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Sociologia per la persona: le ragioni di un dizionario
In Italia, molti sono i sociologici che hanno contribuito alla definizione del paradigma di una sociologia della persona. I pilastri portanti di questo paradigma sono stati eretti, in epoche storiche differenti, da tre importanti studiosi: Luigi Sturzo, Achille Ardigò e Vincenzo Cesareo. Il contributo originale e specifico di questi tre autori è di aver individuato le coordinate fondamentali, alle base degli sviluppi successivi: la coordinata storica e integrale (Sturzo), quella fenomenologica ed ermeneutica (Ardigò) e infine quella costruttivista e umanista (Cesareo)
Spersonalizzazione
L’homo economicus e l’homo sociologicus concorrono a configurare un’idea molto passiva e strumentale della persona. In primo luogo, sembra che la persona sia manipolabile dai sistemi sociali o dal libero mercato, dominata da forze sociali esterne, o modellata da una combinazione di istinti e cultura, e cioè dalla disposizione dei bisogni. In secondo luogo, si tende a trascurare sia la profonda influenza delle azioni personali sulle questioni collettive, sia i riflessi antropologici e psicologici che le trasformazioni storiche hanno sulla vita interiore dell’essere umano. Infine, si realizza un’operazione riduzionistica della persona, ridotta a fonte di energia dei sistemi sociali, a organismo comportamentale, incapace di fronteggiare il mutamento sociale e di interpretare criticamente la realtà sociale in cui vive. Sebbene, le persone siano sopraffatte da forze sociali contrastanti e contraddittorie, siano esse la serialità spersonalizzati dei sistemi sociali autoreferenziali, oppure l’imperativo categorico del consumo per il consumo, la soggettività non è mai riducibile ad un’azione passiva, ma è sempre per definizione capace di interpretazione, critica, autocritica e mediazione tra sé e la realtà sociale, che la condizione, ma non la determina
La società del risentimento. Alle origini del malessere contemporaneo
Quanto e come il risentimento condiziona la nostra vita collettiva? Negli ultimi anni il risentimento ha attirato su di sé l’attenzione degli studiosi delle scienze politiche e sociali quale elemento cruciale di quella che è stata descritta come l’“era dell’odio”. È unicamente espressione di una cultura della rivendicazione fine a sé stessa, figlia di un sentimento di frustrazione e di impotenza? Oppure è indicativo di un desiderio di cambiamento e di giustizia sociale? Scopo di Stefano Tomelleri è l’esplorazione dei presupposti antropologici e sociologici costitutivi del risentimento. A partire dalla riflessione di Friedrich Nietzsche e attraverso l’opera di René Girard, l’autore delinea un modello sociologico del risentimento essenziale per gli esperti di scienze sociali: una risorsa preziosa per tutti coloro che sono impegnati nella ricerca dei profondi legami esistenti tra la nostra vita affettiva e le grandi trasformazioni storiche e sociali.How much and how does ressentiment affect our collective life? In recent years, ressentiment has drawn the attention of scholars in the political and social sciences as a crucial element of what has been described as the “age of hatred.” Is it an expression of a culture of vindication for its own sake, the child of a feeling of frustration and powerlessness? Or is it indicative of a desire for change and social justice? Stefano Tomelleri's aim is to explore the anthropological and sociological assumptions constitutive of ressentiment. Beginning with the reflections of Friedrich Nietzsche and through the work of René Girard, the author outlines a sociological model of ressentiment that is essential for social scientists: a valuable resource for all those engaged in researching the deep links between our affective lives and major historical and social transformations
L'identità bergamasca oggi
Per capire chi sono i bergamaschi oggi, bisogna partire dai bergamaschi di ieri. L'intervista televisiva evidenzia come in passato il desiderio di sintesi fosse più forte: uno degli elementi comuni ai residenti in città, pianura o valli, per esempio, era la profonda religiosità cattolica. Oggi invece fatichiamo a vedere questa sintesi: sono cambiate le identità, il tessuto sociale ed imprenditoriale
Quando l’habitus fa il monaco: mutamenti sociali, stili di vita e disuguaglianze
The research question is why poor education is one of the main social de-terminants of health, as is poverty and social exclusion? The theoretical hypothesis is that education contributes to defining people's lifestyle or habitus. Education allows to build character skills (elements of habitus), such as conscientiousness, emotional stability, openness to experience, perseverance, responsibility. In complex adaptive health systems, the multiple interactions and relationships between people and ele-ments of the system mean that character skills are strategic
Islamic suicide and the open horizon of human rights
The article is about the way knowledge is shared among different points of view. Today the sharing of knowledge underscores one of the most controversial and critical issues in scientific research by posing the question of how very different versions of the same social or cultural facts can co-exist. This issue concerns not only scholars and research workers, but involves many citizens too, since the co-existence of different points of view is also changing our increasingly global society where different cultures, traditions and values co-exist.
From an epistemological point of view, the relationship between different types of knowledge also implies the type of relation that is present between the individual “knowledge of the facts” and the “facts” themselves. Our relationship with reality changes radically according to how we imagine this relation to be. Indeed, I shall try to show that our implicit epistemologies do not solely concern scientists and research workers but all free citizens because in today’s global world the way we conjugate the representation of reality with reality makes a difference in whether it is possible to have a democratic co-existence
Radici antropologiche e sociali
Il contributo tratta il tema delle radici antropologiche e sociologiche della violenza. Nei principali manuali nazionali e internazionali di sociologia essa è definita come una variabile dipendente: un effetto di forze sociali in conflitto tra loro, uno strumento del potere, una violazione estrema delle norme. L’analisi sociologica della violenza è stata spesso guidata da imperativi sociali e/o politici che hanno plasmato e deformato la nostra comprensione del fenomeno. La maggior parte dei sociologi ha ridotto la violenza a devianza e a oggetto di studio della criminologia. In realtà, la violenza è anche, in modo complementare, una sorta di lente d’ingrandimento sulle società, una condizione epistemologica, un punto di vista da cui osservare la realtà sociale, come attesta una bibliografia comunque assai corposa. Esiste un’ampia letteratura della sociologia, comune a gran parte delle scienze sociali, che assume la violenza a categoria originale. Questa tradizione di studi, riconducibile solo in parte alla tradizione di studi sul conflitto, riconosce nella relazione tra persone, gruppi, organizzazioni, ecc. la matrice sociale della violenza
Editoriale. Luoghi e forme della collaborazione
La collaborazione, da un punto di vista formale, può essere definita come un’interazione di scambio in cui gli attori sociali traggono un reciproco beneficio dall’essere insieme. È un’interazione sociale caratterizzata da alcuni tratti specifici: 1) la natura pratica, rituale e simbolica; 2) l’interdipendenza tra i soggetti, che pone attenzione alla reciprocità tra le persone che collaborano; 3) il ruolo della fiducia come condizione di base per il coordinamento reciproco; 4) il benessere e la soddisfazione emergenti delle interazioni collaborative
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