Rivista Internazionale di Filosofia e Psicologia (Università degli Studi di Bari)
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La religione come tecnica difensiva dell'identità soggettiva
Riassunto: In una prospettiva naturalistica, lo studio della religione presenta subito un punto problematico: se essa è così diffusa, tanto da apparire un tratto inscritto nella natura umana, ciò significa che la religione comporta dei vantaggi adattivi o, quantomeno, significa che essa non comporta svantaggi tali da ostacolare la sopravvivenza di chi la pratica. Nel primo caso, si tratta di individuare la possibile funzione della religione, ovvero una qualche utilità che ne giustificherebbe il suo permanere nella storia umana. Alla luce di un modello antropologico che vede l’identità soggettiva segnata da una fragilità ontologica, in questo articolo offriremo una particolare versione della tesi che assegna alla religione, quale byproduct (o “effetto secondario”), una funzione positiva, ipotizzando quella che potrebbe essere una sua utilità nella difesa dell’unità dell’autocoscienza. Sarà dunque sulla religione quale insieme di tecniche difensive del self che concentreremo la nostra indagine.Parole chiave: Ernesto De Martino; Naturalismo darwiniano; Meccanismi di difesa; Identità soggettiva; Religione Religion as a Defensive Technique for Subjective IdentityAbstract: From a naturalistic perspective, the study of religion immediately leads to a problematic point: if religion is so widespread, to the extent that it seems to be a trait inscribed in human nature, then it should have adaptive advantages or, at the very least, it should not have disadvantages that would stand in the way of the survival of those who practice religion. In the former case, we need to understand the function of religion, viz. a utility it confers that may justify its persistence across human history. Against the backdrop of an anthropological model that considers subjectivity identity to be characterized by ontological fragility, this article will offer a special version of the claim that religion, viewed as a byproduct, has a positive function: we will make the hypothesis that it contributes to the defense of the unity of self-consciousness. Thus our focus will be on religion construed as a repertoire of strategies designed to protect the self.Keywords: Ernesto De Martino; Darwinian Naturalism; Defense Mechanisms; Subjective Identity; Religio
Is Intentionality Real Enough?
Abstract: According to Crane intentionality is nothing less than the mark of the mental. Nonetheless, there are many issues raised by this concept, beginning with the problem of non-existent relata. In this comment-article I discuss the concept of intentionality in its generality, trying to state its ontological status and to assess its explanatory dispensability. In particular, I focus on the argument, addressed by Crane, whereby Wittgenstein eliminates intentionality, characterizing it as a grammatical fiction, a pseudo-entity created by the grammar of the language of mental states ascriptions. I will argue that: (1) although Crane’s specific argument against Wittgenstein is not conclusive, Wittgenstein’s linguistic strategy does not work; and yet (2) we should not be committed to a robust realist (that is, ontologically strong) account of intentionality.Keywords: Intentionality; Ludwig Wittgenstein; Mark of the Mental; Ontological Commitment; Realism/Anti-realism.L’intenzionalità è sufficientemente reale? Riassunto: Il concetto di intenzionalità è l’autentico cuore della filosofia di Tim Crane, secondo il quale l’intenzionalità è niente di meno che il marchio del mentale. Nondimeno, vi sono diversi noti problemi sollevati da questo concetto (a cominciare dalla questione della relazione a non-esistenti). In questo articolo-commento discuto il concetto di intenzionalità nelle sue linee generali cercando, da un lato, di determinarne lo statuto ontologico e, dall’altro, di valutarne la dispensabilità esplicativa. Mi concentro in particolare sull’argomento, discusso da Crane, con cui Wittgenstein elimina l’intenzionalità, caratterizzandola come una finzione grammaticale, una pseudo-entità creata della grammatica del linguaggio con cui attribuiamo stati mentali. Sosterrò che: (1) sebbene lo specifico argomento di Crane non sia conclusivo, la strategia “linguistica” di Wittgenstein non funziona e tuttavia (2) non dovremmo indulgere a una concezione realista “robusta” (ontologicamente forte) dell’intenzionalità.Parole chiave: Intentionalità; Ludwig Wittgenstein; Marchio del mentale; Impegno ontologico; Realismo/Anti-realismo
