1,721,122 research outputs found
Introduzione
«La Geografia ha a che fare con il potere». Essa non è innocente, non è un prodotto della natura e non può essere neutrale. In quanto rappresentazione di una realtà percepita, osservata e, in molti casi, modellata a proprio uso e consumo, la geografia – e ancor di più la geopolitica – riflette la competizione per il potere tra attori diversi. In questo senso, riprendendo l’analisi di Gearóid O’Tuathail, ogni rappresentazione del mondo è, per forza di cose, “politica”, quindi parziale, e tende a riflettere gli schemi mentali, le prospettive, la storia e gli interessi di chi si appresta a re-immaginare il mondo e le sue dinamiche di potere. In un contesto caratterizzato da una crescente complessità e da una sempre più marcata interdipendenza, queste ultime non possono essere considerate come esclusivo appannaggio degli stati. Al contrario, è ormai ampiamente riconosciuto che protagoniste della geopolitica sono tanto realtà attive sul piano “macro” (organizzazioni internazionali, multinazionali, realtà non-statuali di varia natura e dimensioni e, ovviamente, stati), quanto soggetti operanti su un piano intra-statuale o, addirittura, intra-regionale (come nel caso di movimenti indipendentisti, formazioni secessioniste, gruppi irredentisti o comunità locali latrici di specifiche istanze). Per usare le parole di uno dei padri della “rinascita” della geopolitica contemporanea, essa si riferisce «tout ce qui concerne les rivalités de pouvoirs ou d'influence sur des territoires et les populations qui y vivent : rivalités entre des pouvoirs politiques de toutes sortes – et pas seulement entre des États, mais aussi entre des mouvements politiques ou des groupes armés plus ou moins clandestins –, rivalités pour le contrôle ou la domination de territoires de grande ou de petite taille» .
Per quanto a lungo presentata (e tutt’ora da molti percepita o millantata) come una scienza basata su regole universali, la geopolitica rimane una disciplina figlia del suo tempo (o, meglio, dei suoi tempi, vista la profonda evoluzione che l’ha caratterizzata a partire dalla fine del XIX secolo) e dello “sguardo” dei suoi autori; una disciplina che, guardando al passato, mira a delineare la possibile evoluzione del sistema-mondo e, soprattutto, a proporre determinate linee di azione per influenzarne le dinamiche future. Essa è, quindi, inevitabilmente fondata su rappresentazioni soggettive e non neutrali che si dipanano su più livelli e che sono figlie di percezioni e punti di vista legati alla difesa di interessi concreti. Non solo, pur avendo da sempre come dimensione di analisi privilegiata la competizione su determinati spazi fisici, essa ha col tempo finito con l’abbracciare ambiti di analisi sempre più ampli che per lungo tempo sono rimasti impliciti nella discussione geopolitica, come ben dimostrato dal rinnovato interesse per le dinamiche locali e identitarie e dalla cosiddetta “geopolitica delle emozioni”, che ha avuto in Dominique Moïsi il suo principale esponente .
In questo contesto, le parole di Michel Foucher acquisiscono un peso specifico particolarmente significativo:
«Geopolitics studies the relationships between political issues and territorial issues, not simply between power and geographical space. This definition is broader than just analysing territorial rivalries. It is essential that we appreciate the importance of representations and perceptions, i.e. that of mental maps. I prefer the kind of geography in which descriptions of local realities and interactions are accompanied by critiques of the producers of mental maps bound up with political projects that are not only time-bound but are also (they too) territorialized» .
Muovendo da questi assunti, il presente volume mira a dar vita a una rappresentazione di alcune delle dinamiche geopolitiche più significative della presente fase storica. Prendendo spunto dal ciclo di incontri tenutisi in tutta Italia tra 2018 e 2019 (cfr. Appendice 1) per celebrare i dieci anni di attività del Centro Studi Internazionali di Geopolitica (Ce.St.In.Geo. - https://cestingeo.org/), esso si pone l’obiettivo di guardare al sistema-mondo nel suo complesso e di ragionare sulle specificità di una delle sue regioni più complesse e geopoliticamente rilevanti: quella mediorientale. È questa la ragione che ci ha spinto a dividere la presente analisi in due parti distinte per quanto fortemente interconnesse. Il primo modulo guarda all’evoluzione dello scenario geopolitico contemporaneo. Il secondo modulo è dedicato al cosiddetto “arco di crisi mediorientale”
Introduzione
Alla fine della Seconda guerra mondiale la geopolitica entrò in una fase di profonda crisi: lo stigma derivante dalla sua associazione ai regimi nazi-fascisti e il consolidamento di letture del sistema internazionale sempre più dominate da piattaforme ideologiche contrapposte ne segnarono la sostanziale espulsione dal dibattito pubblico per decenni. In un contesto sempre più dominato dall’avvento di sistemi d’arma apparentemente in grado di annullare le distanze e da logiche binarie che tendevano a inscrivere la competizione tra i diversi attori del sistema-mondo all’interno di dinamiche prettamente bipolari sembrava non vi fosse più spazio per la disciplina geopolitica.
