Rivista Internazionale di Filosofia e Psicologia (Università degli Studi di Bari)
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An associative account of inferences: The development towards the prototype
Abstract: According to a traditional view, inferences are personal-level entities pertaining to the domain of reasons, and therefore they cannot be accounted for in causal terms – specifically, as mere associations. I intend to argue that this is at the very least a drastic simplification, for two reasons. First, the word “association” is polysemous, so we should specify in which of its possible senses an inference is not a mere association. Second, personal-level inferences based on formal rules are only the extreme end of a complex developmental trajectory. As the last decades of research in the field have shown, we should refrain from identifying the entire domain of reasoning with that final stage, which is in fact mostly contingent upon extensive logical training. In this paper, I try to disentangle some major stages in the development of full-fledged (prototypical) inferences, and then to show that all of them – till the final one – can be considered associative in appropriate senses of the word.Keywords: Reasoning; Association; Consciousness; Inference; Development Un approccio associativo alle inferenze: l’evoluzione verso il prototipoRiassunto: Secondo una concezione tradizionale, le inferenze sono entità collocate al livello della persona e appartenenti al dominio delle ragioni, e pertanto non è possibile ridurle a un resoconto causale – più specificamente, a mere associazioni. Intendo sostenere che questa è quanto meno una drastica semplificazione, per due ragioni. Primo, la parola “associazione” è polisemica, quindi dovremmo precisare in quale senso un’inferenza non è una mera associazione. Secondo, inferenze al livello della persona e basate su regole formali sono solo il punto estremo di una complessa traiettoria di sviluppo. Come gli ultimi decenni di ricerca in questo campo hanno mostrato, dovremmo evitare di identificare l’intero dominio del ragionamento con questo stadio finale, che di fatto dipende da un esteso addestramento logico. In questo articolo, provo a discriminare alcuni stadi essenziali nello sviluppo delle inferenze in senso pieno (prototipiche), e quindi a mostrare che ciascuno di essi – incluso quello finale – possono essere considerati associativi in qualche opportuno senso della parola.Parole chiave: Ragionamento; Associazione; Coscienza; Inferenza; Svilupp
Recensione di G. Matteucci, Estetica e natura umana. La mente estesa tra percezione, emozione ed espressione
A particularistic moral mind
Abstract: In this paper I offer some criticisms of Jonathan Dancy’s moral particularism. In Dancy’s version moral particularism states that there are neither general nor universal moral principles, that moral action is not the application of principles to particular cases, that moral reasoning has no motivational force because it deduces what must be done by moral principles, and that the agent who acts morally is not a person who has moral principles. However, Dancy’s proposal fails to explain the regularity of moral behavior and the function of stability that moral agents and moral psychology play within social cooperation, nor is it able to explain the possibility of moral progress.Keywords: Jonathan Dancy; Moral Progress; Moral Psychology; Principles; Cooperation La mente morale particolaristaRiassunto: In questo articolo espongo alcune critiche al particolarismo morale di Jonathan Dancy. Nella versione di Dancy il particolarismo morale afferma che non ci sono né principi morali generali né universali, che l’azione morale non è l’applicazione di principi a casi particolari, che il ragionamento morale non ha forza motivazionale perché deduce ciò che deve essere fatto dai principi morali, e che l’agente che agisce moralmente non è una persona che ha principi morali. Tuttavia, la proposta di Dancy non riesce a spiegare la regolarità del comportamento morale e la funzione di stabilità che gli agenti morali e la psicologia morale svolgono all’interno della cooperazione sociale, né è in grado di spiegare la possibilità del progresso morale.Parole chiave: Jonathan Dancy; Progresso morale; Psicologia morale; Principi; Cooperazion
Epistemological aspects of delusional thinking
