Università degli studi di Macerata: Riviste digitali
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Reflections on the Civil war in the period of the ideologies (1929-1939). Carl Schmitt and Karl Polanyi
The aim of this paper is to discuss the concept of civil war during the Thirties (1929-1939). To this purpose, the work analyses the development of the Civil War discourse in the thought of Carl Schmitt and Karl Polanyi, trying to focalize on the relationship between its consequences on the civil war and the conflicting ideologies which characterised that period. Hence, the Civil war is described, through these different narrations, showing two different sides of modernity: the destructive and dangerous one on the one hand, and the transformative and soteriological on the other.L’obiettivo di questo lavoro è discutere il concetto di Guerra civile durante gli anni Trenta (1929-1939). A questo scopo, il lavoro analizza lo sviluppo del discorso sulla guerra civile nel pensiero di Carl Schmitt e di Karl Polanyi cercando di mettere l’accento sulla relazione tra le sue conseguenze sulla guerra civile e le ideologie confliggenti che caratterizzarono quel periodo. Quindi, la guerra civile viene descritta, attraverso queste diverse narrazioni, mostrando i due differenti lati della modernità: quello distruttivo e pericoloso da una parte, quello trasformativo e soteriologico dall’altro
Tra guerra civile internazionale e distensione. I comunisti italiani, la guerra fredda in Europa e l’Ostpolitik
This article examines an aspect of the Italian Communist Party’s foreign policy during the Cold War: the development of an international dialogue with the West German Social Democratic Party (SPD), at the end of the 1960s. The article uses, as an interpretative tool, the concept of «international civil war», which Raymond Aron proposed in the 1980s. The concept aims at addressing the peculiar connection between power politics and transnational diffusion of the ideologies which defines the influence that the global conflict between the USA and the Soviet Union had on the national political life of the European countries. The Italian Communist Party (PCI) gradually developed a peculiar criticism of the Cold War order in Europe founded on the division of the Continent and on the constraints imposed on the domestic political options. This way the PCI came to encounter the reflections that part of the SPD leadership (moving from starting points that were autonomous and indeed far distant from those of the Italian Communists) was working out, aiming at re-framing the solution of the ‘German national question’ within the European context. From this encounter stemmed a brief but significant collaboration, which had a non-negligible influence on the PCI and on the relations between Democratic Socialists and Communists in Cold War Europe. At the same time, the Italian criticism of the international order showed ambiguities, fallacies and excessive ambitions. The ultimate failure of PCI’s strategy highlights the persistent validity of the “international civil war” paradigm as a key to interpret European Cold War politics, even during the years of “détente” between the superpowers.L’articolo investiga un episodio della politica estera del Partito comunista italiano negli anni della guerra fredda, l’avvio di un dialogo con la socialdemocrazia tedesca alla fine degli anni Sessanta del Novecento. L’ipotesi interpretativa dalla quale prende le mosse è quella di utilizzare la nozione di «guerra civile internazionale» – proposta in passato da Raymond Aron – per dare conto dell’intreccio fra politica di potenza e diffusione transnazionale delle ideologie che definisce, nel periodo in questione, l’influenza del confronto globale fra Stati Uniti e Unione Sovietica sulla vita politica dei paesi europei. Si segue dunque lo sviluppo all’interno del Partito comunista italiano di una linea di contestazione di questo ordine europeo della guerra fredda fondato su divisione del continente e limitazione delle opzioni politiche interne. Su questa linea il PCI incontrò alla fine degli anni Sessanta l’elaborazione che, autonomamente e partendo da presupposti del tutto differenti, una parte del gruppo dirigente della socialdemocrazia tedesca stava portando avanti con l’obiettivo di una ricollocazione della questione nazionale tedesca nel contesto europeo. Dall’incontro fra questi due progetti nacque una collaborazione significativa, la quale, anche se di breve durata, lasciò tracce non trascurabili – sul PCI in primo luogo, e sui rapporti fra socialdemocratici e comunisti nell’Europa della guerra fredda in generale. Di quel disegno italiano di contestazione dell’ordine internazionale, tuttavia, vengono esaminate con attenzione le ambiguità, le incongruenze e gli aspetti velleitari, che chiariscono la persistenza del paradigma della “guerra civile internazionale” anche nei periodi di “distensione” – fra le grandi potenze e nel quadro europeo
