Università degli studi di Macerata: Riviste digitali
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    «The Wolf in Sheep cloathing». Per una rilettura del dibattito sulla ratifica della Costituzione degli Stati Uniti

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    Questo saggio si propone di fornire alcune ipotesi metodologiche per l’interpretazione del dibattito sulla ratifica della Costituzione degli Stati Uniti, a partire da elementi in senso ampio costituzionali che innervavano lo spazio politico dell’America post-rivoluzionaria e che complicano, e a volte mettono in discussione, schemi consolidati come la separazione netta tra Nord e Sud, tra grandi stati e piccoli stati, tra localismo e visione nazionale. La lettura che la storiografia ha riservato alla Convention costituzionale ha accentuato, soprattutto in seguito al bicentenario del 1988, il compromesso tra i sostenitori dei piccoli stati e quelli dei grandi stati e il ‘patto con il Diavolo’ dell’inclusione dello schiavismo all’interno dello schema costituzionale

    L’organizzazione del potere nel pensiero di Gaetano Mosca

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    È sempre difficile e forse arbitrario cercare di individuare una frase che abbia la forza espositiva per illuminare il tratto fonda- mentale da cui muovono le teorizzazioni di un pensatore. Tuttavia in quella proposizione sono presenti, in nuce, un impianto concettuale ed una terminologia che bene rappresentano la base di partenza per quella che sarà tutta l’elaborazione teorica del pensiero di Gaetano Mosca (Palermo, 1858 – Roma, 1941). Mosca non è soltanto un caposcuola ma viene generalmente indicato come il fondatore, almeno per quanto riguarda la dottrina italiana, di un’intera disciplina: la Scienza politica (Lombardo 1971). Dapprima con la Teorica dei governi e governo parlamentare del 1884 e successivamente con le tre edizioni degli Elementi di scienza politica del 1896, 1923 e 1939, propose un nuovo e ricchissimo ventaglio di idee attraverso cui leggere i fenomeni politici, con un approccio e con degli obiettivi diversi sia rispetto a quelli del giurista che a quelli dello storico (Bobbio 1996, pp. 3-13). Questa figura di intellettuale siciliano, professore universitario a Torino e poi a Roma, deputato e senatore del Regno, costituisce uno dei pochi esempi di studiosi italiani di scienze sociali la cui opera è conosciuta e dibattuta in tutto il mondo, e le cui influenze sono chiaramente riscontrabili nella produzione scientifica di numerosi autori, come appunto è caratteristica peculiare di coloro che vengono definiti a buon diritto come dei classici di una determinata disciplina

    Il “luogo” storico della riforma regolamentare del 1920 nella vicenda politica italiana

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    Nella sua breve vita infelice, la profonda riforma del regolamento della Camera dei deputati approvata nell’estate del 1920 e rimasta in vigore fino alla primavera del 1924 non poté dare buona prova di sé. La logica proporzionalistica e partitica alla quale essa s’ispirava, infatti, mancò di affermarsi in quegli anni, tanto dentro l’assemblea elettiva quanto, più in generale, nel sistema politico: si sovrappose e scontrò con la logica individualistica e a modo suo maggioritaria che proveniva dai prece- denti sessant’anni di vita unitaria, e insieme alla sua contendente fu infine sconfitta da una terza logica, quella partitica e una nimistica al contempo – ossia autoritaria – imposta dal fascismo. Ripercorrere la vicenda della riforma regolamentare del 1920 significa dunque scrivere la storia di una sconfitta. Una sconfitta quanto mai interessante, però. Perché in quella riforma non soltanto troviamo un passaggio cruciale del percorso ormai quasi centocinquantenale che l’Italia ha attraversato nel tentativo – vano, finora – di risolvere i problemi congiunti della rappresentanza politica e della stabilità di governo. Ma troviamo anche il passaggio nel quale, per la prima e unica volta, si sono scontrate l’una con l’altra le tre diverse soluzioni che a quei problemi il paese ha successivamente tentato di dare: appunto, quella liberale, quella autoritaria, e quella democratico-partitica. Il regolamento del 1920 diventa così un punto di osservazione privilegiato dal quale diventa possibile considerare per intero la tormentata vicenda della ricerca italiana della modernità politica

    La riforma del regolamento nel Senato nel 1988

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    Novembre 1988. Dopo una lunga gestazione, durata all’incirca un anno, un’ampia riforma del Regolamento del 1971 viene in discussione nell’Aula del Senato. Risulteranno modificati ben 46 articoli, dovendo com- prendersi in questo numero l’introduzione di 7 nuovi articoli. Il clima non è certamente paragonabile a quello, di contestazione e di scontro, che si è respirato alla Camera un mese prima, allorché fu discussa la c.d. abolizione del voto segreto. E tuttavia motivi di contrapposizione tra le forze politiche sul merito delle questioni affrontate non sono mancati. Rileggendo le cronache dell’epoca ci si accorge che la riforma dei regolamenti parlamentari appare uno dei tanti tasselli della dura battaglia craxiana nei confronti del PCI e, per alcuni versi, della stessa DC: ma questo è argomento che sarà compito degli storici analizzare. Pochi si sono accorti, in quel momento, che si era alla vigilia della caduta del Muro di Berlino, evento che a sua volta avrebbe preceduto di pochi anni il terremoto politico di Tangentopoli. Le forze politiche della c.d. prima Repubblica si muovevano ancora nella logica di un sistema pluripartitico, che vedeva – come amava dire G. Spadolini – nella DC l’asse portante dell’intera vita politica italiana. L’azione di tutti gli altri partiti – grandi, medi e piccoli – si svolgeva in funzione di contrapposizione o di alleanza con la DC: non a caso gli analisti politici qualificheranno il sistema politico come “bipartitismo zoppo” o “democrazia bloccata”

