97 research outputs found
The strategic dimension of public engagement in tackling scholarly isolation
Within the articulated debate on science-tech universities’ Third Mission, the article inquires into the role and potential of engagement initiatives practiced by planning scholars. In particular, the author addresses the question of scholarly isolation: a complex and multifaceted phenomenon, deeply connected to academic hyper-specialization along with the risks of delegitimating the expertise. By defining a conceptual framework, enriched by theoretical and epistemological reflections on the strengths and limits of public engagement practices, the article aims to contribute to the debate on scholarly isolation (and on possible strategies to tackle it)
Beyond the rhetoric. Planning theory in the age of technology
Within the animated debate of contemporary Planning Theory, more and more
space is (appropriately) devoted to the critical deconstruction of some forms of rhetoric that, collecting vast consent within the public opinions, have been widely used in the field of urban politics and urban planning. What are these rhetorics? How do they take shape? In an attempt to answer these questions, the paper proposes an exploration articulated on two levels. The first consists in the analysis of rhetoric as an ‘epiphenomenon’, i.e. ephemeral manifestation of a structural tendency: that is, the return, in the f ield of social sciences and in particular of spatial planning, of scientism. By addressing the origins of the disciplinary rhetorics as well as the reappearance of scientism, the paper finally reflects on possible implications for Planning theory in the ag e of technology
Ripensare la partecipazione. Nuove forme di engagement fra conoscenza, consapevolezza e riflessività
La congiuntura storica segnata dalla pandemia di covid-19 e dall’aggravarsi della catastrofe ecologica rappresenta, per le comunità urbane, un’opportunità di riflessione sui valori che animano l’urbanistica – e, di riflesso, sul ruolo della partecipazione all’interno dei processi di pianificazione. Se la rilevanza che negli ultimi decenni le pratiche collaborative hanno assunto, sul piano istituzionale, accademico e professionale è pressoché indiscussa, oggi si avverte la forte necessità di riconsiderare le radici e le forme dell’agire collettivo. Che cosa significa, dunque, ripensare la partecipazione, l’engagement, in spazi urbani in cui spinte antagonistiche e reti d’integrazione convivono – intrecciate le une alle altre? In che modo è possibile (ri)contestualizzare i valori costituenti delle pratiche partecipative, “risignificare” la partecipazione stessa? E soprattutto, come superare i rischi della depoliticizzazione – ampiamente esplorati dalla letteratura? L'articolo prende le mosse da un’introduzione teorica incentrata sull’esplorazione di tre (possibili) prospettive di rilancio dei valori e delle forme della partecipazione, alla quale fa seguito un approfondimento empirico. Il caso dell’Off Campus milanese di Nolo offre preziosi elementi di riflessione circa le potenzialità di pratiche di engagement radicate nel territorio, innovative e (autenticamente) trans-attive
What if planning is not a science? A call for consideration of ‘epistemic plurality’ in planning theories
Local contention in energy and water related projects. Discussions of environmental justice
Discretion, justification, and legitimation in contemporary urban decision making. A reflection on the role (and risks) of urban AI
In the face of urban artificial intelligence, what is expected for urban planning is the emergence of automation as an unprecedented paradigm. While there is no lack of conflicting opinions on the dissemination of AI, the paper proposes a reflection on the impact of this technology on three distinctive features of urban decision-making: discretion, justification, and legitimation. Drawing on Luigi Mazza’s theoretical endeavors, the research argues that urban decision-making cannot be reduced to the logic of automation. Mainly because of the inherent discretionary character of choices within the planning arenas, the decision-making process is deeply conditioned by discursive strategies. Given such premises, AI deserves to be carefully framed. To do this, the paper inquiries into artificial intelligence’s genealogy, so to outline a consistent definition as emerging from relevant literature. Yet, to grasp AI’s overreaching epistemological, technical-operational, and ethical-political implications, it is convenient to frame it within the wider debate on the rise of a new science of the city (of which AI constitutes one of the undisputable pillars). Following the assessment of discretion in planning decision-making, the paper indulges on the current disciplinary discourse around AI, shedding light on the possible risks inherent to the paradigm of automation
L'Enigma del Girasole - lettura critica di un'opera di architettura di Luigi Moretti/The enigma of the 'Sunflower' - critical reading of an architectural masterpiece by Luigi Moretti (prefazione/preface F. Purini, introduzione/introduction A. Muntoni, postfazione/postface C. Conforti) Italian and English texts
“Secondo Ruggero Lenci, Luigi Moretti nel Girasole, forte di un’appassionata conoscenza delle leggi compositive e aggregative dell’arte barocca, fa esplodere il virtuale volume della palazzina e ricomincia il progetto da un vuoto. Un canyon al quale imprime un vigore centripeto che riattira le schegge sparse dall'esplosione iniziale, aggregandole secondo piani di luce librati come schermi scintillanti di tessere vitree, o secondo volumi turgidi come i panneggi degli Angeli che calano vorticando dal cielo a difesa del ponte tra la Roma laica e il sacro Borgo.”