The Challenges of the Romanian Constitutional Tradition. II. Between Constitutional Transplant and (Failed) Cultural Engineering
Il costituzionalismo rumeno moderno è stato costruito attraverso un massiccio trapianto costituzionale. A causa delle ragioni di fondo e dell’opera dei suoi attori, il trapianto costituzionale fu complessivamente irrazionale. Questa irrazionalità diede vita ad una intensa critica intellettuale denominata “la teoria delle forme senza sostanza” che fu appunto confermata dal fallimento del trapianto costituzionale alla fine della seconda Guerra Mondiale. Oggi, il costituzionalismo rumeno e la relativa tradizione costituzionale” sono continuamente segnati dal passato.The Romanian modern constitutionalism has been built through massive constitutional transplant. Due to its background causes and the work of its actors, the constitutional transplant was generally irrational. This irrationality gave birth to an intense intellectual criticism labelled “the theory of forms without substance” which was pertinently confirmed by the failure of the constitutional transplant at the end of the 2nd World War. Nowadays, the Romanian constitutionalism and the Romanian “constitutional tradition” are continuously marked by the negative accomplishments of its constitutional past.
Ancora in tema di cultura giuridica e colonizzazione. Prime note sul Corso di diritto coloniale di Santi Romano
This essay is aimed at reconsidering the relationship between colonial experience and legal culture, moving from an analysis of Santi Romano’s Corso di diritto coloniale. Romano’s Course on one hand confirms the importance of the role played by the legal discipline in legitimizing and organizing Italian colonialism in the twentieth century, and on the other hand it shows how his thoughts on colonial issues did constitute an important part of Romano’s intellectual path between the late nineteenth century and the end of the First World War. In this perspective, the little attention paid by many studies dedicated to this author to the colonial law component of his discourse, confirms that jurists have discarded the colonial experience from their field of research; whereas Romano’s reflections indeed confirm that colonial law did constitute a relevant component of the debate among jurists during the first half of the twentieth century – a debate which can still provide very interesting inputs for today’s scholars in public law.Questo lavoro intende riprendere un ragionamento attorno ai rapporti tra esperienza coloniale e cultura giuridica muovendo da un’analisi del Corso di diritto coloniale di Santi Romano. Il Corso di Romano infatti, se da una parte conferma l’importanza del ruolo che svolse la scienza giuridica nel legittimare ed organizzare il colonialismo italiano del Novecento, dall’altra mostra che le questioni coloniali costituirono un importante terreno di riflessione all’interno della parabola intellettuale che Romano compì tra gli ultimi anni dell’Ottocento e la fine del primo conflitto mondiale. In questa prospettiva, la scarsa attenzione che i molti studi dedicati a questo Autore hanno prestato alla componente giuscoloniale della sua riflessione, attesta la rimozione della vicenda coloniale dall’orizzonte di studio dei giuristi, laddove proprio la riflessione romaniana conferma che il diritto coloniale costituì componente niente affatto secondaria di quel dibattito che si svolse tra i giuristi durante la prima metà del Novecento e che si rivela ancora oggi portatore di importanti sollecitazioni per gli studiosi di diritto pubblico
La Rivoluzione francese e la Grecia. Quattro scritti di propaganda filofrancese di Korais
