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    Conversazione in Sicilia con Antonio Monestiroli

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    Ho costruito il testo come una narrazione poggiandomi su di un’analogia, con, in secondo piano, frammenti d’inevitabili aspetti autobiografici, per interrogare e ricomporre la visione di Monestiroli viaggiatore contemporaneo, alla scoperta della Sicilia e in particolare, di quei monumenti antichi della città e del paesaggio di Siracusa che, paradigmi di identità, offrono le ragioni per dichiarare l’attualità dei loro temi nella città presente. Così ho immaginato di accompagnare Monestiroli in una passeggiata, desiderata, ma realmente possibile tra le strade di Ortigia, alla riscoperta, insieme, delle opere della città greca e del loro permanere. Questo testo ha costituito per me quel preciso momento necessario per comprendere come l’opera e il pensiero di Monestiroli, con l’applicazione al tema della città aperta e della sua evoluzione, attribuisca valore nel progetto urbano alla scala del paesaggio, alla campagna e al carattere della natura, ancora, affermo, entità astratta della città aperta di Monestiroli. Il libro, infine, si conclude con un racconto-confessione autobiografico di Antonio Monestiroli che ha voluto narrare la sua vita e la sua educazione milanese all’architettura attraverso gli episodi salienti, i suoi importanti maestri di architettura, le sue opere progettate e costruite e la sua parola scritta e stampata che hanno costruito i capisaldi della sua vita di architetto e di docente al Politecnico di Milano

    Public Nature

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    Public Nature, il tema prescelto per questo numero della rivista, unisce nel titolo quella polisemia dei termini che evocano da una parte la vocazione pubblica, civica del progetto, dove la costruzione dello spazio aperto esplicita il suo carattere inclusivo -la natura pubblica- quale origine della vita comunitaria e, dall’altra, l’importanza della risorsa culturale che la Natura, sia essa suolo, acqua, vegetazione, fauna o altro, costituisce quale palingenesi per il presente e ancor più chiaramente per il futuro. Lo spazio aperto è potenzialmente il luogo della democrazia che possiede lo status di cosa viva e mutevole e proprio perché accoglie e appartiene a tutti ed è, quindi, per sua stessa natura, una procedura aperta, fondata su una processualità open source, in cui organizzare il cambiamento. È il luogo dell’integrazione, nel suo collocarsi tra la sfera pubblica e quella privata, tra la sfera collettiva e quella individuale. Allo stesso tempo è la dimensione in cui la Natura, nell’idea di città aperta, può entrare e appartenere, come in antico, alla costruzione urbana. Mettere al centro di qualunque trasformazione, lo spazio aperto, collettivo e naturale, conferendogli il ruolo primario nell’azione di trasformazione, ha conseguenze importanti negli esiti dell’abitare contemporaneo e fondanti la vita civica delle città e delle comunità: è il nodo dal quale non si può prescindere per svolgere un ragionamento di responsabilità nella pratica del progetto di paesaggio

    Progetto di Residenze in Piazzale Fedro, Parma, Isotta Cortesi.

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    Le residenze in piazzale Fedro è presentato nel testo Figura e Paesaggio nell’Architettura Italiana, edito nel 2013 da Aionedizioni. Il progetto è l’esito di un percorso di ricerca progettuale applicata al tema della costruzione di edifici residenziali come misura della distanza tra la città compatta e la nuova periferia dispersa. Il margine sud-orientale della città (di Parma) si sfrangia dalla fitta compagine di unità residenziali di iniziativa pubblica per volgersi verso i nuovi quartieri di edilizia privata ad alta densità, caratterizzati da volumetrie incongrue e da un sistema viario a scorrimento veloce. Si tratta di un’area di completamento in cui l’edificio è il caposaldo terminale di un intervento edilizio progettato già negli anni Sessanta, affrontando un tema irrisolto tra “case alte medie o basse”. L’edificio sperimenta il rapporto, di contiguità e di contrasto, tra la superficie muraria, dalla tessitura in laterizio, ed il sistema pilastrato che disegna il perimetro della costruzione ed afferma, quale norma, la reiterazione del medesimo modulo che muta raddoppiandosi in prossimità dell’angolo del fabbricato. La regola della perentoria ripetizione della struttura verticale scandisce l’ordine delle campiture sempre uguali, mentre il muro di tamponamento tra le strutture persegue l’omogeneità materica, sugli angoli, con i pilastri, e si allontana, sulle facciate, per alternare piani sfalsati e via via arretrati. La contrapposizione tra la ripetuta struttura pilastrata rivestita in laterizio scuro brunito e l’apparato murario arretrato dai colori compositi, che nel dispiegarsi disegna logge fra i bastioni, vuole affermare la relazione tra la severa misura geometrica, continuamente replicata, e la fragilità di quella parte interna e celata, di una costruzione frammentata, dai tratti squillanti. Infine il cornicione, una linea orizzontale di un lucido verde acqua diviene la misura di questa variazione, degli allineamenti e delle sottrazioni: alcuni pilastri si interrompono lì dove l’arretramento murario li ha resi ormai distanti dai tamponamenti e quindi distaccati dal sistema costruttivo originario. La ricerca progettuale esprime ed approfondisce nella prova costruita alcuni strumenti della messa in opera e della composizione: il valore della geometria nella determinazione della forma, la reiterazione delle parti ed il loro ritmo, l’elisione come contrappunto, per citarne solo alcuni. L’assieme emisimmetrico manifesta come il progetto murato, solido e scuro nei due angoli contrapposti, offra invece, nei restanti due capisaldi della figura rettangolare, il tema dello svuotamento, che rivela la nudità della struttura di copertura ad alludere il decadere del manufatto nel tempo e alleggerita, svela contro il cielo, il disegno frammentato e l’assenza di volume
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