Università Iuav di Venezia
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La moda a Italy at Work tra presenza e assenza / Fashion in Italy at Work: Those Present and Those Absent
La moda italiana ha conosciuto una consacrazione internazionale nel secondo dopoguerra grazie all’affermazione del concetto di made in Italy, che, da un lato, ha amplificato l’immagine dell’Italia come paese della moda, dandole un’immediata riconoscibilità, dall’altro l’ha confinata a un’idea di fare manuale e dimensione artigianale. La moda italiana è stata spesso associata all’arte rinascimentale, con specifici riferimenti al lavoro di bottega. In questo si è differenziata dalla moda francese, che nel suo dialogo con l’America ha fatto leva sulla relazione tra couture e avanguardia artistica trasgressiva. L’immaginario artigianale della moda italiana ha resistito fino al presente, rivitalizzato dai grandi gruppi finanziari del lusso ai quali sono stati ceduti molti dei marchi storici del made in Italy. Un esempio di questa duratura costruzione storiografica è la mostra itinerante Italy at Work. Her Renaissance in Design Today (Stati Uniti, 1950-1953). La mostra nasceva con l’intento dichiarato di promuovere la creatività italiana al fine di contribuire a rafforzare il fragile sistema produttivo del paese al termine della Seconda guerra mondiale. Ls presenza della moda a Italy at Work testimonia sia la crescita di un ambito culturale e di produzione di beni legati all’apparire delle persone, sia le complesse migrazioni del gusto nordamericano in Italia (e viceversa). Dal momento che un evento espositivo è sempre una costruzione selettiva della realtà, il testo esplora la moda in mostra, analizzando sia ciò che era presente, approfondendo la questione dell’artigianato artistico; sia ciò che era assente, principalmente la sartoria d’alta moda e il lusso. Nella prospettiva adottata, Italy at Work è una testimonianza di significative lacune narrative e di senso nella messa in relazione della moda italiana e del gusto nordamericano
Suolo e terra. Una ontologia insediativa alternativa dalla superficie dell’acqua
Gli effetti tangibili dell’innalzamento dei livelli del mare a livello globale hanno innescato, a partire dagli ultimi dieci anni, un crescente numero di studi sul futuro delle aree costiere e sugli altri spazi liminali urbanizzati tra terra e acqua. Il limite tra queste due materie (liquido/solido, asciutto/bagnato), storicamente progettato e concepito come un confine rigido e immutato nel tempo, si trova ora a essere letto come uno spazio di transizione dove l’acqua prende sempre di più il posto della terra, attraverso periodi di ritorno sempre più incostanti e dall’intensità non sempre prevedibile. Secondo la letteratura maggiormente legata agli scenari di lungo raggio, l’inabissamento della terra e il conseguente sorgere di un territorio umido può essere letto come una possibilità di revisione delle attuali dinamiche alla base dell’urbanizzazione, principalmente perché l’assenza della stabilità della terra dovrebbe teoricamente imporre un approccio urbano più vicino alle dinamiche ecosistemiche dell’acqua, e ad un superamento della dicotomia tra solido e liquido, ontologia ormai inadeguata per de-
scrivere questi territori. Per gli architetti che volgono lo sguardo al futuro delle città costiere maggiormente afflitte da questo scenario futuro, l’inabissamento della terra diventa l’innesco per visioni di città costruite su piattaforme galleggianti, in un ipotetico ritorno alla stagione tardo moderna degli anni ’60 del XX secolo, nel quale l’acqua diventò per un breve periodo un fertile contesto di sperimentazioni urbane e architettoniche
Il design per i patrimoni culturali. Esposizioni, narrazioni, esperienze tra fisico e digitale
Il contributo indaga il ruolo del design nei processi di valorizzazione del patrimonio culturale, proponendo una riflessione sull’impiego del dato digitale come nuovo materiale di progetto. L’integrazione tra dimensione fisica e digitale diviene strumento attraverso cui attivare, comunicare e rendere accessibili i patrimoni, in un’ottica di fruizione estesa e inclusiva. In questo scenario, il design per i beni culturali si configura come pratica capace di mediare tra tutela e innovazione, tra conservazione e proiezione, favorendo un dialogo costante tra il patrimonio materiale e quello immateriale.
L’articolo approfondisce il potenziale progettuale del dato digitale, riconoscendone la duplice natura di contenuto e strumento. Tale prospettiva consente di interpretare musei, archivi e spazi pubblici come ambiti di sperimentazione, nei quali il dato diventa risorsa per la costruzione di esperienze narrative e relazionali. La ricerca individua tre principali tipologie di intervento fondate sull’uso del dato: datificazione, che struttura e rende interrogabili le collezioni; rappresentazione, che ne visualizza relazioni e complessità; e narrazione, che costruisce esperienze interpretative, immersive e partecipative.
