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Mappare il transfer. Mediatori, itinerari intellettuali, usi e costruzioni dello spazio.
Sulla scia della ricerca PRIN cui il saggio, e il volume, si riferisce, viene proposta una sintesi metodologica e operativa di una ricerca complessa che ha coinvolto discipline, soggetti, esperienze, fonti fra di loro diversissisime e riferite a tradizione culturali spesso distanti e non dialoganti, soprattutto in ambito accademico. Persone, Soggetti ed Enti pubblici e privati, Università e altre istituzione formative, Mostre, Libri e Riviste, Conferenze e Attività didattica, nei campi dell'Architettura del Design, dell'Architettura degl iInterni, nella Moda, nella Grafica, nel Progetto urbano e di paesaggio, sono messi a confronto per le potenzialità che esprimo come "vettori" di un "transfer" di una unità cultura fra paesi, e collocati sullo sfondo di ricerche analoghi nel campo degli studi culturali. Infine i saggi presenti nel volume sono confrontati criticamenete fatti reagire e dialogare per trarne possibili sintesi e aperture di ricerca
Micromaestoso. Una nuova forma teatrale a Milano
Presentazione sintetica della tesi di laurea magistrale di A. Cinquegrana, S. Diodato e S. Pozzi, relatore R. Rizzi, sul progetto di recupero dell'ex cinema Maestoso a Milano
Accademia Maestoso. Una scuola per il sistema della moda
Presentazione sintetica della tesi di laurea magistrale di S. Colombo, F. Tognocchi, S. Ubiglia, relatore R. Rizzi, sul recupero dell'ex cinema Maestoso in piazzale Lodi a Milano
Officina 107. Sinergia fra libri e arti visive
Presentazione sintetica della tesi di laurea magistrale di A. Chiarelli, C. Sangalli e M. Montini, relatore R. Rizzi sul recupero del garage pubblico di via Bonfadini a Milano, edificio compreso fra quelli proposti dal programma Ri-formare Milan
MUSICUBE. Un modo completo di vivere la musica. Recupero dell'ex cinema Maestoso
Sintesi della tesi di laurea magistrale di D. Gratteri, C. Mandaglio e R. Veronesi Brunner, relatore R. Rizzi. Il progetto riguarda il recupero dell'ex cinema Maestoso in piazzale Lodi a Milano
Architettura [e] Tecnica. Funzione Forma Valore delle architetture tecniche per le reti infrastrutturali
GENESI DELLA RICERCA - Il lavoro di ricerca ha per oggetto le architetture tecniche - intese come impianti tecnologici a servizio di una rete - e riflette sul valore funzionale, formale e rappresentativo che assumono nell’ambito della disciplina architettonica.
Le infrastrutture, intese come insieme complesso di reti e nodi che attraversano intere sezioni del territorio, rappresentano vere e proprie matrici del paesaggio contemporaneo capaci di trasformare con il loro carattere la natura dei luoghi.
A ciascuna rete infrastrutturale – materiale e immateriale – corrispondono dei nodi distribuiti sul territorio e configurati come costruzioni tecniche, i cui esiti spaziali sono visibili a più “scale” del progetto, da quella territoriale a quella architettonica, articolando e modificando porzioni di paesaggio naturale e contesti propriamente urbani.
Nel corso della prima metà del Novecento, sono numerose le opere realizzate: infrastrutture e architetture tecniche all’avanguardia (come centrali elettriche, cisterne idriche, gasometri, piezometri e antenne televisive) in breve tempo divengono il simbolo dello sviluppo economico, culturale e sociale di molti Paesi, tra cui l’Italia. Nel panorama culturale vige la consapevolezza che l’architettura, intesa nel senso più ampio e comprensivo del termine, racchiuda sia le grandi opere d’arte che le costruzioni più “vincolate”, cioè quelle tecniche. Scelte corrette di amministrazione e gestione del territorio hanno afferrato il valore etico delle opere e il ruolo centrale rivestito dall’architettura, incentivando il coinvolgimento di architetti-ingegneri, considerati capaci di farne emergere oltre al valore funzionale anche quello estetico e formale.
