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    Giancarlo Priori. L'architettura sensibile

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    Giancarlo Priori è un architetto e uno studioso e se la sua ricerca teorica parte dall’analisi dei lavori di personalità come Carlo Chiarini, Aldo Aymonino, Nicola Pagliara, Paolo Portoghesi e Luca Carimini dei quali ha pubblicato le biografie, la sua architettura prende le mosse da una nuova visione ecologica vede il pensiero dell’uomo strettamente connesso alle logiche che regolano la vita estesa dell’universo e all’autorganizzazione della materia e ripropone la terra come organismo unitario e vivente. Gaia è un organismo appunto pervaso da energia, che presenta un pensiero e una memoria. La coerenza con le premesse storiche dei luoghi, poi, conduce Priori ad una architettura che si pone il problema della qualità ambientale, che tragga il suo linguaggio dalla storia degli insediamenti ma anche dalla diretta influenza del paesaggio e che quindi non alteri gli equilibri creati nei secoli tra l’ambiente naturale e quello artificiale. La connessione con il luogo si esplicita, in queste architetture, nell’uso dei materiali, prodotti direttamente dalla terra come il tufo ed il peperino. Tutti e due i materiali naturali ci raccontano le loro origini geologiche di carattere vulcanico. Il senso del tempo storico legato alla comprensione delle proprietà che i luoghi hanno scaturisce anche dalla rinnovata comunicazione tra l’uomo e il mondo esterno, offrendo nuovo valore al lavoro dell’architetto. Riannodare questo legame tra l’uomo e la terra dove egli abita ci riporta alle riflessioni sul nuovo paradigma scientifico che propone una visione dell’universo come una rete di rapporti. L’osservazione della natura attraverso l’indagine dell’infinitamente piccolo, la teoria dei sistemi, la cibernetica e la matematica dei frattali consentono lo studio dei fenomeni imprevedibili e delle funzioni non lineari e aprono la strada alla moderna nozione di caos. In questo caos è però custodito un nuovo ordine, per semplificare Prigogine e Mandelbrot. Prigogine nei suoi studi arriva ad affermare che all’equilibrio la materia è cieca, al disequilibrio vede e riconosce il mondo. Non solo, l’infinitamente piccolo, che ci consente di osservare questi fenomeni ci dice che la dove non sembra non esserci più materia non esiste più il fenomeno di causa ed effetto, non più la logica del pensiero analitico, ma un sistema diverso che agisce per metafora, come la poesia. La visione di un mondo pre-ordinato e scandito dalla reazione meccanica di causa-effetto è sostituita dalla visione di un universo dove spazio e tempo sono “compenetrati” e fusi, secondo la fisica quantistica di Einstein, e le particelle subatomiche anziché “cose” vanno considerate come “eventi”. Questa straordinaria visione del mondo che pensa l’universo non più come separato ma come una rete di rapporti ci consente di guardare con altri occhi quel tipo di disordine di alcune immagini della natura, come il gonfiarsi delle nuvole sotto la spinta del vento, il mutare costante dell’acqua, l’energia straripante dei grandi cataclismi. La natura ci riporta al caos, al non controllato e ci ricorda che per secoli essa è stata un luogo temuto. “Il nostro linguaggio conserva ancora le tracce di questa denigrazione del naturale: ‘incivile, selvatico, selvaggio, pagano, villano, contadino, montanaro, zotico’, derivano, come termini dispregiativi, da paesaggi naturali –boscoso, roccioso, collinare, campestre. Il naturale non è necessariamente il bello, e il bello non è necessariamente naturale”. Liberare la definizione di natura dai “limiti angusti” delle cose naturali e staccare l’idea di bellezza dal “bisogno di natura” ci consente di riappropriarci del nostro ambiente quotidiano. Non dovremo più scindere il naturale dall’urbano, dal metropolitano”. Allora la città fatta per mano dell’uomo sarà a pieno diritto anche naturale

    Per una storicizzazione di Medellin

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    The contribution synthesizes the problematic result of a first effort to place the Medellin Conference held in Colombia in 1968 in a historical context. After a general survey of numerous literatures devoted to theological and practical conclusions of the Conference of Latin American Bishops, the effort attempts to focus on some of the main passes and bumps of the "long" preparation of Medellin. Its major protagonist is the "Celamicos" team, a group of bishops who head the new departments established by Larrain and correspond to different pastoral sectors. Introducing lay people and establishing new structures and instruments to face the main problems of the Latin American church, they will lead the undergoing maturation of the contents discussed later in Medellin; moreover, organising a great number of meetings dealing with the different areas dealt by the secretariats and on which Vatican II had made pronouncements, they will offert the chance to implement a "collegial exercise" which precisely in Medellin will give its major results

    “Um só Senhor, uma só fé”: a esperança ecumênica de Medellín

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    O objetivo deste artigo é analisar a rica dinâmica das reuniões da Conferência de Medellín (Colômbia, 1968) para concretizar na América Latina o Concílio Ecumênico Vaticano II, do ponto de vista litúrgico e ecumênico, e com particular referência ao papel desempenhado pelos observadores cristãos não-católicos presentes naquela assembléia
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