Abstract: The notion of a delusion occupies a central place in psychotherapy. The presence of delusional thinking in a patient is often regarded as indicative of psychosis. And yet, the nature of a delusion is still widely disputed. The difficulty of defining a delusion has proved so difficult that some prominent authors have declared the task impossible. The aim of this paper is to offer a characterisation of delusional systems of thought. In this paper is argued that delusions, unlike scientific explanations and the explanations generally offered by common sense, fail to minimise that which requires explanation. In the first part of the paper, difficulties with extant accounts will be discussed. In the following parts, the author’s own account of delusional thoughts will be developed and some difficult cases considered. It will be argued that delusions differ from more typical beliefs in the number of things that they leave unexplained. Delusions, unlike those beliefs we typically see as rational, bring about an increase in the number of things requiring explanation.Keywords: Delusions; Epistemology; Analysis; Explanation; Rationality Aspetti epistemologici del pensiero deliranteRiassunto: La nozione di delirio occupa una posizione centrale nell’ambito della psicoterapia. La presenza del pensiero delirante in un paziente è considerata spesso come un indice di psicosi. E, tuttavia, la natura del delirio non è ancora oggetto di ampio accordo tra gli studiosi. La difficoltà nel definire il delirio si è mostrata talmente ostica che diversi importanti studiosi hanno dichiarato questo compito impossibile. Lo scopo di questo lavoro è quello di offrire una caratterizzazione dei sistemi di pensiero delirante. Si sosterrà che i deliri, diversamente dalle spiegazioni scientifiche e da quelle offerte generalmente dal senso comune, non riescono a ridurre quanto necessita di una spiegazione. Nella prima parte del lavoro, saranno discusse le difficoltà degli approcci correnti. Nelle parti seguenti verrà proposto l’approccio dell’autore ai pensieri deliranti e verranno presi in esame alcuni casi complessi. Si sosterrà che i deliri si distinguono dai casi più tipici di credenza per il numero di cose che lasciano senza spiegazione. I deliri, diversamente dalle credenze che tipicamente consideriamo irrazionali, determinano un incremento del numero di cose che richiedono una spiegazione.Parole chiave: Delirio; Epistemologia; Analisi; Spiegazione; Razionalit
Fodor on imagistic mental representations
Abstract: Fodor’s view of the mind is thoroughly computational. This means that the basic kind of mental entity is a “discursive” mental representation and operations over this kind of mental representation have broad architectural scope, extending out to the edges of perception and the motor system. However, in multiple epochs of his work, Fodor attempted to define a functional role for non-discursive, imagistic representation. I describe and critique his two considered proposals. The first view says that images play a particular kind of functional role in certain types of deliberative tasks. The second says that images are solely restricted to the borders of perception, and act as a sort of medium for the fixing of conceptual reference. I argue, against the first proposal, that a broad-scope computationalism such as Fodor’s renders images in principle functionally redundant. I argue, against the second proposal, that empirical evidence suggests that non-discursive representations are learned through perceptual learning, and directly inform category judgments. In each case, I point out extant debates for which the arguments are relevant. The upshot is that there is motivation for limited scope computationalism, in which some, but not all, mental processes operate on discursive mental representations.Keywords: Computational Theory of Mind; Mental Representation; Perception; Mental Image; Jerry Fodor Fodor e le rappresentazioni mentali come immaginiRiassunto: La concezione della mente di Fodor è rigorosamente computazionale, ossia le entità mentali di base sono rappresentazioni mentali “discorsive”. Le operazioni su queste rappresentazioni hanno un fine architettonico ampio, che va fino ai confini della percezione e del sistema motorio. In periodi diversi del suo lavoro, Fodor ha proposto due modi per definire un ruolo funzionale per la rappresentazione non-discorsiva come immagine. Tratterò criticamente entrambi. Per il primo, le immagini giocano un particolare tipo di ruolo funzionale in certi tipi di compiti deliberativi, mentre, per il secondo, sono relegate unicamente ai confini della percezione, agendo come medium per fissare il riferimento concettuale. Contro il primo sosterrò che un computazionalismo così ampio come quello di Fodor rende le immagini in principio funzionalmente ridondanti. Contro il secondo sosterrò che l’evidenza empirica suggerisce che le rappresentazioni non-discorsive vengono apprese percettivamente, agendo direttamente sui giudizi di categorizzazione. In entrambi i casi considererò gli argomenti più rilevanti nel dibattito corrente. Si vedrà che ci sono buone ragioni in favore di un computazionalismo più limitato, in cui alcuni processi mentali (ma non tutti) operano su rappresentazioni mentali discorsive.Parole chiave: Teoria computazionale della mente; Rappresentazione mentale; Percezione; Immagine mentale; Jerry Fodo
