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    Le politiche dell'odio nel Novecento americano

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    Nel corso del Novecento il continente americano è stato ripetutamente segnato dall’insorgere e dal diffondersi di politiche dell’odio. Odio razziale, odio politico, odio di classe. Già a partire dall’incontro fra europei e nativi, alla fine del XV secolo, il rapporto con l’“altro” è stato attraversato, tanto nel Nord quanto nel Sud America, da un alternarsi di contrapposizioni spietate, violenze e forme di subordinazione. Il Sud segregato, l’anticomunismo e l’antianarchismo negli Stati Uniti, la strategia della “sicurezza nazionale” in molti paesi dell’America latina sono altrettanti esempi di pratiche repressive basate sull’individuazione di volta in volta di un “nemico” da combattere ed eliminare. Il volume ripercorre in chiave storica alcuni episodi di odio politico in varie realtà del continente – Argentina, Brasile, Colombia, El Salvador, Messico, Stati Uniti – a partire dai quali è possibile sviluppare una riflessione sull’importanza del riconoscimento reciproco come meccanismo di base di ogni comunità politica

    Hate and Enemy in History, Numero monografico della rivista “Diacronie. Studi di Storia Contemporanea” (guest editor: F. D. Ragno)

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    In the collection of essays entitled “Inventing the enemy” Umberto Eco proposed a “phenomenology” of hatred, highlighting how, in different periods and places, it had represented a cement to build the unity of a group or of a nation, and how it had been instrumental in the construction of specific categories of “enemies” through the centuries (Eco 2012). In the course of history, the process of creating the image of the “enemy”, has often taken place among people of the same nationality, but strategies aimed at the construction of external enemies were equally widespread. If anti-soviet rhetoric, for instance, occupied a central place in Western countries’ public debates, anti-American sentiments have manifested in different shapes and variants in several geographical areas. Practices aimed at creating terror and fear in the population for political purposes, repressive policies based on discriminatory assumptions, propaganda strategies aimed at identify enemy – whether internal or external to the community of concern –, have spanned centuries and continents, but reached unprecedented levels during the Twentieth century. The articulation of these strategies cannot be considered exclusively the purview of governments, but also of political parties, movements and even prominent intellectuals. This monographic issue intends to contribute to the creation of a space of historiographical debate on “hatred and enemy”, inevitably wide and complex, through the reconstruction of specific case studies that analyze the different shapes and forms taken by these phenomena in different times and places. Although the geographical reference horizon adopted will be quite broad, the analysis will mainly focus on Africa, Latin America and south-east Asia, regions that were transversally crossed by extreme forms of enemy-construction processes during the twentieth century. Specifically, the monographic issue will analyze the period between the end of the World War I and the end of the Cold War

    Contrastare il discorso d’odio e le politiche dell’odio: il contributo del mondo accademico

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    Il contributo propone una riflessione sulla escalation nel ricorso all’hate speech e ai cosiddetti ‘crimini d’odio’, favorita, negli ultimi anni, dalla moltiplicazione degli spazi virtuali di discussione e confronto, e sull’arricchimento del dibattito scientifico su questi temi. Inoltre, presentando alcune iniziative promosse negli ultimi anni, fornisce un esempio dei modi in cui il mondo accademico, attraverso la promozione del dialogo tra discipline e la costruzione di una collaborazione efficace con il mondo delle istituzioni e con organismi ed esponenti della societ civile, può contribuire al contrasto della diffusione del discorso d’odio e delle politiche dell’odio. Parole chiave: Contrasto del discorso d’odio e delle politiche dell’odio, Università e ricerca, Istituzioni, Società civile

