fallacia causale-costitutiva; Criterio del cognitivo; Cyborg naturale; Credenza disposizionale The Extended Mind Hypothesis: An Anthropology of Natural CyborgsAbstract: The “extended mind” framework depicts humans as natural-born cyborgs equipped with supersized minds, thanks to their ability to exploit technological and environmental resources in special and integrated ways. In this paper, the historical background of the extended mind model will be outlined – starting with the criticisms to classical cognitive science, particularly to methodological individualism. Then, the main philosophical argument given in favour of extended mind, based on the plausibility of the notion of extended dispositional belief, will be presented and thoroughly discussed. Many of the problematic aspects of the extended mind model – namely the problem of criteria, the causal-constitution fallacy and the mark of the cognitive – will be considered. Our conclusion is that, despite its several theoretical difficulties, the model has the main advantage of proposing a vision of the human mind in which biology, culture and technology are integrated.Keywords: Extended Mind; Causal-constitution Fallacy; Mark of the Cognitive; Natural Cyborg; Dispositional Belie

    Neurocognitve Dimensions of Self-consciousness

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    Abstract: Self-consciousness is considered in a framework comprising four dimensions which are theoretically defined and supported by clinical neuropsychological evidence. Self-monitoring is defined as the ability to reflect on one’s own behaviour, with supporting evidence for deficits in this capacity noted in anosognosia syndrome. Self-feeling is defined as the capacity to feel all sensations related to one’s own body (interoception and exteroception), with supporting evidence from deficiencies occurring in alexithymia, psychosomatic states and Cotard’s delusion. Identity refers to the capacity to recognize an object as identical to oneself, based on autobiographic memory; pathological conditions related to this dimension include delusions of identity and the Zelig syndrome. Ownership is the capacity to perceive the status of ones’ own body, and is clinically altered in somatoparaphrenia. All four dimensions are related to specific brain networks.Keywords: Self-Monitoring; Self-Feeling; Identity; Ownership; Neurocognitive Dimensions Le dimensioni neurocognitive dell’autocoscienza Riassunto: L’autocoscienza viene inquadrata in base a quattro dimensioni, determinate in via teorica e supportate da evidenze cliniche di carattere neuropsicologico. L’automonitoraggio è definito quale capacità di riflettere sul proprio comportamento ed è sostenuto da evidenze che derivano da quella sindrome denominata anosognosia. Il sentire il proprio sé è la capacità di avvertire tutte le sensazioni del corpo proprio (interocettive ed esterocettive); questa dimensione è supportata da evidenze derivanti da condizioni cliniche quali l’alessitimia, le affezioni psicosomatiche e il delirio di Cotard. L’identità si riferisce alla capacità di riconoscere come identico a se stesso un oggetto, fondata sulla memoria autobiografica; le condizioni patologiche legate a questa dimensione sono il delirio di identità e la sindrome di Zelig. Il possesso di sé è la capacità di percepire lo stato del proprio corpo, condizione che risulta alterata nella somatoparafrenia. Tutte queste quattro dimensioni sono collegate a specifici network cerebrali.Parole chiave: Automonitoraggio; Sentimento di sé; Identità; Padronanza di sé; Dimensioni neurocognitiv

    Revisiting Phenomenal Intentionality

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    Abstract: This essay has two goals. The goal of the first section is to raise a few clarificatory questions about the exact contour of Crane’s account of intentionality, its relation to phenomenology, and his motivation for it. The second section aims to describe a general worry about programs that combine a broadly anti-externalist outlook on intentionality with the idea that there is an intimate connection between phenomenology and intentionality. I argue that programs like this either suffer from a problem that I call intentional luck or, in the attempt to avoid this problem, have to weaken the connection between intentionality and phenomenology. Since Crane’s general outlook falls under this program, it is subject to this worry.Keywords: Intentionality; Phenomenal Intentionalism; Externalism; Phenomenal Experience; Veridical Experience Riconsiderare l’intenzionalità fenomenicaRiassunto: Questo articolo persegue due obiettivi. Quello della prima sezione è sollevare alcuni problemi di classificazione circa i confini specifici della descrizione di Crane dell’intenzionalità, il suo rapporto con la fenomenologia e le ragioni che la supportano. La seconda sezione mira a descrivere una obiezione generale ai programmi che combinano una prospettiva sull’intenzionalità di carattere ampiamente anti-esternalista con l’idea secondo cui ci sarebbe un legame stretto tra fenomenologia e intenzionalità. Intendo sostenere che programmi di questo genere offrono il fianco a un problema che chiamerò fortuna intenzionalista oppure, per evitare questo problema, devono indebolire il nesso tra intenzionalità e fenomenologia. Dal momento che la prospettiva generale di Crane ricade in questo programma, è soggetta a questa obiezione.Parole chiave: Intentionalità; Intenzionalismo fenomenico; Esternismo; Esperienza fenomenica; Veridicità dell’esperienz

