Università degli studi di Macerata: Riviste digitali
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Le responsabilità del giudice in Spagna: una ricognizione storico-giuridica (1834- 1870)
This work focuses on the construction and on the role that plays the disciplinary responsibility of judges in Spain during the nineteenth century, particularly between 1834, characterized by the coming into power of the liberal State, and 1870, when the Ley orgánica del Poder Judicial (Organic Act for the Judiciary) established, for the first time, the three judicial responsibility categories: civil, criminal and disciplinary. The importance of the first two “responsibilities” – although they should have been those most characterising the judges who were theoretically subjected only to the empire de la loi – was actually stifled by the role that disciplinary control over the magistracy played. Indeed, from mid-century onward, a great transformation took place: the judicial apparatus was administration-alised and, as a consequence, also judges’ role and the way of controlling their functions was bureaucratized. The new “disciplinary responsibility” would be the result of the Central Government absorption of the internal self-disciplinary powers residing in the courts themselves. However, this result is not merely a consequence of this process of administration-alisation; on the contrary, as the disciplinary responsibility established itself, it converted itself into the instrument which modulated the traditional role of judge inherited from the ancien régime and which built the new hierarchy – and the new way of administering justice – of the judicial apparatus within the frame of the Spanish nine- teenth-century liberal State.Il presente lavoro tratta della costruzione e del ruolo della responsabilità disciplinare del giu- dice nella Spagna del XIX secolo, nel periodo compreso tra il 1834, anno dell’avvento del cosiddetto “Stato liberale”, ed il 1870, anno in cui la Ley orgánica del Poder Judicial codificò per la prima volta le tre categorie della responsabilità del giudice: civile, penale e disciplinare. L’importanza delle prime due – in teoria le più caratterizzanti la nuova figura di un giudice soggetto soltanto alla legge – rimase relegata in secondo piano a fronte dell’importanza assunta dal controllo disciplinare esercitato sulla magistratura. In effetti, dalla metà del secolo in poi si produce una grande trasformazione: l’apparato della giustizia si amministrativizza e, con esso, si burocratizza anche la funzione del giudice nonché, da ultimo, il controllo delle sue azioni. L’avvento di questa nuova “responsabilità disciplinare” sarà il risultato dell’assorbimento da parte del Governo centrale dei poteri interni di autodisciplina dei singoli tribunali. Tuttavia, questo risultato non è una mera conseguenza del processo di amministrativizzazione; al contrario, nella misura in cui si va affermando la responsabilità disciplinare, essa si converte nello strumento che rimodula la tradizionale figura del giudice tipica dell’ancien régime e che costruisce la nuova struttura gerarchica – ed il nuovo modo di amministrare la giustizia – dell’apparato giudiziario dello Stato liberale
Mazzini a Calcutta. Gli echi inaspettati del Risorgimento italiano
This essay traces a reading of the Italian Risorgimento made by a group of Indian historians, the subaltern studies group, and its use in the historiographical reconstruction of Indian independence. The Italian Risorgimento is for them a touchstone, an exemplary case for the modernization and nationalization of states that have experienced such “spurious” paths, in comparison to those that have undergone a “canonical” development in European history, from the French Revolution onwards. The members of this group of Indian historians read the Italian Risorgimento politically through the conceptual lens developed by Antonio Gramsci in his Prison Notebooks. The essay analyzes two books: Ranajit Guha’s Dominance without Hegemony, which through the Gramscian concept of hegemony claims a political space of action for the subalterns, and Partha Chatterjee’s Nationalist Thought and the Colonial World, which develops, in close comparison with the Gramscian reading of the Risorgimento, a radical critique of the nationalist elites for their detachment from the subalterns. The two authors use the Gramscian concepts – “passive revolution”, “dominion”, “hegemony,” “historical bloc” – because they are, to their post-colonial eyes, the most fruitful concepts in respect to those of the Enlightenment and classical liberalism in Europe. The linear narrative of Western progress in India took the form of colonialism, which played a supporting role for the ruling elites: First for the colonial elites, then their national replacement. In contrast, the arsenal of Gramscian concepts, forged in a central country (fully European and Western) and at the same time peripheral (politically and economically always “in delay”), became useful in challenging the separation of elites from subalterns, both from a historiographical perspective and from a contemporary political point of view.Questo saggio propone una lettura del Risorgimento italiano fatta da un gruppo di storici indiani, il gruppo di studi subalterni, e il suo uso nella ricostruzione storiografica dell’indipendenza indiana. Il Risorgimento italiano rappresenta per essi una cartina di tornasole, un caso esemplare per la modernizzazione e la nazionalizzazione di Stati che hanno sperimentato tali percorsi “spuri”, rispetto a quelli che sono passati attraverso uno sviluppo “canonico” nella storia europea, dalla Rivoluzione francese in poi. I membri di questo gruppo di storici indiani leggono politicamente il