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    Pseudo-Luciano, Timanone, testo critico, introduzione, commentario e lessico, a cura di Roberto Romano

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    Gautier Paul. Pseudo-Luciano, Timanone, testo critico, introduzione, commentario e lessico, a cura di Roberto Romano. In: Revue des études byzantines, tome 33, 1975. pp. 312-313

    1928-1951

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    Economia, proviamo a immaginare un futuro dopo la critica

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    La sensazione e l’umore di molti economisti sono quelli delle cronache del “tormentato periodo che va dal 1929 al 1936 [...] dove [...] gli economisti accademici [...] non avevano saputo offrire pressoché nessun suggerimento politicamente accettabile circa un piano d’azione governativo, in quanto essi erano fermamente convinti della capacità d’autoregolamentazione del meccanismo di mercato ... l’economia prima o poi si sarebbe ripresa da sola, a patto che la situazione non venisse aggravata ulteriormente dall’adozione di un’errata politica economica, inclusa la manovra fiscale” (Hyman P. Minsky, Keynes e l’instabilità del capitalismo, 2009)

    La depressione avanza ma il Governo “non sa che pesce pigliare”

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    Per descrivere la situazione economica del paese e la capacità interpretativa della compagine governativa, in primis di Renzi, occorre ricorrere ad una vecchia storiella. Un ubriaco, una notte dopo molti bicchieri, perde la chiave di casa, e si mette a cercarla curvo sul suolo. Un passante si ferma e si offre di aiutarlo. Dopo qualche minuto di vana ricerca, il passante chiede: “Ma è proprio sicuro di averla persa qui, sotto il lampione, la sua chiave?”. L’ubriaco risponde: “No, non sono sicuro, ma è qui che c’è la luce!”

    Matteo Renzi “Gambler in a rush”

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    A livello macroeconomico non possiamo quindi aspettarci qualcosa di molto diverso dalla intensificazione delle politiche di svalutazione interna, che coniugate sul lavoro significano rapporti di lavoro flessibili, precari, con basse retribuzioni, che consentono alle imprese di poter competere sui costi e sui prezzi piuttosto che sulla qualità di ciò che producono. L’idea è che si possa ridurre il gap di competitività con i paesi virtuosi, e cercare di riequilibrare deficit commerciali e debiti pubblici rilanciando un modello export-led per tutti i paesi periferici dell’eurozona, contraendo la domanda interna. Questa è la politica che l’Europa raccomanda con pervicacia. Il rischio è grande per i paesi periferici: ogni paese cercherà di trarre beneficio dalle svalutazioni interne, riducendo occupazione e salari, comprimendo i costi per salvare la propria base industriale a scapito di quella altrui. La storia insegna che questo gioco non è a somma positiva, ma spesso negativa, soprattutto nel medio e lungo periodo. Ma ciò fa parte della malattia del short-terminism che i mercati finanziari hanno esteso all’economia reale

    Governo, bilanci di fine anno

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    Dal Jobs Act alla legge di stabilità 2015, passando per la presidenza italiana del semestre europeo, il bilancio dell’azione di governo dopo 10 mesi è molto magro. In Italia occorrono azioni per una politica redistributiva. A iniziare da un intervento sul sistema fiscale che introduca progressività e da una riqualificazione della spesa pubblica