    Experiences are Objects. Towards a Mind-object Identity Theory

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    Abstract: Traditional mind-body identity theories maintain that consciousness is identical with neural activity. Consider an alternative identity theory – namely, a mind-object identity theory of consciousness (OBJECTBOUND). I suggest to take into consideration whether one’s consciousness might be identical with the external object. The hypothesis is that, when I perceive a yellow banana, the thing that is one and the same with my consciousness of the yellow banana is the very yellow banana one can grab and eat, rather than the neural processes triggered by the banana. The bottom line is that one’s conscious experience of an object is the object one experiences. First, I outline the main hypothesis and the relation between mind, body, and object. Eventually, I address a series of traditional obstacles such as hallucinations, illusions, and commonsensical assumptions.Keywords: Identity Theory; Mind/Body Problem; Consciousness; Hallucinations; Illusions  Le esperienze sono oggetti. Verso una teoria dell’identità della mente in quanto oggetto Riassunto: Le teorie dell’identità tra mente e corpo di tipo tradizionale hanno affermato una relazione di identità tra coscienza e attività neurale. Si consideri una teoria dell’identità di carattere alternativo – propriamente una teoria dell’identità che intenda la coscienza come un oggetto (OBJECTBOUND). Suggerisco di considerare la possibilità che la coscienza di qualcuno possa essere trattata come identica a un oggetto del mondo esterno. Sulla base di questa ipotesi, quando percepisco una banana gialla, ciò che coincide con la mia coscienza della banana gialla è proprio la banana gialla che si può prendere e mangiare, piuttosto che il processo neurale innescato dalla banana. In definitiva l’esperienza cosciente di un oggetto che ciascuno ha è l’oggetto che si esperisce. In una prima parte, procederò con il delineare l’ipotesi principale e la relazione tra mente, corpo e oggetto. Successivamente cercherò di risolvere alcuni problemi di tipo tradizionale, quali le allucinazioni, le illusioni e gli assunti di senso comune.Parole chiave: Teoria dell’identità; Problema mente/corpo; Coscienza; Allucinazioni; Illusion

    Il selfie: pensieri nascosti, fantasie di autocreazione, tratti di personalità

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    Riassunto: Gli autori di autoritratti fotografici possono esprimere diversi aspetti della loro personalità. In particolare, i selfie enfatizzano difficoltà nella connessione cervello-corpo, una fantasia di auto creazione e il bisogno di rimuovere qualsiasi mediazione nella creazione di un’immagine personale. Il fine della pubblicazione di un selfie non nasce dal bisogno di una relazione reale, ma deriva dalla necessità di un’auto-conferma narcisistica. Il pensiero che si produce quando una persona scatta e condivide un selfie esclude la mentalizzazione e non è orientato verso il mondo interno individuale, ma si concentra su un pensiero di auto-rispecchiamento della persona che lo posta. I selfie non rivelano solo livelli variabili di narcisismo dell’autore, a seconda delle tipologie di selfie, ma possono essere segni di alcuni tratti di personalità schizoide, dipendente, istrionica, evitante e anche in alcuni casi borderline.Parole chiave: Selfie; Narcisismo; Autorappresentazione; Rapporto corpo/mente; Social network; Comunicazione Selfie: Hidden Thoughts, Self-creation Fantasy, Personality Traits Abstract: Self-portrait photographs can express different aspects of the author’s personality. In particular, selfies magnify difficulties with the brain-body connection, self-creation fantasies and a felt need to remove any mediation involved in the creation of a personal image. The impulse to publish selfies does not stem from a need for real relationships, but rather serves narcissistic self-confirmation. When a person takes and shares a selfie, she avoids mentalisation and does not orient towards her internal world, but instead focuses on self-mirroring the posing person. Selfies not only reveal the variable shades of the author’s narcissism, depending on the typology of the selfie, but can also reveal signs of certain schizoid, dependent, histrionic, avoidant, and sometimes even borderline personality traits.Keywords: Selfies; Narcissism; Self-representation; Mind/Body Relationship; Social Network; Communicatio

    Linguistic Knowledge and Unconscious Computations

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    Abstract: The open-ended character of natural languages calls for the hypothesis that humans are endowed with a recursive procedure generating sentences which are hierarchically organized. Structural relations such as c-command, expressed on hierarchical sentential representations, determine all sorts of formal and interpretive properties of sentences. The relevant computational principles are well beyond the reach of conscious introspection, so that studying such properties requires the formulation of precise formal hypotheses, and empirically testing them. This article illustrates all these aspects of linguistic research through the discussion of non-coreference effects. The article argues in favor of the formal linguistic approach based on hierarchical structures, and against alternatives based on vague notions of “analogical generalization”, and/or exploiting mere linear order. In the final part, the issue of cross-linguistic invariance and variation of non-coreference effects is addressed.Keywords: Linguistic Knowledge; Morphosyntactic Properties; Unconscious Computations; Coreference; Linguistic Representations Conoscenza linguistica e computazioni inconsceRiassunto: Il carattere aperto del linguaggio naturale avvalora l’ipotesi che gli esseri umani siano dotati di una procedura ricorsiva che genera frasi gerarchicamente organizzate. Relazioni strutturali come il c-comando, espresse su rappresentazioni frasali gerarchiche, determinano tutte le proprietà formali e interpretative delle frasi. I principi computazionali rilevanti sono totalmente al di fuori della portata della coscienza introspettiva e così lo studio di tali proprietà richiede la formulazione di precise ipotesi formali e la loro verifica sperimentale. Questo articolo illustra tutti questi aspetti della ricerca linguistica, esaminando gli effetti di non-coreferenza. Si argomenta in favore dell’approccio linguistico formale basato su strutture gerarchiche e contro alternative basate su vaghe nozioni di “generalizzazione analogica” e/o che impiegano il semplice ordine lineare. Nella parte finale si affronta il tema dell’invarianza e della variazione cross-linguistica degli effetti di non-coreferenza.Parole chiave: Conoscenza linguistica; Proprietà morfosintattiche; Computazioni inconsce; Coreferenzialità; Rappresentazioni linguistich

