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Natural and semisynthetic analogues of manadoperoxide B reveal new structural requirements for trypanocidal activity
Chemical analysis of the Indonesian sponge Plakortis cfr. lita afforded two new analogues of the potent trypanocidal agent manadoperoxide B (1), namely 12-isomanadoperoxide B (2) and manadoperoxidic acid B (3). These compounds were isolated along with a new short chain dicarboxylate monoester (4), bearing some interesting relationships with the polyketide endoperoxides found in this sponge. Some semi-synthetic analogues of manadoperoxide B (6-8) were prepared and evaluated for antitrypanosomal activity and cytotoxicity. These studies revealed crucial structure-activity relationships that should be taken into account in the design of optimized and simplified endoperoxyketal trypanocidal agents
Il Fuori Scala tra Occidente e Oriente
Tutto può essere fuori scala, nulla può esserlo. Il parametro di riferimento è tutto.
Può, il fuori scala, avere la stessa valenza per tutti gli ambiti e gli osservatori, stante il parametro di riferimento come chiave di lettura?
Può il fuori scala oggi, continuare a essere una modalità progettuale coerente?
Questa ricerca nasce dal desiderio di fornire chiarezza in un ambito della composizione apparentemente limpido e cristallino, nelle sue implicazioni nel moderno-contemporaneo e nei suoi futuri sviluppi come strumento di sperimentazione.
Ho tuttavia scritto non a caso, limpido e cristallino perché, pur essendo il fuori scala un metodo comune e costantemente usato nel corso dei secoli, in realtà risente molto, delle percezioni visive sia personali che di un definito gruppo umano, fosse anche un’intera cultura.
Già nei primi stadi della ricerca mi sono infatti reso conto che, parlando di fuori scala in termini progettuali, si può trovare infinito materiale, soprattutto risalente agli ultimi cinquanta anni, ma pochissime sono le informazioni in comune e concordanti. A partire dalla sua definizione.
Pur essendo un concetto di uso quotidiano, ne manca una qualunque lettura comunemente accettata e questo ne ha sostanzialmente fatto un contenitore di qualunque significato nel tutto e nel suo contrario.
Tutti sappiamo per esperienza comparativa e sensoriale cosa sia un fuori scala. Più difficile è definirlo. La nostra Europea forma mentis è ben nutrita da secoli di rappresentazioni di ordini, di studi del contesto, di rapporto umano. Ciononostante abbiamo difficoltà nell’interpretare oggi quello che è sempre stato metodo di progetto sin dai tempi più antichi.
Definire meglio gli ambiti di ricerca è stato quindi passo fondamentale per capire come il fuori scala sia nato e si sia sviluppato. Questo però non è stato e non può essere sufficiente proprio per l’indeterminatezza dovuta alla sua attuale percezione.
Percezione che infatti, nei secoli e più rapidamente negli ultimi decenni, è cambiata rapidamente, passando da reazioni neutre o non-reazioni, a prese di posizione talvolta fortemente negative e critiche. E d’altronde bisogna constatare quanto il fuori scala non sia chiaramente solo un metodo progettuale, esso nasce da un concetto che, come abbiamo visto, è per noi occidentali comprensibile in maniera istintiva. E che, sotto diverse vesti, è tuttora argomento molto dibattuto, sia attraverso le teorizzazione della Bigness di Rem Koohlaas, sia attraverso il dibattito degli ultimi anni portato avanti, tra gli altri, da Vittorio Gregotti e che tende a considerare come non architettura “ciò che supera la misura”, raggiunge lo smisurato. Infine, chiedendosi se il fuori scala possa essere considerato un linguaggio della composizione architettonica indipendente.
Può esistere un problema circa il “fuori scala”?
Osservare l’evoluzione qualitativa della percezione di un concetto, di per sé neutrale, non può non porre ulteriori dubbi che possono essere fugati unicamente utilizzando strumenti più vicini al pensiero laterale . Quando infatti i parametri di selezione su cosa possa o debba essere il fuori scala in architettura oggi diventano parziali e non sufficienti nella loro schematicità, occorre trovare un nodo gordiano da tagliare.
Di conseguenza, è stata messo in atto un confronto percettivo tra il nostro livello di consapevolezza dell’uso di tale concetto ai fini compositivi, e quella di una “dimensione altra” della percezione. Una dimensione il più possibile lontana dai nostri schemi mentali e che potesse fornirci i parametri di confronto semplicemente mancanti.
Per la sua evoluzione così diversa da quella italiana ed europea, è stata scelta la cultura architettonica giapponese, doppiamente utile proprio perché parallela alla nostra ma con pochi punti di contatto, particolarmente fiorente nelle ultime decadi e figlia di filosofie, quelle shintoiste-buddiste molto diverse dai nostri schemi di pensiero, prevalentemente ispirati all’unione tra i modelli greco-latino e quello giudaico-cristiano.
