9,761 research outputs found

    Unconventional Practice Placements: Creativity, Partnership, and New Professional Opportunities in an Italian Experience of Social Work Field Education

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    Background Non-traditional practice placements are a type of field education based on an innovation-oriented approach, in which students are expected to develop new activities or new projects that would not be realized without them. So, it is not a requirement to reproduce the work of other professionals but rather to experience something new. This “new” experience could be a program built along the lines of an existing program that has already been successful elsewhere, or it could include activities that an agency omitted due to insufficient staff to engage in them. In some case, students must venture on paths that are not beaten at all. Similar non-traditional placements are documented in the UK (Scholar et al., 2014) and in the USA, where they are sometimes developed according to a service-learning approach (Petracchi et al., 2016). In Italy, this type of practice placement is called Unconventional Practice Placement (UPP) to distinguish it from traditional ones. Such experiences currently exist in the Social Work Course of three Italian universities (Dellavalle, 2011; Cola, 2015; Calcaterra and Raineri, 2015). Chapter’s aims After a brief presentation about the general characteristics of these atypical practice placements, the chapter will present the Italian experience conducted in the Catholic University of Milan. The description will be based on first-hand knowledge of authors who have directly contributed towards the development of this model, informal information from practice teachers involved in UPPs supervision, and on data from a larger study about UPPs during ten academic years from 2008/9 to 2018/19. Quantitative and qualitative data were gathered through a self-administered questionnaire. 515 students answered about 450 UPPs. Qualitative data were analyzed to map the contents of various interventions, and a frequency distribution analysis of quantitative data was carried out. Main results from a survey Thanks to UPPs, many local communities could benefit from creative small community work programs and various groupwork initiatives, generally not widely practised by Italian social workers employed in statutory services. In ten years, UPPs engaged more that 900 people, who collaborated in planning and implementing programs: about 12% were service users, 9% were users’ family members or informal carers; 17% volunteers and 15% active citizens. 70% of programs continued after the end of the placement, and 22% of students said they found a job as social workers thanks to their UPPs. Conclusion While further studies would be needed to assess students' learning from UPPs, the survey seems to confirm that UPPs are effective in involving communities and offering new initiatives and services. Interestingly, sometimes UPPs open the way for new spaces of professional social work practice and new jobs

    Libertà e felicità al tempo della grande crisi

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    Per chi pianifica lo sviluppo economico o una rete di protezione sociale, l’idea è quella di puntare prima sulla qualità e sulla vitalità di legami autentici, cioè sul capitale sociale, e poi da questa base, in secondo luogo, sulla efficienza dei manufatti e dei servizi (per l’economia) o delle prestazioni sociosanitarie (per il welfare). Comunità con alto capitale sociale (comunità dove le istituzioni aiutino le persone ad assimilare il valore dello «star bene assieme») sono più portate verso un’economia eticamente «buona»

    La formazione degli assistenti sociali nei tempi postmoderni

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    Che cos’è il Lavoro sociale, quali dimensioni operative di questo campo disciplinare le Università si propongono di formare, di quale particolare equipaggiamento etico, metodologico e di personalità necessitano i giovani operatori sociali che vengono immessi oggi nel mondo del lavoro? Restando su un piano generale, vorrei focalizzare il rapporto tra il Lavoro sociale — l’area professionale delle professioni sociali — e il tempo postmoderno in cui ci troviamo ormai immersi, considerando, a scalare, tre ordini di fattori: a) la postmodernità della società; b) la postmodernità dei sistemi di welfare e c) la postmodernità degli atteggiamenti professionali degli operatori sociali

    Sociologia e Social work. Alla ricerca dell’«umano» nel Lavoro sociale

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    Vorrei qui proporre delle brevi riflessioni circa il possibile rapporto tra l’agire professionale per il recupero/prevenzione del disagio sociale (il cosiddetto «Lavoro sociale») e una teoria sociologica che metta al centro la persona umana. In apparenza questo rapporto rimane ovvio: come può un professionista aiutare le persone a recuperare umanità e senso del vivere se non possedendo un senso profondo della «umanità» della società intera e dei singoli soggetti che la compongono? In realtà, questo rapporto non è scontato, perché il Lavoro sociale, inteso come campo d’azione dei professionisti del welfare socio-assistenziale, è interconnesso con altri livelli sistemici sovrastanti che tendono a fagocitarlo in logiche dominate da interessi che non sempre mettono al primo posto l’«umano»

