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Fantasmi d'Italia. Le passioni di Scola e le musiche di Trovajoli in C'eravamo tanto amati
Il saggio esplora la natura "fantasmatica" di "C'eravamo tanto amati" (Ettore Scola, 1974), un film cesura nella filmografia di Scola e anche nello stile della commedia all'italiana. Infatti, esso è costruito su un miscuglio di passioni - politica, cinematografica e sentimentale - rappresentato come un fantasma, che ritorna dal passato e condiziona le vite dei protagonisti. Il saggio sviluppa questa lettura su tre livelli: la ricostruzione della storia d'Italia, i riferimenti alla storia del cinema e, da ultimo, il ruolo della colonna sonora realizzata da Armando Trovajoli
I festival del cinema in Italia. Forme e pratiche dalle origini al Covid-19
Il volume propone uno studio aggiornato sui festival cinematografici italiani, fotografati nella fase di cambiamento innescata dall'epidemia di Covid-19. La ricerca offre una prospettiva complessa, che tiene conto dell'ampiezza e della varietà del circuito festivaliero, facendo dialogare l'analisi storico-economica e quella comparativista con i dati desunti da un corpus di interviste a professionisti rappresentativi di altrettante manifestazioni italiane. I festival del cinema sono esaminati come oggetti culturali e insieme imprenditoriali, considerandone l'origine e l'evoluzione, gli elementi ricorrenti e peculiari, le strategie manageriali e le molteplici ricadute sul territorio, la sostenibilità in termini economici e le forme di valutazione possibili. Particolare attenzione viene posta alla situazione creatasi a seguito delle misure di contrasto al Covid-19, che hanno fortemente penalizzato il settore, ridisegnandone alcuni aspetti e producendo effetti che di certo ne condizioneranno l'identità futura
Note giovani al cinema. Il musicarello
Il sottogenere del "musicarello" appare sul finire degli anni CInquanta e indica il film commedia incentrato e interpretato da divi emergenti della "musica giovanile" appena nata. Sono anche gli anni del riconoscimento sociale dei giovani quale gruppo anagraficamente connotato e dotato di proprie caratteristiche e gusti. Il saggio analizza la relazione tra questo corpo sociale, lo scenario musicale e il nuovo genere del musicarello, del quale si ricostruiscono le origini e i modelli ricorrenti
Il tempo dei giovani e della musica in Italia. Dall'urlo al beat
Il saggio ripercorre l'emergere in Italia di una nuova categoria sociale, quella della gioventù, e la sua relazione complessa con il sistema mediale degli anni Sessanta. Attraverso l'utilizzo di fonti primarie tratte dalla pubblicistica giovanile dell'epoca, si coglie di questo periodo storico la sua importanza quale età di cesura tra la grande fase di rilancio economico e simbolico del Paese, seguita alla fine della Seconda guerra mondiale, e la successiva presa di coscienza politica. Utilizzando la gioventù quale cartina al tornasole di questa epoca, il saggio lascia emergere il passaggio da una mediatizzazione diffusa ma ancora ingenua, quella degli anni del boom, alla costituzione di attori sociali consapevoli. L'ampio ventaglio di prodotti, cantanti film e canzoni nei quali rispecchiarsi disegna una generazione in bilico tra passato e futuro, ingenuamente ribelle, ma non per questo meno rivoluzionaria
Istantanee d'Oriente. La fotografia missionaria dei padri del PIME
Il lavoro traccia i rapporti tra fotografia e attività missionaria attraverso l'Archivio fotografico dei padri del Pontificio Istituto delle Missioni Estere (PIME) di Milano e, in particolare, l'analisi del materiale fotografico relativo alla missione in Cina a cavallo tra Ottocento e Novecento
Case generalizie e case cinematografiche: la produzione filmica dei missionari italiani nel secondo dopoguerra
Within the studies on the relations between the Catholic world and the film industry, the essay reconstructs the production enterprise of the Italian missionaries. After World War II, in fact, the Church recommended a greater commitment of the ecclesiastical body to the cinema, which for the missionaries translated into the birth of independent production companies. These were enterprises that wanted to remain on the fringes of the mainstream industry, but which enriched the picture of Italian cinema of the period. Through the analysis of some case studies, the essay highlights the characteristics of this entrepreneurial spirit and its products
Rovine e macerie. Permanenze e rimozioni dell’identità coloniale nel cinema italiano dal secondo dopoguerra alle migrazioni contemporanee
Tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta del secolo scorso, in ritardo rispetto ad altri Paesi occidentali, l’Italia vede finalmente emergere una memoria postcoloniale in letteratura e nel dibattito culturale, grazie a scrittori e intellettuali italiani e delle ex colonie. Prima di allora la memoria del colonialismo italiano era rimasta sullo sfondo dei discorsi politici e della riflessione pubblica, tanto che si parla di rimozione o cancellazione della storia coloniale. In realtà negli anni Cinquanta e Sessanta si sviluppa una ragguardevole produzione di film coloniali, che tuttavia tende a perpetrare l’idea di un “colonialismo buono”, in cui lo spazio dedicato alla descrizione del nemico (africano, tedesco o inglese, in base al periodo storico rievocato) è limitato o funzionale alla sottolineatura dell’eroismo nazionale. Tra le pieghe di una