Rivista Internazionale di Filosofia e Psicologia (Università degli Studi di Bari)
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    La mente estesa ma individuata: una prospettiva simbiotica

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    Riassunto: Nell’ambito delle associazioni simbiotiche ha acquisito credito crescente la cosiddetta prospettiva “olobiontica”, secondo cui animali e piante non dovrebbero più essere considerati entità autonome, con confini chiaramente delimitati, ma li si dovrebbe vedere come unità funzionali che consistono di reti inter-relazionali tra specie diverse. In quest’ottica le funzioni precedentemente attribuite a un singolo componente devono essere riviste alla luce della prospettiva relazionale e considerate quindi come prodotto di un’unità funzionale, ossia dell’olobionte. Nella prospettiva funzionalista, il noto concetto di mente estesa considera la possibilità per cui il veicolo della cognizione possa andare oltre il cervello e anche oltre i limiti del corpo, mediante dispositivi artificiali. Questo lavoro intende offrire una variante della teoria della mente estesa intesa non solo come possibilità teoretica ma anche come ipotesi compatibile con alcuni recenti sviluppi nella ricerca biologica e biomedica. Si sosterrà quindi che l’attività del microbiota umano (i batteri che vivono in associazione con le specie umane) svolgono un ruolo funzionale nella regolazione dei nostri processi cognitivi, suggerendo che il microbiota costituisce un’estensione funzionale del sistema cognitivo precedentemente descritto come “umano”. La revisione e l’estensione dell’individuo biologico in favore dell’olobionte come unità funzionale (il vero creatore delle funzioni cognitive) porta anche alla necessità di aggiornare i confini dell’individuo come agente cognitivo.Parole chiave: Microbiota; Cognizione estesa; Olobionte; Simbiosi; Funzionalismo The individuated extended mind: A symbiotic perspective Abstract: In the framework of symbiotic associations, the so-called “holobiontic” perspective has increasingly emerged, according to which animals and plants should no longer be considered as autonomous entities, delimited by clear boundaries, but should rather be seen as functional units, consisting of inter-relational networks of different species. From this perspective, the functions that were previously ascribed to a single component, must be updated in the light of this relational perspective and rather judged as a product of the functional unit, that is, the holobiont. In a functionalist perspective, the famous conception of the extended mind investigates the hypothesis that the vehicle of cognition can extend not only outside the brain but also beyond the limits of the body, through artificial devices. The present work aims to offer a variant of the extended theory of mind not only as a theoretical possibility but also in accordance with some recent developments in biological and biomedical research. It will therefore be argued that the activity of the human microbiota (bacteria living in associations with the human species) plays a functional role in the regulation of our cognitive processes suggesting that the microbiota constitutes a functional extension of the cognitive system previously described as “human”. The revision and extension of the biological individual in favor of the holobiont as a functional unit (therefore the true creator of cognitive functions) also leads to the need to update the boundaries of the individual as a cognitive agent.Keywords: Microbiota; Extended Cognition; Holobiont; Symbiosis; Functionalis

    Kant’s “mere delusions of misery”. Replies to Arnaudo, Bortolotti & Belvederi Murri, Kind and Noordhof on imaginary pain

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    Author's reply to comments on J. RADDEN, Imagined and delusional pain, Forum Imagining pain, in: «Rivista internazionale di Filosofia e Psicologia», vol. XII, n. 2, 2021, pp. 151-206

    Psychogenic pain as imaginary pain

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    Abstract: Psychogenic pain is considered to be pain that has a psychological origin. In this paper, I provide a brief history of the ways in which such pain has been interpreted and classified, highlighting the problem that psychogenic pain is typically defined by excluding organic evidence that could account for the sufferer’s experience. This has led to ambiguous disease classifications, which challenges the authenticity of the patient’s suffering. Today psychogenic pain is no longer considered a valid diagnosis, because it is deemed to stigmatize the patient by implying that their pain is imaginary. But such stigmatization continues in the modern approach to chronic pain. Addressing this issue requires us to understand the relationship between “emotional” and “physical” pain and acknowledge the reality of all suffering. Radden tackles these issues by showing that even though pain and suffering can be accompanied by mistaken beliefs, such experiences cannot be delusional.Keywords: Psychogenic Pain; Imaginary Pain; Chronic Pain; IASP; DSM Dolore psicogeno e dolore immaginarioRiassunto: Con dolore psicogeno si intende un dolore di origine psicologica. In questo lavoro presento una breve storia delle interpretazioni e classificazioni di questa forma di sofferenza, evidenziando che queste si sono fondate perlopiù sull’esclusione di evidenze organiche a giustificazione dell’esperienza del sofferente. Ciò ha portato ad ambigue classificazioni di malattia che mettono in discussione l’autenticità della sofferenza del paziente. Oggi, quella di dolore psicogeno non è più considerata una diagnosi valida perché ritenuta stigmatizzante, implicando che il dolore del paziente sia immaginario. Ciononostante, la stigmatizzazione persiste nell’approccio odierno al dolore cronico. Affrontare questo problema comporta la comprensione della relazione tra dolore “emozionale” e dolore “fisico” ed il riconoscimento della realtà di tutte le forme di sofferenza. Nel suo lavoro, Radden esamina queste tematiche mostrando che, sebbene esperienze di dolore e sofferenza possano essere accompagnate da credenze errate, le esperienze stesse non possono essere illusorie.Parole chiave: Dolore psicogeno; dolore immaginario; dolore cronico; IASP; DS