“According to Ruggero Lenci, Luigi Moretti in the ‘Sunflower’, strong of a passionate knowledge of the laws of composition and aggregation of the Baroque art, blows up its virtual volume, restarting from a vacuum. A canyon which acts as a centripetal force that attracts the shrapnel scattered by the initial explosion, integrating them in planes of light hovering like screens of sparkling glass tiles, or according to the turgid volumes as the draperies of the angels who descend from the sky in a vortex, to defend the bridge between the secular Rome and the sacred Borgo.”
Claudia Conforti... .
“Ruggero Lenci guarda questa palazzina come un crittogramma da decifrare: la macchina enigma, da cui il titolo del saggio che del resto ce lo conferma. Una decrittazione impigliata in tantissime allusioni e ossessioni che Moretti potrebbe aver avuto presenti, di fronte a nessuna delle quali l’autore del libro arretra, anzi ne intreccia le implicazioni fino al limite dell’immaginario possibile. Evidentemente, non ha ‘yeux qui ne voient pas’, ma forse occhi che vedono troppo.”
“Ruggero Lenci looks at this building as a cryptogram to be deciphered: the enigma machine, from which the title of the book derives and confirms it. A decryption that catches so many allusions and obsessions, that Moretti could have had, in front of none of which the author of the book makes a step back, rather weaving the implications up to the possible limits of imagination. Evidently, he has no ‘eyes that do not see’, but maybe eyes that see too much.”
Alessandra Muntoni... .
“Ruggero Lenci sostiene che la genesi di questa opera magistrale deve essere ricercata in una traslazione poetica del tema berniniano della transizione tra natura e architettura. Un tema materializzato in particolare nella Fontana dei Quattro Fiumi a Piazza Navona. L’autore del libro individua in questa opera il luogo di un contrasto tra la forma e l’informe, forse l’esito principale del processo metamorfico... Le argomentazioni proposte si susseguono con una forte consequenzialità in un testo che si avvale di un’avvincente attitudine narrativa.”
“Ruggero Lenci argues that the genesis of this masterly work must be sought in a poetic translation of the Bernini's theme of transition between nature and architecture. A theme that materializes especially in the Fountain of the Four Rivers in Piazza Navona. The author of the book identifies in this work of art the presence of a contrast between the form and the formless, perhaps the main result of the metamorphic process. The proposed topics follow one another with a strong consequentiality, in a text that benefits from a compelling narrative attitude.” Franco Purin
Lo sguardo sul muro - architettura dei particolari e gusto dell'imperfezione (Massimo Birindelli autore/author, Ruggero Lenci curatore del libro pubblicato postumo/curator of the book published posthumous)
Questo libro, pubblicato postumo, che il Prof. Arch. Massimo
Birindelli finì di scrivere nel 1998, fornisce un’acutissima spiegazione a una serie di particolari spesso inconsueti che i più attenti osservatori di architetture antiche individuano nelle pietre dei monumenti in ambito prevalentemente romano. Si occupa inoltre di ricostruire il dispositivo compositivo, oggi spesso dimenticato, alla base di molte iscrizioni che hanno luogo su tali fabbriche monumentali. Tutto ciò avviene con un occhio colto e raffinato attraverso un percorso che, come indicato nel sottotitolo, è attratto dal gusto dell’imperfezione.