Lo spunto della ricerca nasce dall’osservazione della produzione architettonica contemporanea che, di norma, nei progetti degli impianti tecnologici delle più importanti reti infrastrutturali, si focalizza su aspetti di natura funzionale e prestazionale a discapito di una vera ricerca architettonica. Atteggiamento che ha condotto, dalla seconda metà del secolo scorso, a disseminare nel nostro territorio innumerevoli costruzioni tecniche, certamente funzionanti, ma prive di ogni rapporto con il contesto, spesso usurpatrici della bellezza del luogo in cui nascono e per questo mal viste dalla collettività.
A partire dall’osservazione delle opere realizzate emerge allora la necessità di individuare nuove proposte per delineare temi compositivi che, se opportunamente decodificati, possano rappresentare gli attuali strumenti per la progettazione di nuovi impianti tecnologici, recuperando il significato teorico e pratico assunto dalla tecnica e la capacità di interpretazione ed espressione degli architetti delle forme tecniche e utili, come forme architettoniche.
Tale esigenza si manifesta con evidenza nel caso delle costruzioni tecniche a servizio della rete di raccolta dei rifiuti, considerate finora dalla politica come “problema” piuttosto che come risorsa, dalla comunità come elementi di pericolo, dagli ingegneri ambientali come macchine funzionanti e dagli architetti come edifici che difficilmente permettono di sperimentare una vera ricerca compositiva. Convinzione quest’ultima originata dal diffondersi, anche nella disciplina architettonica, di un approccio progettuale settoriale e specialistico, che porta in primo piano il funzionamento e la prestazione dell’edificio relegando al margine i temi compositivi, la componente estetica della “macchina”, le relazioni morfologiche che si instaurano con il contesto in cui si inserisce e il valore etico-culturale. Da qui la scelta di dedicare parte della ricerca ad un approfondimento riguardo la rete di raccolta dei rifiuti considerata quella che, attualmente, rispondendo esclusivamente ad aspetti tecnici e funzionali, causa maggiori implicazioni negative sia di carattere architettonico e ambientale che, soprattutto, sociale.
La sostanziale separazione tra «costruzioni tecniche» ed «architetture» delineatasi nel tempo, deve essere ricucita da progetti di architetture tecniche, caratterizzate dalla stessa attenzione posta per coniugare necessità funzionali a quelle strutturali e formali, stabilire nuovi rapporti con il paesaggio, naturale o urbano, e garantire massima vivibilità alle persone che vi operano e lavorano. Probabilmente solo così, al pari di come all’inizio del Novecento le centrali elettriche hanno rappresentato l’immagine della modernità, le architetture tecniche, specie quelle dei rifiuti, potranno tornare ad incarnare il simbolo del XXI secolo, sostenute dalla consapevolezza, da parte della politica e della collettività, del loro valore.
IL PERCORSO CONCETTUALE - Rintracciare le origini della perdita qualitativa architettonica dei progetti per gli impianti tecnologici comporta affrontare temi che non riguardano solo l’architettura, bensì anche gli aspetti politici, sociali e culturali che, tra il finire dell’Ottocento e durante la prima metà del Novecento, hanno caratterizzato il dibattito circa il ruolo della tecnica nella modernità, sulla sua influenza nel progetto architettonico e, in particolare, in quello delle architetture tecniche.
L’indagine è ricondotta in principio alle questioni connesse al rapporto originario esistente tra architettura e tecnica, dedotto a partire dal significato etimologico della parola greca τέχνη, e dalla lenta scissione del sapere tecnico dalla pratica artistica a cui si è assistito tra Settecento e Ottocento, con la creazione di due differenti istituti di formazione come l’École Polytechnique e École des Beaux-Arts e il nascere di figure professionali distinte: gli ingegneri e gli architetti. Gli uni attenti ad aspetti tecnici-strutturali, gli altri focalizzati su questioni ornamentali e decorative.