Risorgimento italiano attraverso la lente concettuale elaborata da Antonio Gramsci nei suoi Quaderni del carcere. Il saggio analizza due volumi: Dominance without Hegemony di Ranajit Guha, che attraverso il concetto Gramsciano di egemonia rivendica uno spazio politico di azione per i ceti subalterni, e Nationalist Thought and the Colonial World di Partha Chatterjee, che sviluppa, in stretta comparazione con la lettura Gramsciana del Risorgimento, una critica radicale delle élites nazionaliste per il loro distacco dai ceti subalterni. I due autori usano i concetti Gramsciani di “rivoluzione passiva”, “dominio”, “egemonia”, “bloc- co storico”, perché essi sono, ai loro occhi post-coloniali, i concetti più fruttuosi rispetto a quelli dell’Illuminismo e del liberalismo classico in Europa. La narrativa lineare del progresso occidentale in India prese la forma del colonialismo, che giocò un ruolo di supporto per le élites dominanti: prima per le élites coloniali, poi per il loro rimpiazzo nazionale. Al contrario, l’arsenale dei concetti Gramsciani, forgiati in un paese centrale (interamente europeo e occidentale) e al tempo stesso periferico (politicamente e economicamente sempre “in ritardo”), divenne utile per porre sotto esame la separazione delle élites dai ceti subalterni, sia da una prospettiva storiografica che dal punto di vista della politica contemporanea
Primo piano / In the foreground Michele Surdi legge Bruce Ackerman/Michele Surdi reads Bruce Ackerman, The Decline and Fall of the American Republic
Creating Space for Civil Society: Conceptual Cartography in the Scottish Enlightenment
In the history of Western thought, many theories powerfully acted on the affirmation of tendencies, feelings and concepts upon which the social constitution is then built and stands: and this beyond their logical-experimental value. This is demonstrated by the idea of “civil society” which, during all of the Eighteenth century, carried on an important role in developing the significant juridical-political phenomenon known as “Scottish Enlightenment”. In this essay, the Author focuses on prominent characters of this current (Smith, Hume, Kames, Robertson and Ferguson, among others), within which a “conceptual space” was gradually created by way of which a new idea of civil society developed: an idea endowed with peculiar characteristics of its own with regard to the notions of “State” and “Constitution” to which it was often associated in other doctrinal contexts. In the environment of the Scottish Enlightenment, the civil society was instead identified with that whole of rule and institutions which, together with family, religious and economic rules, also included habits, beliefs and customs which are able to hold the social fabric of a nation together.Nella storia del pensiero occidentale, molte teorie hanno agito potentemente nell’affermazione di inclinazioni, sentimenti e concetti su cui si è poi concretamente costruita e retta la costituzione sociale: e questo al di là della loro valenza logico-sperimentale. Lo dimostra l’idea di “società civile” che, durante tutto il secolo XVIII, svolse un ruolo importante nello sviluppo dell’importante fenomeno giuspolitico che va sotto il nome di “illuminismo scozzese”. Con questo saggio, l’Autore focalizza l’attenzione sui personaggi di spicco di questo movimento (Smith, Hume, Kames, Robertson e Ferguson, fra gli altri), all’interno del quale venne via via a crearsi un “spazio concettuale” (conceptual space) con cui si sviluppò una nuova idea di società civile: un’idea dotata di sue peculiari caratteristiche rispetto alle nozioni di “Stato” e di “Costituzione”, con le quali veniva spesso associata negli altri contesti dottrinari. Nell’ambiente illuminista scozzese la società civile veniva invece ad essere identificata con quell’insieme di regole e di istituzioni che, assieme alle regole familiari, religiose ed economiche, includevano anche le abitudini, le credenze e i costumi capaci di tenere assieme il tessuto sociale di una nazione
L’autonomie de l’histoire constitutionnelle
The paper is an attempt to determine the object and methodology of Constitutional History. It is argued that the study of Constitutional History cannot include the organization of political power but should be restricted to the legal rules of the modern State. These rules cannot be understood through a political analysis but only through a specific legal analysis. This analysis is specific relatively to political history but also to contemporary legal dogmatics. Its concepts are not those that belong to the legal systems of the past, but those concepts that have been devised by modern legal theory and, unlike legal dogmatics, Constitutional History can use a causal analysis. The article gives a few examples of the way in which the law can be analyzed from the point of view of causality.Il paper è un tentativo di determinare l’oggetto e la metodologia della Storia costituzionale. Si disputa che lo studio della Storia costituzionale non può includere l’organizzazione del potere politico, ma dovrebbe essere ristretto alle regole legali dello Stato moderno. Queste regole non possono essere comprese attraverso una analisi politica, ma piuttosto solo attraverso una specifica analisi giuridica. Questa analisi è specifica con riguardo alla storia politica, ma anche con riguardo alla dogmatica giuridica contemporanea. I suoi concetti non sono quelli che appartengono ai sistemi legali del passato, ma quelli che sono stati individuati dalla moderna teoria giuridica e, diversamente dalla dogmatica giuridica, la Storia costituzionale può usare una analisi causale. L’articolo dà alcuni esempi del modo in cui il diritto può essere analizzato dal punto di vista della causalità