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When the Goal is not a Goal: Japanese Junior Football Players Working Hard at Their Game
Il mito del ‘selvaggio balbettante’ e l’origine della poesia giapponese
Il Man’yōshū (seconda metà dell’VIII Secolo) è la più antica raccolta di poesie del Giappone. Compilato nella seconda metà dell’8° Secolo contiene alcune opere che sono considerate precedere di molto quel periodo – sarebbero le più belle poesie ‘antiche’ ricordate allora. In parte, la loro antichità è giudicata in base al fatto di contenere sequenze di suoni senza significato: un residuo del remoto passato, si spiega, quando l’espressione dei Giapponesi si fondava sul primitivo valore sonoro della parola piuttosto che sulla sua strutturazione in melodie di elementi significanti sotto la costrizione di regole sintattiche. Così è sostenuto in molte opere di storia della letteratura giapponese, ad esempio in quella del Konishi.
A sua volta, questa sublimazione della sonorità è considerata manifestazione, e prova dell’esistenza, del kotodama, lo “spirito della parola”, il potere magico che certi suoni hanno di evocare ricordi ancestrali e suscitare sensazioni primeve e incontrollabili nell’animo dei Giapponesi. Questo grazie al fatto che, dopo aver sviluppato in epoche primitive tale sensibilità, il popolo giapponese l’avrebbe mantenuta nei suoi geni grazie alla sua omogeneità e continuità razziali e l’ha tramandata nella sua lingua, o perlomeno nelle parole più antiche di essa, le “parole Yamato” (con riferimento al mitico stato primitivo e al nome della dinastia imperiale), sopravvissute alla colonizzazione lessicale del cinese.
In seno al filone di argomentazioni varie sull’unicità e incommensurabilità del popolo giapponese, denominato nihonjinron (“ipotesi sui Giapponesi”), nihonbunkaron (“ipotesi sulla cultura giapponese”) oppure ancora nihonshakairon (“ipotesi sulla società giapponese”), e così via a seconda del principale campo di interesse, la teoria del kotodama permette di sviluppare un mito originale della lingua come veicolo sonoro di sensazioni profonde inesprimibili col linguaggio articolato. Il Giapponese ne emerge come un codice a due livelli, quello superficiale di lessico e grammatica, studiabile dagli stranieri, e quello profondo della comunicazione non verbale, comprensibile solo ai madrelingua, indescrivibile, ineffabile.
Di questo discorso si sono occupati già molti linguisti e antropologi. In questo contributo io intendo invece concentrare la mia discussione su alcuni dei presupposti più profondi su cui tale complesso costrutto ideologico è basato. Anzitutto: lo stadio di una comunicazione orale non articolata in lingua è realmente esistito nello sviluppo del linguaggio umano? Probabilmente sì, ma la dimensione diacronica in cui va rintracciato tale stadio è di scala paleontologica, non archeologica. Forse vi sono passati gli Homini erecti del Pleistocene, anche se non sembrerebbe all’esame dei resti fossili di quello che dovrebbe essere il loro apparato fonatorio. Più probabile, semmai, che tale fosse lo stadio di un cugino dell’H. sapiens, lo H. neanderthalensis, sempre all’esame dei resti fossili. Il suo apparato fonatorio era però assai meno sviluppato di quello dell’H. sapiens, ed è quindi ancora più probabile che sia la nostra specie soltanto ad aver attraversato questo stadio primevo della parola umana. Se è stato così, però, ciò è avvenuto comunque tra i 120 e i 180 mila anni fa. Ebbene, allora: vi sono tracce ‘fossili’ di tale linguaggio primitivo nelle lingue di oggi? Se ve ne sono, è possibile identificarle? Vi sono cioè elementi delle lingue umane attestate storicamente che si rivelano di origine paleolitica? Benché l’idea di un paleo-giapponese risalente al paleolitico sia intuitivamente risibile, gli ideologi del nihonjinron non sono i soli a considerare possibile una “linguistica paleolitica”. Ma con questo azzardatissimo termine si intende uno studio della distribuzione lessicale e dei significati, non delle forme specifiche, dei suoni, della sintassi.
Ma ammettiamo pure che nella lingua giapponese si possano individuare tracce tanto antiche. L’entità linguistica semiarticolata a cui sono ricollegabili era “giapponese”? Per considerarla tale, occorre presupporre una qualche continuità filogenetica: quella di una lingua loci, un’entità trascendente che possiede i popoli di varia origine che si trovano ad occuparne il territorio nel corso della storia e in loro si immanentizza; oppure quella etnica, di un popolo che la parla e la tramanda ininterrottamente sin dalla sua origine (dove che sia avvenuta), immune da ibridazioni linguistiche. Anche in questo caso, l’essenza o spirito tama di tale entità linguistica ha un’esistenza ultima trascendente ed extrastorica; stavolta però possiede il popolo che la parla per farne veicolo di persistenza nel tempo. Senza, perirebbe; in simbiosi con esso, pervadendolo della sua forza, lingua e popolo sono una cosa sola e hanno vita eterna. In realtà non c’è bisogno di scegliere uno dei due modelli di lingua ancestrale: valgono entrambi.