Another Argument for Cognitive Phenomenology
Abstract: In this paper, we want to support Kriegel’s argument in favor of the thesis that there is a cognitive form of phenomenology that is both irreducible to and independent of any sensory form of phenomenology by providing another argument in favor of the same thesis. Indeed, this new argument is also intended to show that the thought experiment Kriegel’s argument relies on does describe a genuine metaphysical possibility. In our view, Kriegel has not entirely succeeded in showing that his own argument displays that possibility. We present our argument in two steps. First, we attempt to prove that there is a cognitive phenomenology that is irreducible to any form of sensory phenomenology. Our proof relies on a kind of phenomenal contrast argument that however does not appeal to introspection. Second, by showing that the link between this form of cognitive phenomenology, the phenomenology of having thoughts, and sensory phenomenology in general is extrinsic, we also aim to demonstrate that the former is independent of the latter.Keywords: Cognitive Phenomenology; Irreduciblity; Independence; Having Thoughts; Grasping Thoughts Un altro argomento in favore della fenomenologia cognitivaRiassunto: In questo articolo intendiamo corroborare l’argomento di Kriegel in favore dell’esistenza di una forma cognitiva di fenomenologia irriducibile a e indipendente da ogni altra forma di fenomenologia della sensibilità, avanzando un altro argomento a sostegno della stessa tesi. Nei fatti, questo nuovo argomento vuole anche mostrare che l’esperimento mentale su cui poggia l’argomento di Kriegel descrive effettivamente una genuina possibilità metafisica; e tuttavia crediamo che l’argomento di Kriegel non abbia mostrato fino in fondo proprio questa possibilità. Vogliamo presentare il nostro argomento in due passi. In un primo momento, tenteremo di provare l’esistenza di una fenomenologia cognitiva irriducibile a ogni altra forma di fenomenologia sensoriale. La nostra prova poggia su un tipo di argomento basato su un contrasto fenomenico che non si appella all’introspezione. In un secondo momento, mostrando che il legame tra questa forma di fenomenologia cognitiva, ossia la fenomenologia del possesso dei pensieri, e la fenomenologia sensoriale è un legame estrinseco, intendiamo dimostrare che la prima è indipendente dalla seconda.Parole chiave: Fenomenologia cognitiva; Irriduciblità; Indipendenza; Possesso dei pensieri; Afferramento dei pensier
The Several Factors of (Self-)Consciousness
Abstract: In prior essays I have sketched a “modal model” of (self-) consciousness. That model “factors” out several distinct forms of awareness in the phenomenological structure of a typical act of consciousness. Here we consider implications of the model à propos of contemporary theories of consciousness (e.g. higher-order and self-representational forms of awareness). In particular, we distinguish phenomenality from other features of awareness in a conscious experience: “what it is like” to have an experience involves several different factors. Further, we should see these factors as typical of consciousness, rather than essential features, allowing that some elements of awareness may be absent while others are present in certain less typical cases.Keywords: (Self-)consciousness; Higher-order Theories of Consciousness; Self-representational Theories of Consciousness; Phenomenality; Phenomenological Theories of ConsciousnessI diversi elementi della (auto-)coscienzaRiassunto: In lavori precedenti ho cercato di proporre un “modello modale” della (auto)coscienza. Questo modello “considera” forme differenti e distinte di consapevolezza che sono presenti nella struttura fenomenologica di un atto tipico di coscienza. Qui intendo considerare alcune implicazioni di questo modello in relazione ad alcune teorie contemporanee della coscienza (tra cui, le teorie di alto livello della coscienza e le forme auto-rappresentazionali di consapevolezza). In particolare, distingueremo la fenomenicità da altre proprietà della consapevolezza all’interno di un’esperienza cosciente: il “che cosa si prova” a essere titolari un’esperienza implica elementi differenti e distinti. Inoltre, dovremo considerare questi elementi come caratteri tipici della coscienza e non come proprietà essenziali, riconoscendo che alcuni elementi della consapevolezza possono essere assenti, mentre altri sono presenti in alcuni casi meno frequenti.Parole chiave: (Auto-)coscienza; Teorie della coscienza di alto livello; Teorie auto-rappresentazionali della coscienza; Fenomenicità; Teorie fenomenologiche della coscienz
