Università degli studi di Macerata: Riviste digitali
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    Dei tanti e diversi confini dell’amministrazione coloniale

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    In the practices of colonial government, borders and boundaries play a crucial role in defining lines of demarcation, social inclusion and exclusion. In this article this perspective is applied to the experience of Italy’s colonial administration in Africa, on the basis of documentary sources and witness reports of colonial officials. The results highlight the ambivalent power relations between colonizers and colonized that have developed through encounters, conflicts, negotiations and hybridizations. The complexity of the dynamics at play allow us to move beyond the traditional view of passivity of the colonized and of the active domination of the colonizers.I confini hanno un ruolo cruciale rispetto alle pratiche del governo coloniale, soprattutto se assunti in modo problematico, non già come muri, linee di demarcazione netta, ma visti nel loro duplice lato che escludono e includono. È lo stesso concetto di confine a permettere di addentrarsi nelle maglie dell’amministrazione coloniale, cogliendone scarti, contraddizioni e ambivalenze. Seguendo questa chiave si entra così nel vivo delle ambivalenti relazioni di potere che si diedero nel colonialismo, uscendo da una storiografia tradizionale e binaria rimasta spesso impigliata nelle identità fisse o nei ruoli “attivi” e “passivi” dei soggetti implicati nei processi di colonizzazione. Nell’articolo questa prospettiva viene applicata all’esperienza dell’amministrazione coloniale italiana, sulla base delle diverse fonti documentarie e delle testimonianze dei funzionari coloniali

    Ventidue proposte di lettura

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    Per una storia costituzionale europea tra ventesimo e ventunesimo secolo

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    In this essay, which is at the same time a reasoned reading, of a historical-political-constitutional character, on the 5th volume of the Handbuch der europäischen Verfassungsgeschichte im 20. Jahrhundert, we approach approximately the last thirty years of our political-constitutional history, therefore the period that goes from 1989, that is from the fall of the Berlin wall, practically to today. In particular, it deals with the difficulty of using constitutional typologies and models that have crystallized during the political-constitutional history of the West in the last two hundred years to read the experiences of the Central-Eastern European states (countries in transition) already part of the former Eastern Bloc.In questo saggio, che è allo stesso tempo una lettura ragionata, di carattere storico-politico- costituzionale, sul 5° volume dell’Handbuch der europäischen Verfassungsgeschichte im 20. Jahrhundert, si affronta all’incirca l’ultimo nostro trentennio di storia politico-costituzionale, e cioè il periodo che va dal 1989, dalla caduta del muro di Berlino, sino praticamente a oggi. In particolare si affronta il problema della difficoltà di utilizzare tipi e modelli costituzionali cristallizzatisi nel solco della storia politico-costituzionale dell’esperienza occidentale per leggere le esperienze degli Stati dell’Europa centrale e orientale già facenti parte dell’ex blocco orientale

    Il peso della tradizione. Aspetti procedurali dell’iter di redazione della costituzione siciliana del 1812

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    The essay analyses the procedural aspects of the drafting course of the constitution drawn up by the Sicilian Parliament and enacted in 1812, underlining how, beyond the constitutional models of reference (English, French, Spanish ones), that constitution was linked to old regime logics, and in particular, to that of leges pactatae, which ended up invalidating the modernity of the contents, with specific reference to the individual rights.Il saggio analizza gli aspetti procedurali dell’iter di redazione della costituzione redatta dal parlamento siciliano e promulgata nel 1812 sottolineando come, al di là dei modelli costituzionali di riferimento (inglese, francese, spagnolo) quella carta costituzionale risultasse legata a logiche di antico regime e, in particolare, al sistema delle leges pactatae, che finivano con inficiarne la modernità dei contenuti, con particolare riferimento al tema dei diritti individuali

    In 1866 and back to the Future with a Sense of Déjà vu. The Fall and revival of the Head of State’s authoritarianism

