Università degli studi di Macerata: Riviste digitali
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    Le constitutional conventions per la dissolution della House of Commons nell’evoluzione della forma di governo britannica

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    The procedure for dissolution of the House of Commons are strongly influenced by the role played by the constitutional convention in the form of British government. The article offers some observations on the place of the conventional rules in the system of sources of law in the United Kingdom, on their relationship with the written sources and reading, often controversial, offered by the masters of the British constitutional doctrine over the centuries, with particular attention to the thought of Dicey. It is through the synthesis and critique the views of the great author, is highlighted as this is a peculiarity of the British system compared to all other constitutional experience. The article then attempts a reconstruction of historical and political context which has led, over a short period of time, to give the power to dissolve those characters and functions that make it so important in the economy of the “Westminster model”. The key that is the backdrop to this is that the fundamental importance of this constitutional convention in the dynamics of the form of government is hardly practicable of any change in the written rules that could call into question the stability, starting with those concerning the electoral system.Le modalità di scioglimento della Camera dei Comuni sono fortemente condizionate dal ruolo giocato dalle convenzioni costituzionali nella forma di governo britannica. L’articolo propone alcune considerazioni sulla collocazione delle norme convenzionali nel sistema delle fonti del diritto del Regno Unito, sul loro rapporto con le fonti scritte e sulla lettura, spesso controversa, offerta dai maestri della dottrina costituzionalistica britannica nel corso dei secoli, con una particolare attenzione al pensiero di Dicey. Proprio attraverso la sintesi e la critica delle opinioni del grande autore, viene messo in evidenza come ciò costituisca una peculiarità del sistema britannico rispetto a tutte le altre esperienze costituzionali. L’articolo tenta poi una ricostruzione del contesto storico-politico che ha portato, nel corso di un arco di tempo non breve, ad attribuire al potere di scioglimento quei caratteri e quelle funzioni che lo rendono così rilevante nell’economia del “modello Westminster”. La chiave di lettura che fa da sfondo a queste considerazioni è che la fondamentale importanza assunta da queste convenzioni costituzionali nelle dinamiche della forma di governo rende difficilmente praticabile qualsiasi modifica di norme scritte che rischi di metterne in discussione la stabilità, a cominciare da quelle riguardanti il sistema elettorale

    «The Burden and the Heat of Common Affairs»: Walter Bagehot and Bourgeois Happiness

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    There is no systematic treatment of the concept of happiness in Bagehot’s essays, but oblique references to it crop up frequently, often in relation to what might be termed the pursuit of ‘experience’. Whether or not money can buy happiness, being gifted with “an experiencing nature” (Bagehot I, 174) certainly helps in the quest for personal satisfaction, as Bagehot suggests in his discussions of Shakespeare, Macaulay, Cowper, and Scott. A passionate engagement with the business of life, the willingness to be “immersed in matter” (Bagehot I, 402), in the hic et nunc of “common affairs”, does not guarantee supreme felicity but increases the chances of experiencing a secondary form of happiness, almost in- distinguishable from the sheer enjoyment of vita activa. In this paper, I look at Bagehot’s literary essays, mostly published in the 1850s, in which ideas of happiness, pleasure, enjoyment, and satisfaction acquire class-specific connotations. As a man of business speaking to men of business, he was inclined to eulogize the virtues of vita activa and the pleasures to be derived from a healthy regime of continuous contact with the unpredictable and exciting world of affairs. As the organic intellectual of the commercial middle classes, he conferred upon their values, aspirations and experiences a high degree of cultural respectability. It is the mercantile community that provides some of the standards according to which even literary excellence is reassessed