    Il ruolo della costruzione di scenari nella spiegazione dei disturbi macrolinguistici della schizofrenia

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    Riassunto: Al centro di questo articolo è l’analisi dei fondamenti neurocognitivi dei deficit macrolinguistici, discorsivo-narrativi nello specifico, osservabili nei pazienti affetti da schizofrenia. Tale analisi è condotta in riferimento alle ricerche svolte negli ultimi decenni nell’ambito della psicolinguistica e delle neuroscienze. I risultati di queste ricerche hanno mostrato che alcuni aspetti dei disturbi macroelaborativi che caratterizzano il profilo linguistico dei pazienti schizofrenici possono essere spiegati chiamando in causa i deficit di tre sistemi cognitivi: teoria della mente, funzioni esecutive, memoria semantica. In questo articolo si sostiene che un tale quadro esplicativo vada integrato attraverso il riferimento a un ulteriore processo cognitivo cruciale per l’elaborazione macrolinguistica: la costruzione di scenari. Tale processo è fondamentale per la comprensione e produzione discorsiva in quanto responsabile della costruzione della rappresentazione globale degli eventi del discorso narrativo. Alla luce di queste considerazioni, in questo lavoro si propone che un ruolo cruciale nella spiegazione di alcuni aspetti dei disturbi macrolinguistici nella schizofrenia sia svolto da una compromissione nel processo di costruzione di scenari mentali e si avanza l’ipotesi che tale compromissione sia determinata, a sua volta, da problematiche che agiscono sul piano del funzionamento delle aree cerebrali preposte alla percezione e all’assemblaggio multimodale delle rappresentazioni sensomotorie.Parole chiave: Abilità macrolinguistiche; Costruzione di scenari; Elaborazione discorsiva: Embodied Cognition; Narrazione; Schizofrenia; Percezione; Modelli mentaliThe role scenario building in the explanation of macrolinguistic disorders in schizophreniaAbstract: This article analyzes the neurocognitive foundations of macrolinguistic deficits, specifically narrative, observable in patients with schizophrenia. This analysis is conducted with reference to the investigations carried out in recent decades in the field of psycholinguistics and neuroscience. The results of these investigations showed that some aspects of macrolinguistic deficits of schizophrenics can be explained in terms of impairments of three cognitive systems: theory of mind, executive functions, and semantic memory. In this article, it is suggested that this explanatory framework has to be integrated with the reference to a further cognitive process: scenarios construction. Such process turns out to be critical for discourse comprehension and production as it is responsible for the building of the global representation of events of a narrative. In the light of these considerations, it is claimed that a crucial role in the explanation of some aspects of macrolinguistic disorders in schizophrenia is played by an impairment in the process of constructing mental scenarios. The hypothesis is that this impairment is, in turn, determined by problems affecting the brain areas responsible for the perception and multimodal assembly of sensorimotor representations.Keywords: Discourse Processing; Embodied Cognition; Macrolinguistic Skills; Scenario Building; Narrative; Schizophrenia; Perception; Mental Model