    Quale politica industriale per l’innovazione

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    I fondamenti della politica economica e della politica industriale. Prefigurare delle buone politiche economiche e industriali in particolare significa studiare cosa si nasconde dietro i movimenti dei redditi, dei prezzi e della produzione; nello sviluppo c’è qualcosa di diseguale: gli investimenti nella tecnologia. La riflessione supera la distinzione statistica tra spesa in investimenti e spesa in ricerca e sviluppo, indagando le conseguenze che gli investimenti e la spesa in ricerca e sviluppo, che rimane una declinazione del progresso tecnico, hanno sulla struttura e la composizione del reddito: “in una analisi dinamica lo sviluppo economico è da riguardare, non semplicemente come un aumento sistematico del prodotto nazionale concepito come aggregato a composizione data ma, necessariamente, come un processo di mutamento strutturale, che influisce sulla composizione della produzione e dell’occupazione e che determina cambiamenti nelle forme di mercato, nella distribuzione del reddito e nel sistema dei prezzi” (Sylos Labini, 1993). Non si tratta di un generico aumento degli investimenti o di un altrettanto generico ritmo dell’innovazione tecnologica. Il progresso tecnico non è (solo) l’invenzione di una nuova macchina o di un nuovo principio fisico o meccanico: è la variazione dell’organizzazione economica di una unità produttiva, quindi dell’economia nel suo insieme: “supponendo l’esistenza contemporanea di più tecniche non superiori in un momento determinato, l’introduzione del progresso tecnico si esprimerà nella creazione di una nuova tecnica superiore, non di un intero spettro di tecniche, che non è nelle intenzioni né del tecnico né dell’imprenditore di ottenere; e a partire dal momento in cui la prima tecnica superiore è stata introdotta nell’economia è logico arguire che solo le tecniche superiori verranno successivamente scelte. [...]. Lo sviluppo economico avviene nel tempo [...],. la continuità cronologica impone che ciò che è valido per la prima scelta lo sia anche per tutte le scelte successive” (Leon, 1965). Alla fine lo sviluppo è l’esito delle “tecniche superiori di produzione”, e la politica pubblica gioca un ruolo specifico: quello di portare avanti con successo una redistribuzione settoriale dell’occupazione da settori in declino verso settori in espansione, facendo del progresso tecnico, del reddito e del fattore lavoro, l’infrastruttura portante del ben-essere. Stiamo analizzando l’infrastruttura dello stato sociale: la piena occupazione, senza la quale non si potrebbe “immaginare” un “piano di protezione sociale”

    I fondamenti della politica economica e della politica industriale

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    Prefigurare delle buone politiche economiche e industriali in particolare significa studiare cosa si nasconde dietro i movimenti dei redditi, dei prezzi e della produzione; nello sviluppo c’è qualcosa di diseguale: gli investimenti nella tecnologia. La riflessione supera la distinzione statistica tra spesa in investimenti e spesa in ricerca e sviluppo, indagando le conseguenze che gli investimenti e la spesa in ricerca e sviluppo, che rimane una declinazione del progresso tecnico, hanno sulla struttura e la composizione del reddito: “in una analisi dinamica lo sviluppo economico è da riguardare, non semplicemente come un aumento sistematico del prodotto nazionale concepito come aggregato a composizione data ma, necessariamente, come un processo di mutamento strutturale, che influisce sulla composizione della produzione e dell’occupazione e che determina cambiamenti nelle forme di mercato, nella distribuzione del reddito e nel sistema dei prezzi” (Sylos Labini, 1993). Non si tratta di un generico aumento degli investimenti o di un altrettanto generico ritmo dell’innovazione tecnologica. Il progresso tecnico non è (solo) l’invenzione di una nuova macchina o di un nuovo principio fisico o meccanico: è la variazione dell’organizzazione economica di una unità produttiva, quindi dell’economia nel suo insieme: “supponendo l’esistenza contemporanea di più tecniche non superiori in un momento determinato, l’introduzione del progresso tecnico si esprimerà nella creazione di una nuova tecnica superiore, non di un intero spettro di tecniche, che non è nelle intenzioni né del tecnico né dell’imprenditore di ottenere; e a partire dal momento in cui la prima tecnica superiore è stata introdotta nell’economia è logico arguire che solo le tecniche superiori verranno successivamente scelte. [...]. Lo sviluppo economico avviene nel tempo [...],. la continuità cronologica impone che ciò che è valido per la prima scelta lo sia anche per tutte le scelte successive” (Leon, 1965). Alla fine lo sviluppo è l’esito delle “tecniche superiori di produzione”, e la politica pubblica gioca un ruolo specifico: quello di portare avanti con successo una redistribuzione settoriale dell’occupazione da settori in declino verso settori in espansione, facendo del progresso tecnico, del reddito e del fattore lavoro, l’infrastruttura portante del ben-essere. Stiamo analizzando l’infrastruttura dello stato sociale: la piena occupazione, senza la quale non si potrebbe “immaginare” un “piano di protezione sociale”
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