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    Il quartiere e il nodo

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    Che città vogliamo? La risposta a tale interrogativo, nel rimandare alla proposizione di un’idea di forma dell’organismo urbano, delinea interrogativi fondanti le diverse scale dell’universo disciplinare. Se, per buona parte del Novecento, l’idea di città ha confermato il primato del funzionalismo iterato dal modello della catena di montaggio, la condizione postmoderna, descritta da Jean-François Lyotard già nel 1979, sancisce nell’innalzamento del ruolo della comunicazione uno straordinario strumento di potere che, di fatto, riformula gli equilibri precedenti per proporre nuove gerarchie spaziali caratterizzanti l’uso, la forma, l’immagine dell’organismo urbano

    Vuoto e progetto

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    Incentrare sul vuoto un ragionamento ampio sull’architettura apre il campo a un cammino a ritroso volto a selezionare, nel tempo lungo della formazione di chi lo compie, gli strumenti utili a riconoscere e far propria un’idea di spazio. Inteso comunemente come un’assenza, il significato di vuoto è, nelle intenzioni del testo, volutamente ribaltato. Assunto come un soggetto attivo, esso configura un intento propositivo finalizzato al posizionamento di una presenza protesa a riverberare, nell’intero organico di una composizione, una dimensione icastica. Derivata prima della nozione di spazio, il vuoto, in architettura, è dato da un’importante attribuzione di senso a un intorno definito. Al pari di un luogo generativo, esso riverbera una dimensione tesa, dotata, cioè, di un’energia propria trasmessa da una materia intangibile in grado di delineare, pur nella sua congenita immaterialità, spazi talmente incisivi da configurarsi come pieni, veri volumi atmosferici, masse d’aria le quali, seppur composte da materia pulviscolare, si mostrano visibili e capaci d’imprimersi nella memoria di chi (con occhi attrezzati) guarda e, con attenzione, ascolta e riceve. Il volume raccoglie, nel corpo centrale, tre saggi autonomi come sintesi delle lezioni di composizione architettonica tenute per il primo e il secondo anno del corso di laurea in Architettura erogato dal dArTe, dipartimento di Architettura e Territorio, dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria. Essi delineano una raccolta di appunti strumentale alla messa a sistema di una selezione di appartenenze utili a una riflessione generale sull’architettura. Come esito di una teoria operante, la seconda parte del volume riporta in sequenza una serie di esperienze progettuali realizzate dagli stessi studenti a compimento del loro percorso di formazione. Tre saggi, incardinati nelle sezioni di presentazione e postfazione, completano l’apparato teorico del volume configurando scenari diversificati sul futuro della disciplina

    Dall'immagine all'etica: riflessioni sull'Abitare urbano

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    Dall’immagine all’etica. Riflessioni sull’abitare urbano è un libro nel quale Antonello Russo espone in modo sintetico ed efficace le sue convinzioni sull’architettura, disegnando un convincente panorama teorico. Con una prosa nella quale la chiarezza argomentativa si unisce a una non indifferente capacità narrativa, l’autore costruisce un sistema dinamico di principi disciplinari i quali, muovendo da un approccio razionale, includono via via alcuni dei tanti materiali suggeriti dal contesto, nonché una serie di temi e di motivi che scaturiscono da letture interscalari del mondo fisico. Letture che rendono complesso il paradigma della ragione conferendo ad esso un’attitudine ad aderire alle pieghe più articolate e imprevedibili della realtà. In una convincente concatenazione discorsiva l’autore passa in rassegna alcuni temi sui quali il gruppo di ricerca coordinato dalla sottoscritta ha lavorato nella Facoltà di Architettura di Reggio Calabria, sede nella quale Antonello Russo si è formato e nella quale ha maturato la sua idea di architettura. Il rapporto dialettico, a volte antitetico e a volte convergente, tra il locale e il globale; il restauro del paesaggio come risarcimento nei confronti di quella vera e propria caduta che la scena italiana ha dovuto subire nel corso degli ultimi decenni; la centralità del disegno concepito come il luogo di formazione delle idee e non soltanto come lo strumento per rappresentarle e comunicarle; la nozione di crisi come asse portante e al contempo come limite apparentemente insuperabile dell’architettura italiana; la composizione planimetrica come diagramma vitale che registra le previsioni dando ad esse una misura e una necessità, costituiscono alcuni degli spazi discorsivi che Antonello Russo sottopone all’attenzione dei suoi lettori. Il tutto nella sincera e radicata convinzione che le scuole di architettura non debbano essere soltanto i luoghi della formazione, nei quali si acquisisce un sapere consolidato e per molti versi condiviso. Per il giovane architetto messinese la scuola è prima di tutto ricerca di cosa essa sia, spazio nel quale la stessa idea di architettura viene sottoposta ad una sorta di negazione virtuale che obbliga a ridefinirla incessantemente. La scuola è fondata così sulla necessità di ripensare ciclicamente il sapere all’interno di una necessaria continuità del sapere stesso. Un sapere oggi relativo e frammentario. Laura Thermes, 201