This paper analyses the four propaganda writings by the Modern Greek Enlightenment philosopher Adamantios Korais, written between 1798 and 1805. The main issue is made up by the overlap between the values of the French Enlightenment, mediated by the French Revolution, and the rising nationalism. This text is divided into four sections: in the first one, the background of the Ottoman Balkans at the end of the XVII Century is briefly described, deeply highlighting the religious and social context; in the second one, some biographical mentions on Korais are done; in the third one, the transposition and the process to adapt the French ideas for the Greeks is underlined, focusing the attention on the aim of Korais to develop a revolutionary “pedagogy” meant to spread the principle of the French Revolution. These had to be intended as the national emancipation from the Ottoman Empire. At the end, some considerations on the Modern Greek case study, in particular on Korais’ work are made, in order to deepen the connection between the late Enlightenment and the rise of nationalism, as opposed to the stereotype of an intrinsically cosmopolitan Enlightenment century.Il saggio analizza quattro saggi propagandistici dell'illuminista neogreco Adamantios Korais, redatti tra il 1798 e il 1805. Il nodo principale è costituito dalla sovrapposizione tra i valori dell'illuminismo francese, mediati dalla Rivoluzione, e il nascente nazionalismo. Il testo si struttura in quattro sezioni: nella prima viene sinteticamente illustrato il quadro dei Balcani sotto dominazione ottomana alla fine del Settecento con particolare attenzione al contesto sociale e religioso; nella seconda vengono fatti alcuni cenni biografici su Korais; nella terza, vengono analizzati la trasposizione e i processi di adattamento operati da Korais delle idee francesi per i greci, insistendo sul tentativo di Korais di mettere in campo una vera e propria “pedagogia” rivoluzionaria che avrebbe dovuto diffondere i principi fondamentali della Rivoluzione, ma declinati in chiave di emancipazione nazionale dall’Impero ottomano; infine vi sono alcune considerazioni sul ruolo del caso di studio neogreco ed in particolare dell'opera di Korais per approfondire il nesso tra tardo illuminismo e nascita del nazionalismo, rispetto allo stereotipo che raffigura il secolo dei Lumi come intrinsecamente cosmopolita. 
Il contratto sociale nell’Illuminismo scozzese: percorsi della ricezione e della critica di un’idea moderna
This essay analyses the influence of modern natural law, and particularly the theoretical elaborations made by Grotius and Pufendorf, upon certain thinkers of the Scottish Enlightenment. It focuses on Gershom Carmichel, Francis Hutcheson and Thomas Reid – who held, at different times, the chair of moral philosophy at the University of Glasgow – in order to highlight the peculiarity of the reception of the contractual theory by the manifold trends of the philosophical, political and moral reflection of the Scottish Eighteenth century. The episode of the Scottish interpretation of the doctrine of the “duo pacta et unum decretum” is significant for its deformations and simplifications, in that it testifies to the great circulation of texts and ideas in protestant countries during the first decades of the Eighteenth century. Scottish intellectuals, who are anything but closed within a provincial dimension, reformulate conceptual heritage coming from different cultural traditions, re-elaborating it in the most unlikely bedfellow fields of research on human nature. Theories will offer a distinct framing of the theme of natural rights and consequentially of that of their limitation of an associated life.In questo saggio si analizza l’influsso del diritto naturale moderno, e in particolare le elabora- zioni teoriche che fanno capo a Grozio e a Pufendorf, su alcuni pensatori dello Scottish Enlightenment. L’attenzione si sofferma su Gershom Carmichel, Francis Hutcheson e Thomas Reid – titolari in momenti successivi della cattedra di filosofia morale dell’Università di Glasgow – al fine di evidenziare la peculiarità della ricezione della teoria contrattualistica da parte delle variegate correnti della riflessione filosofica politica e morale del Settecento scozzese. La vicenda dell’interpretazione scozzese della dottrina dei “duo pacta et unum decretum” è significativa per le sue stesse deformazioni e semplificazioni in quanto attesta la grande circolazione dei testi e delle idee, nei primi decenni del Settecento, nei paesi protestanti. Gli intellettuali scozzesi, tutt’altro che chiusi in una dimensione provinciale, riformulano patrimoni concettuali provenienti da differenti tradizioni culturali, rielaborandole nei più diversi ambiti della ricerca sulla natura umana. Le teorie offriranno un distinto inquadramento al tema dei diritti naturali e a quello – consequenziale – della loro limitazione nella vita associata