    Continuate su questa strada. Ivan Illich ci parla ancora

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    Il saggio attualizza il pensiero di Illich, in particolare quello espresso nel volume "Disabling Professions" alla luce della Metodologia Relazionale di Ret

    Imparare facendo (e riflettendo) nel Lavoro sociale

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    In questo breve saggio parlerò della relazione di aiuto professionale. La considererò sotto un aspetto distintivo che la caratterizza, quello della circolarità e dell’«apertura». Tale caratteristica richiede all’operatore la capacità, e prima ancora la disponibilità, di rivedere in itinere, e quasi di rifondare in progressione, le basi stesse del piano d’azione sottostante al cosiddetto suo «intervento». Rivedere o rifondare il piano d’azione vuol dire essere capaci di imparare apertamente (sia in diffusione che in profondità) nel corso del processo. Imparare da chi? Dalla realtà e dagli interlocutori che si hanno di fronte, ovviamente. Ma la «cosa» che sta dietro a una risposta così banale è tutt’altro che ovvia. Anzi è decisamente controversa. Imparare dagli interlocutori ribalta dalle fondamenta il processo di aiuto. Costringe a pensarlo in termini radicalmente nuovi

    Ricevo il welfare che ti do. Il benessere dei professionisti sociali

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    È interessante affrontare il tema del welfare tenendo legati due poli che in genere si danno disgiunti: il benessere prodotto dagli operatori sociali a vantaggio di altri e il benessere da loro stessi esperito a vantaggio proprio. Sono i due lati di una medaglia e come tali li intrecciamo qui in uno stesso ragionamento. Così facendo aumenta la complessità dell’argomentazione, ma l’investimento è vantaggioso. Avremo in cambio la comprensione di un nodo essenziale per le professioni che si dicono sociali. Procederò focalizzando due questioni: a) che cosa significa propriamente l’espressione «benessere umano pieno» (human well-being) o il suo più recente sinonimo di «florescenza umana» (human flourishing) (Sayer, 2011); b) in che modo la metodologia del lavoro sociale può tener conto di queste astratte evidenze concettuali per distillare le regole operative o i criteri deontologici utili a una professione che sappia «rendere evidente», nel senso pieno del termine, la propria utilità

    Aiutarsi aiutando: la lezione dei gruppi di auto/mutuo aiuto

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    Il titolo di questo contributo ci invita innanzitutto a riflettere su un principio che suona paradossale: aiutando gli altri aiutiamo noi stessi. Questa specie di ossimoro ci dice che quando ci sforziamo di risolvere un problema in capo a un’altra persona, allora questa «risoluzione» vale anche (o vale soprattutto) per noi stessi. L’aiuto che io offro ritorna indietro e diviene realtà soprattutto mia. Mi rinforza nelle convinzioni e negli atteggiamenti sottostanti della mia coscienza, da cui si dipartono quelle raccomandazioni benefiche: ovviamente, il rassodamento della mia coscienza diviene un fattore protettivo innanzitutto per me stesso

    Il vero lavoro di rete: legami di fiducia per una piena attenzione all’uomo

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    Affinché vi sia vera attenzione all’uomo, nel campo del welfare, il «fare rete» deve essere realizzato attivando fiducia e spirito di reciprocità, ossia capitale sociale. Con ciò si evoca indirettamente lo scenario opposto, vale a dire che il fare rete possa esistere anche come esercizio contrario, un freddo e impersonale ri-arrangiamento di legami, uno sforzo ingegneristico dove l’attenzione all’uomo risulta falsa. L’essenza delle reti si rivela spesso essere di tale scadente natur

    L’ETICA DELLA RICERCA NEL LAVORO SOCIALE. IL VALORE DEL DISCERNIMENTO

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    Ethical issues innervate the entire research process and, consequently, they have implications for the whole research’s methodological framework itself. In Italy, Social Work research has a relatively recent history. Thus, as one proceeds to focus and develop research methods suitable for Social Work, it is important that the ethical question is not left behind. In this article, some basic historical references for social work research are proposed and the main formal rules about it are summarized. In the second part, the ethical delicacy of social work research is discussed, with a focus on some issues that may arise in the different research steps, from the theme’s choice to the results’ dissemination. The conclusion proposes Relational Social Work as a useful approach for addressing ethical criticalities, not only in social work professional practice but also in social work research processes
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