The Phantasmatic "I". On Imagination-based Uses of the First-person Pronoun across Fiction and Non-fiction
Abstract: Traditional accounts regard the first-person pronoun as a special token-reflexive indexical whose referent, the utterer, is identified by the linguistic rule expressed by the term plus the context of utterance. This view falls short in accounting for all the I-uses in narrative practices, a domain broader than fiction including storytelling, pretense, direct speech reports, delayed communication, the historical present, and any other linguistic act in which the referent of the indexical is not perceptually accessible to the receiver. I propose a model for the reference of “I” based on the distinction between three functions carried out by indexicals in communication, namely, the anaphoric, perceptual, and phantasmatic functions. The referential mechanism of the phantasmatic “I”, that is, the “I” used in phantasmatic function, is understood as an instance of imagination-oriented pointing exploiting the phantasmatic context, and not the perceptual context relevant in perceptual uses of indexicals. The rule for “I” is revised in light of the perceptual vs. phantasmatic deixis distinction; the resulting rule governing the reference of the phantasmatic “I” allows for a homogeneous treatment of ‘I’-tokens in narrative practices spanning the spectrum from fiction to non-fiction.Keywords: First-person Pronoun; Context; Imagination; Fiction; Indexicals; Narration; L'io fantasmatico. Sull’uso immaginativo del pronome di prima persona tra finzione e realtàRiassunto:Tradizionalmente “io” viene trattato come un indicale token-riflessivo speciale il cui referente, il produttore dell’occorrenza, è identificato attraverso la sola regola linguistica e il contesto di proferimento. Questo approccio, tuttavia, non riesce a rendere conto di quei casi in cui “io” appare all’interno di pratiche di narrazione, un dominio più ampio della finzione e che include lo storytelling, i racconti in discorso diretto e indiretto, la comunicazione differita, il presente storico e ogni altro atto linguistico in cui il referente indicale non è percettivamente accessibile al ricevente. Il modello per il riferimento di “io” qui proposto si basa sulla distinzione tra tre funzioni svolte dagli indicali nella comunicazione: la funzione anaforica, la funzione percettiva, e la funzione fantasmatica. Il meccanismo referenziale dell’io fantasmatico, ovvero del pronome di prima persona usato in funzione fantasmatica, è inteso come una istanza di deissi (o pointing) orientata dall’immaginazione che sfrutta il contesto fantasmatico, piuttosto che il contesto percettivo rilevante negli usi percettivi degli indicali. La regola per “io” è riformulata alla luce della distinzione tra deissi fantasmatica e deissi percettiva; la risultante regola per il riferimento indicale dell’io fantasmatico permette un trattamento omogeneo delle occorrenze di “io” nelle pratiche di narrazione che pertengono indistintamente alla finzione e alla realtà.Parole chiave: Pronome di prima persona; Contesto; Immaginazione; Finzione; Indicali; Narrazion
L’agenda ontologica della neuroscienza cognitiva: le neuroscienze come “arbitro” delle categorie psicologiche (e viceversa)
Riassunto: Questo articolo ambisce a fornire una ricostruzione razionale dell’ontologia della neuroscienza cognitiva. Questa dovrebbe soddisfare tre desiderata: (a) un’ontologia delle funzioni cognitive che descriva tutte le operazioni della mente; (b) un’ontologia delle strutture neurali che descriva tutte le parti del cervello; (c) una corrispondenza biunivoca tra ogni funzione cognitiva e una corrispettiva struttura neurale. Saranno brevemente esaminati i presupposti che stanno alla base di questi desiderata, nonché alcune critiche mosse dagli scettici. Dopo aver vagliato alcune possibili contro-obiezioni agli argomenti scettici, si noterà come tuttavia la migliore difesa di