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Costantino nell’epigrafia delle province africane, con particolare riferimento al periodo successivo alla battaglia di Ponte Milvio
Unsurprisingly, the provinces of North Africa provide a substantial part of Constantinian epigraphy. In the first part of the paper some of the characteristic of epigraphic evidence from Africa are discussed, focusing on continuity and discontinuity issues. In the second part , the author considers two single cases which concern the representation of the emperor during the very first years of reign: the milestones with the monogram, which appear already during the winter 312-313; and the probably oldest appearance of the word tyrannus, used to define the political rival, in a public inscription from Thugga in Africa proconsularis . This evidence raises questions about the dissemination of imperial representation. The author suggests that both the symbol and the word tyrannus reached Africa through some official document coming from the court, very early after October 312
Defining Late Antiquity through Epigraphy?
In the last pages of his remarkable Hellenica IV (Paris 1950, pp. 108-110), dedicated to verse dedications to late antique governors and imperial officials, Louis Robert proposed to define le ‘Bas-Empire’ in the eastern part of the Mediterranean as the period characterised by such an epigraphic style, which was peculiar and distinct from the previous, being nonetheless refined and sophisticated. Robert stressed the unity and originality of such a late style – whose life extended from the second half of the third to the sixth century- and observed the correspondence existing between its age of diffusion and the «coupures chronologiques dans les institutions et la civilisation». This was a step forward from the empirical and negative definition of late inscriptions, generally merely identified by the poor quality of realization and connected to the general decline of written culture, as well as to social and political degeneration.
The individuation of a late-antique facies in Latin epigraphy (which customarily embraces the period from the VII century BC to the whole VIth century AD) has been somehow complicated by the development of a partly competing Christian epigraphy (which separated and valorised some of the written documents of late antiquity in the perspective of the history of Christianity), and in more recent times by the rise of a medieval epigraphy. Ancient scholars dealing with classical, profane Latin epigraphy showed to be aware of the difference existing between early empire epigraphic practices and late ones. But the positive recognition of a coherent ‘late style’ whose character of unity and originality can be outlined, a ‘terza età dell’epigrafia’ (‘third age of epigraphy’), is a very recent achievement; and this research field remains still ambiguously delimited. In any case, in both Latin and Greek epigraphy, the recognition of a late epigraphic habit came with a considerable delay in comparison to the discovery of a late antique world. At this proposal, it must be said that, also in recent times, epigraphists seem more concerned by defining epigraphy in itself than in its internal periodizations.
Is it indeed legitimate to speak of a distinctive, late antique culture of written displays, which involved practices such as commemorating buildings and restorations, inscribing tombstones, dedicating statues and other honorific monuments? What has been the role of epigraphic studies in shaping late antiquity in the last 50 years? How the boundaries between classical epigraphy, Christian epigraphy, medieval epigraphy in the west, and byzantine epigraphy in the east have shifted meanwhile? These are only some of the questions which are raised by such an approach. This paper aims at investigating at least some of the fundamental methodological and historiographical issues connected to the subject; more specifically, it intends to analyse how the deeper consciousness of the same concept of ‘epigraphic habit’ has modified research approaches; and how the attention newly paid to formal aspects both of inscribed texts (palaeography) and of their supports (classification, evolution, practice of reuse) may contribute to periodize this historical phase
Tantillo (Ignazio), La prima orazione di Giuliano a Costanzo : introduzione, traduzione e commento, 1997
Callu Jean-Pierre. Tantillo (Ignazio), La prima orazione di Giuliano a Costanzo : introduzione, traduzione e commento, 1997. In: Revue des Études Anciennes. Tome 101, 1999, n°3-4. p. 577
La trasformazione del paesaggio epigrafico nelle città dell’Africa romana, con particolare riferimento al caso di Leptis Magna (Tripolitania)
Le province romane del nord-Africa hanno conservato la maggior parte delle iscrizioni tardoantiche dalla parte occidentale dell’impero (Roma esclusa, ovviamente). Questa ricca documentazione – come è noto - ha fornito la base per una ricostruzione della storia di queste regioni che ne ha messo in evidenza la particolare prosperità e ha sottolineato la permanenza di una vivace vita municipale. L’Africa ci appare l’area meno toccata da crisi (prima di tutte quella del terzo secolo) e si presenta come un’isola di tradizionalismo in cui le mutazioni tendono ad esser ammortizzate più che altrove da un tessuto socio-politico saldamente ancorato ai vecchi valori . La mia relazione , che concerne problematiche prettamente epigrafiche, si propone di contestualizzare tale documentazione in un ottica diacronica e di individuare gli elementi di continuità o di discontinuità tra alto e tardo impero, soprattutto in un’ottica quantitativa. Ci si concentra sull’epigrafia delle costruzioni e soprattutto sull’epigrafia onoraria, l’epigrafia collegata alla pratica di erigere statue. Statistiche valide per l’insieme delle province africane mostrano che alcuni costumi epigrafici sopravvissero piuttosto bene in età tarda: le iscrizioni relative a costruzioni o restauri (come già mostrato da Lepelley), ma anche le dediche agli imperatori. Entrambe erano ancora prodotte, in misura inferiore al passato ma ancora significativa, financo nei piccoli centri e non subirono una riduzione sostanziale prima degli ultimi anni del IV o i primi decenni del V secolo. Altri tipi di monumenti onorari invece tendono apparentemente a concentrarsi nei capoluoghi di provincia : è il caso delle statue erette in onore dei governatori o di altri rappresentanti del potere imperiale (vicari, prefetti, comandanti militari). L’aspetto più impressionante è costituito dal fine dell’epigrafia onoraria per i notabili municipali, i decurioni più importanti, gli honorati locali. La fine di questo particolare “statuary habit” precede di almeno un secolo quella delle statue per imperatori e funzionari. Esso può difficilmente spiegarsi con eventuali difficoltà finanziarie, o con un declino e una perdita di prestigio delle istituzioni civiche; e comunque certamente non pare potersi interpretare come il segno di un mutato atteggiamento nei confronti del monumento onorario in sé, come un semplice fatto di costume : giacché di statue, per altri soggetti, se ne erigono ancora. Partendo dalla constatazione dell’esistenza di diversi “statuary habits” si ipotizza , con prudenza, che tra le cause di questa sparizione vi sia la nuova posizione acquisita dai più importanti membri delle élite cittadine – da sempre i destinatari delle statue- all’interno della società cittadina , e la formalizzazione – in termini giuridici – del loro primato e della loro superiorità, che rendeva l’onore della statua un tributo superfluo.