    Thomas Paine e il giacobinismo: revisione costituzionale versus insurrezione

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    La partecipazione di Paine alla Convenzione, dove viene eletto in quattro dipartimenti, e il suo atteggiamento in quella fase cruciale della rivoluzione francese ha posto non pochi problemi agli interpreti. Anche in lavori assai documentati, o in accurate biografie, quando si ricostruiscono le posizioni assunte da Paine in Francia tra il 1792 ed il 1799, in più di un caso ci si trova di fronte a un atteggiamento che si può definire a metà tra l’imbarazzato e il giustifica- torio. Come se si avvertisse una contraddizione tra quello che si considera il radicalismo democratico painita e l’avversione profonda che manifesta verso il giacobinismo. A tal proposito gli storici hanno spesso sposato un’attitudine minimizzante, riportando le posizioni assunte in quel periodo a particolari circostanze. Paine sarebbe stato condizionato nelle sue scel- te politiche da fattori del tutto estrinseci. Per esempio, dal fatto che Condorcet e Brissot parlavano inglese, al contrario di Robespierre. Oppure, si è voluta sottolineare la scarsa comprensione degli eventi francesi, che lo avrebbe portato a una collocazione politica non corrispondente alle sue convinzioni. A tal proposito, non è difficile allineare un insieme di giudizi che troviamo nella storiografia lungo un considerevole arco di tempo. Come se il problema si ripresentasse periodicamente senza possibilità di una chiarificazione definitiva

    La verifica dei poteri nel periodo statutario: l’istituzione della Giunta delle elezioni nel 1868

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    Il presente contributo prova a tracciare un quadro ricostruttivo, necessariamente non esaustivo, delle modifiche dei regolamenti parlamentari intervenute agli albori dello Stato unitario e, più precisamente, di quelle innovazioni regolamentari in materia di “verifica dei poteri” introdotte nel 1868 presso la Camera dei deputati. Esse – sia detto da subito – possono a tutta prima apparire, se poste a confronto con le modifiche dei regolamenti parlamentari che accompagnarono, talora anche drammaticamente, la “crisi” dello Stato liberale, un argomento low profile, caratterizzate, allora come ai tempi d’oggi, da un arido tecnicism

    Le riforme degli anni ’80 allaCamera

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    Qual è la forza della procedura parlamentare? Questa domanda non se la pone un giurista, ma Curzio Malaparte in “Tecnica del colpo di Stato”. La risposta è lapidaria e a prima vista sconcertante: la lentezza. Malaparte fa questa affermazione esaminando il colpo di Stato di Napoleone del 18 brumaio dell’ anno VIII (9 novembre 1799). Questo era stato concepito come una rivoluzione parlamentare, un colpo di stato legale che doveva condurre ad impadronirsi del potere senza illegalità e senza violenze, seguendo le procedure costituzionali. La lentezza delle procedure mette in pericolo la realizzazione del piano studiato da Sieyès e da Luciano Bonaparte, ma il corpo legislativo commette un errore: si precipita a votare il decreto di proscrizione di Napoleone e provoca l’uso della forza. La tesi di Mala- parte è che se la seduta fosse stata rinviata all’indomani il colpo di stato avrebbe potuto fallire. Cosa hanno a che fare queste considerazioni su un colpo di stato con le democratiche riforme regolamentari della Camera degli anni Ottanta? Il fatto che esse furono in primo luogo rivolte a superare la lentezza delle procedure del regolamento del 1971. Una lentezza che era stata funzionale all’affermazione del modello di governo consensuale o consociativo e alla conseguente centralità parlamentare

    Da Mazzini a Mancini: il principio di nazionalità tra politica e diritto

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    diritto internazionale nell’Italia del XIX secolo ha seguito un percorso che si è sviluppato su due livelli, l’uno pedagogico e l’altro performativo, rispettivamente incentrati su due forme narrative della modernità, prima contrapposte e poi sovrapposte: la nazione come sistema culturale di significazione e lo Stato come forma disciplinata di governo. A partire dagli anni Settanta dell’Ottocento la recezione da parte della scuola ita- liana di diritto pubblico del modello civilistico di conio pandettistico aveva permesso di chiudere questo percorso e di trasformare l’Italia da nazione a Stato nazionale. Lo Stato nazionale era stato costruito attraverso il paradigma dello stato-persona, che a sua volta, era espressione organica della nazione (Costa, 2001, Anderson, 1996). Il giovane Stato italiano poteva negare qualunque opzione costituente, rivendicare la sua completa autonomia dal politico ed escludere ogni fondamento volontaristico e contrattuale cui il concetto di nazione inevitabilmente rinviava. Esso si presentava come un soggetto giuridico originario, e quindi sovrano, un luogo dell’autorità immune dalla volontà popolare (Costa, 1986; Fioravanti, 1979)