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    La prima Costituzione scritta della Romania (1866) è stata adottata non solo per rispondere alla necessità di legittimare un giovane stato nazionale e unitario rumeno in un turbolento contesto geopolitico internazionale, ma anche per dare una risposta al regime autoritario di A.I. Cuza. Così, l’Assemblea costituente del 1866 cercò, tra le altre questioni, di trovare una risposta alla domanda “Che cos’è che non vogliamo?” E la risposta è stata: un altro regime politico dominato da un capo di stato autoritario [Domn]! Allo stesso modo, l’anno 1991 è stato testimone di un momento costituzionale costruito sulle emozioni che hanno cercato di porre fine a un passato politico contestato. Queste emozioni hanno spinto l’Assemblea Costituente a intraprendere la ricerca di una risposta alla stessa domanda “Cosa non vogliamo?” Ancora una volta, la risposta è stata: un capo di stato autoritario (presidente)! L’articolo propone una rapida panoramica storica sul contesto dei momenti costituzionali rumeni del 1866 e del 1991. Questi momenti hanno sottolineato il desiderio di realizzare una rottura costituzionale da un determinato passato politico. A tal fine, il saggio riunirà concetti tratti dalla dottrina del trapianto legale, dai risultati dell’archeologia costituzionale e da altre teorie politiche formali e informali in un crogiolo, che si basa meno sul testualismo normativo e più sull’esame delle aspettative incorporate nelle emozioni e obiettivi politici nazionali. Inoltre, l’approccio scientifico sottolinea alcune caratteristiche riguardanti la conservazione dello stato-nazione rumeno prigioniero dell’etnocentrismo, come parte della logica riguardante il sistema di potere rumeno per e attraverso il popolo.The first written Constitution of Romania (1866) was adopted not only to address the need for legitimising a young national and unitary Romanian state in a turbulent international geopolitical context, but also to give a reply to the authoritarian regime of A.I. Cuza. Thus, the Constituent Assembly of 1866 sought, among other problematics, to find an answer to the question “What is it that we do not want?” And the answer was: another political regime dominated by an authoritarian head of state [Domn]! Similarly, the year 1991 witnessed a constitutional moment built on emotions endeavoured to set a break from a denied political past. These emotions prompted the Constituent Assembly to embark on a quest for an answer to the same question “What is it that we do not want?” Again, the answer was: an authoritarian head of state (president)! The paper proposes a bird’s-eye historical overview on the context of the Romanian constitutional moments from 1866 and 1991. These moments emphasised a desire to set a constitutional rupture from a certain political past. To this end, the paper will bring together concepts from the legal transplant doctrine, constitutional archaeology findings, and other formal and informal political theories in a crucible, which relies less on normative textualism and more on examining the expectations embedded in the national political emotions and goals. Moreover, the scientific approach underlines some features regarding the preservation of the Romanian nation-state encapsulated in ethnocentrism, as a part of the logic regarding the Romanian system of power for and by the People.  

    The Rise and Fall of Quasi-Parliamentary Government in Romania (1871-1937)

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    In Romania, una pratica politica para-costituzionale istituita nel 1871 si basava sulla premessa che solo il re avrebbe deciso quando rimuovere il primo ministro in carica e nominare un governo provvisorio. Questo avrebbe quindi organizzato le elezioni, che invariabilmente vinceva. Le elezioni servivano quindi solo a legittimare ex post e a consolidare il governo provvisorio scelto dal re come governo a tutti gli effetti, eletto e quindi legittimo. Questa caratteristica del costituzionalismo rumeno, vale a dire, la rotazione governativa per decreto reale con un sigillo elettorale a posteriori, è spesso proposta come una spiegazione primaria per il ritorno tra le due guerre (1938-) all’autoritarismo del sistema politico locale. Questo studio rivisita gli effetti di questa pratica sulla strutturazione del sistema politico rumeno. L’articolo rompe con il precedente consenso della ricerca. Come dimostreremo, questa modalità sui generis di sostituzione del governo ha svolto nel periodo censitario una funzione di stabilizzazione, quella di consentire la rotazione del potere nel contesto di un sistema politico bipartisan estremamente ristretto, in qualche modo artificiale. Dopo l’introduzione del suffragio universale maschile, la rotazione per decreto reale fu perpetuata come lascito costituzionale del periodo del voto censitario (1866-1917 (1919)). Ma una volta che questa pratica è stata trasferita alle realtà politiche del suffragio universale maschile, ha perso il suo ruolo originario e la sua efficienza/utilità sistemica. Nel periodo tra le due guerre, la sostituzione del Primo Ministro in carica con regio decreto e la nomina di un governo ad interim per organizzare e vincere invariabilmente le elezioni hanno funzionato solo come un mezzo di emarginazione politica (in effetti, un mezzo per impedire l’accesso al potere di alcuni partiti). Tuttavia, nel nuovo contesto, si è rivelato incapace e di raggiungere questo scopo a lungo termine e di garantire la stabilità minima del sistema politico.In Romania, a para-constitutional political practice instituted in 1871 was predicated upon the premise that the king alone would decide when to remove the incumbent Prime Minister and appoint a caretaker government. The caretaker government would thereupon organize the elections, which it invariably won. Elections served therefore only to legitimize ex post and entrench the caretaker government chosen by the king as a full-fledged, elected and thus legitimate government. This feature of Romanian constitutionalism, namely, governmental rotation by royal fiat with an after-the-fact electoral rubberstamp, is often proffered as a primary explanation for the interwar (1938-) backsliding into authoritarianism of the local political system. This study revisits the effects of this practice on the structuring of the Romanian political system. The paper breaks with the previous research consensus. As we will argue, this sui generis modality of governmental replacement served in the census period a stabilization function, that of allowing power rotation in the context of an extremely restrictive, somewhat artificial bipartisan political system. After the introduction of universal male suffrage, rotation by royal fiat was perpetuated as a constitutional carryover from the census vote period (1866-1917 (1919)). But once this practice was transferred to the political realities of universal male suffrage, it lost its original role and its systemic efficiency/usefulness. In the interwar period, the replacement of the incumbent Prime Minister by royal decree and the appointment of a caretaker government to organize and invariably win elections functioned merely as a means of political marginalization (in fact, a means of barring the access to power of some parties). Yet, in the newer context, it proved unable to either achieve this purpose in the longer term or to safeguard the minimal stability of the political system. 