Nella seconda parte della relazione, è discusso il caso specifico di leptis Magna, capitale della nuova provincia di Tripolitania istituita intorno al 303 d.C. Leptis Magna è, di fatto, l’unica capitale provinciale del nord-Africa che abbia preservato una significativa documentazione epigrafica. Inoltre, Leptis è la città che ha conservato il maggior numero di testimonianze epigrafiche per il periodo corrispondente al “lungo quarto secolo” (ca. 280-425). Una breve illustrazione di alcune caratteristiche dell’epigrafia leptitana nel periodo tardoromano mostra che essa presenta insieme caratteri comparabili a quelle degli altri centri, e alcuni tratti distintivi: dalla creazione di gerarchie nella collocazione del statue onorarie, allo sviluppo di espedienti testuali e paratestuali appropriati ai nuovi sviluppi dello stile epigrafico tardo (come il “signum distaccato”). Particolarmente importante appare il fenomeno del reimpiego delle iscrizioni, una caratteristica di tanta produzione tardoantica, che a Leptis assume dimensioni del tutto eccezionali, nonostante l’ampia disponibilità di materiali. Due tipi di reimpiego sono presi in considerazione: quello in cui un supporto è riusato per accogliere una o più nuove iscrizioni, e quello in cui un supporto, nato per accogliere un testo, viene reimpiegato come materiale da costruzione (nei cantieri aperti tra la fine del III e la prima metà del IV) e perde la sua funzione originale. A tal fine ci si avvale di uno studio sistematico effettuato sui supporti scrittori di Leptis, che ha permesso di costruire una classificazione tipologica a una cronologia di tali supporti. Dal censimento delle iscrizioni perse attraverso i vari tipi reimpiego, emerge una situazione molto diversa da quella, appiattita, che ci fornisce la lettura di un corpus tradizionale. In particolare appare che, a partire dalla fine del III secolo per ogni nuova iscrizione incisa, in media se ne distruggevano due. Che il paesaggio di scritture del periodo tardo evolveva per selezione , non già per accumulo, come in altri luoghi o città . Una selezione severa, che obbediva a criteri e logiche solo in parte per noi intellegibili. Il caso di Leptis è certamente eccezionale, ma non si esclude che situazioni simili possano rilevarsi altrove, soprattutto nei centri più grandi che conobbero una intensa attività di riqualificazione urbanistica in epoca tarda. In ogni caso proprio per la sua eccezionalità Leptis – l’esistenza di una selezione delle scritture - fornisce un campo d’indagine privilegiato per comprender l’atteggiamento tardoantico verso il patrimonio ereditato di scritture esposte. Mostra che i confronti con l’altro impero basati su statistiche puramente numeriche, rischiano di restituirci un’immagine incompleta della facies epigrafica tardoantica. Il caso di Leptis, infine, ci spinge a ragionare non tanto in termini di accumuli, ma in quelli di paesaggi epigrafici, che contraddistinguono le varie epoche
«Le orme dell’imperatore». La proscinesi tra immaginario retorico e pratiche cerimoniali
Lo studio del cerimoniale di corte romano può avvalersi di un dossier documentario non ancora sfruttato. Esso è quello costituito da richieste, petizioni, di età imperiale conservate per larga misura (ma non solo) nei papiri. L’analisi di alcuni specifici aspetti del loro formulario - il riferimento ai piedi o alle “impronte” del sovrano - fornisce in effetti una serie di paralleli, sia sul piano della rappresentazione sia su quello della prassi, all’evoluzione del modo di omaggiare, salutare e richiedere benefici all’imperatore tra principato e tarda antichità. Il formulario dei documenti esaminati può considerarsi una trasposizione retorica di quanto avveniva concretamente (o quanto si pensava avvenisse) nel cerimoniale imperiale, mentre l’abitudine di collocare le richieste ai piedi delle statue conferma che tra l’immaginario e la prassi vi era un legame diretto e forte.
The study of the Roman court ceremonial can rely on a group of evidence which has not yet been adequately exploited. This evidence consists of requests and petitions preserved mainly (but not only) in the Egyptian papyri. The analysis of certain specific aspects of their formulary - the reference to the sovereign’s feet or to his "footprints" - provides in fact a series of parallels, both on the plane of representation and on that of practice, to the evolution of rituals through which people addressed, petiotined and paid homage to the prince during the Roman empire. The formulary of such documents can be considered a rhetorical transposition of what happened concretely (or what was thought to happen) in the imperial ceremonial, while the habit of placing petitions at the foot of the statues confirms that between the imaginary and the practice there was a direct and strong link
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