    Dall'immagine all'etica

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    Il dibattito contemporaneo sembra essere caratterizzato dal ripetersi incessante della parola crisi come logo rappresentativo di un vuoto ideale e creativo dei paesi che per tutto il Novecento hanno controllato l’equilibrio economico del pianeta. La condizione attuale, non solo architettonica, caratterizzata da una condizione di stasi della economia occidentale, impone una riflessione sul ruolo della formazione e della ricerca per la formulazione di strategie in grado di interpretare i nuovi risvolti che lo scenario contemporaneo suggerisce e prospetta

    DALLA MATERIA AL MATERIALE

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    Il saggio indaga il nesso tra materia e materiale. In architettura, infatti, l’uso di un materiale richiede un dispiegamento di forze per la trasformazione di un dato primario in costituenti secondari compatibili con l’uso e la costruzione. L’architetto interpreta le potenzialità di molteplici relazioni consequenziali, dando forma e sostanza poetica a uno sdoppiamento della materia in materiale come soggetti di una rappresentazione unitaria. La scelta di un materiale, quindi, oltre a costruire l’architettura, qualifica le finalità di un’accoglienza allineando le caratteristiche di una poiesis direttamente connessa all’uso del materiale come elemento necessario e insostituibile della composizione. Nel tempo corrente, rimane necessario tenere ferme, nella scelta del materiale di un’architettura, le priorità dettate da una ragione interna all’edificio all’interno delle gerarchie disposte dal tema compositivo. Una scelta che, riportando quelle intenzioni di adeguatezza già evocate da György Lukács per l’architettura, sa comporre una coesione tra spazio, misura e materiali, uniti nella definizione di quel valore, più volte evocato da Mies, capace di elevare la costruzione oltre il suo stesso uso.The essay investigates the connection between matter and material. In architecture, in fact, the use of a material requires a deployment of forces for the transformation of a primary data into secondary constituents compatible with use and construction. The architect interprets the potential of multiple consequential relationships, giving shape and poetic substance to a doubling of matter into material as subjects of a unitary representation. The choice of a material, therefore, in addition to building the architecture, qualifies the purposes of a welcome by aligning the characteristics of a poiesis directly connected to the use of the material as a necessary and irreplaceable element of the composition. In the current dimension, it is necessary to keep firm, in the choice of the material of an architecture, the priorities dictated by a reason internal to the building within the hierarchies arranged by the compositional theme. A choice which, bringing back those intentions of adequacy already evoked by György Lukács for architecture, knows how to compose a cohesion between space, measure and materials, united in the definition of that value, evoked several times by Mies, capable of elevating the construction beyond its own use

    ARCHITETTURA CONTEMPORANEA E CENTRI STORICI

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    Intervening in consolidated city centres, characterised by a recognisable identity, delineates a field of action suspended between two opposing criticalities: on the one hand, the risk of a protagonism of the “new” fuelled, often, by an exasperated search for self-referentiality on the part of the designer; on the other, recourse to an idea of “continuity” usually foreign to contemporary language, considered by most to be unsuitable for interpreting the project in the historic centre in that it does not adhere to the same structure. The result, in both positions, is a decalogue of prescriptions that effectively excludes any possibility of spatial confrontation with the existing. Within this premise, the hypothesis of completion of the amphitheatre of Siderno Superiore in southern Ionian Calabria, materializes in the “last line” of the constructions the characteristics of an infrastructural project that reverberates the formal, linguistic, and material themes of the fabric

    Tra crocevia e identità. Nuovi scenari per lo spazio pubblico a Messina

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    Il testo che segue mira a percorrere l’iter e le scelte strategiche di un progetto redatto dallo studio Moduloquattro Architetti su incarico dall’Assessorato Viabilità dell’Amministrazione Comunale di Messina. Commissionato nel 2007 dalla giunta presieduta da Francantonio Genovese e recepito nel 2011 dall’attuale Amministrazione, il progetto coglie l’oggetto dell’incarico, ovvero “aggiornamento del Piano generale del Traffico Urbano, razionalizzazione e pedonalizzazione nell’area di Piazza Cairoli ed arterie limitrofe”, come opportunità per la definizione di una riflessione più ampia sui possibili scenari per lo spazio pubblico nella città di Messina. Il progetto, approdato nel 2011 ad una stesura definitiva ed esecutiva, è stato redatto dallo studio Moduloquattro Architetti Associati, composto da Fabrizio Ciappina (professionista incaricato), Giuseppe Fugazzotto, Antonello Russo e Gaetano Scarcella. Responsabile Unico del Procedimento Arch. Emanuele Moltisanti