    Qualche considerazione finale

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    È assai difficile dar conto, in un intervento che non vuole essere «ostruzionistico», del senso complessivo di questa giornata: che ha mescolato interpretazioni sui regolamenti parlamentari e spunti sulla idea di parlamento che ad essa è sottostante. Certo, il momento è denso di criticità per il nostro parlamento. Credo però che non ci sia stata una “età d’oro” del parlamento italiano, e neppure riforme «tutte d’oro». Questa stessa sala così piena ed attenta, ricca di giovani, dice che il parlamento e i problemi del parlamento sono centrali nella riflessione dei costituzionalisti

    La voce del Re. I Discorsi della Coronae l’evoluzione parlamentare nel Ventennio fascista

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    È singolare che a più di sessant’anni dalla fine della Seconda Guerra mondiale sia ancora oggi impossibile valutare con esattezza la natura dei rapporti fra Corona e Fascismo. Eppure, si tratta di un tema tutt’altro che secondario in relazione alla portata storica del movimento fascista per le sorti interne ed internazionali dell’Italia. Né si sottovaluti il fatto che un approfondimento di questo tipo rappresenterebbe oggi un anello essenziale a completare quelle indagini, già in buona parte condotte, sul ruolo della Corona rispetto agli organi di Governo e al Parlamento in periodo liberale. Allo stato attuale la storia istituzionale della monarchia italiana si arresta in fondo al primo novembre del 1922. A partire da questa data, infatti, le ripercussioni sulla Corona delle trasformazioni istituzionali dovute all’insediamento del governo Mussolini risultano principalmente offuscate dalla scarsità di fonti documentarie atte a ricostruire i rapporti di potere ai massimi vertici dello Stato; fatto che già di per sé rende assai complesso lo studio del grado di continuità dell’azione regia rispetto al periodo 1848-19221

    Elementi per una storia istituzionale della Romania comunista: il dispotismo di Nicolae Ceaus ̧escu

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    Sui crimini e gli arbìtri di Nicolae Ceaus ̧ escu si é detto e scritto molto. Per quanto la Romania conservi ancora una certa aura di mistero, le caratteristiche e le manifestazioni più eclatanti del comunismo di Bucarest sono diventate di pubblico dominio, si sono tradotte perfino in immagini che affiorano nel lessico politico e hanno addirittura ispirato la fantasia cinematografica con successo. Dell’epoca di Ceaus ̧ escu si rievocano fenomeni paradossali di dispotismo, una corruzione dilagante, un nepotismo diffuso e un culto della personalità sconosciuto anche alle dittature più estreme. Nella memoria collettiva sono rimaste vive la campagna per la natalità, che generò la tra- gedia delle interruzioni di gravidanza clandestine e il dramma degli orfani, e la «sistematizzazione del territorio», che avrebbe dovuto ridisegnare il paesaggio eli- minando le differenze tra città e villaggi. Lo sventramento del centro storico di Bucarest e gli scempi edilizi che ancora costellano la Romania rappresentano l’evidenza sconvolgente di questo delirio: il sogno di rifare la Romania a partire dal nulla. Degli anni ’80, in particolare, si ricordano le file davanti ai negozi di alimentari vuoti e i razionamenti di cibo ed energia, mentre il “Genio dei Carpazi” si godeva il comfort delle proprie residenze, viaggiava in elicot- tero e spendeva quasi un miliardo e mezzo di dollari per la costruzione della Casa del Popolo. Non è un caso, insomma, che per trovare un analogo letterario di questi eccessi grotteschi e surreali si sia arrivati a scomodare l’Ubu Roi di Jarry. Diversamente, le fondamenta dell’autorità di Ceausescu, forse oscurate dall’am- piezza del dispotismo che hanno sorretto, sembrano trovarsi in un cono d’ombra. In altri termini, non sono mai stati esplorati, sotto il profilo istituzionale e politico, il come e il perché un tale potere – in alcuni casi palesemente irragionevole e capriccioso – sia stato possibile, abbia potuto funzionare e sia stato longevo

    L’ispirazione giuridica in Dicey

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    L’ispirazione giuridica in Dicey, momento più elevato del pensiero dell’Autore, rap- presenta il punto di convergenza tra gli aspetti della tradizione di common law e i forti elementi innovatori che l’opera Introduction to the study of the Law of the Constitution pone in piena evidenza. Da un lato infatti non si può negare che Dicey sia prima di tutto un common lawyer, un operatore pratico del diritto che, in modo non dissimile dai suoi predecessori, ha utilizzato un approccio al discorso giuridico dal taglio assolutamente pragmatico, come meglio emergerà nel corso della trattazione. Tuttavia, allo stesso tempo, egli è stato forse il primo, tra i suoi contemporanei, ad adottare un metodo sistematico per lo studio del diritto costituzionale, legato alla necessità di superamento di un’ottica tesa a studiare il diritto in termini statici

    La Corte costituzionale nell’esperienza di un avvocato

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    A prima vista non vi sono, dal punto di vista dell’avvocato, rilevanti differenze tra la Corte costituzionale e le altre magistrature superiori nella trattazione orale della causa. Il giudizio viene infatti celebrato dinanzi ai quindici giudici costituzionali (la stessa composizione numerica che originariamente caratterizzava le Sezioni unite della Corte di cassazione) press’a poco con le stesse modalità seguite dinanzi a tutte le supreme magistrature. La trattazione è preceduta dalla relazione del giudice redattore designato, che in sostanza è costituita dalla lettura di quello che sarà il «Ritenuto in fatto» delle decisioni della Corte

    Trenta proposte di lettura

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