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    L'ordine liberale: tra crisi e critica

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    Gruppo di brevi recensioni (curate da Stefano De Luca) dei seguenti volumi: Vittorio Emanuele Parsi, Titanic. Il naufragio dell’ordine liberale, Bologna, Il Mulino, 2018, pp. 220 (autrice Giulia Iacovelli); Sonia Lucarelli, Cala il sipario sull’ordine liberale? Crisi di un sistema che ha cambiato il mondo, Milano, Vita e Pensiero, 2020, pp. 284 (autrice Giulia Iacovelli); G. John Ikenberry, Un mondo sicuro per la democrazia. Internazionalismo liberale e crisi dell’ordine globale, Milano, Vita e Pensiero, 2021, pp. 390 (autore Antonio Campati); Jan Zielonka, Contro-rivoluzione. La disfatta dell’Europa liberale, Roma-Bari, Laterza, 2018, pp. 192 (autore Francesco Romano Fraioli); Jean-Claude Michéa, Il lupo nell’ovile. Diritto, liberalismo, vita comune, Milano, Meltemi, 2020, pp. 142 (autore Francesco Romano Fraioli); Andrea Zhok, Critica della ragione liberale. Una filosofia della storia corrente, Milano, Meltemi, 2020, pp. 374 (autore Giuseppe Sciara); Ivan Krastev, Stephen Holmes, La rivolta antiliberale. Come l’Occidente sta perdendo la battaglia per la democrazia, Milano, Mondadori, 2020, pp. 282 (autore Stefano De Luca); Anne Applebaum, Il tramonto della democrazia: il fallimento della politica e il fascino dell’autoritarismo, Milano, Mondadori, 2021, pp. 158 (autore Stefano De Luca)

    Fortuna e ironia come categorie del realismo politico

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    Si sa che il realismo politico con le sue svariate derivazioni e sintesi è una vera e propria galassia refrattaria a ogni reductio ad unum. Ciò detto, si sa anche che tutte le galassie esistenti possono essere classificate in base alle loro caratteristiche morfologiche – o perlomeno alcune. È appunto tra quelle del realismo che si possono collocare coloro che hanno rivolto la propria attenzione a quelle dimensioni della dinamica politica tradotte appunto nelle categorie analitiche legate ai concetti di «fortuna» e «ironia» che sono l'oggetto di studio di questo saggio

    Realismo politico e scienze sociali

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    Le nuove tendenze delle scienze socialie la tradizione del realismo politic

    Greening the transportation sector: a methodology for assessing sustainable mobility policies within a sustainable energy action plan

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    The reducing use of fossil fuels and greenhouse gas emissions is one of the main aims of urban planning. These objectives directly involve urban activities which are responsible for 80% of energy consumption and CO2 emissions and indirectly the transport sector which contributes in the range of 20%–40% in terms of consumption of fossil fuels and emissions of greenhouse gases and particulate matter. In this context, the simulation, the evaluation and the implementation of sustainable mobility policies are a crucial challenge for decision makers and analysts. At this aim, the paper proposes an integrated modelling framework which, following a bottom-up approach, combines a transportation simulation model (demand, supply and supply-demand interaction) with traffic fuel consumption and vehicle emission models. The aim was twofold: 1) specify and implement a modelling framework characterised by a level of detail not usual in literature and able to estimate fuel consumptions and greenhouse gas emissions with respect to any transportation scenario; 2) investigate the effects of different transport policies by applying the system of models. The proposed methodology was implemented to the urban context of Salerno municipality (Southern Italy), within the development of the sustainable energy action plan

    Differenzialista e selettiva: la via italiana alla civic integration e la sua rilevanza per gli studi sul nazionalismo

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    Con la pubblicazione della Carta dei valori della cittadinanza e dell’integrazione nel 2007 e con l’emanazione dell’Accordo di integrazione nel 2009, l’Italia ha ufficialmente aderito alla prospettiva della civic integration. Questa visione delle politiche di inclusione dei non cittadini, negli ultimi quindici anni, si è andata affermando in buona parte dell’Europa: apparsa in Olanda sul finire degli anni Novanta, si è poi rapidamente diffusa in molti stati dell’Unione (Carrera e Wiesbrock 2009; Kostakopoulou 2010). In breve, l’idea di integrazione civica si traduce concretamente in specifici obblighi nei confronti dei cittadini di paesi non comunitari, i quali sono tenuti a soddisfare alcuni requisiti per essere autorizzati a fare ingresso e/o a soggiornare nel territorio di uno stato europeo. Più in dettaglio, questi soggetti sono tenuti ad apprendere la lingua del paese ospitante e i suoi valori civici e culturali, superando esami e test che certificano il raggiungimento dei requisiti linguistici e civici (Joppke e Morawska 2003). In Italia, con l’introduzione dell’Accordo, l’integrazione, da diritto, si trasforma in dovere (Biondi dal Monte e Vrenna 2013) – dimostrare di essere “integrati” diventa una condizione necessaria per il proseguimento del soggiorno legale –, mentre si registra una controversa intersezione tra politiche di ammissione e politiche di integrazione (Caponio 2012). Nello specifico, il rinnovo del permesso di soggiorno è condizionato al soddisfacimento di alcuni requisiti: tra questi, il conseguimento di un certo livello di conoscenza della lingua, delle istituzioni e della cultura civica italiane. I contenuti della declinazione italiana della civic integration sono definiti nel Piano per l’integrazione nella sicurezza Identità e Incontro del 2010, una sorta di documento programmatico che esprime la strategia del governo italiano in materia di inclusione degli stranieri. Il Piano, oltre a descrivere l’immigrazione in Italia come un fenomeno temporaneo e non strutturale, veicola un approccio differenzialista e culturalista al tema dell’integrazione (Gargiulo 2012 e 2014; Russo Spena e Carbone 2014): i non cittadini sono sostanzialmente rappresentati come soggetti radicalmente diversi dai cittadini e come potenziali minacce alla sicurezza e all’integrità nazionali; come tali, sono tenuti ad accettare le regole e i valori della comunità italiana se vogliono continuare a risiedere legalmente in Italia. La visione dell’integrazione che emerge dal Piano – e, più in generale, da altri documenti di policy e da discorsi politici che, finora, hanno accompagnato e definito l’adesione italiana al modello della civic integration – è estremamente interessante, e decisamente poco studiata in Italia, dalla prospettiva degli studi sul nazionalismo. Questa visione, infatti, si ispira esplicitamente a un modello di nazionalismo di tipo civico – i non cittadini, formalmente, sono tenuti in maniera esclusiva ad adeguarsi alle regole “repubblicane” e “costituzionali” – ma presenta evidenti caratteri di un nazionalismo di tipo etnico – la comunità italiana è definita, ma non descritta in maniera chiara e credibile, come un’entità coesa e culturalmente unitaria, a cui si contrappongono gruppi nitidamente diversi. Di conseguenza, le interazioni tra cittadini e non cittadini sono lette da una prospettiva esclusivamente culturale e non materiale. Inoltre, l’accento sulla dimensione della sicurezza tende a enfatizzare la dimensione conflittuale, nascondendo o comunque mettendo in secondo piano dinamiche relazionali che, di fatto e al di fuori delle analisi istituzionali, contribuiscono, nel quotidiano, alla costruzione di una nazione di cui fanno parte tanto i cittadini in senso formale quanto gli stranieri residenti in Italia
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