quest’agenda di ricerca passi dal successo empirico delle euristiche che prescrive: di conseguenza, saranno descritte le strategie euristiche attraverso cui psicologia e neuroscienze, vincolandosi reciprocamente, forniscono dei criteri per selezionare (e integrare) funzioni cognitive e strutture neurali.Parole chiave: Filosofia delle scienze cognitive; Filosofia delle neuroscienze; Filosofia della mente; Storia delle scienze cognitive; Ontologia cognitiva The Ontological Agenda of Cognitive Neuroscience: Neuroscience as an “Arbiter” for Psychological Categories (and viceversa) Abstract: This article aims at providing a rational reconstruction of the ontology of Cognitive Neuroscience. That should satisfy three desiderata: (a) an ontology of cognitive functions describing any operation of the mind; (b) an ontology of neural structure describing any part of the brain; (c) a one-to-one correspondence between each cognitive function and a given neural structure. The assumptions sustaining these desiderata will be examined, as well as some skeptical arguments against them. Then, after having surveyed some possible counterarguments to the skeptical objections, it will be argued that the strongest defense of this research agenda is the empirical success of the heuristics that it prescribes. Thus, such heuristics will be described, showing how the mutual constraints of psychology and cognitive neuroscience provides some criteria for choosing (and integrating) cognitive functions and neural structures.Keywords: Philosophy of Cognitive Science; Philosophy of Neuroscience; Philosophy of Mind; History of Cognitive Science; Cognitive Ontolog
The Psychologizing of the Psychological and the Return of Common Sense
Abstract: According to Tim Crane, his version of psychologism is not based on the familiar opposition between conceptual analysis and empirical science. His point is not simply to consider phenomenological and empirical data in the science of the mind. Challenging the idea that investigation of the mind has to be understood “as an autonomous investigation solely into the concepts embodied in our psychological discourse”, Crane tries to argue for a more realistic picture of the mental. His rejection of “autonomous investigation”, however, is based in the end on its impermeability to empirical evidence and on the consequent reduction of philosophy of mind to conceptual analysis of ordinary intentional vocabulary. This seems clear as far as conceptual analysis goes, but perhaps has some undesired consequences in terms of common sense vocabulary. In fact, with respect to folk psychological discourse about the mind, all that Crane is saying is that — besides conceptual analysis — we have to take into consideration empirical evidence in order to reconsider common sense discourse on the mind. This is not so different from the familiar contrast between conceptual analysis and empirical science.Keywords: Psychologism; (Anti)-psycholosigm; Conceptual Analysis; Common Sense Knowledge; Folk-psychology La psicologizzazzione dello psicologico e il ritorno al senso comune Riassunto: Secondo Tim Crane, la sua idea di psicologismo non poggia sulla nota opposizione tra analisi concettuale e scienza empirica. Non si tratta semplicemente di tenere in considerazione i dati empirici e fenomenici all’interno della scienza della mente. Diversamente da quanti ritengono che l’indagine sulla mente debba essere intesa “come un’indagine autonoma che verte solo sui concetti incorporati nel nostro discorso psicologico”, Crane vorrebbe sostenere un’immagine più realistica del mentale. Il rifiuto del metodo della “indagine autonoma”, poggia in definitiva sull’impermeabilità all’evidenza empirica e sulla conseguente riduzione della filosofia della mente ad analisi concettuale del lessico intenzionale ordinario. Quanto pare chiaro circa l’analisi concettuale, ha forse tuttavia qualche conseguenza indesiderata sul lessico del senso comune. In effetti, se prendiamo in considerazione il discorso della psicologia del senso comune sulla mente, quanto Crane afferma è che – oltre l’analisi concettuale – dovremmo tener conto anche dell’evidenza empirica. Questo, tuttavia, non sembra tanto lontano dalla solita contrapposizione tra analisi concettuale e scienza empirica.Parole chiave: Psicologismo; (Anti)-psicologismo; Analisi concettuale; Conoscenza di senso comune; Psicologia del senso comun