Solo successivamente, dall’era della meccanizzazione in poi, quando tutto il mondo culturale respira il clima di rinnovamento e di sviluppo che l’approccio scientifico porta con sé, la tecnica torna a ricoprire un posto centrale accendendo dibattiti rispetto al ruolo che deve rivestire nell’ambito culturale e politico. Nel panorama architettonico nasce una nuova figuratività: la macchina, l’aereo e molte altre invenzioni diventano simbolo ed espressione dell’evoluzione tecnica e scientifica, alimentando un rinnovato interesse rileggibile soprattutto nella progettazione di architetture tecniche. Fabbriche, officine e impianti tecnologici divengono in breve tempo il “banco di prova” per esprimere le innovazioni tecniche con maggiore libertà e dove la sfida di coniugare la forma tecnica con quella architettonica si fa più densa di promesse per una nuova configurazione degli spazi. Molte delle avanguardie, tra cui per prime il futurismo e il costruttivismo, introiettano il tema della macchina esaltandone le qualità e si scontrano con i vari movimenti espressionisti che rivendicano, dal canto loro, i diritti dell’espressione soggettiva contro i valori uniformanti della tecnica.
In Germania, forse più che in ogni altro paese, nel periodo che va dal governo di Bismarck (1871) alla repubblica di Weimar (1933), il dibattito sul rapporto tra tecnica e cultura - ereditato dagli scritti di Marx - si fa acceso coinvolgendo filosofi, sociologi, politici, industriali e tecnici provenienti da tutta l’Europa. Nel 1907 viene fondato il Deutsche Werkbund, nato con lo scopo dichiarato di promuovere la ricerca nel campo delle arti applicate e dell’industria, mentre nel 1919 viene aperta la Bauhaus.
Ai sostenitori assoluti del valore della tecnica, come l’austriaco J.A. Lux, il tedesco H. Meyer, lo svizzero H. Schmidt, si alternano anche posizioni intermedie sostenute da G. Simmel, W. Sombart, dagli architetti P. Behrens e W. Gropius. Non mancano anche convinti oppositori come H. Häring il quale, pur riconoscendo il valore della tecnica, ne rifiuta l’essenza totalizzante.
Anche in Francia, dove è originata e maturata la separazione tra le figure dell’architetto e dell’ingegnere, il dibattito è ricco: A. Hermant si interroga sulla «forma utile» , J. Prouvé cerca di coniugare il processo e lo sviluppo tecnologico dell’industria con l’architettura, G.H. Pingusson esalta la bellezza specifica della tecnica. L’influenza della tecnica è predominante sicché il suo valore viene riconosciuto anche quando si affronta il tema dell’abitare. La celebre espressione di Le Corbusier «la maison est une machine à habiter» diventa uno slogan che riassume chiaramente l’entusiasmo suscitato dalle tecniche e dalla produzione industriale in quanto strumenti per affrontare e risolvere, non solo i problemi funzionali, ma anche per riflettere sulla qualità e sulla uguaglianza dell’abitare a tutti i livelli sociali.
Gli aspetti teorici e pratici riflettono sul ruolo che la tecnica e le teorie funzionaliste debbono esercitare nel processo di genesi della forma architettonica. Si parla di «funzionalismo» , di «funzionalismo organico» , di «funzionalismo formale» , di «funzionalismo trascendente» e ancora di «forma utile» , «forma tecnica e forma architettonica» . Distinzione, quest’ultima, che la ricerca compositiva aspira a superare anche per gli impianti tecnologici concepiti, a tutti gli effetti, come opere architettoniche. Si avvia così un periodo di vivace ricerca teorica e pratica contraddistinta dalla stretta collaborazione tra architetti e ingegneri.
Dopo una fase decisamente ricca e produttiva, dagli anni Settanta in poi, la ricerca mostra i primi segnali di arresto: la rapida crescita economica che molti Paesi, specie europei e in particolare l’Italia, vivono, basata soprattutto sull’incremento produttivo connesso allo sviluppo funzionale e tecnologico delle infrastrutture, implica la realizzazione di opere altamente efficienti dal punto di vista prestazionale. Per giudicarne la qualità, il parametro di valutazione utilizzato riguarda solo aspetti tecnici che poco hanno a che fare con il valore architettonico dell’opera; la loro complessità, la continua e rapida evoluzione alimentano un approccio progettuale settoriale e specialistico che allontana gradualmente l’architetto dalla progettazione di architetture tecniche.
