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    Morten Huse: Boards, governance and value creation: the human side of corporate governance

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    The subject of corporate governance, and particularly of board of directors, has received an increasing attention in the last decades (Lorsch, 1995). Since the ‘90s corporate governance has become a debated issue, because of its influence on the production and the distribution of value in organizations, and in the entire economic system (Zingales, 1998). Among governance issues, boards of directors are considered to be the most important one, because they are the organizational body at the apex of organizations (Fama and Jensen, 1983). In other words, they take the most important decisions for the firm’s future. For the relevance of corporate governance, and particularly of board of directors, in our society, it is very welcome to have a new publication on the topic. The title of the book reveals that the author starts from the premise that firms are tools to create value for the stakeholders, and that board of directors should be designed to be effective and accountable, i.e. to help companies to produce more value (Zahra and Pearce, 1989). The subtitle underlines that the focus and the main theme of the book is on the human aspects of corporate governance (Mace, 1971). This is a research-based book. It is the result of the long research experience of the author in the field of corporate governance, and particularly in the subject of boards of directors. The book is aimed at stimulating thinking on many crucial governance issues. It is not a handbook and does not provide recipes or final answers (if they exist!) to governance issues. The book is written in the management tradition, and it draws mostly from strategy and organization theories. The author adopts a behavioral perspective on boards of directors (e.g. Finkelstein and Mooney, 2003; Forbes and Milliken, 1999; Johnson et al., 1996). He goes beyond the analysis of the structure and of the public statements of board members. The book opens the “black box” of board of directors to investigate actual board behavior and the underlying processes (inside and outside the boardroom) leading to board effectiveness and value creation (e.g. Zona, Zattoni, 2007). The ultimate goal of the author is ambitious. It is to communicate research-based findings on boards and governance to a large audience including researchers, business school students, and directors. To accomplish this aim, he takes profit of his long experience in governance and boards from different perspectives: researching, teaching, and consulting

    I piani di stock option in Italia: diffusione e caratteristiche

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    I piani di stock option, uno dei cardini del capitalismo anglosassone, non sono mai stati particolarmente diffusi nel nostro Paese. Il pacchetto retributivo tradizionalmente offerto ai dirigenti delle imprese italiane comprende la retribuzione base e eventuali bonus in contanti collegati al raggiungimento di determinati obiettivi (annuali o pluriennali), ma solitamente non prevede compensi collegati al valore azionario dell’impresa. Questa situazione si è radicalmente modificata alla fine degli anni ’90, quando alcune condizioni di contesto, in primis alcuni cambiamenti nella normativa fiscale, hanno spinto numerose imprese italiane ad adottare piani di incentivazione azionaria che assegnano ai dipendenti opzioni sull’acquisto o sulla sottoscrizione delle azioni. Un po’ paradossalmente la loro diffusione nel nostro Paese avviene proprio nel momento in cui i piani di stock option subiscono un pesante attacco da parte delle autorità governative e della stampa economica anglosassone (come dimostra la citazione iniziale). In realtà, i recenti avvenimenti (si pensi al fallimento di importanti società come Enron e Worldcom) hanno messo in discussione l’intero sistema di corporate governance anglosassone e non solo la retribuzione dei top manager. Tuttavia, all’interno di questo più vasto tema, la problematica delle stock option non è secondaria e riguarda principalmente due temi: a) la corretta metodologia di contabilizzazione di tali piani; b) l’intensità della relazione tra il compenso ricevuto dal management e la performance aziendale. Vista la crescente diffusione dei piani di stock option tra le imprese del nostro Paese e l’acceso dibattito che si è sviluppato negli Stati Uniti, questo lavoro intende affrontare l’argomento con l’obiettivo di presentare le loro caratteristiche tecniche, valutare la diffusione e le peculiarità dei piani realizzati dalle imprese italiane, proporre alcune considerazioni che guidino la loro progettazione