Tale confronto ha di fatto portato alla messa in definizione di strategie progettuali contemporanee, utili strumenti compositivi, direttamente parte della strategia più generale del fuori scala architettonico
Introduzione
Il volume è l’esito di alcune riflessioni dei professori titolari delle cattedre dei corsi di Laboratorio di composizione architettonica e urbana, prof. R. Capozzi, prof.ssa P. Scala, prof.ssa V. Pezza, Prof. G. Szaniszlò, e delle relative esperienze didattiche svolte nei corsi di laboratorio al primo anno del CdL ARC5UE, a.a. 2020/2021, presso il Dip. di Architettura dell’Università degli studi di Napoli Federico II; ed infine restituisce le lectiones di docenti esterni al DiARC invitati al ciclo di seminari svolto a corsi congiunti.
Il volume si suddivide in tre parti: Parte I - Il progetto didattico tra teoria e laboratori, Parte II - Le esperienze di laboratorio, Parte III - Architettura, città e archeologia.
A curare il volume sono stati l’arch. Francesca Spacagna, referente del corso 1 A; l’arch. phd candidate Maria Fierro, referente del corso 1 B; l’arch. Davide Apicella, referente del corso 1 C; l’arch. Pasquale Abbagnale, referente del corso 1 D
Il fuori scala
Un’antologia non è mai la mera descrizione della realtà ma il tentativo di individuare, all’interno della realtà stessa, un possibile itinerario di senso. La scelta dei brani verte sulla figura del “fuori scala”. Come porsi di fronte ad essa? Come identificare alcuni fra i possibili temi che il “fuori scala” pone alla progettazione urbana e territoriale? Tra l’esplorazione degli «orizzonti del post-urbano» all’interno dei quali Françoise Choay vede la città come «un oggetto anacronistico appartenente al passato» e il riconoscimento del fatto che «in questa fin de siecle i programmi gravitano opportunisticamente intorno al sito che offre il maggior numero di interconnessioni» come sostiene Rem Koolhaas, esiste una terza via. Ludovico Quaroni indicava come possibile alternativa rispetto al «cambiamento di scala operato nella nostra vita e nella scena urbana», la pianificazione architettonica. Seguendo questa chiave di lettura, i criteri discriminanti dei testi faranno riferimento a quattro itinerari:
1. Gli spazi abbandonati;
2. Gli spazi aperti;
3. Gli spazi delle infrastrutture;
4. Gli spazi virtuali.
Evidentemente questi quattro itinerari proposti non hanno confini precisi, quanto piuttosto un’area di frontiera all’interno della quale sono possibili una pluralità di sovrapposizioni. Caratteristica comune a tutti gli spazi descritti nei testi è che essi appartengono, non solo ad un determinato luogo della città, ma anche, in quanto nodi di una rete, ad un fenomeno che travalica il locale
Una scala per la fiducia sociale.Legami tra soggetto e comunità
Costruzione e validazione di una scala per la misurazione dell'orientamento all'azione nei contesti sociali
Un passo indietro per l’Architettura un grande passo per l’umanità: il progetto Restart Scampia dal punto di vista del DiARC
Il saggio racconta del contributo del DiArc, il Dipartimento di Architettura della Federico II, al progetto Restart Scampia, l’intervento di rigenerazione urbana che prevede in una prima fase l’abbattimento di tre “Vele”, gli edifici icona realizzati su progetto dell’arch. Franz Di Salvo a Napoli, negli anni ‘70 e la riqualificazione di una quarta destinata ad alloggi. L’azione specifica sulle “Vele” si inserisce in un piano complessivo che prevede la dotazione di servizi urbani integrati, di attrezzature collettive e di servizi alla persona. Il processo che ha portato a Restart Scampia è una storia lunga, fatta di lotte e di contrapposizioni, di poche vittorie e di molte sconfitte tra portatori di saperi, conoscenze e realtà diverse. Soprattutto è la storia dello scontro tra l’ idea “moderna” di Architettura e la realtà, fisica, culturale, economica e sociale di chi quell’idea ha DOVUTO abitarla. Il contributo del gruppo di lavoro dell’Università di Napoli Federico II al progetto Restart Scampia non si configura come la messa a punto di uno stato dell’arte scientifico né come un prodotto (piano o progetto) definito in tutte le sue parti. Il lavoro riparte dalla lettura di cosa è Scampia oggi, tentando di delineare un processo possibile per la “ripartenza” di questa periferia attraverso l’individuazione di sei azioni che cercano di definire con chiarezza cosa fare per quest’area (e non solo per le Vele) e come farlo anche da un punto di vista fisico, gestionale, temporale e economico. Un passo indietro rispetto all’idea dell’Architettura come esito, che consente di guardare le cose da un’altra prospettiva forse più efficace, certamente più duttile
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