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    I flussi eco-migratori tra miti e paure. Incertezze giuridiche nella gestione della (in)sicurezza climatica

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    Il saggio intende proporre una riflessione critica sull’applicazione degli apparati giuridici di matrice occidentale all’analisi del fenomeno delle migrazioni climatiche, di cui è sinteticamente ricostruito il background storico e socio-politico, quest’ultimo contestualizzato in epoca vittoriana. In particolare, sono messe in luce alcune criticità connesse alla chiave di lettura dei diritti umani, riconducibili alla mancata corrispondenza tra il pensiero giuridico occidentale, le culture giuridiche non occidentali e alla concezione del rapporto tra uomo, natura e società che esse esprimono, e le strategie di resistenza e adattamento che le popolazioni autoctone hanno sviluppato nei confronti di un habitat naturale reso ostile da eventi climatici avversi. Tali criticità sono analizzate nel contesto di alcune decisioni amministrative e giurisdizionali che riguardano migranti climatici richiedenti protezione, mettendo al contempo in evidenza il rilievo di questa modalità di decision making nell’implementazione delle politiche di gestione dei flussi eco-migratori.The essay aims to suggest a critical reflection on the claim of Western legal tools to the analysis of climatic migrations through their historical and socio-political background, formerly the Victorian era. In detail, some critical issues related to the key of human rights are discussed, in the light of the misalliance between Western legal thought, non-Western legal cultures and the outset of the relationship between man, nature and society that they express, and the strategies of resistance and adaptation that native communities have developed towards a natural habitat which has been made hostile by adverse climatic phenomena. These findings are scrutinized in the light of some administrative and judicial decisions concerning climate migrants seeking protection, while highlighting the status of this decision-making method in the implementation of eco-migration management policies

    Ecosistemi ostili: un'impronta vittoriana sulla questione ecologica? Omaggio a Silvana Castignone

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    The essay hypothesizes and critically discusses a conceivable impact of the Victorian outline of the hostile environment on the ecological issue and its subsequent theoretical explanations. The colonial practices of British imperialism were used to alter and control the climate. Furthermore, they used the environment as a political category that legitimized some processes such as racialization, exploitation of natural resources and relations of domination through descriptive stereotypes that referred to both indigenous populations and Europeans settled in tropical areas: these processes were subsequently reproduced in post- and decolonial logics and institutions. Finally, the continuing influence of the Victorian hostile environment narrative, which we argue has been extending to the present day, on the Italian courts’ pronouncements on the safety of climate migrants is examined

    Tra stratificazione sociale e razzializzazione: l’uso politico del cibo “perfetto”