    Pain and Consciousness in Humans. Or Why Pain Subserves the Identity and Self-representation

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    Abstract: Traditional definitions of pain assume that an individual learns about pain through verbal usages related to the experience of injury in early life. This emphasis on the verbal correlates of pain restricts our understanding of pain to the context of adult human consciousness. In this paper we instead support the idea that our understanding of pain originates in neonatal experience and is not merely a verbally determined phenomenon. We also challenge the definition of pain as a merely sensory message related to peripheral tissue trauma. We aim to move beyond this definition by considering the relationship between the centre (Central Nervous System) and periphery, taking into account certain phenomena such as phantom limbs and interoception. We show that pain helps an individual to develop a sense of awareness of himself immersed in a social context, and is thus a complex and adaptive phenomenon, that supports bodily integrity and social behavior.Keywords: Awareness; Consciousness; Experience; Pain; Self-representation Dolore e coscienza negli esseri umani. Ovvero, perché il dolore favorisce l’identità e la rappresentazione di séRiassunto: La definizione classica di dolore presuppone che l’individuo ne apprenda l'uso verbale attraverso esperienze dolorifiche legate all’infanzia, favorendo una maggiore attenzione per i correlati verbali del dolore. Questo spesso relega il dolore nel contesto della coscienza dell’uomo adulto. Il presente lavoro si propone, in primo luogo, di sottolineare alcune evidenze, a partire dall'esperienza neonatale, a sostegno dell’idea di dolore come esperienza umana e non solo come fenomeno determinato verbalmente. Un secondo aspetto emerge dalla definizione di dolore, il concepirlo come un semplice messaggio sensoriale in seguito a lesioni dei tessuti periferici. Ci si propone, pertanto, di andare oltre tale ipotesi considerando il rapporto tra centro (Sistema Nervoso Centrale) e periferia, a partire da alcuni fenomeni come l’arto fantasma e l’interocezione. Il dolore aiuta inoltre a sviluppare un senso di consapevolezza di sé immerso nel contesto sociale; si tratta dunque di un fenomeno complesso e adattivo, dall’integrità fisica alla dimensione sociale.Parole chiave: Consapevolezza; Coscienza; Esperienza; Dolore; Rappresentazione di s

    Recensione di V. Bochicchio, Percezione

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    Knowledge by Experience. Or Why Physicalism Should not be our Default Position in Consciousness Studies

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    Abstract: Current philosophical and scientific approaches to consciousness are very often characterised by a strong background presupposition: whatever the precise details of a theory of consciousness may be, a physicalist – or materialist – view of consciousness itself must be correct. I believe, however, that this conviction, pervasive though it may be, is not really justified. In particular, I think (1) that the arguments offered in favour of the materialist presupposition are weak and unconvincing, and (2) that there is a very strong prima facie case for rejecting physicalism regarding phenomenal consciousness. In a previous article of mine I have already discussed the first point; the present paper is devoted to elaborating the second, presenting a common-sense-based argument against physicalism.Keywords: Consciousness; Physicalism; Knowledge; Nature/Essence; Common SenseConoscere per Esperienza. O del perché il fisicalismo non dovrebbe essere la nostra posizione di default nello studio della coscienza Riassunto: Gli attuali approcci filosofici e scientifici alla coscienza sono molto spesso caratterizzati da una forte presupposizione di sfondo: qualunque siano i dettagli precisi di una teoria della coscienza, una visione fisicalista – o materialista – della coscienza stessa deve essere corretta. Credo tuttavia che questa convinzione, per quanto pervasiva, non sia davvero giustificata. In particolare penso che (1) gli argomenti offerti a favore della presupposizione materialista siano deboli e non convincenti e che (2) ci sia un argomento prima facie molto forte per respingere il fisicalismo circa la coscienza fenomenica. Ho già discusso il primo punto in un articolo precedente; il presente articolo è dedicato a sviluppare il secondo punto, presentando un argomento contro il fisicalismo basato sul senso comune.Parole chiave: Coscienza; Fisicalismo; Conoscenza; Natura/Essenza; Senso comun

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