The epistemic role of early vision: Cognitive penetration and attentional selection
Abstract: In this article I discuss Athanasios Raftopoulos’ view on the epistemic role of attention and early vision, as outlined in his most recent book. I start by examining his view on attention, which he illustrates during his discussion of structured cognitive contents and their interactions with perceptual contents, as well as during his discussion of selection effects. According to Raftopoulos, attention not only operates pre-perceptual input selection, but also influences perceptual processing during late vision biasing the sampling of the iconic image for perceptual hypotheses-testing. Afterwards, I critically assess Raftopoulos’ conclusions about the epistemic role of early vision, which are based on his view about the role of attention. From this assessment, I raise a potential concern for his proposal in the form of a new problem of selection: the interesting epistemic consequences of cognitive penetrability either follow or do not follow from selection effects, depending on how these selection effects are construed, but regardless of the stage of visual processing in which they take place.Keywords: Cognitive Penetration; Attention; Constructivism; Selection Effects; Perceptual EpistemologyIl ruolo epistemico della visione primaria: penetrazione cognitiva e selezione attentivaRiassunto: In questo articolo discuto la proposta di Athanasios Raftopoulos riguardo al ruolo epistemico dell’attenzione e della early vision, contenuta nella sua recente monografia. La mia discussione comincia da un esame delle sue idee riguardo all’attenzione, che illustra sia durante la sua discussione dei contenuti cognitivi strutturati e delle loro interazioni con i contenuti percettivi, sia durante la sua discussione degli effetti di selezione. Secondo Raftopoulos, l’attenzione non opera solamente una selezione pre-percettiva degli input, ma influenza anche i processi percettivi di late vision orientando il processo di valutazione delle ipotesi percettive sulla base dell’immagine iconica. Successivamente, valuto criticamente le conclusioni di Raftopoulos’ riguardo al ruolo epistemico di early vision, fondate sulla sua concezione del ruolo dell’attenzione. Da questo esame, evidenzio una potenziale criticità nella sua proposta costituita da un nuovo problema della selezione: le conseguenze epistemiche della penetrabilità cognitiva seguono o non seguono dai processi di selezione, a seconda di come tali effetti sono concepiti, ma indipendentemente dal livello nella serie dei processi visivi nel quale si verificano. Parole chiave: Penetrabilità cognitiva; Attenzione; Costruttivismo; Effetti di Selezione; Epistemologia percettiv
Recensione di S. Caputo, C. Barbero, Significato. Dalla filosofia analitica alle scienze cognitive
When the selfing process goes wrong: Social-biofeedback, causal mechanisms, and pathological narcissism
Abstract: In direct opposition to the dominant nativist perspective tracing back to Descartes, William James suggested that the sense of self is constructed through a never-ending process of reflexivity. In more recent years, empirical data from various psychological domains (notably developmental, clinical and social psychology) have further strengthened this constructivist perspective. Notably, Gergely and Watson’s social biofeedback model has been proposed as a central mechanism in the development of emotional introspection, which itself constitutes a crucial step in the process leading to a mature sense of self. In accordance with the social biofeedback model, it has been suggested that reiterated failures in biofeedback mechanisms predispose an individual to mental suffering. While borderline personality disorder and antisocial behavior have received the most attention, here I make a preliminary attempt to examine the impact of dysfunctional biofeedback on the pathogenesis of narcissism, suggesting that some central features of pathological narcissism may result from serious and reiterated disruptions in social biofeedback. This preliminary exploration aims to deepen our understanding of the origins of psychological suffering. In this sense, my effort could contribute to the construction of a causal model going beyond the purely categorical, atheoretical analysis of mental diseases typical of the diagnostic and statistical manuals.Keywords: Self; Self-ing Process; Social Biofeedback Model; NarcissismIl farsi e il disfarsi del sé. Biofeedback sociale, meccanismi causali e narcisismo patologicoRiassunto: La prospettiva costruttivista sullo sviluppo del sé, efficacemente difesa da William James in opposizione all’innatismo di stampo cartesiano, è oggi ulteriormente avvalorata da numerosi dati empirici provenienti da diversi ambiti della psicologia (in particolare, psicologia dello sviluppo, clinica e sociale). Il modello del biofeedback sociale di Gergely e Watson è stato proposto quale meccanismo centrale nello sviluppo dell’introspezione emotiva. In accordo a tale modello, ripetuti gravi fallimenti del biofeedback predispongono al disturbo mentale, segnatamente al disturbo borderline di personalità e al comportamento antisociale. In questo saggio mi occuperò di disturbo narcisistico di personalità, suggerendo che anche alcuni dei sintomi principali di questa patologia potrebbero derivare da disfunzioni gravi e reiterate del biofeedback. Nonostante la sua natura preliminare, la mia indagine si inscrive nell’alveo di quelle ricerche che mirano costruzione di un modello causale che vada oltre l’analisi puramente categoriale e ateoretica tipica dei manuali statistico-diagnostici.Parole chiave: Self; Identità personale; Social Biofeedback Model; Disturbo narcisistico di personalit
Book-review of O. Luminet, R.M. Bagby, G.J. Taylor (eds.), Alexithymia: Advances in research, theory, and clinical practice
Minds with meanings (pace Fodor and Pylyshyn)
Abstract: Jerry Fodor and Zenon Pylyshyn have proposed a purely referential-causal semantics, a semantics without meanings. Adopting Pylyshyn’s previous treatment of the fact that we can perceive and track something before we have any idea of what that is, these authors claim that such causal relations to external entities allow us to word-label them and thereby build an entire lexicon with specific referents. I disagree and explain why I do so. The kind of semantics that I prefer is radically opposite: the one proposed by Noam Chomsky and Paul Pietroski. This is an internalist semantics that only has meanings, reference being indirect, often indefinite, sometimes problematic. Chomsky insists that the only posit that is tenable is the internal structure of the speaker-hearer, a complex, abstractly characterizable, computational-derivational apparatus, optimal if left alone, that interfaces with other cognitive apparatuses: the articulatory-perceptual one and the conceptual-intentional one, satisfying the constraints that they impose. I show that the semantics proposed by Fodor and Pylyshyn is especially problematic when inexistent entities, possible entities, fictional characters and objects in the remote past are examined. It is, however, problematic even when dealing with more ordinary concepts. On the contrary, an internalist semantics avoids all these problems.Keywords: Internalist Semantics; Theory of Meaning and Reference; Jerry A. Fodor; Noam Chomsky; Paul Pietroski Menti con significati (con buona pace di Fodor e Pylyshyn)Riassunto: Jerry Fodor e Zenon Pylyshyn hanno proposto una semantica interamente causale-referenziale, una semantica priva di qualsiasi nozione di significato. Adottando la precedente trattazione di Pylyshyn di come è possibile percepire e inseguire oggetti prima di avere alcuna idea di cosa essi siano, questi autori pretendono che queste interazioni causali con enti esterni bastano a etichettarli con dei termini lessicali, costruendo un intero lessico con referenti specifici, senza la componente del significato. Io dissento e spiego perché. Il tipo di semantica che adotto è diametralmente opposto, una semantica che ha solo significati, per la quale i referenti esterni sono indiretti, spesso non definiti, talvolta problematici. Noam Chomsky e Paul Pietroski hanno perfezionato questa semantica puramente internalista, insistendo che l’unico attributo sostenibile è la struttura mentale interna al locutore, una struttura complessa, caratterizzabile solo a un livello di astrazione adeguato, atta a soddisfare i vincoli imposti dai sistemi cognitivi con i quali interagisce: quello articolatorio-percettivo e quello concettuale-intenzionale. Mostro che la semantica proposta da Fodor e Pylyshyn si scontra con problemi insolubili quando tratta enti inesistenti, enti possibili, invenzioni letterarie e oggetti appartenenti a un passato remoto. In effetti, si scontra con problemi insolubili anche quando tratta oggetti e proprietà ordinari. Una semantica interamente internalista non incontra nessuno di questi problemi.Parole chiave: Semantica internalista; Teoria del significato e del riferimento; Jerry A. Fodor; Noam Chomsky; Paul Pietroski