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    La qualità del cibo è oggi considerata un dispositivo normativo funzionale alla declinazione di un particolare concetto di sicurezza, quella alimentare. Lo strumento utilizzato, tipico dei modelli regolativi, è l’adesione ai disciplinari, che fa corrispondere la “qualità” ad uno standard di produzione o di provenienza territoriale che è, a sua volta, esito del funzionamento di dinamiche di potere e di lobbying tipicamente operanti nelle sedi delle istituzioni europee, come testimoniano i processi decisionali relativi al riconoscimento delle certificazioni (DOP, IGP, ecc.). L’origine dell’idea del cibo “perfetto”, corrispondente ad uno standard, che svolge al contempo una funzione che può risultare inclusiva delle classi sociali, come mostra per esempio la rilevanza dell’alimentazione nei processi educativi, o, viceversa, escludente, risale all’Inghilterra vittoriana: un’epoca in cui la costruzione dell’impianto normativo della qualità degli alimenti, strumento individuato come idoneo a risolvere le numerose questioni legate all’insicurezza alimentare, per lo più ereditate dal secolo precedente, si colloca sullo sfondo di importanti questioni sociopolitiche. Il saggio prende le mosse dall’ambiguità del rapporto tra sanzioni amministrative e apparati di controllo di carattere “privato” nel contesto del modello regolativo contemporaneo per giungere ad indagare, a partire dalle sue origini, un uso “politico” del cibo inteso come dispositivo normativo, che mette in discussione sia il sistema di stratificazione sociale tipico della società vittoriana, come mostra il caso della diffusione dei cibi esotici nell’alimentazione inglese, sia il tema mainstream del rapporto tra povertà e cattiva qualità degli alimenti, come mostra il dibattito sulla sofisticazione dei prodotti alimentari.Nowadays the quality of food is considered a regulatory tool operating as a particular concept of safety, the food safety. Law uses patterns as the typical tools of regulatory systems that match the “quality” with production or territorial originstandards, even if these ones are the outcomes of the functioning of power and lobbying dynamics, typically operating inside the European institutions, as evidenced by the decision-making relating to the recognition of some certifications (PDO, PGI, ecc.). The origin of the outline of “perfect” food, that is a standard which can act to include social classes, as it shows for example the relevance of nutrition in educational processes, or, vice versa, to exclude someone, due to the price dynamics, dates back to Victorian England, when the regulatory framework of food quality and safety, identified as suitable for resolving many issues related to food insecurity and the need to protect consumers, were mostly inherited from the previous century, is placed against the background of important socio-political issues. Starting from the vagueness of the relationship between administrative sanctions and private control apparatus into the regulative contemporary framework, and assuming this background, the essay aims to investigate the “political” use of food as a normative system which, however, calls into question both the social stratification system, typical of Victorian society, as shown by the case of the Nowadays the quality of food is considered a regulatory tool operating as a particular concept of safety, i.e. food safety. The law uses patterns as typical tools of regulatory systems that link “quality” to standards of production or territorial origin, even if these are the outcomes of the functioning of power and lobbying dynamics that typically operates within the European institutions, as demonstrated by the decision-making with regard to the recognition of certain types of certification (PDO, PGI, etc.). The origin of the concept of “perfect” food, i.e. a standard that can act to include or exclude social classes, for example by showing the relevance of nutrition in educational processes, or, vice versa, to exclude someone, dates back to Victorian England. At that time, the regulatory framework of food quality and safety, which was seen as suitable for solving many issues related to food insecurity and the need to protect consumers, was mostly inherited from the previous century, against the background of important socio-political issues. Starting from the ambiguity of the relationship between administrative sanctions and private control apparatuses in the contemporary regulative framework, the essay aims to investigate the “political” use of food as a normative system, which, however, calls into question both the social stratification system typical of Victorian society – as shown by the case of the spread of exotic foods in the English diet –, and the mainstream theme of the relationships between poverty and poor food quality, as shown by the debate on food adulteration. spread of exotic foods in the English diet, and the mainstream theme of the relationships between poverty and poor food quality, as the debate on food adulteration has been showing

    Decriminalizzare la povertà? A proposito del rilancio sopranazionale di un dibattito