    Le politiche dell'odio e il Novecento americano: un'introduzione storica

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    Negli Stati americani, pratiche, accuratamente guidate, di individuazione e stigmatizzazione del nemico e di identificazione del diverso, dell’“altro”, come “nemico”, hanno attraversato tempi e luoghi assumendo forme diverse, innestandosi su sentimenti latenti e preesistenti di timore, avversione, rancore, rigetto. Così quello del “nemico” è divenuto uno “spettro” onnipresente, un marchio da attribuire (più o meno esplicitamente), secondo le convenienze del caso, ad un gruppo etnico, ad uno specifico gruppo sociale, ad una posizione o organizzazione politica, ad una religione. Un’etichetta, dunque, spesso arbitrariamente applicata anche ad insiemi di persone che in comune avevano ben poco. Oggetto di “politiche dell’odio” sono stati, a seconda del momento e del contesto, gli indios, gli schiavi neri, i creoli, i liberali, gli afroamericani, i populisti, i comunisti, i cattolici progressisti, gli appartenenti a varie minoranze immigrate; ma anche, durante la Guerra Fredda, coloro che venivano individuati come esponenti generici della “rivoluzione dei costumi”, seguaci delle nuove tendenze artistiche, del rock, e di altre mode che, al pari delle utopie rivoluzionarie, costituivano una “minaccia per il futuro dei ‘parametri storici’ dell’Occidente nella regione: capitalismo e cristianesimo” . Nel Novecento americano, la potenza distruttiva intrinseca ad un uso massiccio della logica amico/nemico come principale chiave interpretativa di ogni tipo di confronto è stata alimentata periodicamente dall’azione di forze “nazionaliste” di stampo antiliberale, autoritario e xenofobo, e dunque escludente. Nel caso statunitense un ruolo determinante, in questa direzione, è stato svolto da organizzazioni che hanno utilizzato meccanismi di esasperata identificazione su basi etniche, religiose e sociali - e su presunte supremazie - per impedire ogni effettiva integrazione di nuovi cittadini, fino a trasformare l’acronimo WASP – White AngloSaxon Protestant - in una istanza di supremazia generatrice di discriminazione ed odio. Tale potenza distruttiva si è palesata, poi, con tutta la sua forza e a livello continentale durante la Guerra Fredda, supportata da dottrine e strategie repressive transnazionali alla cui elaborazione hanno concorso attori americani e non. Ha portato, infine, in casi tanto estremi quanto diffusi, alla giustificazione dell’eliminazione fisica dell’avversario, presentata come mezzo indispensabile alla sopravvivenza e quindi alla salvezza della Nazione, nei modi ritenuti di volta in volta più efficaci, in sprezzo dello jus cogens del diritto internazionale, così come dei più elementari principi fondanti della civiltà. In America latina, l’insufficienza dei meccanismi propri del pluralismo, che avrebbero dovuto consentire di trasformare il possibile nemico in un avversario legittimo e di regolamentare il confronto politico, ha favorito il radicarsi di forme di contrapposizione politica attraversate, e in alcuni momenti egemonizzate, da una visione manichea della competizione, fondata sulla delegittimazione dell’avversario, qualificato ripetutamente come minaccia alla salvaguardia della comunità e al mantenimento dell’armonia della Nazione. Un manicheismo manifestatosi nell’ambito dello Stato liberale, esasperato dalle modalità del confronto politico maturate in senso ai populismi e portato alle estreme conseguenze durante la Guerra Fredda . Così, pur con tutte le differenziazioni interne del caso, l’area latinoamericana ha assunto la fisionomia di un contesto congeniale al consolidamento di pratiche di esclusione fomentate, formalmente o informalmente, anche attraverso il ricorso alla violenza nella gestione dei rapporti istituzionali e la tutela di forme di concentrazione del potere nelle mani di una ristretta élite o di una forza politica dominante negando espressione politica alle forze di opposizione e reprimendo sul nascere movimenti sociali e altre forme di rappresentanza. Retoriche e comportamenti fondati su sentimenti di odio hanno introdotto, o amplificato, forti elementi di divisione all’interno delle società studiate, contribuendo ad un generale indebolimento del consenso verso alcuni dei valori fondamentali per una convivenza civile, prima ancora che per una piena affermazione della democrazia. Al tempo stesso, hanno rappresentato una minaccia concreta al rispetto dei diritti umani. Si tratta di un intreccio di fenomeni alla cui conoscenza questo lavoro intende portare un contributo, che ne vuole mettere in evidenza la complessità. Con l’intento non solo di offrire, a chi avrà la pazienza di leggerlo, qualche parziale e provvisoria risposta, ma anche di fornire spunti di riflessione utili a stimolare ulteriori confronti e ricerche sul contesto nel quale sorgono politiche di odio e sulle forme che esse hanno assunto – e vanno assumendo – in America e negli altri continenti. L’analisi del concetto di odio è un’impresa in cui si sono cimentati studiosi di diverse discipline, rivelatasi talmente ardua che neppure in specifici ambiti disciplinari è possibile riscontrare una definizione univoca della natura dell’“odio” ampiamente accettata, fino al punto che il concetto stesso resta sfuggente, ambiguo, difficilmente incasellabile in rigidi contenitori interpretativi esaustivi. In questa analisi si insisterà sulla natura sociale e politica dell’odio, rimandando, per l’approfondimento della sua componente emotiva, alle riflessioni formulate in ambito psicologico-sociale e neuro-scientifico