    SPAZI. Tra le pieghe del manto

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    Il volume descrive l’idea di un attraversamento che, dalla composizione architettonica, conduce alla realizzazione di trentatré opere in acrilico su tela. Introdotte da una riflessione dell’autore e dalle presentazioni di Giuseppe Arcidiacono e Ruggero Lenci, esse ricalcano, nelle fasi ideative, una primigenia gestualità cui segue, come avviene in ogni ricerca, l’applicazione di un metodo rigoroso teso a descrivere una conseguenzialità di azioni utile a comporre una proiezione in avanti. Scorrendo i testi e i teoremi grafici raccolti nel volume, tende a spiegarsi, tra le pagine, l’idea di un invaso ideale, uno spazio sicuro, delimitato e concluso dalle pieghe di un manto turchino posto a protezione di una cognizione: quella di esserci e prodursi nel mondo come entità pensante. In chiusura di volume, l’apparizione dell’Annunciata di Antonello anticipa una sezione composta da trentatré estratti di saggi riletti e attenzionati in un tempo recente. Raccolti in sequenza, essi dispongono gli ideali accordi di un pensiero razionale che dal disegno raggiunge ogni forma di espressione. Interpreti di un pensiero razionale, seppur immaginate e trascritte come esito di un tempo mancante di una ragione, le composizioni raccolte in questo viaggio riassumono, nel loro stesso prodursi, una forma di resistenza a un rischio di estinzione. Nei fatti, però, un tempo densamente vissuto e in queste tele solo parzialmente rappresentato

    La fine del paesaggio

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    In the 17th century, the cultural dimension of ‘discoveries’ led to a portrayal of the Italian territory and the places delegated to the idealization of its landscape, through identification of the compulsory itineraries of Grand Tour travellers.Currently, a new portrayal is pressing due to the actual morphological situation brought about during the great transformation of the territory that occurred in the second half of the 20th century. The resolution of the great needs of the modern city, formal themes linked to limited resources, and the ecological dimension which has been ousted by long term planning projections are all included in redeeming the dimension of the landscape by incorporating it in architecture.In this context, after a long period where architecture and urban planning have transformed the territory, we might call for a provocative “end of the landscape” to reposition priorities of the scale of architecture so as to place new, precise structures in the framework of postmodernity.Nel Seicento la dimensione culturale della scoperta ha consentito di rappresentare la componente estetica del territorio italiano identificando nei passaggi obbligati dei viaggiatori del Grand Tour i luoghi delegati alla idealizzazione del suo paesaggio. Nella condizione contemporanea si mostra urgente una nuova rivelazione connessa al riconoscimento dell’attuale componente morfologica disposta dalla grande trasformazione del territorio operata nella seconda metà del Novecento. L’estinzione delle grandi urgenze della città moderna, i temi connessi alla limitatezza delle risorse, la dimensione ecologica, esautorando le proiezioni urbanistiche a lungo termine, hanno incluso le indagini sul territorio nella dimensione salvifica del paesaggio inglobando in essa la scala dell’architettura. Questa, privata della necessità di rispondere ad una precisa esigenza funzionale ha avvolto il suo statuto linguistico nell’inseguimento di modelli riflettenti le pratiche espressionistiche dell’arte confluenti in un grado zero della sua scrittura riconoscibile in una ricorrente estetica della sparizione della sua presenza sul territorio.  Il sistema dei collegamenti infrastrutturali e le dovute sinergie con l’esistente, la messa in sicurezza dei suoli in riparo al dissesto idrogeologico del territorio, il contenimento della dispersione urbana con la conseguente rimodulazione delle aree di margine, il restauro del Moderno, la demolizione di ampi brani di costruito, il recupero dei centri storici collinari, la reinterpretazione del  patrimonio archeologico in una accezione di fruibilità contemporanea, delineano le propedeuticità di una chirurgica discesa di scala in opposizione alle estensive, quanto aleatorie, politiche di salvaguardia prive di gerarchie di intervento.  In tale quadro, dopo la lunga stagione ad appannaggio delle scienze che si occupano del territorio, auspicare una provocatoria fine del paesaggio consente di  riposizionare le priorità applicative sulla scala dell’architettura per la collocazione di nuovi puntuali tasselli nel quadro della postmodernità

    Dentro il Moderno

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    “non esiste il passato tutto è simultaneo nella nostra cultura esiste solo il presente, nella rappresentazione che ci facciamo del passato, e nell’intuizione del futuro” “ogni riferimento agli antichi, non può essere che di valore, mai formale” “il mondo formale nel quale viviamo è più ricco dell’antico, perché vi è compreso anche l’antico; nella nostra cultura l’antichità è un fatto <>; nella cultura non esiste antico: esiste la presenza simultanea e meravigliosa di ogni cosa antica e attuale: e l’attrazione misteriosa del futuro” Gio Ponti, Passato Presente Futuro in Amate l’architettura, Società Editrice Vitali e Ghianda, Genova 195
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