Attraverso l’analisi di casi studio nei musei del design, il contributo evidenzia come il dato possa supportare la generazione di nuove forme di conoscenza e di interazione con il patrimonio, ponendosi al centro di processi di valorizzazione data-driven. In tale prospettiva, il museo è reinterpretato come database narrativo e dispositivo culturale dinamico, nel quale il design agisce come disciplina abilitante capace di articolare connessioni, promuovere consapevolezza culturale e costruire un rapporto rinnovato tra pubblico, tecnologia e patrimonio
In accordo: la rappresentanza del non-umano nel governo del territorio
Negli ultimi anni, i governi di molti stati in tutto il mondo hanno iniziato ad attribuire personalità giuridica a fiumi e laghi, dimostrando che e possibile compiere un sostanziale passo in avanti verso la tutela ambientale a partire dal riconoscimento del diritto di esseri non-umani, entità ed ecosistemi. Questa innovazione apre la strada a un radicale cambiamento nella maniera di concepire ed elaborare le forme di governo del territorio. A partire da questo riconoscimento, con quali modalità è possibile avvicinarsi, riconoscere, comprendere e "tradurre" le istanze e i diritt di fiumi e laghi cosi come di altri esseri ed entità non-umane:
Il contributo avvia una discussione sul concetto di "accordo" (attunement) tra umano e non-umano inserendosi ne filone di studi neo-materialisti che stanno riflettendo sulla"vitalità di entità che pur essendo parte integrante degli ecosistemi abitati dall'uomo sono di fatto ad essi subordinate ed escluse dai processi decisionali. Ampliando gli orizzonti e i metodi dell'urbanistica e della pianificazione paesaggistico-ambientale, si riflette in particolare sulle modalità di rappresentanza del non-umano per ridisegnare 1contini delle ecologie territoriali ed esplorare nuove forme di coesistenza. Questa prospettiva riconosce l'urgenza di tar coincidere giustizia spaziale e giustizia ambientale immaginando e sperimentando forme più inclusive per il governo del territorio
Design as a Driver for Capacity Building and CSR Integration.
The research investigates how design can act as a catalyst for capacity building (CB) within the digital and green transitions promoted by the European Union. While CB has traditionally been framed in development policy and organisational strengthening, little attention has been given to its integration with design processes and Corporate Social Responsibility (CSR). Addressing this gap, the study argues for a Design Driven Capacity Building (DDCB) approach, where design not only supports but activates CSR through co-creation and systemic methodologies. Methodologically, the research builds on the Interreg Central Europe Capacity2Transform project, combining competence frameworks (DigiComp, GreenComp, EntreComp) with design-led pilot actions. A case study on sustainable mobility in Venice engaged 26 young designers, a local bike association, and experts through workshops, scenario development, and public presentations. Findings show that DDCB fosters stakeholder collaboration, enhances digital, green, and entrepreneurial skills, and generates social capital by aligning CSR with territorial innovation. The study concludes that design-driven approaches can provide replicable, adaptive models for sustainable development, contributing to Agenda 2030 goals by embedding CSR into systemic CB practices
Planning for circularity: reinterpretare i wastelands nel paradigma contemporaneo della città-territorio
Le sfide ambientali, sociali ed economiche che caratterizzano il XXI secolo richiedono una riformulazione profonda dei paradigmi su cui si fonda la pianificazione territoriale. La crisi del modello di sviluppo lineare e l’erosione progressiva delle risorse naturali hanno generato paesaggi frammentati, dinamiche urbane disordinate e vaste porzioni di territorio escluse dai processi di valorizzazione. In questo scenario, il presente lavoro si propone di indagare in che modo l’integrazione tra economia circolare (EC), metabolismo urbano (MU) e gestione del suolo possa offrire strumenti teorici e operativi per ripensare la rigenerazione territoriale. L’obiettivo della ricerca è elaborare un paradigma rigenerativo per la pianificazione, capace di reinterpretare i wastelands – porzioni di territorio abbandonate o residuali – come risorse strategiche, attraverso una sintesi critica tra approcci teorici e pratiche applicative. Questi luoghi, esito tangibile di modelli insediativi superati, non sono più letti come vuoti marginali, ma come interfacce strategiche attraverso cui sperimentare nuove configurazioni spaziali e riattivare economie locali, relazioni sociali e cicli ecologici.
