404 research outputs found

    Filosofia e vita in Lessing

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    Facendo una ricerca su “Filosofia e vita nel pensiero classico tedesco”, vorrei riflettere sul significato pratico che Gotthold Ephraim Lessing ha dato alla filosofia. Pensare correttamente è già di per sé un’azione virtuosa. L’azione pratica deve essere diretta alla realizzazione dei diritti umani, al compimento di un’umanità al sicuro da abusi e ingiustizie. La filosofia emerge come una pratica che culmina nell’unione di pensiero e azione. Ma cosa significa qui pratica? Per rispondere a questa domanda, saranno delineati tre significati diversi e interconnessi della filosofia come pratica:a. La filosofia è una pratica maieutica;b. è una pratica di trasformazione, poiché si struttura come catharticus dei propri pregiudizi ed errori e come fermenta cognitionis;c. la filosofia è una pratica trasformatrice perché traduce il pensiero in azione o, meglio ancora, perché deve diffondere la libertà di pensiero, “agendo” per la libertà.  Researching on “Philosophy and life in classical German thought”, I have chosen to reflect on the practical meaning that Gotthold Ephraim Lessing has given to philosophy. Thinking correctly is already in itself a virtuous action. Practical action must be directed to the realization of human rights, to the fulfillment of a humanity unharmed by abuse and injustice. Philosophy emerges as a practice culminating in the union of thought and action. But what does practice mean here? To answer this question, three different and interrelated meanings of philosophy as practice will be delineated:a. Philosophy is a maieutic practice;b. it is a practice of transformation, since it is structured as a cathartic of one’s own prejudices and errors and as a fermenta cognitionis;c. philosophy is a transforming practice because it translates thought into action or, even better, because it must spread freedom of thought, “acting” for freedom

    Pragmatismo e teoria critica: Apel, Habermas, Honneth

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    La teoria critica di seconda e terza generazione (Apel, Habermas Honneth) mutua dal pragmatismo di Peirce, James e Mead importanti nuclei concettuali: a) la concezione innovativa del realismo (Apel e Habermas); b) la teoria funzionale del vero che in Habermas si trasforma nelle procedure linguistico-comunicative della formazione del consenso sul vero; c) la prospettiva etica che Habermas guadagna anche in sintonia con le riflessioni di Mead; d) infine, la concezione psicodinamica delle relazioni sociali e del comportamento etico che incide sull’elaborazione del paradigma del riconoscimento di Axel Honneth. a) Il realismo cognitivo-semiotico di Peirce e la sua concezione della comunità infinita degli scienziati contribuiscono allo sviluppo del concetto apeliano di comunità reale di comunicazione. A questa vicinanza Apel unisce l’esigenza della fondazione ultima della comunità ideale propria di quella filosofia moderna che pur voleva superare proprio grazie alla nozione di comunità illimitata dei parlanti. b) Le teorie consensualiste sul vero di Habermas, che molto insistono sulla natura collettiva e cooperativa del vero, recepiscono non solo la lezione peirceana sulla natura sociale della conoscenza e sul processo di formazione della credenza, ma anche l’empirismo di William James, in particolare l’idea dell’accordo funzionale fra verità e realtà dinamicosociale. c) Sicuramente rilevante per la trasformazione “sociale” e “procedurale” dell’imperativo categorico kantiano, presente nelle teorie eticocognitive di Habermas, è la fusione fra universalismo e utilitarismo messa in opera da Mead nei suoi Frammenti etici, ripetutamente citati da Habermas. d) L’ultima generazione dei teorici francofortesi ha mostrato un particolare interesse per la formazione dinamico-sociale del «sé» analizzata dallo psicologo sociale comportamentista Mead e messa in stretta relazione con le teorie sociali su amore, diritto e Stato dello Hegel jenese

    Linguaggio e ontologia

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    Il saggio si concentra sul significato ontologico del linguaggio in Hans-Georg Gadamer e sulla centralità della nozione di logos. Quest'ultima si lega alla dialettica prima platonica e poi neo-platonica e cristiana del rapporto uno-molti.The essay focuses on the ontological meaning of the language in Hans-Georg Gadamer and on the importance of the concept of logos. This concept is linked first with the platonic dialectic of the relationship one/multitude and then with the neo-platonic and Christian on