    L’odio negato. La desaparición forzada e la guerra civile in El Salvador

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    Il ricorso alla desaparición forzada da parte di attori chiave del conflitto armato interno in El Salvador ha rappresentato la prosecuzione di una pratica già diffusa negli anni Settanta, rinvigorita e perfezionata attraverso l’affiancamento con le operazioni militari ufficiali e dunque condotta con una certa sistematicità, la quale, sebbene non abbia raggiunto nel complesso livelli di meticolosità ed efficienza equiparabili a quelli raggiunti nell’ambito dei sistemi repressivi delle dittature militari del Cono Sud o di altri conflitti armati interni, ha costituito un elemento cardine di una strategia del terrore particolarmente atroce e spietata. Una strategia articolata, finalizzata all’annichilimento di chiunque fosse di volta in volta classificato come avversario, a prescindere dalla sua militanza o adesione a organizzazioni connotate politicamente, legittimata attraverso la riproposizione di un discorso propagandistico riconducibile per molti versi alla Doctrina de la Seguridad Nacional e incentrato sulla necessità della lotta al nemico interno ai fini della tutela della stabilità e dell’integrità del paese dalla minaccia espansionistica sovietica e di altre forze destabilizzanti attive nella regione. Una tattica della tierra arrasada, nell’ambito della quale il ricorso alla desaparición consentiva di affiancare alla repressione tangibile una repressione occultata, rinnegata, poco nota e anche per questo a lungo non indagata. A dispetto della notorietà di casi di desaparición forzada e, in generale, del ricorso a questa pratica, ampiamente diffusa nel paese e fuori, il fenomeno non è stato infatti oggetto di indagini adeguate, complice prima l’amnistia e il conseguente consolidamento dell’impunità per i crimini compiuti durante il conflitto e poi la difficoltà di reperire prove che consentissero di ricostruire i singoli casi. La difficoltà di raccolta di documentazione ha costituito, e continua a costituire, un limite che ostacola il lavoro di ricerca scientifica su questo specifico aspetto del conflitto, che risulta ancora uno dei meno studiati, soprattutto in ambito storiografico. Obiettivo di questo lavoro è dunque quello di contribuire alla riflessione storiografica sulle modalità di ricorso alla desaparición forzada durante il conflitto attraverso l’analisi dell’apporto fornito da organismi salvadoregni e internazionali alla denuncia e alla conoscenza del fenomeno, dallo scoppio della guerra civile ad oggi. Per questa via, si intende anche porre in relazione le desapariciones con gli altri atti di violenza verificatisi durante la guerra, il radicamento dell’odio nella società salvadoregna, l’impunità per i responsabili di questa tipologia di crimine e l’esito in definitiva fallimentare del processo di riconciliazione nazionale e di pace, sebbene sulla valutazione negativa del processo di democratizzazione, come si vedrà, non esista un accordo unanime a livello storiografico

    Discorso d'odio e politiche dell'odio tra passato e presente

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    Negli ultimi anni si assistito ad una escalation nel ricorso all’hate speech e ai cosiddetti ‘crimini d’odio’, favorita dalla moltiplicazione degli spazi virtuali di discussione e confronto, oggi accessibili, potenzialmente, a chiunque. Non un caso che il dibattito scientifico su questi temi abbia conosciuto, di recente, un rapido arricchimento. I saggi raccolti in questo volume costituiscono strumenti preziosi ai fini di una migliore comprensione dei caratteri del discorso d’odio e delle ‘politiche dell’odio’, cos come delle forme attraverso cui questi fenomeni si sono manifestati, nel passato e nel presente. Le autrici e gli autori hanno proposto approcci allo studio di questi temi differenti, ma per molti versi complementari, contribuendo a mettere in evidenza tanto i rischi derivanti da una sottovalutazione dei fenomeni d’odio, quanto possibili modi per contrastarne l’espansione. Il lavoro qui presentato, frutto dell’incontro tra mondo accademico, istituzioni e societ civile, aspira a stimolare una riflessione su queste tematiche, che appare quanto mai necessaria per fronteggiare in modo efficace la diffusione di quello che stato definito il virus dell’odio , alimentando una piena consapevolezza della sua potenziale forza distruttiva. In recent years there has been an escalation in the use of hate speech and so-called 'hate crimes', prompted by the multiplication of virtual spaces for discussion, today potentially accessible to anyone. It is no coincidence that the scientific debate on these issues has recently gained momentum. The essays collected in this volume represent valuable tools for better understanding the main features of hate speech and 'hate politics', as well as the shape that these phenomena have taken in the past and present. The authors tackle these issues from different perspectives, yet these are in many ways complementary, as, on the one hand, they stress the dangers and risks associated with downplaying hate speech phenomena and, on the other, they illuminate avenues for countering their expansion. The work presented here, the result of the encounter between the academic world, institutions and civil society, hopes to stimulate reflection on these issues, which appears to be all the more necessary to effectively deal with the spread of what has been effectively defined as the "virus of 'hate', nurturing full awareness of its destructive force

    El desarrollo de la capacidad de anticipación en el voleibol

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    Fil: Fotia, José. Universidad Nacional de La Plata. Facultad de Humanidades y Ciencias de la Educación; Argentina

    Detección del niño y la niña talentosos: La orientación deportiva. Ejemplo en vóleibol

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    Fil: Fotia, José. Universidad Nacional de La Plata. Facultad de Humanidades y Ciencias de la Educación; Argentina

    Detección del niño y la niña talentosos : la orientación deportiva, ejemplo en voleibol

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    Fil: Fotia, José. Universidad Nacional de La Plata. Facultad de Humanidades y Ciencias de la Educación; Argentina
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