    Economia e governo dei gruppi aziendali

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    Questo lavoro ha per oggetto i gruppi aziendali, intesi sia come aggregati aziendali sia come strutture giuridico-organizzative complesse. L’analisi economica dei gruppi aziendali costituisce un argomento di grande interesse sia per i manager e gli amministratori di aziende, sia per gli studiosi di diverse discipline. Per quanto concerne i primi, si sottolinea come la struttura a gruppo sia adottata non solo da quasi tutte le più grandi imprese che operano nei principali Paesi industrializzati, ma anche da molte imprese di piccole e medie dimensioni. Riguardo i secondi, si rileva come i gruppi aziendali abbiano attirato, e continuino ad attirare, l’attenzione di studiosi appartenenti a varie discipline come l’economia, il diritto, la sociologia, etc.. In particolare, facendo riferimento agli studi di Economia aziendale, i gruppi di imprese sono stati oggetto di pregevoli contributi che ne hanno evidenziato le caratteristiche distintive, le modalità tipiche di costituzione e le cause alla base della loro nascita. Questo lavoro si inserisce nell’ambito di tali studi con l’intento di approfondire l’analisi delle finalità che spingono manager ed amministratori di aziende ad adottare la struttura a gruppo. L’analisi è svolta principalmente dal punto di vista teorico, tuttavia i vari capitoli riportano esempi e casi empirici che hanno lo scopo di dare maggiore concretezza alle argomentazioni teoriche proposte

    La diffusione dei piani di stock option in Italia: situazione attuale e prospettive future

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    Le imprese italiane hanno introdotto i piani di incentivazione azionaria verso la fine degli anni ’90, quando il delinearsi di alcune caratteristiche dell’ambiente competitivo ed istituzionale ne hanno favorito la diffusione. Paradossalmente, tali strumenti si sono diffusi nel nostro paese proprio quando, negli Stati Uniti, l’opinione pubblica e parte della dottrina iniziavano a metterne in discussione l’efficacia. Questo lavoro intende, a distanza di alcuni anni dall’affermazione delle stock option, analizzare lo “stato dell’arte” in Italia, valutare l’evoluzione delle caratteristiche tecniche di tali strumenti, approfondire le finalità che ne hanno favorito l’implementazione, formulare ipotesi plausibili in merito al loro futuro utilizzo. I principali risultati indicano che (i) il grado di penetrazione delle stock option all’interno delle struttura organizzativa, benché crescente, risulta tuttavia ancora marginale rispetto alla realtà anglosassone, (ii) gli strumenti option-based sono principalmente indirizzati ai top manager, al fine di incentivarne un comportamento volto alla creazione di valore, (iii) nonostante l’evoluzione dell’ambiente istituzionale non sia particolarmente favorevole, le stock option sembrano destinate a rimanere un elemento importante del pacchetto retributivo dei manager delle maggiori società quotate del nostro paese

    Mivar

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    Mivar is an Italian company that pursues a focus strategy on cost. The firm produces TVs only for the Italian market, where it is the first company for market share (measured in volume). Despite the presence of large multinationals (Sony, Thomsoon, Philips, etc.), Mivar has been able to gain the leading position thanks to the cost advantage it has build over time. The case illustrates clearly that the company has been able to gain its competitive advantage through a narrow definition of the competitive scope and a persistent search for cost reduction in all the activities of the value chain. It also stimulates a discussion on the threats involved in pursuing a generic competitive strategy. The case answers such questions as “How can the competitive scope of a firm influence its competitive advantage?”, “How do various company activities contribute to creating a competitive advantage?”, “How can drivers affect the competitive advantage?”, “What threats can erode the competitive advantage?”, “How to assess and react to environmental threats?