    Imagined and delusional pain

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    Abstract: Extreme pain and suffering are associated with depression as well as tissue damage. The impossibility of imagining any feelings of pain and suffering intersect with two matters: the kind of imagining involved, and the nature of delusions. These two correspond to the sequence of the following discussion, in which it is contended first that feelings of pain and suffering resist being imagined in a certain, key way (defined here as proprietary imagining P simpliciter), and second that, given a certain analysis of delusional thought, this precludes the possibility of delusional affections while allowing delusions about affections (here affective delusions).Keywords: Pain; Imagination; Delusion; Affection; Feelings Dolore immaginato e dolore illusorio Riassunto: Dolore estremo e sofferenza sono solitamente associati a depressione e danni tissutali. L’impossibilità di immaginare il provare dolore e sofferenza dipende da due fattori: il tipo di immaginazione coinvolta e la natura dell’illusione. Questi due fattori saranno trattati in parallelo nell’analisi che qui si propone, in cui si discuterà in primo luogo come il provare dolore e sofferenza oppongano resistenza all’essere immaginati in un certo modo (qui indicato come carattere proprietario dell'immaginare P simpliciter) e in secondo luogo come, secondo una certa analisi del pensiero illusorio, questo preclude la possibilità di affezioni illusorie mentre consente illusioni circa le affezioni (qui indicate come illusioni affettive).Parole chiave: Dolore; Immaginazione; Illusioni; Affezione; Sensazion

    The possibility of imagining pain

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    Abstract: In Imagined and delusional pain Jennifer Radden aims to show that experiences of pain – and in particular, the pain associated with depression – cannot be merely delusional. Her reasoning relies crucially on the claim that the feeling of pain is imaginatively beyond our reach. Though she thinks that there are many ways that one can imagine scenarios involving oneself being in pain, she argues that one cannot imagine the feeling of pain itself. In this commentary, I target this claim in an attempt to show that Radden is mistaken. My argument relies on facts about individual differences involving imagination. To my mind, arguments like Radden’s involve an unfortunate slide from an “I can’t imagine…” claim to an “It can’t be imagined claim…” To support my argument, I also call upon empirical findings concerning pain imagination. As I conclude, we have no reason to think that the feeling of pain is something that is, in principle, unimaginable.Keywords: Pain; Imagination; Feeling of Pain; Delusion La possibilità di immaginare il doloreRiassunto: In Imagined and delusional pain Jennifer Radden intende mostrare che le esperienze di dolore – e, in particolare, il dolore associato alla depressione – non possono essere semplicemente illusorie. Il cuore del suo argomento fa leva sull’affermazione per cui provare dolore è immaginativamente al di là della nostra portata. Sebbene ritenga che si possano immaginare scenari nei quali proviamo dolore, Radden afferma che non si possa immaginare l’avvertire dolore di per sé. In questo commento mi concentrerò su questa affermazione nel tentative di mostrare che Radden si sbaglia. Il mio argomento poggia su fatti relativi alle differenze individuali che riguardano l’immaginazione. Dal mio punto di vista argomenti come quelli di Radden implicano un infelice slittamento da una affermazione come “io non posso immaginare…” a una affermazione come “non si può immaginare …”. A sostegno della mia tesi porterò evidenze empiriche relative all’immaginazione del dolore. Come giungerò a sostenere, non abbiamo ragioni per pensare che il provare dolore sia qualcosa in via di principio inimmaginabile.Parole chiave: Dolore; Immaginazione; Sensazioni di dolore; Illusion

    Recensione di A. Lieto, Cognitive design for artificial minds

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    The boundaries and location of consciousness as identity theories deem fit

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    Abstract: In this paper I approach the problem of the boundaries and location of consciousness in a strictly physicalist way. I start with the debate on extended cognition, pointing to two unresolved issues: the ontological status of cognition and the fallacy of the center. I then propose using identity to single out the physical basis of consciousness. As a tentative solution, I consider Mind-Object Identity (MOI) and compare it with other identity theories of mind.Keywords: Extended Mind; Spread Mind; Enactivism; Cognition; Consciousness; Mind-Object Identity; Identity I confini e la localizzazione della coscienza secondo le teorie dell’identitàRiassunto: In questo lavoro tratterò il problema dei confini e della localizzazione della coscienza in termini strettamente fisicalisti. Prenderò le mosse dal dibattito sulla cognizione estesa, portando l’attenzione su due questioni irrisolte: lo status ontologico della cognizione e la fallacia del centro. Proporrò quindi di usare l’identità per individuare la base fisica della coscienza. Come possibile soluzione, prenderò in considerazione la Mind-Object Identity (moi), confrontandola con oltre teorie dell’identità della mente.Parole chiave: Mente estesa; Mente diffusa; Enattivimo; Cognizione; Coscienza; Mind-Object Identity; Identit

    Recensione di S. Staiti, Etica naturalistica e fenomenologia

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