Pur con tutte le sue differenze, il 2020-2021, così pesantemente segnato dal diffondersi della pandemia di Covid-19 su scala globale, ha registrato un processo per certi versi simile: di fronte a un nemico invisibile che ci ha costretti per mesi a rimanere all’interno delle mura domestiche o di ben delimitati ambiti lavorativi, il fattore spaziale è sembrato divenire un elemento secondario, quasi accessorio, di un contesto internazionale congelato in una sorta di stasi. All’interno di un mondo apparentemente più piccolo e, al tempo stesso, più omogeneo perché accomunato dalla lotta a una minaccia comune e di proporzioni immani, la competizione geopolitica è parsa perdere di rilevanza, tanto da divenire sempre meno presente all’interno del dibattito pubblico.
Eppure, così come avvenuto in passato, essa non ha cessato di influenzare le dinamiche e gli equilibri globali. Per quanto sempre più distante dalle prime pagine dei giornali, l’agone geopolitico ha continuato a esercitare i propri effetti, in alcuni casi con ancora maggior intensità rispetto al passato, determinando con il proprio moto perpetuo la vita e le possibilità di intere comunità.
È anche sulla base di tali considerazioni che il presente volume si inscrive all’interno di quella che per oltre undici anni è stata la missione prima del Centro Studi Internazionali di Geopolitica: gettar luce su quei processi che più contribuiscono a definire gli equilibri del sistema internazionale e alimentare un dibattito pubblico che, purtroppo, pare sempre più appiattito su logiche legate a interessi estemporanei e limitati a orizzonti di breve (se non brevissimo) periodo.
Il trait d’union che lega i nove contributi di questa raccolta è la volontà di guardare a teatri di crisi e fenomeni destabilizzanti con un approccio non appiattito sul momento, ma capace di orientarsi all’interno di coordinate spazio-temporali ampie e profonde
ISAF, Afghanistan and the Pakistan Dimension: Towards an Acceptable Transition
The article explores the domestic and regional implications of
the NATO withdrawal from Afghanistan after 2014. In domestic
politics, the withdrawal will intersect with political transition: the
presidential elections. According to the author, the results of the
elections will represent either the failure or success of the ambi
-
tious program of assistance and stabilization launched by the international community twelve
years ago. It also represents the need to avoid the disastrous results of the 2009 presidential
elections, marked by massive fraud and manipulation. However, as the paper suggests, the
current political scenario in Kabul is not very promising: personal rivalries, tribal feuds,
ethno-tribal sectarianism, disinclining mode vis-à-vis international requests of transparency
and clear voting mechanisms. In this sense, the future of Afghanistan as a united and stable
country seems to be the less important goal for the Afghan political elites. In such a fragile
situation, the regional dimension of the conflict acquires even greater importance. This is
because if Pakistan does not effectively deal with Taliban in both political and militaristic
terms, if Iran continues to act as a “lone wolf” in the post-ISAF scenario regarding the
civil war in Afghanistan, and if the Arab oil monarchies maintain their polarizing support
to religious dogmatism in the area, Afghanistan will not be able to achieve sustainable and
credible stability. Nonetheless, the paper concludes that in post-ISAF Afghanistan, stability
will depend more on the shifts within the political scenario than the security one, in the sense
that without a credible political transition, and without a non-contested electoral process in
2014, all the previous costly and bloody efforts will have been in vain. In order to secure a
successful political transition, two factors will be decisive: i) a strong focus on traditional
domestic patterns of policy, rather than formal democracy procedures, ii) the involvement of
regional actors, especially Pakistan, in order to reach a suitable, long-term political com
-
promise with the insurgents
Il nazionalismo balucio fra mito e nuovi assetti geo-politici
This articles analyses the largely unknown nationalist movement in Baluchistan against Pakistan, with an historical and political perspectiv
Central Asia: from individual to collective security
This article deals with the transformation of the concept of security in the post Soviet Central Asia region and its the main issues of concer
L'ascesa dell'Isis e del nuovo califfato
L'uso del terrore come strumento di propaganda per ISIS e per celare il capovolgimento delle priorità di questa formazione jihadista post qa'edist
Has Iran already Met its Nuclear Goals?
This article analyzes the status of the negotiations amongst the P5+1 and Iran concerning the Iranian nuclear program
La politica estera della repubblica islamica d’Iran durante le presidenze Rafsanjani (1989-1997) e Khatami (1997-)
The article analyzes the foreign policy of the Islamic Republic of Iran under the presidencies of Rafsanajani (1989 – 1997) and Khatami (1997-2005) trying to elaborate of matrix of constants of the Iranian foreign policy as well as strategic axis of diplomacy. It underlines the constrains of the these foreign policies due to the peculiar nature of the power in Iran
Islam radicale e Islam delle origini
The article deals with Islamic activism and the so-called radical movements which want to revitalize the pure original Isla
Islamismo e democrazia
Il libro affronta in una prospettiva storico-politica il complesso e tormentato rapporto fra islam e democrazia, approfondendo i diversi concetti di libertà individuale e rispetto della Legg
- …