Sul piano teorico il fenomeno è riletto da molti dei maggiori pensatori e filosofi del Novecento come manifestazione del progressivo dominio della tecnica sulla natura e sull’uomo. Nel tempo la tecnica ha pervaso ogni aspetto della cultura: dalle scienze alle arti applicate, si è trasformata da strumento a disposizione dell’uomo a fine ultimo, processo che nelle arti, specie nell’architettura, ha portato ad una ricerca compulsiva rispetto ai valori tecnici e tecnologici delle opere, a fronte di un impoverimento della qualità compositiva ed espressiva. Fenomeno che si delinea chiaramente per alcune categorie di opere (come gli impianti tecnologici) relegate nel tempo alle competenze specialistiche dell’ingegneria e le cui prestazioni funzionali ne costituiscono l’unico interesse.
In generale, l’approccio spiccatamente tecnico alla professione ha modificato anche il modo di affrontare il progetto di architettura a cui viene delegata la soluzione delle questioni e delle verifiche di natura esclusivamente pratica. La progettualità assume così la forma di una previsione delle soluzioni tecniche e il progetto riflette l’organizzazione delle processualità tecniche. Il programma funzionale, le esigenze della committenza, gli aspetti morfologici e di natura compositiva sono elementi del progetto subordinati alle esigenze tecniche e alla prestazione. Ma se la prestazione è comunemente intesa come rendimento di una macchina e se un’architettura di carattere tecnico è associata ad una macchina, è allora evidente come la “capacità”, l’“efficacia” e la “qualità” di tale architettura siano proporzionali alla sua prestazione, assoggettando ad essa tutti gli altri aspetti progettuali.
Nel nostro Paese le innumerevoli opere realizzate dal periodo postmoderno in poi testimoniano gli errori commessi sia dalla politica, in termini di gestione e amministrazione del territorio, che dal mondo professionale, in termini di valore e di qualità attribuita a determinati edifici. L’esigenza avvertita è allora quella di investire nuovamente sul significato etico, culturale e sociale attribuito alle infrastrutture tecniche, specie quelle dei rifiuti, riportando la progettazione degli impianti al centro del dibattito.
Una nuova convinzione deve permeare la cultura contemporanea: così come nella modernità le architetture tecniche della rete elettrica hanno rappresentato il simbolo culturale di un’epoca, oggi nel rispetto dell’ambiente, della preservazione delle risorse presenti e future, sono gli impianti per i rifiuti a poter divenire il nuovo simbolo della nostra epoca. Adottare criteri e valori di progettazione nuovi riguardanti non solo il singolo edificio in sé, quanto piuttosto l’intera rete, rappresenterebbe da un lato il momento di riscatto dell’architettura dall’approccio specialistico (che da tempo ne sembra aver imprigionato le possibilità espressive), dall’altro il riaffermarsi di un approccio sistemico al progetto in grado di rispondere, oltre alle esigenze esclusivamente prestazionali, anche a quelle etiche e sociali della collettività.
GLI OBIETTIVI - Gli obiettivi della ricerca consistono nell’individuare i caratteri generali che contraddistinguono le architetture tecniche di più reti infrastrutturali e nel riflettere su temi compositivi di progettazione per la realizzazione di nuove opere.
Tali caratteri, definibili anche come aspetti prevalenti, afferiscono all’architettura di tutte le reti infrastrutturali trattate nel corso della ricerca, come quella idrica, elettrica, del gas o dei rifiuti, e ne includono sia le proprietà intrinseche che le proprietà estrinseche.
I caratteri estrinseci non appartengono alla natura specifica dell’opera tecnica ma riguardano le modalità attraverso le quali essa si relaziona ai fattori esterni, riconducibili da un lato allo schema della rete (ossia il modello semplificato dell’infrastruttura e la modalità di distribuzione rispetto ad un confine territoriale prestabilito), dall’altro alla morfologia del luogo (inteso come spazio fisico) e alle peculiarità che convivono in esso. Di contro, i caratteri intrinseci riguardano esclusivamente l’opera architettonica, ciò che ne costituisce l’essenza funzionale e formale, ma anche il valore architettonico, culturale e politico che le viene riconosciuto e attribuito da parte della collettività.
Per individuare i caratteri estrinseci ed intrinseci delle architetture tecniche sono state studiate opere appartenenti a più reti infrastrutturali realizzate e progettate dal periodo moderno (ammettendo alcuni richiami ad opere compiute tra l’Ottocento e il Novecento) sino alla post-modernità.