    Esteban Conde Naranjo legge Lucia Bianchin, Dove non arriva la legge. Dottrine della censura nella prima età moderna

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    Albert Venn Dicey: la formazione di un giurista vittoriano

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    Albert Venn Dicey nacque nel 1835. Una curiosità nella biografia di Dicey risiede già nel suo secondo nome, che gli fu dato in onore di John Venn, capo degli evangelisti di Clapham. Il lato materno di Dicey era imparentato sia ai Venn che agli Stephen, i cui illustri esponenti erano Sir Leslie Stephen, filosofo, critico letterario nonché autore de The English Utilitarians, e Sir James Fitzjames Stephen, giudice e autore di una celebre storia del diritto penale inglese. Dicey fu educato al Balliol College di Oxford, centro di eccellenza universitaria ove ancora oggi si forma la futura élite culturale del Paese, e negli anni universitari si ritrovò come compagno di studi James Bryce, dal 1907 al 1913 ambasciatore del Regno Unito negli Stati Uniti, che scriverà The American Commonwealth (opera considerata molto importante nel quadro della letteratura scientifica statunitense, con cui l’autore si sforzò di cogliere gli elementi salienti della democrazia americana proseguendo idealmente l’opera di Tocqueville: il che dimostra, accanto ad un’impostazione piuttosto rigida di certa dottrina inglese nei confronti delle esperienze istituzionali delle colonie o ex colonie, anche un atteggiamento più aperto a cogliere i segni innovatori di altre esperienze vicine a quella dell’Inghilterra). Nel 1858 Dicey si laureò a Oxford in litterae humaniores con gli onori classici di prima classe, e nel 1860 vinse l’Arnold Historical Prize per un saggio sul Privy Council. Ammesso all’Inner Temple nel 1863, nel 1876 divenne consigliere dell’Inland Revenue. Dal 1882 al 1909 fu Vinerian Professor di Common Law ad Oxford, presso l’All Souls College, e lì il suo ruolo fu particolarmente stimolante in tutte le metodiche di studio del diritto di common law. Fu uno dei quattro fondatori della «Law Quarterly Review» nel 1884, cui apportò un ponderoso contributo scientifico

    La costituzione vittoriana - il ruolo della giurisdizione

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    Il ruolo della giurisdizione nella costituzione vittoriana, così come accuratamente descritta da A. V. Dicey nell’Introduction to the Study of the Law of the Constitution, rileva, in rapporto all’aspetto che costituisce il punto focale del pensiero dell’Autore, il fulcro attorno al quale ruota l’intera arti- colazione dell’opera: the rule of law. Dicey non riserva all’argomento una trattazione organica e sistematica ma il ruolo della giurisdizione emerge comunque continuamente nel corso della lettura, perché l’importanza dei giudici in un contesto di common law quale quello britannico è indiscutibilmente cruciale. La posizione centrale di coloro i quali sono chiamati ad amministrare la giustizia nell’assetto costituzionale della Gran Bretagna è deter- minata in modo sostanziale dalla doppia natura di artefici e custodi della common law assunta dai giudici

    Le origini intellettuali del Projet pour rendre la paix perpétuelle: una teoria egoistica della sociabilità

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    Personaggio singolare l’abate di Saint- Pierre, che lascia interdetto lo studioso contemporaneo spesso incapace di conciliare il ritratto “leggero” del «bon Abbé» restituitoci dalla storiografia classica, con il segno sorprendentemente profondo che i suoi scritti hanno impresso nell’opinione pubblica del diciottesimo secolo

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