[Le ‘parole Yamato’] sono quelle parole tramandate oralmente dalla razza giapponese sin dalla preistoria. Parlando in termini evoluzionistici – anche se io in particolare non credo all’evoluzione – esse risalgono all’era in cui un animale simile a una scimmia, antenato dei Giapponesi, emise dalla sua bocca i primi suoni articolati. In altre parole, si potrebbe dire che gli yamatokotoba affondino le radici direttamente nelle origini spirituali del nostro popolo. (Watanabe 1974: 11-12)
Per quanto l’immagine di Watanabe di uomini-scimmia del Pleistocene che già emettono articolati (matomatta) suoni primevi del giapponese possa sembrare ridicola, un’ipotesi del genere è stata sostenuta implicitamente o esplicitamente da molti altri linguisti giapponesi ed è stata a lungo validata indirettamente dai falsi reperti archeologici sepolti da Fujimura. Interrando utensili recenti (neolitici, di 10-15 mila anni fa) della sua collezione privata in strati via via sempre più antichi, Fujimura poté dimostrare (fino al suo smascheramento nel 2001) che l’arcipelago Giapponese era stato popolato continuativamente sin da 700 mila anni fa. In base alla teoria multiregionalista dell’evoluzione umana allora dominante, i siti falsificati da Fujimura non potevano che essere originariamente abitati da Homini erecti, i quali poi si sarebbero evoluti parallelamente a quelli degli altri angoli del globo nei Sapiens del neolitico Jōmon e nei Giapponesi di oggi (l’Asia Orientale non ha conosciuto un mesolitico neanderthaliano).In the first volume of his History of Japanese Literature, published in English in 1984, the Japanese student of literature Konishi Jin’ichi (1915-2007) proposed a theory of the development of Japanese poetry whereby poetry evolved from songs whose most primitive form was “a single meaningless line”. Konishi based his model on a corresponding theory found in Cecil Bowra’s 1962 monograph Primitiver Songs. To support this view, both authors assumed that language evolved from a system of communication in which unarticulated cries were emitted in response to immediate environmental stimuli and inner sensations. Such primitive language, unfit for conceptual representation, was in itself a reflection of a pre-logic mentality. At the time of their writing, Bowra and Konishi were of course not alone in believing that mind, language and culture started as a tabula rasa. The existence of such a stage was perhaps unavoidably required by the then dominant Darwinian hortodoxy, which represented hominization as a linear progression toward increased complexity under the cumulative effect of a vast number of small phenotypic changes. In anthropology the ladder model was perhaps best exemplified by the great teleology of Leroi-Gouran’s Le Geste et la parole. Konishi, however, implicitly suggested that that very first stage in human development is very recent in the history of the population of Japan, as revealed by the many primitive characters retained even today by Japanese poetry, mind, and culture. One relic of that original state of nature is the kotodama, or “spirit of the word(s)”, a force hidden in pure Japanese words and in the uta songs that use them. When evoked, kotodama causes a sort of mystic experience in the native speakers of the language. This makes of Japanese people a humanity apart, a lineage in which the whole natural history of humanity is recapitulated in few thousand years only. More primitive, they are purer than the rest of humanity. By discovering Bowra’s works in the Princeton Library, Konishi thus obtained a new tool to support the primordialist arguments of nihonjinron, the nationalistic discourse centered on determining the essence of “Japaneseness”
Going Beyond Counting First Authors in Author Co-citation Analysis
The present study examines one of the fundamental aspects of author co-citation analysis (ACA) - the way co-citation
counts are defined. Co-citation counting provides the data on which all subsequent statistical analyses and mappings
are based, and we compare ACA results based on two different types of co-citation counting - the traditional type that
only counts the first one among a cited work's authors on the one hand and a non-traditional type that takes into
account the first 5 authors of a cited work on the other hand. Results indicate that the picture produced through this non-traditional author co-citation counting contains more coherent author groups and is therefore considerably clearer. However, this picture represents fewer specialties in the research field being studied than that produced through the traditional first-author co-citation counting when the same number of top-ranked authors is selected and analyzed. Reasons for these effects are discussed
Variations on the Author
“Variations on the Author” discusses two of Eduardo Coutinho’s recent films (Um Dia na Vida, from 2010, and Últimas Conversas, posthumously released in 2015) and their contribution to the general question of documentary authorship. The director’s filmography is characterized by a consistent yet self-effacing form of authorial self-inscription: Coutinho often features as an interviewer that rather than express opinions propels discourses; an interviewer that is good at listening. This mode of self-inscription characterizes him as an author who is not expressive but who is nonetheless markedly present on the screen. In Um Dia na Vida, however, Coutinho is completely absent form the image, while Últimas Conversas, on the contrary, includes a confessional prologue that moves the director from the margins to the center of his films. This article examines the ways in which these works stand out in the filmography of a director who offers new insights into the notion of cinematic authorship
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