Nella contemporaneità l’attenzione è stata focalizzata sulle sole architetture tecniche della rete di raccolta dei rifiuti, scelta indotta dalla constatazione, rispetto alle altre reti, del pericoloso “ritardo” caratterizzante la loro progettazione e delle implicazioni negative esercitate soprattutto a livello sociale e ambientale.
La progettazione delle architetture tecniche per la rete dei rifiuti (termovalorizzatori, impianti di gassificazione, compostaggio, eco-centri, centri di raccolta ecc.) rappresenta una tematica relativamente recente (se si escludono gli inceneritori, il cui primo esempio è stato realizzato nel 1800 a Manchester) e caratterizza molta della produzione architettonica contemporanea. A differenza delle architetture tecniche inerenti le altre reti, per gli impianti dei rifiuti non esistono una ricerca “pregressa” o studi di nuovi modelli, ma sono le sperimentazioni contemporanee a definire di volta in volta soluzioni formali, modalità ibride di utilizzo e funzionamento.
Dalla definizione dei caratteri estrinseci e intrinseci l’obiettivo è individuare alcuni temi compositivi che, pur non riferendosi in maniera univoca all’architettura tecnica, ma riguardando la pratica compositiva in generale, possono essere declinati per la progettazione degli impianti tecnologici in relazione al tipo di rete.
Affrontare e risolvere in maniera convincente la relazione tra l’architettura tecnica e lo schema della rete, il contesto, il programma funzionale, le esigenze formali ed espressive, rivela la complessità sottesa alla progettazione di questa tipologia di impianti.
Per tale motivo il criterio di scelta è stato quello di affrontare solo alcuni temi, individuati a partire dalla lettura delle opere presentate nel corso della trattazione e riconosciuti come “prevalenti” nella progettazione delle architetture tecniche di tutte le reti.
I temi proposti (unicità e ripetitività del tipo; sintonie e dissonanze nel contesto; processualità spaziale e articolazione dei percorsi; involucro e configurazione dello spazio interno vuoto; la forza semantica della componente tecnica) sono stati argomentati illustrando alcune sequenze di immagini di progetti realizzati.
Inoltre, la ricerca vuole rappresentare un’occasione di riflessione circa il ruolo attuale e futuro che le architetture tecniche possono assumere per la ridefinizione dei caratteri del paesaggio contemporaneo.
L’avanzamento della città verso la campagna, la sua progressiva diffusione oltre quei confini che fino alla metà degli anni Novanta apparivano ancora come definiti, lo svilupparsi delle metropoli e la conseguente «organizzazione territoriale a rete» hanno creato dei “luoghi di mezzo” e indebolito inevitabilmente i caratteri morfologici e gli elementi peculiari che per secoli hanno contraddistinto i paesaggi agricoli e naturali. La crescita disomogenea e non pianificata della città, così come il processo di infrastrutturazione viaria e ferroviaria, hanno generato da un lato una serie di spazi vuoti frammentati, di risulta, spesso abbandonati, dall’altro hanno circondato e inglobato molti degli elementi architettonici e funzionali diffusi nel territorio (come le torri del grano, i silos, ecc.) indebolendone il significato figurativo e simbolico rivestito.
La rapida trasformazione del nostro territorio e l’affermarsi di una diversa condizione fisico-morfologica sembra richiedere nuove architetture capaci di costituirsi non solo come motori per il recupero e la riqualificazione di tutti quei “luoghi di mezzo”, ma anche come riferimenti simbolici, testimonianze della civiltà contemporanea, dei suoi progressi tecnologici, culturali e sociali.
Le architetture tecniche attraversano il territorio e la loro dimensione (spesso predominante rispetto a quella degli elementi caratterizzanti il contesto), così come la morfologia e il linguaggio espressivo sembrano avvalorarne l’essenza di landmark nel paesaggio, caratteristica frequentemente dissimulata da soluzioni che tendono piuttosto a nasconderne e camuffarne la presenza. Tuttavia, attraverso una presa di coscienza delle reali potenzialità simboliche, oltre che funzionali, delle architetture tecniche è possibile recuperare (come avvenuto nel primo Novecento) una progettazione consapevole volta a riscattarne il ruolo di “opportunità” per riqualificare alcuni dei “luoghi di mezzo” e attribuire un nuovo carattere ai contesti in cui si inseriscono.