    Tra «Liberty And Property» e «Regulation And Democracy». Il percorso giuridico- costituzionale del governo dell’economia negli Stati Uniti d’America, tra fine Ottocento e «early New Deal»

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    Shutting down the New Deal’s «foremost experiment with corporatism», the Schechter ruling seemed to mark the unchangeable laissez-faire nature of American economy and constitutionalism. Few years later, the accomplishment of the “regulatory state” clearly proved that it had been not. This paper aims to retrace the history of American regulation marked by iconic judicial cases – e.g. the Munn, Lochner, Nebbia cases, which shaped a unique model of regulated capitalism for the United States. Over the course of a century, discussing these cases and moving from traditional liberal cornerstones, justices, professors, and policymakers contributed to defining a completely revisited image of individual liberties and public powers, especially private property and its nexus with American democracy. Indeed, the American constitution showed a brand-new face after the New Deal Era in terms of constitutional powers balance and economic regulation, even without experiencing the political trauma other countries had through those years.Muovendo dalla sentenza Schecter che sembrava aver frenato gli esperimenti più arditi (e corporativi) dell’«early New Deal» per riaffermare il tradizionale principio del laissez-faire, questo articolo mira a ricostruire il percorso teorico e giurisprudenziale della regolazione dell’economia americana che aveva preceduto tale pronuncia e che condurrà, comunque, all’affermazione di un «regulatory state» americano. Si tratta di una vicenda lunga e disseminata, tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento, di sentenze peculiari: i casi Munn, Lochner, Nebbia, tra gli altri, hanno contrassegnato la storia giuridica americana marcando ciascuno un passo verso un complesso, e spesso contestato, modello di capitalismo regolato statunitense. Intorno a queste si sviluppò un accesso dibattito che, muovendo dai capisaldi tradizionali del costituzionalismo liberale, ha visto scontrarsi giudici, giuristi e legislatori tutti impegnati a ripensare i confini delle sfere pubblica e privata del diritto e, in particolare, del diritto di proprietà e del suo legame con la democrazia americana. Alla fine degli anni Trenta, infatti, l’equilibrio degli stessi poteri costituzionali sembrava mostrare un volto nuovo e, pur senza vivere i terremoti politico-costituzionali avvenuti altrove nel mondo, anche negli Stati Uniti si poteva parlare di una costituzione trasformata, quanto meno nella sua dimensione economica

    Tracce del Mommsen a Urbisaglia

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    The presence of Theodor Mommsen at Urbis Salvia and his travels in the Marches are documented in the letters exchanged between two scholars of Urbisaglia.Il contributo porta a conoscenza la corrispondenza fra due notabili di Urbisaglia che fa luce sulla presenza di Theodor Mommsen a Urbs Salvia e più in generale su viaggi dello studioso tedesco nelle Marche ai fini della schedatura delle iscrizioni per il CIL

    Il «Circolo delle Fibule» di Sirolo-Numana

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    L’opera pubblicata da Giacomo Bardelli, dedicata al “Circolo delle Fibule”, nella necropoli Davanzali di Sirolo-Numana, nasce come progetto post-dottorale condotto dal Römisch-Germanisches Zentralmuseum di Mainz (RGZM), sotto la direzione scientifica dello stesso Bardelli e la supervisione del Prof. Markus Egg, in collaborazione con la Soprintendenza e la Direzione Regionale Musei Marche

    Tra finzione e realtà (Riflessioni su tendenze storiografiche dal 1866 a oggi)

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    The article questions some long-standing and widely circulated interpretative trends in Italian legal and institutional historiography dealing with the birth and evolution of modern constitutionalism before and after the unification, focusing on the first years of the Albertine statute. Many entrenched assumptions are found to be based on a narrow set of early accounts characterised by a non-neutral and sometimes deliberately inaccurate portrayal of events. These results emerge from a factual comparison with findings from first-hand sources, often inexplicably disregarded even though promptly available, as is the case with parliamentary records).L’articolo si interroga su alcune diffuse e risalenti tendenze della storiografia, in primo luogo (ma non solo) giuridico-istituzionale, che in Italia si è occupata della nascita e dell’evoluzione del costituzionalismo pre- e post- unitario. L’indagine è centrata sui primi anni di vigenza del regime statutario. Confrontando taluni assunti consolidati con le fonti di prima mano, sovente neglette (anche quando di facile reperibilità, come gli Atti parlamentari), emerge l’esistenza di poche narrazioni archetipiche, non sempre affidabili ed accurate

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