    I gruppi di imprese

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    I gruppi di imprese sono una realtà alquanto diffusa nel nostro Paese. Non solo quasi tutte le imprese di grandi dimensioni appartengono a strutture di gruppo, ma anche le piccole e medie imprese tendono a governare un determinato insieme di attività attraverso la costituzione di più società collegate tra loro da partecipazioni azionarie (Cannari, Gola, 1996). La diffusione del fenomeno spinge sia lo studioso, sia l’uomo di azienda ad interrogarsi su quali possano essere i benefici conseguibili attraverso la costituzione di architetture societarie complesse. In altre parole, si vuole comprendere quali sono i vantaggi di tipo economico che la forma a gruppo consente di ottenere rispetto alla gestione delle stesse combinazioni economiche all’interno di una singola impresa indivisa o lasciando al mercato o alle aggregazioni “non equity” (reti o costellazioni di imprese) la regolazione dei rapporti tra più imprese indipendenti. Anche se parte delle argomentazioni sviluppate di seguito vale per differenti tipi di aggregati, qui ci si pone l’obiettivo di indagare le motivazioni di tipo economico che spingono imprenditori e manager a scegliere la struttura a gruppo all’interno del vasto insieme di alternative costituito dai vari tipi di aggregati aziendali (Airoldi, Brunetti, Coda, 1994). L’ottica con cui si indaga il fenomeno “gruppo di imprese” è quella del manager o dell’imprenditore che, ponendosi nella posizione di eventuale capogruppo, desidera capire se, ed in quali circostanze, è conveniente adottare tale struttura. Il tema è svolto richiamando sia gli aspetti teorici, sia l’evidenza empirica relativa alla diffusione delle strutture a gruppo con l’obiettivo di dare maggiore concretezza alle argomentazioni proposte. Il tema dei gruppi di imprese è stato analizzato da molti studiosi; nonostante la validità di tali studi, alcune delle funzioni che tali forme di aggregati possono svolgere non sono state analizzate sufficientemente. In particolare, gli aggregati aziendali sono sempre stati studiati con l’obiettivo di trovare la soluzione migliore al problema dell’efficienza e dell’efficacia organizzativa; pur non disconoscendo la validità di tale impostazione, si vuole dimostrare come essa non consideri alcuni aspetti rilevanti, ad esempio che essi possono essere creati anche per distribuire risorse e ricompense a favore di determinati soggetti. Inoltre, coloro che hanno analizzato il funzionamento dei gruppi di imprese lo hanno fatto prevalentemente utilizzando dicotomie o classificazioni monodimensionali (gruppi industriali verso gruppi finanziari; gruppi orizzontali verso gruppi verticali; etc.), che mal si adattano a cogliere la molteplicità di situazioni e di dimensioni che il termine gruppo di impresa sottende. In sintesi, tale contributo vuole mostrare la pluralità delle funzioni che possono svolgere i gruppi di imprese con l’obiettivo di: 1) comprendere che i gruppi di imprese non sono creati solo con l’obiettivo di migliorare l’efficienza e l’efficacia organizzativa, ma anche per altrettanto rilevanti finalità; 2) mostrare come ogni dicotomia utilizzata per descrivere ed interpretare il funzionamento dei gruppi tenda a sovrasemplificare il problema di come gestire le imprese che fanno parte del gruppo. Il lavoro si suddivide in sette paragrafi, uno per ognuna delle motivazioni alla base della diffusione delle strutture a gruppo: 1. il gruppo come moltiplicatore della capacità di controllo; 2. il gruppo come mercato misto (interno/esterno) dei capitali; 3. il gruppo come sistema di correlazione tra contributi e ricompense e come ripartitore dei rischi; 4. il gruppo come mercato interno dei beni e come ripartitore dei risultati reddituali; 5. il gruppo come mercato misto (interno/esterno) delle “competenze” e delle “risorse”; 6. il gruppo come strumento di gestione tributaria; 7. il gruppo come mix di forme giuridiche e di dimensioni. Nelle conclusioni vengono riprese le sette motivazioni che spingono alla adozione della struttura a gruppo con l’obiettivo di fornire suggerimenti operativi che facilitino la scelta tra le varie alternative

    L’assetto istituzionale delle imprese italiane

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    Nei primi anni del nuovo millennio il tema degli assetti istituzionali delle imprese, intesi come le strutture e i meccanismi che mantengono in equilibrio dinamico gli interessi che convergono nelle aziende di produzione, si presenta particolarmente vivo per diverse ragioni. I recenti cambiamenti nella normativa in materia di intermediazione finanziaria e di diritto societario hanno riproposto l’antico quesito se sia meglio regolamentare rigidamente le strutture e i modelli di governo delle imprese o se invece non sia meglio predisporre un ventaglio di alternative all’interno delle quali ogni impresa può scegliere quella più adatta alle sue specifiche esigenze. Gli esponenti del mondo dell’industria e della finanza hanno fornito un contributo al dibattito sia esprimendo alcuni commenti alle prime bozze della nuova normativa in materia di diritto societario, sia modificando il contenuto del codice di autodisciplina delle società quotate. I recenti scandali societari, che hanno investito alcune grandi imprese a livello nazionale e internazionale, hanno attirato l’attenzione dell’opinione pubblica sull’efficacia dei meccanismi che, all’interno e all’esterno delle imprese, devono sovrintendere l’operato degli amministratori e dei manager. Il libro si inserisce in questo contesto di grande vivacità per proporre una lettura attenta e critica del tema degli assetti istituzionali delle imprese italiane. In particolare, dopo avere introdotto nel primo capitolo le principali caratteristiche del sistema economico italiano e dell’assetto istituzionale delle imprese del nostro paese, l’autore concentra la propria attenzione su tre temi di grande rilevanza all’interno del dibattito attuale: l’assetto proprietario; la struttura, la composizione e le modalità di funzionamento del consiglio di amministrazione; i piani di incentivazione del top management
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