L’indagine si fonda sull’assunto che pianificare per la circolarità (planning for circularity) significhi andare oltre l’ottimizzazione tecnica dei flussi materiali e l’efficientamento delle risorse, per abbracciare una visione sistemica e contestuale del territorio, capace di interpretare la complessità territoriale, valorizzare le risorse latenti e attivare dispositivi regolativi innovativi. Il concetto di MU è quindi interpretato in chiave territoriale: non soltanto come analisi dei flussi di materia ed energia, ma come cornice per comprendere le relazioni tra configurazioni spaziali, processi insediativi e governance locale. In questo impianto, il suolo – e in particolare il suolo dei wastelands – assume un ruolo centrale come dispositivo rigenerativo, portatore di valori ecologici, sociali e simbolici. Non più legato unicamente alla sua dimensione quantitativa, come spesso accade nella pratica pianificatoria, può essere riconosciuto come una risorsa viva da leggere, reinterpretare e riattivare.
La ricerca si sviluppa lungo una doppia traiettoria: da un lato, una ricostruzione critica dei riferimenti teorici e delle categorie concettuali legate all’EC, al MU e alla rigenerazione urbana; dall’altro, un’analisi empirica di sei casi studio europei – Stoccolma, Amsterdam, Rotterdam, Londra, Bruxelles e Prato – selezionati per la loro capacità di sperimentare approcci rigenerativi in contesti post-industriali. L’analisi è condotta attraverso una griglia interpretativa multidimensionale, che consente di mettere in relazione le pratiche osservate con tre categorie analitiche centrali: leve politico-istituzionali, strumenti urbanistici e regolativi, e fattori di contesto. Questa matrice permette di comprendere le condizioni che facilitano – o ostacolano – la territorializzazione della circolarità e l’emergere di modelli trasformativi.
Dai sei contesti analizzati emerge con chiarezza che la rigenerazione circolare si configura come un processo strutturato e sistemico, che richiede un ripensamento profondo delle logiche territoriali. La sua efficacia risiede nella capacità della pianificazione di combinare strumenti regolativi flessibili, governance multilivello e valorizzazione delle pratiche locali. Su questa base, la ricerca propone una grammatica della rigenerazione articolata attorno a principi come adattività, prossimità, reversibilità e resilienza, che possono fungere da guida per l’elaborazione di strategie territoriali capaci di affrontare le fratture ambientali, sociali ed economiche della città-territorio contemporanea
Valeriano Pastor e Michelina Michelotto : «L’aria pareva avesse colore» : Due allestimenti per la Fondazione Querini Stampalia
Valeriano Pastor (Trieste 1927 - Venezia 2023) e Michelina Michelotto Pastor (Codroipo-Udine 1929 - Venezia 2023), sono stati allievi della Scuola di Venezia che Giuseppe Samonà costituì nel secondo dopoguerra come riforma dell’Istituto Universitario di Architettura di Venezia, dove in seguito Pastor divenne docente e ricoprì importanti ruoli fino alla direzione dell’Istituto.
Il saggio analizza il progetto dell’allestimento temporaneo come una delle modalità ‒ sicuramente meno conosciuta ‒ attraverso la quale Pastor, e con lui Michelina Michelotto, ha espresso una capacità rara di prefigurare e realizzare una grande complessità spaziale ma anche un rigore evidente.
In particolare, vengono esaminati due allestimenti realizzati nel 1987 per due mostre nella Fondazione Querini Stampalia a Venezia ‒ la mostra I Querini Stampalia. Un ritratto di famiglia nel Settecento veneziano e la mostra Cento vetri. Opere in vetro dal 1951 al 1987 ‒ nell’ambito più generale degli interventi progettati per la sede della Fondazione, facendo seguito a quelli realizzati nel 1963 da Carlo Scarpa, di cui Pastor fu allievo e collaboratore.
I progetti per questi allestimenti si confrontano non solo con il tema dell’architettura effimera, ma costituiscono inoltre uno dei passaggi di un metodo progettuale tentativo: la particolare condizione favorisce di sperimentare passi verso la soluzione progettuale più esatta, nella consapevolezza della impossibilità del suo raggiungimento
La materia del moderno: dentro l’Ala Scarpa della Gypsotheca di Possagno. Metodi e analisi di lettura tra dati analitici e conoscenza storica = The materiality in the field of Modern Architecture. Investigating Scarpa’s Wing of the Gypsotheca at Possagno. Methodologies and Critical Frameworks between Empirical Data and Historical Epistemology
The research outlines the knowledge process to assess the conservation strategy of the “Ala Scarpa” of the Museum Gypsotheca Antonio Canova in Possagno (Italy). The study, commissioned by the Ministry of Culture and conducted by Università Iuav di Venezia, is based on unpublished data obtained through non-destructive investigations. A multi-scalar approach, grounded in geomatic surveys, thermographic diagnostics, sonic and ground-penetrating radar tests, and complemented by accelerometric dynamic analyses, enabled the development of a semantic model for evaluating the structural conservation condition. The methodology, applied in a diachronic perspective, made it possible to interpret the relationship between Carlo Scarpa’s design, the original construction phases and subsequent interventions. Thus, the contribution suggests a possible evaluation process through an open and transdisciplinary dialogue