I temi argomentati nella trattazione vogliono dimostrare che gli impianti tecnologici sono architettura, motivo per cui la loro progettazione non dovrebbe essere confinata solamente nella tecnica, né essere oggetto di interpretazioni esclusivamente formaliste.
Aspetto che richiama la necessità di tornare a coinvolgere la disciplina architettonica sin dalle fasi iniziali della loro progettazione, superando l’approccio progettuale specialistico che ne ha confinato il compito alla risoluzione di questioni espressive e di linguaggio, rispondendo a vincoli normativi, alla ricerca del consenso della collettività e ottenendo esiti deludenti.
La distanza, fisica e concettuale, interposta tra le architetture tecniche e la società è cresciuta al punto da non riconoscere più in esse un valore, funzionale e formale, quanto piuttosto un problema, finanche un pericolo.
La tesi vuole offrire la possibilità di riflettere sull’opportunità di oltrepassare ogni formalismo tecnicistico, recuperando l’essenza di quel neue bauen (nuovo costruire) che Hugo Häring contrappone alla Architektur, un’architettura monumentale, schiava di una forma e di uno stile che non ricerca la sostanza della verità nelle cose, ma si impone semplicemente come presenza.
Porre nuovamente l’attenzione sulla “costruzione” vuol dire andare oltre i suoi aspetti tecnici, la funzione o la forma, riferendosi all’attivazione dell’intero processo di trasformazione dell’ambiente umano e riflettendo, soprattutto, sul significato e sul valore etico che ogni progetto di architettura coltiva in sé.
L’ARTICOLAZIONE E IL METODO - A partire da una introduzione iniziale, la ricerca è articolata in cinque capitoli.
Nel Capitolo 1 si è inteso dare una definizione del significato attributo alla parola “tecnica”, a partire dalla cultura ellenica sino all’età contemporanea, e all’espressione “architettura tecnica”.
Nei successivi Capitoli 2, 3 e 4 sono stati affrontati i temi teorici e progettuali che accompagnano, dal periodo moderno e post-moderno, a quello contemporaneo, la realizzazione delle architetture tecniche.
Per riflettere sulle questioni sopra citate è stato definito un orizzonte teorico dal quale attingere informazioni e sviluppare un approccio teorico-critico al tema. Oltre alla letteratura architettonica, anche se sommariamente, si è fatto riferimento ad alcuni passaggi della storia della filosofia che descrivono l’evoluzione del concetto di tecnica e del rapporto che
Descrizione di alcuni caratteri produttivi nella pecora leccese allevata in tre provincie pugliesi
Going Beyond Counting First Authors in Author Co-citation Analysis
The present study examines one of the fundamental aspects of author co-citation analysis (ACA) - the way co-citation
counts are defined. Co-citation counting provides the data on which all subsequent statistical analyses and mappings
are based, and we compare ACA results based on two different types of co-citation counting - the traditional type that
only counts the first one among a cited work's authors on the one hand and a non-traditional type that takes into
account the first 5 authors of a cited work on the other hand. Results indicate that the picture produced through this non-traditional author co-citation counting contains more coherent author groups and is therefore considerably clearer. However, this picture represents fewer specialties in the research field being studied than that produced through the traditional first-author co-citation counting when the same number of top-ranked authors is selected and analyzed. Reasons for these effects are discussed
Variations on the Author
“Variations on the Author” discusses two of Eduardo Coutinho’s recent films (Um Dia na Vida, from 2010, and Últimas Conversas, posthumously released in 2015) and their contribution to the general question of documentary authorship. The director’s filmography is characterized by a consistent yet self-effacing form of authorial self-inscription: Coutinho often features as an interviewer that rather than express opinions propels discourses; an interviewer that is good at listening. This mode of self-inscription characterizes him as an author who is not expressive but who is nonetheless markedly present on the screen. In Um Dia na Vida, however, Coutinho is completely absent form the image, while Últimas Conversas, on the contrary, includes a confessional prologue that moves the director from the margins to the center of his films. This article examines the ways in which these works stand out in the filmography of a director who offers new insights into the notion of cinematic authorship
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