    Una ricerca tra architettura e musica. La composizione nelle teorie seriali

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    Nella percezione cognitiva umana l'ascolto di un brano musicale o l'esperienza spaziale dell'architettura hanno la stessa capacita di divenire immagini, idee, ricordi o memoria. La questione sulla quale sovente ci si interroga è se questa appurata "conseguenza comune" discerne da una verificata "causa comune" o se, in altri termini, esiste un'istanza che lega così strettamente la percezione di un suono e di un'architettura. Architettura e musica trovano entrambe la loro genesi nel medesimo, sublime, atto: il "comporre". Atto di "creazione" di opere nuove, certo, ma anche atto di "indagine" del complesso sistema di relazioni che strutturano i rapporti sia tra gli oggetti semplici dell’opera che tra quest’ultima e i suoi fruitori finali. Dal punto di vista teorico, i numeri e le leggi delle proporzioni armoniche sono sempre stati considerati l’elemento comune e unificante tutte le arti. Questa visione unitaria, però, non si mantiene costante nel tempo: la differente considerazione delle capacità sensoriali dell’uomo o la scissione dei saperi "scientifici" da quelli "artistici" mutano di volta in volta i rapporti tra le parti, allontanando di fatto l'idea che possa esistere un arché comune a tutte le arti. Al pari delle composizioni seriali nell'impianto compositivo delle opere più rappresentative del decostruttivismo architettonico si evince chiaramente come ogni volume acquisti una ben determinata valenza e unicità all'interno di una più o meno complessa stratificazione dinamica d'insieme. Musica e architettura sono, dunque, due forme di comunicazione che hanno molto in comune. Il substrato culturale che permette la genesi e lo sviluppo delle teorie seriali parte dalla sempre più forte consapevolezza del legame tra lo spazio, istanza fortemente radicata nella cultura architettonica, ed il tempo, concetto chiave di ogni composizione musicale. La genesi e le modificazioni delle forme dello spazio architettonico ed urbano si fondano in genere sul connubio tra regole meramente geometriche ed istanze di tipo sociale ed economico che, seguendo stadi di approfondimento successivo, ne "disegnano" la composizione. Le teorie seriali, in seno all’architettura, nascono e si sviluppano dalla consapevolezza che la variabile temporale possa essere percepita anche all’interno di uno spazio geometrico classicamente inteso: il tempo in architettura genera ibridazioni continue, spesso nella forma di percezioni diverse dello spazio progettato. Lo stesso tempo, però, in quanto variabile immateriale ha bisogno di espedienti di fisicità per essere compreso: esso si trasforma quindi in tutti quegli accidenti che "nel tempo" subiscono le modificazioni da esso stesso causate. Il progetto di architettura ha bisogno di integrare in se differenti parametri sensoriali, di significato o tecnico-funzionali. La percezione della mutevolezza del tempo, facilmente percepita nell’ascolto della musica, assume diverse accezioni che consentono la percezione del ritmo in termini spaziali. Se dunque il tempo diviene una dimensione comparabile a quella dello spazio, dalla loro vicendevole “composizione” è possibile generare nuovi (e mutevoli) spazi ... Spazi di Architettura

    Per un'indagine sulla fortuna collezionistica degli affreschi italiani (strappati e staccati) in Europa e negli Stati Uniti

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    Fra il secondo quarto del XIX la prima metà del XX secolo, con la capillare diffusione lungo tutto il centro-nord italiano della prassi “estrattista”, diversi capolavori su muro del Rinascimento e del Seicento prima, del Medioevo e del Settecento poi, furono strappati o staccati dalla loro collocazione originaria per essere immessi sul mercato antiquario nazionale, ma anche, in innumeri casi, internazionale. Se già infatti nel XVIII secolo alcuni affreschi di mano di Giulio Romano già in Palazzo Ducale a Mantova finirono a Vienna, così come due frammenti di Domenico Panetti in Inghilterra, sì in quanto meraviglie dell'arte, ma soprattutto della tecnica inventata dal ferrarese Antonio Contri, il primo “rilevatore di pitture dai muri”, il primo a sperimentare il trasporto dal muro alla tela, nel secolo seguente un numero imprecisato e assai più copioso di pitture murali lasciarono per sempre l'Italia alimentando la dispersione e l’impoverimento del patrimonio pittorico italiano
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