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    Il saggio illustra alcuni profili che emergono dal più recente dibattito sul rapporto tra povertà e criminalità – povertà abitativa come condizione prevalentemente femminile, effetti deflattivi della criminalità di erogazioni monetarie emergenziali, diversa regolazione della condizione dei senza dimora, carattere progressivamente punitivo delle misure adottate nei loro confronti – mettendo a confronto gli approcci teorici con le risultanze delle decisioni giudiziarie della giurisprudenza italiana sulle cause di giustificazione del reato che si collocano sullo sfondo dei punti di contatto tra i sistemi penale e di welfare. In questo quadro si illustrano i rischi connessi ad una lettura che, privilegiando la povertà abitativa rispetto alle altre tipologie di povertà, incentra sul ruolo sociale del senza dimora e sui suoi comportamenti devianti una costruzione “punitiva” delle politiche di rigenerazione urbana che comporta ricadute negative sul sistema dell’esecuzione della pena. Tali ricadute dipendono dagli obiettivi del legislatore e dalle conseguenti strategie operative delle agenzie formali del controllo e sono essenzialmente determinate da una peculiare visione della stabilità della dimora, temporaneamente associata alla durata della misura cautelare degli arresti domiciliari, e che, se confrontata con la visione dell’abitualità della dimora posta da una recentissima giurisprudenza a fondamento dell’iscrizione nei registri di residenza da parte dei richiedenti asilo, prospetta evidenti profili discriminatori.This paper accounts for some outlines that come into view from the current debate on the relationship between poverty and crime – housing poverty as a predominantly feminine condition, deflationary crime outcome raised through emergency financial assistance, different homeless people regulation, increasingly punitive feature of the measures taken against them – by comparing the theoretical approaches with the results of Italian jurisprudence dealing with the offenses’ causes of justification that gets in touch with criminal and welfare systems. According to this background the essay points up the threatening view that, focusing on housing poverty compared to other types of poverty, highlights the social role of homeless people and their deviant behaviors, in so far building urban renaissance policies as “punitive” devices and involving negative effects on the executive system of the punishment. These effects rely upon the lawmaking goals and the resulting operational strategies settled by formal control agencies and are essentially ascertained by an odd image of the home stability, temporarily associated with the length of the house arrest that, if compared with the usually housing accommodation insight which has been supporting the current case law about the asylum applicants admission in residence registers, stresses some noticeable discriminatory profiles.Cet article expose quelques lignes qui paraissent du récent débat à propos du lien entre pauvreté et criminalité – la pauvreté du logement, qui s’agit d’une condition notamment féminine, l’action peut-être déflationniste de la criminalité par un soutien monétaire singulier, la règlementation diversifiée des personnes en situation d’itinérance (sans-abri), les traits progressivement punitifs des mesures prises contre eux – en comparant les approches théoriques avec des jugements de la jurisprudence italienne sur les causes de justification des délits qui se trouvent au croisement entre le système pénal e celui de l’Etat providence. Dans ce milieu ont été éclairés les risques liés à une interprétation qui, en se concentrant sur la pauvreté du logement par rapport à d’autres types de pauvreté, met l’accent sur le rôle social du sans-abri et sur ses conduites déviantes, en établissant les politiques de renaissance urbaine d’une façon «punitive» qui produit des troubles du système l’exécution de la peine. Ces effets découlent des objectifs du législateur et des stratégies opérationnelles des agences officielles du control qui en résulte, et qui se déroulent d’une vision distinctive de la stabilité du lieu de séjour, temporairement liée au cours de la mesure de l’assignation à résidence par rapport à l’idée du logement courant, sur la quelle la dernière jurisprudence a établi l’enregistrement du logis pour les demandeurs d’asile, de façon à souligner plusieurs côtés discriminatoires

    Prefazione

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    La ricostruzione del fatto nella decisione giudiziaria. Effetti, possibilità, diritti

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    Il lavoro ha l’obiettivo di mostrare come l’approccio sociologico-giuridico consenta di delineare in modo peculiare il rapporto tra fatto e diritto, tenendo presente la centralità che i fatti assumono nelle decisioni dei giudici. Si tratta quindi di utilizzare in modo peculiare i metodi e le forme in cui il rapporto tra fatti e decisioni si configura nelle applicazioni caratterizzanti il diritto e l’azione dei giuristi da un lato, e l’analisi sociologica dall’altro. Se i linguaggi e gli oggetti di osservazione dell’analisi socio-giuridica differiscono da quelli del diritto, una rappresentazione eccessivamente semplificata dei processi decisionali dei giudici non riesce a dare integralmente conto dei diversi modi in cui tali decisioni tendono a (ri)configurare i rapporti tra i poteri attraverso il “diritto in azione”, in primo luogo governando il funzionamento delle diverse “macchine”: in questo senso si parla di una “macchina” legislativa, amministrativa e giudiziaria. Così riconfigurato il rapporto tra fatto e diritto consente di individuare, e selezionare, i possibili significati che potrebbero essere assegnati al testo normativo e, quindi, la ricostruzione del fatto diventa il fulcro dell’attribuzione di diritti da parte del giudice. Questo vale sia nel caso dell’interpretazione di una norma, sia nel caso – sempre più frequente – in cui, in assenza di una norma, la decisione giudiziale abbia ad oggetto una pretesa all’autodeterminazione
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