produzione retorica e spesso storicamente inesatta, emergono tuttavia film che affrontano il tema in maniera diversa, subendo, forse proprio per questo, un ostracismo produttivo e distributivo che è indicatore, a sua volta, di un processo tutt’altro che pacificato di (ri)costruzione memoriale e identitaria. Gli studi mediali, inoltre, soprattutto i più recenti, mettono in evidenza come, se effettivamente il tema del colonialismo non sia tuttora preponderante nella produzione filmica nazionale, siano visibili rimandi a quell’esperienza e all’ideologia a essa sottesa. Si potrebbe allora parlare di “risignificazione” per identificare la riscrittura di stereotipi radicati nelle coscienze degli italiani e inerenti il passato, pensando all’esperienza coloniale come a un archivio, a un serbatoio dal quale attingere, in maniera più o meno conscia, temi, pratiche, immagini. È in quest’ottica che, per esempio, si sono letti i riferimenti al colonialismo fascista in film d’autore come "L’eclisse" (Michelangelo Antonioni, 1962), il retaggio coloniale nella raffigurazione della donna nera nel cinema italiano (erotico soprattutto) degli anni Settanta, nonché, più recentemente, la perpetuazione di logiche di superiorità/subalternità in opere che rappresentano in forma stereotipata il migrante africano. Alla luce di questo quadro, il saggio indaga la funzione del cinema nei processi di rielaborazione memoriale dell’esperienza coloniale italiana e di costruzione dell’identità post-coloniale: da un lato, prendendo in considerazione film “scomodi” che hanno tentato di raccontare il colonialismo italiano al di fuori della retorica dominante ( "Violenza segreta", Giorgio Moser, 1963, e "Tempo di uccidere", Giuliano Montaldo, 1989) e, dall’altro, rintracciare le “irruzioni fantasma”, entro il tessuto narrativo di alcuni esempi significativi del cinema contemporaneo, di personaggi e situazioni che sembrano alludere alla nostra storia coloniale e ai processi di rielaborazione memoriale di cui è stata oggetto
Il cinema e (per) la scuola
Dentro l'orizzone dei rapporti tra cinema e scuola si sovrappongono temi e problemi diversi: da quelli più specifici della formazione prossionale a quelli dell'utilizzo dell'audiovisivo nella didattica, fino alle dimensioni più ampie e generali della media literacy. Il saggio analizza il rapporto tra scuola italiana (e specificamente l'università) ed utilizzo dello strumento audiovisivo, anche alla luce della recente nascita del Piano Nazionale Cinema per la Scuola, una serie di bandi emanati dal MiBACT e dal MIUR per la creazione di progetti nelle scuole che prevedano l'utilizzo del cinema
La dimensione sociale e relazionale dell'esperienza del film
All'interno di uno scenario ormai in costante e rapida trasformazione rispetto all'offerta e ai consumi mediali, il cinema continua a giocare un ruolo assai importante nella creazione di una cultura mediale condivisa a livello sociale. Il saggio indaga il ruolo che il film gioca all'interno della generazione Zeta nella costruzione del proprio universo relazionale
Custodire luoghi, custodire immagini: l'archivio audiovisivo della Fondazione Terra Santa
Nel 2018 un accordo tra la Fondazione Terra Santa, organo della Custodia di Terra Santa, e la Fondazione Cineteca Italiana ha dato luogo al riordino e al restauro di un fondo di oltre 30 pellicole realizzate dal secondo dopoguerra agli anni Ottanta. Questo patrimonio, che riveste un indubbio valore non solo per la Fondazione, ma anche per la storia del cinema cattolico, viene indagato in una triplice prospettiva.
In primo luogo viene presa in esame l’attività di riordino e di restauro delle pellicole conservate svolta dalla Fondazione Cineteca Italiana di Milano (Roberto Della Torre). Successivamente si analizza la produzione della Fondazione Terra Santa nell’ambito della storia più estesa del cinema missionario (Piredda 2005, Piredda 2012), sottolineandone le specifiche strategie culturali e e produttive (Maria Francesca Piredda), a partire dalla categoria dell’“useful cinema” (Acland e Wasson, 2011) e del cinema amatoriale e di famiglia (Odin 1995, Cati 2009). Infine, viene affrontato il corpus di film, con particolare riferimento all’opera che ricostruisce la visita papale in Terra Santa e la sua eco mediatica (Elena Mosconi).
I film promossi dalla Custodia di Terra Santa rivestono particolare interesse sia riguardo ai linguaggi adottati (tra cui film di documentazione, film di pellegrinaggio, film religiosi), sia rispetto ai promotori e agli autori, che incrociano la più vasta storia del cinema: tra questi, ad esempio, Padre Calabrese che, negli anni Cinquanta, intraprende la produzione di una serie di cortometraggi e un mediometraggio (Crociati senz’armi, 1955) realizzati con attrezzature professionali e affidati alla regia di Rinaldo Dal Fabbro, documentarista e organizzatore culturale in campo cinematografico.
Una finalità indubbiamente culturale e politica è rivestita da opere come Ritorno alle sorgenti (di Rinaldo Dal Fabbro, 1964), dedicato al viaggio del papa Paolo VI in Terra santa, e dai precoci filmati diretti dal regista Ernesto Remani nel 1948 che raccontano la situazione dei luoghi di Cristo all’indomani del secondo conflitto mondiale. Si tratta di un patrimonio che rappresenta un tassello insostituibile all’interno della complessa e stratificata storia del cattolicesimo, di cui la Fondazione custodisce la memoria
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