Le modanature del portico d’Ottavia, tagliate di netto a delimitare
lateralmente la cartella con iscrizione severiana del rifacimento del
203 d.C. – illustrate anche in copertina – costituiscono l’oggetto dell’osservazione iniziale. Nel taglio di quelle modanature viene individuato un carattere di grande modernità appartenente a un periodo classico consistente nell’affidare alla sezione di un elemento architettonico il compito di incorniciare un’iscrizione. Questa e altre osservazioni, tra le quali spiccano per interesse quelle su alcune modifiche operate sul villino romano in via Aniene di Luigi Magni (p. 36-37, 40-41), sono contenute nel primo dei tre capitoli del libro dal titolo intero, tagliato.
Ciò su cui in queste pagine Birindelli si interroga è come mai l’architetturadella sezione, il tagliato appunto, abbia generato un rifiuto.
Nel secondo capitolo, dal titolo iscrizioni, l’autore va alla ricerca
delle imperfezioni presenti nelle scritte di molte trabeazioni di edifici ubicati in area romana, sia delle rarissime imperfezioni appartenenti agli originali, perché un’insipienza sul piano formale è perfettamente compatibile con una eccellente esecuzione materiale, sia delle tante derivanti da sciatte operazioni di restauro. Anche il Letaurouilly commise degli errori nel rilevare le iscrizioni di alcuni monumenti romani, come dimostra il confronto con il frontone di Santa Caterina dei Funari (p. 87). Ciò consente a Massimo Birindelli di sostenere che, in questi casi, a essere in gioco non è l’occhio ma la mente, ovvero la capacità di saper riconoscere ciò che si guarda in quanto se ne conoscono
le regole conformative. Queste osservazioni, che con estrema
lucidità rintracciano una lunga serie di errori perpetrati sui muri di
molte chiese e di altri monumenti, giungono a una chiara e significativa sintesi (p. 96) lì dove viene riportata una parte della voce “scrittura” tratta dall’Enciclopedia Universale dell’Arte: “(...) la scrittura è (...) allineata al massimo livello dei principali stili artistici dominanti. E si dà il caso che la veste figurativa delle parole finisca con l’essere ancor più importante del loro significato testuale”. Ciò fa pensare che per tale tipologia di errori invece che di “gusto dell’imperfezione”, da considerarsi un eufemismo, si dovrebbe parlare di alterazione dell’immagine di un’architettura che, a causa di ignoranze testuali, viene deformata nel suo doppio ruolo estetico e storico-documentativo. Pertanto ha pienamente ragione l’autore quando sostiene che applicarsi a un’antica dicitura con l’incuria e le approssimazioni con cui le stesse cose si fanno oggi è segno di grande insensibilità.
Il terzo capitolo, contraddizioni, illumina in maniera viva e brillante
un concetto noto che rischia di essere dimenticato, ovvero che in architettura la presenza di una contraddizione non è necessariamente un fatto negativo. Per dimostrare questo assunto Birindelli compie una ricerca archeologica sulle più interessanti pietre che compongono gli edifici romani, con testimonianze di irregolarità e sprezzature individuate sui
muri della chiesa di S. Caterina dei Funari, nel cortile della Sapienza, a Palazzo Farnese, nel Palazzo Nuovo in Vaticano, all’Oratorio dei Filippini e in altri monumenti romani. In particolare si interroga sul perché molti capitelli su paraste non siano stati totalmente separati dall’originario blocco di travertino (p. 122-123), o perché qualcosa di analogo avvenga sopra le cimase dei pedimenti delle cornici di alcune finestre di palazzi romani (p. 159). Tali modalità realizzative rivelano la presenza di un’impressionante modernità nei costumi e nelle tradizioni degli
architetti, dei committenti e delle maestranze del tempo. Una disinvoltura sicuramente derivante dal gusto per il non finito che vuole lasciare traccia del blocco di pietra grezza, ma anche dell’applicazione delle regole sulla percezione visiva, che consigliano di non dettagliare troppo quelle pietre molto distanti dall’occhio, e inoltre dal fatto che l’esattezza nei dettagli comporta l’insidia della meschinità, mentre nella grandezza come nella ricchezza c’è sempre qualcosa di trascurato.
