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    Tempo delle immagini e tempo del racconto nelle edizioni cinquecentesche illustrate dell’'Orlando Furioso'

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    Il presente saggio vuole rendere conto della complessa fortuna illustrativa di cui ha goduto il Furioso nel Cinquecento, osservando un aspetto importante della traduzione in immagini del poema che fino ad ora non è stato oggetto di uno studio sistematico: come le illustrazioni provino e riescano a riprodurne la temporalità narrativa. Se molti, infatti, sono stati gli studi che in passato si sono interrogati su come il testo ariostesco dialoghi o entri in competizione con il linguaggio iconico, restava, invece, ancora da indagare con precisione in che modo le incisioni che accompagnavano le prime edizioni del poema evochino il tempo narrativo. Capovolgendo la prospettiva critica, ci si interroga su come, e se, i corredi iconografici cinquecenteschi si siano misurati con un elemento peculiare del Furioso: una temporalità narrativa antilineare e spesso caotica, fondata sull’entrelacement. Si è provato così a percorrere una via ancora inesplorata per verificare la ricezione coeva di uno degli aspetti distintivi del poema

    Anton Francesco Doni lettore d’Esopo. Una nuova fonte per i Marmi

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    Tra Quattro e Cinquecento le Favole di Esopo conoscono un successo straordinario, come dimostrano le numerose edizioni in greco, in latino e naturalmente nei diversi volgari europei. Il corpus esopiano non soltanto viene sottoposto a una sofisticata interpretazione in chiave morale, ma si arricchisce spesso di altri testi che ben si accompagnano alle favole dell’autore greco. La fortuna delle Favole viene testimoniata inoltre dall’appropriazione di questi testi da parte di altri autori, basti pensare alla loro presenza nelle Satire di Ariosto, che ne attesta la spendibilità quali veri e propri exempla. Il contributo fa emergere la presenza di Esopo tra le fonti di un testo dalla intertestualità complessa e variegata quali i Marmi di Anton Francesco Doni. Si aggiunge così una nuova tessera, notevole e finora sconosciuta, alle molteplici fonti dell’opera doniana.Anton Francesco Doni Reader of Aesop. A new Source for the Marmi · Between the fifteenth and sixteenth centuries Aesop’s Fables enjoyed extraordinary success, as proven by the numerous editions in Greek, Latin and the various European vernaculars. The Aesopian corpus is not only subject to a sophisticated moral interpretation, but is often supplemented with other texts that go well with the Greek author’s fables. The fortune of the Fables as exempla is also displayed in the appropriation by other authors, such as Ariosto in his Satires. The paper argues that Aesop represents one further important source of the Marmi by Anton Francesco Doni, a work with a complex and varied intertextuality. Thus, a significant and so far unrecognized piece is added to the many sources of Doni’s work

    Un autoritratto michelangiolesco. Benvenuto Cellini e la creazione di un ‘doppio talento’

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    Il contributo si concentra sulla creazione di un autoritratto letterario in veste di ‘doppio talento’ delineato da Benvenuto Cellini attraverso l’autobiografia e l’opera in versi. Questa consapevole creazione di un’immagine pubblica che metta in luce le doti di scultore, ma anche di poeta, realizzata soprattutto attraverso la Vita risente di uno smaccato modello, imprescindibile per molti artisti fiorentini, il ‘divino Michelangelo’. Il magistero del Buonarroti diviene dunque la chiave per comprendere le strategie celliniane volte a un preciso selffashioning, che ha come obiettivo il superamento dell’inarrivabile maestro fiorentino. Una tessera rilevante di tale processo di emulazione, e implicita competizione, è rappresentata da un altro idolo toscano, a sua volta modello per Michelangelo, il sommo Dante. L’imitazione dei due grandi maestri diviene dunque la chiave per comprendere il modo in cui Cellini descriva una lenta e fortunata metamorfosi da semplice orefice a raffinato scultore e abile poetaA Michelangelesque Self-Portrait. Benvenuto Cellini and the Construction of a ‘Double Talent’ · The essay focuses on Benvenuto Cellini’s creation of a literary self-portrait as a ‘double talent’ in his autobiography and poems. Most clearly in the Vita, this deliberate creation of a public image that highlights the roles of both sculptor and poet is essentially shaped by the reference to a crucial model to many Florentine artists, namely the ‘divine Michelangelo’. What Cellini presents as Buonarroti’s teaching thus becomes the key to understanding Cellini’s strategies of self-fashioning, whose ultimate aim is to overcome the unreachable master. In this process of competitive emulation an important role is played by another Tuscan idol, who had in turn been a model for Michelangelo himself, namely Dante Alighieri. The joint imitation of the two great masters thus characterises how Cellini describes his slow but successful metamorphosis from a mere goldsmith to a refined sculptor and skilled poet
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