Lo stile di questa narrazione appartiene intimamente a Massimo Birindelli. Vi si riconoscono i tratti di una ricerca forgiata sul gusto
dell’imperfezione, sull’idea del non finito, sulla preferenza per la serie incompleta. Tutto ciò come autentici e intimi rimedi, per non cedere all’appiattimento della compiacente banalità.
A volte in un progetto di architettura – sia nel caso di un’opera da
eseguirsi ex novo sia principalmente in un restauro – a lavori eseguiti si può sentire la seguente critica: è troppo bello. Con ciò si vuole intendere che il risultato finale è àfono, eccessivamente curato nei passaggi formali tanto da renderne piatto il significato di fondo. Tutto ciò che elimina la patina del tempo, quelle stratificazioni rivelatrici dei caratteri di permanenza di un’opera, o anche solo dei passaggi significativi
di un’attività estemporanea non suscitava interesse in Birindelli.
La sua ricerca consisteva nel promuovere un vero dialogo tra passato, presente e futuro. In perfetta sintonia con quanti della sua generazione riuscivano a riconoscere nel suo operato – tra la composizione architettonica e la storia – la genuinità di quel difficile e spesso scomodo compito di scrupoloso osservatore che la condizione umana gli aveva così generosamente e intransigentemente assegnato – rendendolo un maestro
nel separare il gusto per una moderata e contraddittoria imperfezione dalla goffa e pericolosa ignoranza – egli riusciva a instaurare un aperto dialogo sia con i suoi discenti sia con gli amici e colleghi di ogni età.
L’architettura era la sua disciplina prediletta, non fine a se stessa, ma per scrutare le cose del mondo e, tramite esse, per capirlo meglio. Un altro grande interesse lo aveva per la lettura diretta della condizione umana da compiersi con il dialogo, con l’ascolto, senza passare per il filtro dell’architettura. Spesso Massimo Birindelli soleva intercalare nelle sue frasi la parola “manco”, forma orale da lui prediletta che utilizzava al posto di “neanche”. Questo suo tratto linguistico era rivelatore di quel gusto dell’imperfezione di cui il libro è così sapientemente pieno: ”Più
d’uno ha osservato che il signore (non solo italiano) ha spesso nel fare – e anche nel corpo e nel viso – tratti contadini, e che di questo non si dispiace. E anche quando la figlia del suo fattore avrà preso a parlare in perfetto italiano, lui amerà continuare a servirsi di una lingua in cui restano riconoscibili le inflessioni dialettali (...)” (p. 167).
Alcuni di questi tratti, di queste ecceità, vengono purtroppo oggi
sepolti sotto frettolose quanto miopi opere di cosmesi architettonica che, ricoprendo tutto con la finzione formale di un grasso strato ciprioso, finiscono per produrre la rassicurante banalizzazione della secolare storia trascritta sulle pietre dei monumenti delle nostre città
Safe Distributed Control of Wireless Power Transfer Networks
Wireless power transfer networks (WPTNs) are composed of dedicated energy transmitters (ETs) that charge energy receivers (ERs) via radio frequency waves. A safe-charging WPTN should keep electromagnetic radiation below predetermined limits meanwhile maximizing the transmitted power. In this paper, we consider this requirement as an optimization problem: the maximization of harvested power by ERs subject to the electro-magnetic safety constraints. In order to provide an approximated solution to this problem, we introduce a dual ascent-like distributed charging algorithm that enables ETs to work without global information and satisfy safety constraints asymptotically. We provide an in-depth theoretical analysis of our algorithm which is supported by numerical simulations.Accepted author manuscriptEmbedded System
Scrivere e apprendere nella condizione postmediale
The author addresses the issue of writing practices within the contemporary media landscape, which he defines a “post-media condition”; indeed, media presence is presently pervasive but unnoticed, since media are an integrated component of everyday experience.
In this context, two elements define writing practices. On the one hand, they are widespread, “naturalized”, and intermodal – i.e. we can’t perceive substantial differences between the different modes of writing, from the verbal to the visual or audiovisual one. On the other hand, writing practices and productions play a fundamental role in the construction and representation of social bond within the information networks.
In its conclusions, the author questions opportunities for the institutional teaching of writing practices. He argues that high complexity writing practices represent the specific scope of teaching institution; indeed, this kind of practices require special skills linked to design competence and critical approach, which cannot be transmitted within non-institutional contexts
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